Gambrinus

Gambrinus, chi era?

di Simona Vitagliano

L’unica cosa certa che si sa di Gambrinus è che è il “Bacco della Birra“.
Patrono, Re e inventore di questa bevanda così amata in tutto il mondo, ha dato il nome anche ai nostri locali, ma sono tantissime le leggende, le storie e gli aneddoti che si raccontano sul suo conto.

Ipotesi etimologiche

Si ipotizza che il nome Gambrinus derivi dal latino cambarus (celleraio, addetto alle cantine) o da ganeae birrinus (colui che beve in una taverna) ma anche dal celtico camba, un termine che indicava la pentola dove veniva preparata la birra. Ancora, però, potrebbe derivare da un errore di trascrizione del nome “Gambrivius”, che appare in una incisione di cui parleremo più avanti.

Le ipotesi più accreditate: Jan Primus, Re delle Fiandre e Giovanni il senza paura

L’idea generalmente accreditata è quella che lega il nome Gambrinus alla figura di Giovanni I di Brabante (1254-1298), Re delle Fiandre (nell’attuale Belgio). Il suo nome, in fiammingo, sarebbe proprio Jan Primus.

Altri collegano a questo nome, invece, Giovanni di Borgogna (1371–1419), noto come Giovanni il senza paura, conte di Borgogna, appunto, Artois e Fiandre, da alcuni ritenuto inventore della birra con malto e luppolo. In particolare, Giovanni di Borgogna, che fu personaggio di spicco nella Guerra dei 100 anni, morì assassinato dalla scorta del Delfino di Francia, in un incontro che, invece, avrebbe dovuto sancire la pace. Per molti questa morte sarebbe un’eco a quella del leggendario Gambrinus, avvenuta in un duello, per mano di un cavaliere francese. Anche in questo caso, infatti, ci sarebbe stato un inganno. Il cavaliere si sarebbe rivolto al suo rivale dicendo: “Che succede? Combattete in due contro di me?”, in modo che lui si distraesse e si guardasse indietro per capire chi ci fosse alle sue spalle; in quel momento gli sarebbe stato inferto il colpo mortale, a tradimento, seguito da queste parole: “So che il vostro secondo io era la birra cheforza, bevuta da voi prima di affrontare il cimento. Avutane paura, ho dovuto colpirvi alle spalle per avere qualche speranza di sopravvivere”.

Tutto questo, sebbene la scarsità delle prove storiche, sarebbe provato anche da una incisione colorata che si trova su un Libro tedesco del 1543: “Le origini dei primi dodici antichi re e principesse della nazione tedesca”. Questa incisione mostra un certo “Gambrivius, re del Brabante” dalla folta barba rossa e in armatura, vicino ad un covone di grano, con una corona floreale fatta, pare, proprio di infiorescenze di luppolo.

Altre ipotesi

L’umanista Johann Georg Turmair, vissuto in Baviera tra 1400 e 1500, parla di Gambrinus nei suoi “Annales Bajorum” (Annali Bavaresi): in questa versione si tratterebbe del figlio di Marsus, un (ipotetico?) re germanico dell’era precristiana, famoso per la quantità di birra che beveva. Gambrinus sarebbe un re illuminato, fondatore anche del porto fluviale di Amburgo, appassionato consumatore di birra.

Il poeta tedesco Burkart Waldis, invece, nel 1543, introdusse addirittura nel mito la dea egizia della maternità e della fertilità, Iside, che avrebbe insegnato a Gambrinus l’arte della birra.

Ancora, altre fonti daterebbero questo personaggio ai tempi di Carlo Magno, essendo addirittura il birraio alla corte del fondatore del Sacro Romano Impero.

C’è persino una leggenda che vorrebbe il nostro “eroe” capace di bere 117 pinte di birra al giorno!

Un’altra storia parlerebbe di un amore non corrisposto e di una lacerante disperazione del nostro protagonista che, alle soglie del suicidio, avrebbe fatto un patto col diavolo per dimenticare l’oggetto del suo desiderio, in cambio della sua anima… come offerta, il Re del Male gli avrebbe dato la ricetta della birra che avrebbe avuto il successo che ben possiamo immaginare, inclusa… la passione della giovane ragazza che, però, il Gambrinus aveva, finalmente, dimenticato, fino al punto di non riconoscerla quando accorse alla sua locanda a bere la birra!

C’è infine un mito che riguarda una sfida. Gambrinus, più o meno nel 1100, sarebbe divenuto capo della corporazione dei birrai di Bruxelles che, per testare la sua forza e la sua determinazione, organizzarono una gara di forza: un barile di birra doveva essere trasportato a braccia per una certa distanza. Gambrinus, furbo e assetato, avrebbe aperto il barile, bevuto tutto il contenuto e trasportato una giara vuota, vincendo la gara e diventando, a tutti gli effetti, il Re della Birra.

 

Insomma, ci sono tante linee comuni tra tutti i racconti popolari e le leggende, ma quello di Gambrinus è un personaggio, ancora oggi, avvolto nel mistero.

'A vucchella

‘A vucchella, un classico della canzone Napoletana

di Simona Vitagliano

Si’ comm’a nu sciurillo…
tu tiene na vucchella,
nu poco pucurillo,
appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,
è comm’a na rusella…
dammillo nu vasillo,
dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo
nu vaso… piccerillo
comm’a chesta vucchella
che pare na rusella…
nu poco pucurillo
appassuliatella…

La canzone napoletana ha fatto la storia nel mondo, ma ogni suo brano custodisce dentro di sè, a sua volta, un’altra storia.

Tra l’altro, può sembrare quasi incredibile, ma questo grande classico della tradizione musicale partenopea non è stato scritto da un nostro concittadino… ma dovremmo esserci abituati, gli estimatori di Napoli che le hanno dedicato canzoni e versi nella lingua madre sono tanti, anche tra i “forestieri”; basti pensare, ad esempio, a Lucio Dalla o a Renzo Arbore.

La storia

Siamo nell’anno 1892: Gabriele D’Annunzio, era nel suo periodo napoletano (1891-1894) e lavorava presso la redazione de “Il Mattino“. Suo collega era Ferdinando Russo, autore di canzoni napoletane. Pare proprio che tutto sia nato da una semplice scommessa: Ferdinando, infatti, sfidò D’Annunzio sulla sua capacità di comporre liriche in dialetto napoletano. La difficoltà risiedeva proprio nel fatto che il poeta era abruzzese!

Ed è proprio ad un tavolino del Gambrinus, da sempre ritrovo di poeti ed artisti, accompagnato da un buon caffè, che lo scrittore avrebbe dato vita a questi versi, poi successivamente pubblicati e musicati.

C’è chi sostiene che sia stato lo stesso D’Annunzio a inviare le liriche a Francesco Paolo Tosti, anch’egli abruzzese, per la composizione delle musiche, e chi, invece, riporta che il testo fu consegnato a Russo, che lo conservò fino al 1904, per poi inviarlo a Tosti.

In ogni caso, la canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano con la data originale di composizione e fu un successo, nonostante non fosse il frutto di autori napoletani.

Il resto è storia.

Enrico Caruso, Luciano Pavarotti e Roberto Murolo hanno reso grande Napoli e la canzone napoletana in tutto il mondo anche grazie a questo brano!

IMG_3491

Caffè Kinder, quando il caffè sposa il famoso cioccolato

Articolo scritto da Michele Sergio (alias il Boss del caffè)

Il Boss del Caffè ha una mission precisa: diffondere nel mondo l’Espresso Napoletano ed i Caffè Speciali Napoletani.

 

Nostalgia

L’avverto ogni volta che si parla del caffè Kinder. La mia adolescenza che ritorna con il cioccolato al latte, le barrette, il bimbo (in tedesco, per l’appunto, kinder) bravo e bello che lo addenta …

Alla fine degli anni ‘90 dello scorso secolo nei bar napoletani si diffondono i caffè speciali ovvero le variazioni sul tema della più classica bevanda “made in Naples”: il caffè alla nocciola, il caffè del nonno, il caffè Rocher, il caffè Kinder, tanto per citare i più noti. Ricordo code di persone al di fuori dei locali di piazza Trieste e Trento per accedervi ed assaggiare queste deliziose novità.

In quel periodo non amavo il caffè. Il primo caffè che ho provato è stato proprio un caffè Kinder perché più dolce rispetto all’espresso, perché simile ad un semi-freddo, perché mi riportava alla mia fanciullezza. Come me, al contrario dei puristi dell’espresso, in tanti sono partiti da uno speciale per arrivare, alla classica “tazzulella ‘e café”. Come me in molti dal caffè Kinder, forse il mio preferito.

caffè-kinder 

La ricetta

Spalmare sui bordi interni del bicchiere da un lato la cioccolata bianca e dall’altro la crema di nocciola; versare la crema di caffè (una sorta di mousse fredda preparata con panna, caffè e zucchero), panna montata e cioccolattino.

Ingredienti

  • Caffè: preparato con la moka; raffreddare; zuccherare;
  • Cioccolata bianca e Crema di nocciole;
  • Crema di caffè: 200 ml di panna da pasticceria, 2 tazzina di caffè amaro e 2 cucchiai di zucchero a velo (circa 30 gr;
  • Panna montata: 200 ml di panna da pasticceria e 100 gr di zucchero bianco;
  • Cioccolatino

Se vuoi preparare a casa questo gustosissimo caffé, guarda il nostro video tutorial

Foto storica del Gambrinus, 1920

Lo Stile Liberty a Napoli

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus ha attraversato più di un secolo e mezzo, insieme ai napoletani, tra fondazione, evoluzioni, clienti di qualunque ceto sociale e grandi artisti, benevolenza della famiglia reale, caffè sospeso, Cafè Chantant, chiusura durante il fascismo, riapertura nel dopoguerra e tantissimo altro.

É stato l’imprenditore Vincenzo Apuzzo a dargli vita, nel 1860, quando in Europa imperava la corrente dell’Art Nouveau, che in Italia cominciò a prendere il nome di Stile Liberty, dal noto commerciante londinese Arthur Liberty che, nei suoi magazzini, esponeva pezzi d’arte e tessuti ispirati alla corrente di fine Ottocento e inizio Novecento.

Non ci volle molto perchè questa tendenza abbracciasse tantissimi campi, anche a livello sociale: architettura, arredi d’interni, decorazione urbana, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica e persino utensili, illuminazione e arte funeraria!

Le origini del movimento sono tutte da ritrovarsi nell’anglosassone Arts and Crafts, un’altra ondata artistica nata per reazione (colta, si trattava di artisti e intellettuali) all’industrializzazione del tardo Ottocento. L’artigiano era il nuovo “eroe”, l’unico in grado di poter creare pezzi unici, in contrasto con la produzione in serie e la meccanizzazione che aveva ucciso, in qualche maniera, l’arte.

Ecco da dove nacquero, quindi, anche le ispirazioni per il design e l’architettura moderna.

Ed ecco perchè il Gambrinus conserva ancora, gelosamente, le eredità estetiche di quel periodo, tra gli stucchi, le linee morbide, i quadri e le statue che lo animano, nonostante la manutenzione e le evoluzioni del suo lungo periodo di storia partenopea. Tra le tante, al suo interno, si trovano anche opere di Gabriele D’Annunzio.

 

Il puffo e il pianoforte all'interno del salone Michele Sergio

Anche il Vomero e Posillipo, che all’epoca erano quartieri in urbanizzazione, cominciarono a popolarsi di palazzi importanti adornati di elementi (lampade, balaustre, portoni, lampadari, corrimano) in ferro battuto, vetrate luminose, torri e pilastri, decori floreali, in un’atmosfera che, per Napoli, era nuova ma anche “tradizionale”, visto che per la città l’artigianato era sempre stato punto focale della sua esistenza.

D’altro canto, anche la stazione ferroviaria di Mergellina, del terminal della Cumana e della funicolare di Montesanto rispettano lo stesso stile, ricordando anche il Rione Amedeo, San Felice, via Palizzi, San Pasquale e Parco Margherita, che ospitano importanti palazzi realizzati in quello stesso momento storico e che ricordano ancora, insieme al Gambrinus, la Napoli di quel periodo.

Zeppole di San Giuseppe

Zeppole di San Giuseppe: origini e curiosità

di Simona Vitagliano

Prelibatezza per gli occhi e per il palato, le zeppole di San Giuseppe deliziano napoletani ed italiani nel giorno in cui ricorrono i festeggiamenti del santo e della Festa del papà.

Ma quali sono le origini di questo dolce così unico e particolare?

La storia

Quello che di certo si sa è che la zeppola di San Giuseppe è approdata per la prima volta su carta nello storico trattato “La Cucina Teorico Pratica”, del 1837, del  gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino.

Il resto delle storie che si raccontano sulle sue origini, invece, sono tutte un po’ nebulose e differenti tra loro, non solo per contenuti ma anche per i luoghi che coinvolgono.

Zeppola di San Giuseppe

Ipotesi legate alla religione

Dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe si ritrovò a vendere frittelle per poter provvedere al sostentamento della famiglia, una volta approdati in terra straniera. Si sarebbe originata da qui la tradizione che vedrebbe in questi dolci il simbolo tipico anche della Festa del papà, in onore proprio di San Giuseppe.

Un’altra versione implicherebbe il fatto che San Giuseppe è il patrono dei falegnami e degli artigiani, per cui, un tempo, in questa ricorrenza, si festeggiava la “Festa del falegname”, con copiose vendite di giocattoli di legno, di qualunque tipo e qualunque forma. I genitori erano soliti regalarne uno ai propri bambini, ma quando, nel 1968, il giorno di San Giuseppe diventò anche Festa del Papà, i ruoli si sono invertiti ed i figli hanno cominciato la lunga tradizione di regali al proprio padre.

Ipotesi legata all’antica Roma

Siamo, più o meno, nel 500 a.C.

Il 17 Marzo, nell’antica Roma, era una data molto importante: si festeggiavano le Liberalia, feste in onore delle divinità del vino e del grano, Bacco e Sileno. Era una giornata dedicata a vino e frittelle di frumento, che venivano fritte nello strutto bollente.

La giornata di San Giuseppe è successiva di soli due giorni, per cui sarebbe stato così che delle “discendenti” di quelle frittelle siano diventate simbolo anche di questa festività. Probabilmente si tratta semplicemente di una ricetta che si è evoluta nei secoli fino a diventare quella che conosciamo oggi.

Ipotesi partenopea

C’è poi una versione che vede i napoletani protagonisti al 100%.

La classica zeppola di San Giuseppe, come noi la conosciamo, è nata come dolce conventuale, ma anche qui ci sono ancora molti dubbi: c’è chi parla del convento di San Gregorio Armeno, chi di quello di Santa Patrizia, chi ne attribuisce la manifattura alle monache della Croce di Lucca e chi a quelle dello Splendore. Fatto sta, comunque, che la tradizione vuole che i friggitori napoletani solevano esibire la propria arte culinaria friggendo le zeppole in strada, davanti alle proprie botteghe.

Ipotesi pagana

C’è anche da dire che il 19 Marzo si è sempre festeggiata la fine dell’inverno con i famosi “riti di purificazione agraria”, nei quali, in molti paesi del meridione, vengono accesi grandi falò e preparate grosse quantità di frittelle.

Ingredienti e varianti

Sebbene la ricetta campana preveda ingredienti di base del tipo di farina, zucchero, uova, burro, olio d’oliva, crema pasticcera, zucchero a velo e amarene sciroppate per la decorazione, esistono, lungo tutto lo stivale, parecchie varianti che ne decretano preparazioni diverse nelle svariate regioni.

La tipica zeppola pugliese, ad esempio, è fritta nello strutto proprio come antica ricetta vorrebbe; quella itrana (provincia di Latina) prevede una copertura anche a base di miele al posto dello zucchero; la siciliana ha una forma cilindrica e vede tra gli ingredienti anche riso, miele d’arancio e cannella; la zeppola reggina (di Reggio Calabria), invece, è detta zippula ca’ ricotta, e somiglia più a un bignè preparato con farina, zucchero, uova, vanillina e strutto e farcito con ricotta, zucchero, cannella e limone grattugiato; le zeppole molisane e cosentine assomigliano molto a quelle napoletane, mentre quelle teramane (di Teramo), che si ritrovano anche dal Gran Sasso fino alla zona costiera, sono ancora una volta dei bignè, ma questa volta più grandi, farciti con crema pasticciera bianca con l’aggiunta di un’amarena.

Zeppola di San Giuseppe

Fonte: Wikipedia

Quando via Toledo diventò via Roma

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è il punto di incontro, con i suoi locali, di perlomeno quattro importanti vie e Piazze napoletane: via Toledo, via Chiaia, Piazza Trieste e Trento e Piazza Plebiscito.

A proposito, via Toledo o via Roma?

La storia

Forse non tutti sanno che, per la nomenclatura di questa strada, i napoletani si sono addirittura divisi in fazioni, litigando e protestando per giorni.

Ma andiamo con ordine.

Anno 1536. Il vicerè di Napoli,  Pedro Álvarez de Toledo, commissiona agli architetti regi Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa la realizzazione della strada, che doveva estendersi lungo la vecchia cinta muraria occidentale di epoca aragonese che, per gli ampliamenti difensivi, era stata eliminata proprio da don Pedro, perchè ritenuta obsoleta. La strada divenne un importante connettivo di snodo per il popolo ed i commerci e si affermò come uno dei punti nevralgici della città.

Nel 1870, però, accadde qualcosa.

Il 10 Ottobre di quell’anno, infatti, l’allora Sindaco di Napoli, Paolo Emilio Imbriani, pensò bene di accantonare ogni ricordo borbonico, proponendo di cambiare il nome alla strada: l’antica via Toledo sarebbe diventata via Roma, in onore della neo-capitale del Regno d’Italia.
Le opinioni si suddivisero, da subito, in consiglio comunale, tra favorevoli e contrarie: cambiare nome ad un posto intero (lungo 1,2 Km!) dopo 334 anni, in fondo, sembrava quasi un azzardo, un cambio delle tradizioni; nessuno pensava nemmeno più ai Borbone o al viceregno spagnolo pronunciando quel nome, era diventato parte integrante del tessuto sociale partenopeo. Al contempo, naturalmente, c’era chi vedeva in quella nomenclatura un antico retaggio e riferimento ad un periodo di dominazione straniera della città. Ebbene sì, era come se cancellando quel nome dalla toponomastica, Napoli riprendesse, per loro, la “dignità” perduta nel momento in cui si era “ceduta” al dominio estero. Ma può un evento “dimenticato” davvero diventare invisibile e, quasi, “mai accaduto”? Certo che no.

Alla fine si optò per una soluzione che si confaceva al detto “in medio stat virtus“. La strada si sarebbe chiamata “via Roma già via Toledo“. Ma il contentino, sufficiente per acquietare gli animi in consiglio, non fu per niente soddisfacente per i partenopei, che formarono addirittura il famoso “Comitato Pro via Toledo“, che vide l’adesione anche di personaggi illustri.

Ad ogni modo, per moltissimo tempo (oltre 100 anni, fino al 1980) la decisione fu incontestabile e vennero sostituite anche le vecchie targhe stradali con quelle aggiornate. Ma come sempre accade con il focoso popolo napoletano, per un po’ fu necessario piantonarle durante la notte, per evitare vandalismi e scempi.

Fu in quell’occasione che nacque anche una curiosa filastrocca che ancora riecheggia tra gli anziani della città:

Nu’ ritto antico, e ‘o proverbio se noma, rice: tutte ‘e vie menano a Roma; Imbriani, ‘a toja è molto diversa, non mena a Roma ma mena a Aversa“.

Perchè Aversa? E’ semplice: lì era ubicata la prima struttura manicomiale d’Italia, la Real Casa dei matti, aperta nel 1813!