Produzione della birra

Come si fa la birra?

Abbiamo visto che Gambrinus sta alla birra come Bacco sta al vino.

Ma, esattamente, cosa c’è dietro al processo di produzione della birra e perchè è così buona, naturale e tanto bevuta ed apprezzata in tutto il mondo?

Un prodotto tutto naturale

Essenzialmente, la birra è una bevanda che si ottiene da acqua e malto d’orzo, uniti a lievito e luppolo: tutti ingredienti al 100% naturali!

Ma vediamo più nello specifico come avviene questo processo.

FASE 1: Produzione del malto

In questa fase l’orzo o gli altri cereali scelti (come frumento, segale, mais) vengono sottoposti ad un processo di germinazione. Attraverso una immersione in acqua, per 2-4 giorni, si stimola una macerazione, per poi riporre i cereali su alcune griglie, sulle quali riposeranno per 5-6 giorni: in questo momento i semi cominceranno a germogliare.

A questo punto avviene l’essiccazione e la tostatura, che bloccano la germinazione e, a seconda delle temperature utilizzate, lasceranno ottenere un tipo di malto piuttosto che un altro.

FASE 2: Ammostatura

I cereali maltati vengono macinati e miscelati con acqua tiepida: la temperatura sarà fatta salire ancora facendo in modo che l’amido si trasformi in uno zucchero, esattamente il maltosio; si sarà così ottenuto quello che comunemente è definito “mosto“.

Solo in questo momento sarà possibile abbassare la temperatura, in modo che il mosto diventi più chiaro in colore, si sterilizzi e risulti più concentrato. Si aggiunge poi il luppolo, che conferisce il classico sapore e aroma amarognolo alla bevanda. Anche in questo caso, la durata dell’ebollizione varia a seconda del tipo di prodotto finale che si vuole ottenere, ma non si superano quasi mai le due ore.

FASE 3: Fermentazione

Poichè esistono sia birre ad alta che a bassa fermentazione, il mosto viene lasciato raffreddare alle temperature opzionate in base a questa suddivisione.

Da questa scelta dipenderà anche l’utilizzo di particolari lieviti piuttosto che altri.

I lieviti per la birra ad alta fermentazione, ad esempio, prediligono temperature elevate e salgono in superficie durante la fermentazione, trasformando lo zucchero in alcol e producendo anidride carbonica. Questo è il metodo più antico, molto utilizzato per le corpose e aromatiche birre inglesi.

I lieviti per la birra a bassa fermentazione, invece, prediligono le basse temperature e si depositano sul fondo, lasciando che l’anidride carbonica resti nella birra. I prodotti finali ottenuti in questo modo sono le Lager (che in tedesco significa “deposito”), leggere e fragranti, che dopo la fermentazione rimangono, appunto, “a deposito” a temperature inferiori agli 0 gradi, per divenire più stabili e gustose.

FASE 4: Imbottigliamento e pastorizzazione

Nell’ultima fase della sua produzione la birra viene filtrata, pastorizzata e, infine, imbottigliata.
In particolare, il processo di pastorizzazione, che si utilizza anche per moltissimi altri alimenti, come il latte, consiste nel portare la bevanda ad una temperatura di circa 60°, solo per pochi minuti, per liberarla da qualunque batterio che potrebbe risultare nocivo. Al termine di quest’ultimo step la birra risulterà limpida e pronta per essere bevuta.
Ci sono alcune tipologie, però, che non richiedono filtraggio e pastorizzazione: vengono comunemente chiamate Weizen e risultano più torbide, meno trasparenti e con un sapore più intenso, aromatizzato anche dal lievito.

Gelato

La storia del gelato è tutta italiana

Colorato, genuino, rinfrescante; alla frutta o in dolci creme gustose; "caldo" oppure fresco e corroborante; ricco di vitamine, sali minerali, proteine: parliamo del gelato, l'alimento preferito da grandi e piccini durante le stagioni più calde.

Ma sapevate che l’origine di questa leccornia tutta salute è italiana?

Le origini del gelato

Volendo ripercorrere la storia all’indietro, arrivando fino agli “avi” del gelato moderno, si può addirittura arrivare alla Bibbia, nel racconto di Isacco,che offre ad Abramo latte di capra misto a neve: sarebbe una sorta di gelato/granita dell’antichità!

I Romani, poi, parlavano di “nivatae potiones”, dei tipici dessert freddi, ottenuti conservano in alcune cave la neve raccolta durante gli inverni, per poi portarla in città durante le stagioni più calde, mescolandola ad altri ingredienti. Ne parla anche Seneca di queste gustose macedonie di frutta con miele e neve!

Ma per osservare un alimento più simile a quello che conosciamo noi oggi bisogna saltare direttamente al Cinquecento, con un occhio fermo, in particolare, su Firenze. Sarebbe qui, infatti, che colui che è tradizionalmente riconosciuto come il “papà” del gelato, l’architetto Bernardo Buontalenti, avrebbe ideato questa ricetta con latte, panna e uova. Ma questo non è l’unico nome che ruota intorno alle origini di questo fresco alimento estivo.

Ce n’è un altro, sempre italiano, da citare: Francesco Procopio dei Coltelli, gentiluomo palermitano trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole; qui l’uomo aprì il primo caffè-gelateria della storia, rimasto ancor oggi celebre e rinomato in tutto il mondo, il caffè Procope, dove ai clienti serviva proprio porzioni di gelato in vari gusti.

Ma come ha fatto, poi, il gelato italiano a diventare l’ice-cream americano?

Ancora una volta c’è lo zampino di un nostro connazionale!

Fu un certo Filippo Lenzi, alla fine del XVIII secolo, ad aprire la prima gelateria in America; da lì fu un successo clamoroso, così imponente da stimolare la fantasia dei buongustai per nuove proposte su gusti e invenzioni: nacque, infatti, la sorbettiera a manovella, nel XIX secolo, per mano di William Le Young.

Il passo alla produzione industriale in serie è stato brevissimo.

Gelato industriale

I nostri nonni e parenti più anziani sicuramente ricorderanno la rivoluzione portata in tutte le case degli italiani dal “Mottarello“, il primo gelato industriale su stecco, nato proprio qui, in terra nostrana, nel 1948.
Poco dopo, negli anni 50, arrivò (e trionfò) il primo cono con cialda industriale… parliamo dell’unico, mitico, inconfondibile Cornetto!
Ma è negli anni 70, con la diffusione del frezeer domestico, che fu possibile acquistare i primi “secchielli” formato famiglia: il nome “Barattolino” vi dice qualcosa?

Siamo in anni recenti, infine, ed arriva anche la prima versione di gelato-biscotto: il Ringo.

Da lì è stata una continua evoluzione, ispirazione, invenzione, ma gli standard su cui hanno poggiato i gelati di tutto il mondo hanno avuto come matrici proprio questi 3 “avi” così famosi e conosciuti ancora oggi dai nostri bambini.

Campari

Campari: le origini dell’aperitivo italiano

In fondo, non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?

Sono anni, ormai, che la frase di questo spot pubblicitario, ripresa dal filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, rimbomba nelle nostre teste, colorando le nostre giornate anche attraverso tutte le vignette scherzose ed i meme che sono stati creati sulla sua base.

Campari ha sempre fatto del buon advertising, su questo non ci sono dubbi.

Con la saga Red Passion, cominciata alla fine degli anni 90, sono state tantissime le personalità di spicco del mondo dello spettacolo d’oltreoceano a prestarsi per gli spot: da Salma Hayek a Eva Mendes, finendo a Benicio Del Toro.

Eppure il Campari è tutto italiano, con 150 anni all’attivo di una ricetta rimasta invariata nel tempo; com’è nato, quindi, questo mito?

La storia

Siamo nel 1860, in un piccolo bar di Novara, chiamato il “Caffè dell’Amicizia”, rilevato da un certo Gaspare Campari. Qui nasce e si perfeziona quello che sarebbe diventato il bitter che conosciamo oggi, all’epoca chiamato “Rosa Campari“, un alcolico ottenuto dall’infusione in alcol e acqua, di erbe aromatiche, piante e frutta.

Quando la famiglia di Gaspare si trasferisce a Milano, alla fine dello stesso anno, il Campari passerà attraverso la Galleria Vittorio Emanuele II, dove verrà fondato il bar Campari, appunto, e il famosissimo Camparino che, dal 1915, anno in cui viene inaugurato, rivoluziona tutto poichè, dal suo scantinato, parte un impianto idraulico che arriva direttamente al bancone, in grado di garantire flusso continuo di seltz ghiacciato. Lo stesso scantinato/retrobottega dove il proprietario, instancabilmente, lavora a “elisir” alcolici di piacere, tra cui i famosi Bitter all’uso d’Hollanda e il Cordiale. Una assoluta novità!

Il bar presto comincerà a popolarsi di artisti, intellettuali, politici, divenendo alla moda, importante, un punto di riferimento dell’aperitivo milanese.

Quarant’anni dopo viene inaugurato  il primo impianto produttivo a Sesto San Giovanni e l’azienda inizia a esportare all’estero.

E la bottiglietta a forma di calice capovolto, così particolare, da dove arriva?

Ancora una volta bisogna riferirsi alle strategie di marketing sapientemente scelte dai proprietari del marchio.

Nel 1926 viene ingaggiato Fortunato Depero, pittore e scultore all’avanguardia, per occuparsi della campagna pubblicitaria di Campari. In verità, il loro rapporto deve essere cominciato tempo prima poichè nel 1925 si ritrova già uno schizzo di quella che diverrà la famosa bottiglietta, che all’epoca era solo l’immagine per un manifesto pubblicitario.

Davide Campari, figlio e successore di Gaspare al comando dell’azienda, la adotterà come bottiglia dell’aperitivo, adattandola al marchio completamente e personalizzandola, imprimendo la scritta sulla sua superficie di vetro.

Da lì il successo di Campari è stato inarrestabile, globale e mondiale.

Il bitter è stato testimonial di eventi storici, presenza nei film di Federico Fellini, compagnia per milioni di italiani negli sketch di Carosello.

Una ricetta che è diventata simbolo del nostro Paese e ambasciatore di esso nel mondo!

la banda degli onesticaffè2

Un caffè per Totò

Articolo di Michele Sergio

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa del più grande attore partenopeo: il Principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio conosciuto semplicemente con lo pseudonimo “Totò”. Era il 15 aprile del 1967 e una folla numerosissima e commossa dava l’ultimo addio al grande attore nella Basilica del Carmine Maggiore.

Tutti dobbiamo qualcosa a Totò. Tutti noi napoletani siamo cresciuti guardando i suoi film, ripetendo le sue gang e le sue battute e ricordando i suoi sketch. A distanza di mezzo secolo i suoi film hanno ancora la capacità di farci ridere (per la sua comicità unica) e piangere (per i temi trattati ancora attualissimi).

In onore al grande attore napoletano i fratelli Sergio, patroni dello storico Gran Caffè Gambrinus, hanno deciso di dedicargli la sala principale dello storico Locale. L’evento è stato fissato per il 13 giungo (Sant’Antonio) e la madrina nonché ospite d’onore sarà Liliana De Curtis sua figlia che inaugurerà la targa del suo amato padre.

Per l’occasione si è pensato anche di realizzare una torta ed un caffè che prende spunto da quelli preparati nell’epoca di Totò. Negli anni ’50 e ’60 i napoletani erano soliti bere un caffè corretto con l’anice, il cd. “Scarffariello”. Il Caffè Totò riprende questo caffè, che come dice lo stesso nome deve essere rigorosamente scaldato con la lancetta a vapore, oltre ad essere per così dire “strapazzato” dal barista con lo zucchero ed il cacao. Il tutto decorato con il “Cappello di Totò” (un cioccolatino preparato con l’impasto della torta caprese ricoperto di cioccolato).

Sono sicuro che anche ad un “Principe” questo caffè può essere servito!

Grazie Totò

 

Fonte: VediNapoli

Piazza Trieste e Trento, ecco come si chiamava un tempo

La toponomastica napoletana è cambiata più volte, e per i più svariati motivi, nel tempo.

Abbiamo già visto le beghe che hanno riguardato via Toledo/via Roma, una delle strade che portano al nostro Gran Caffè; oggi, invece, ci occupiamo di un altro dei luoghi a noi cari e prossimi: Piazza Trieste e Trento.

La storia

Quella che noi oggi chiamiamo Piazza Trieste e Trento è sicuramente famosa per la Fontana del Carciofo che la riempie nel centro: si tratta di una delle fontane monumentali di Napoli, fatta costruire da Achille Lauro nel periodo della sua giunta comunale, tra il 1952 e il 1957.

Ma, oltre alla nostra presenza sul lato Ovest, al piano terreno del palazzo delle Prefettura, troviamo, ai suoi margini, il Teatro San Carlo, il Palazzo Reale, il Palazzo del Cardinale Zapata, con il suo Museo “Giuseppe Caravita Principe di Sirignano”, dedicato agli artisti napoletani dei due secoli scorsi, e la seicentesca chiesa di San Ferdinando, inglobata alla Galleria Umberto I, da cui questo luogo, inizialmente, prese il nome.

Questa piazza, tra l’altro, ha cambiato non solo denominazione ma anche posizione!

Piazza Trieste e Trento antica

Fino al 1843, infatti, Piazza San Ferdinando sorgeva dove oggi si trova un ampio spazio tra il teatro San Carlo e il palazzo reale, luogo designato a quello che era posto, obliquamente, tra le due strutture: il palazzo Vicereale, chiamato anche palazzo Vecchio, realizzato nel 1540 su progetto di Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, per volere del viceré don Pedro di Toledo, che fu abbattuto nel 1837, quando Ferdinando II delle Due Sicilie (Borbone) ideò un progetto di ampliamento del Palazzo Reale che prevedeva questa “perdita”.

Fu solo nel 1919 che questa piazza prese il nome che noi conosciamo oggi, per volere dei Savoia, in celebrazione della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

Ora come allora, Piazza Trieste e Trento è di forma irregolare, ma è stata trasformata più volte, fino alla fine dell’Ottocento, prima di prendere le sembianze e le connotazioni attuali.

Un altro dei pezzi di storia di Napoli, che ha vissuto insieme a Re, Regine, uomini facoltosi ma che ha anche assistito al passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, presenziando a tutte le fasi della vita partenopea, dall’Ottocento sino ad oggi.

Granita siciliana

La Granita siciliana

di Simona Vitagliano

Il caldo torrido, il ventilatore o il condizionatore acceso, una terrazza, un giardino o una casa vacanze in spiaggia pronta ad accogliere una tavolata di amici a cena: è così che immaginiamo e sogniamo l’estate ogni anno; e nessuno può dirsi immune al fascino di un dopocena o di un dessert fresco offerto da una dolce granita di frutta.

Quello che non tutti sanno, però, è che quella che normalmente, oggi, chiamiamo “granita” non è che una lontana “cugina” della più antica e tradizionale granita siciliana!

Granita siciliana: l’idea tradizionale di dolce ghiacciato

Se tanti supermercati e gelatai offrono granite a buon mercato, che altro non sono che ghiaccio “contaminato” da un gusto fruttato o aromatizzato a menta, vaniglia ed altri sapori, la Sicilia ha una tradizione tutta sua in fatto di granita, ed ha tanto da insegnare.

La vera granita siciliana, infatti, è un composto di acqua, zucchero e frutta, che viene ghiacciato lentamente ma mai completamente, mescolandolo continuamente in modo da ottenere un risultato cremoso e non semplicemente duri cristalli di ghiaccio aromatizzati.

Un’altra differenza importante tra la comune granita e questa crema siciliana è che quest’ultima non viene mai consumata a fine pasto, ma sempre a colazione oppure durante uno spuntino, accompagnata da pane o da una brioche, nel gusto che si preferisce.

Di solito le opzioni riguardano: limone, fragola, pistacchio, caffè, ma esistono alcune varianti che, di luogo in luogo, sono reputate “specialità”, inserite nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani, come la granita ai gelsi neri e quella alla mandorla.

Meno frequenti, ma altrettanto ricercati, sono i gusti al fico d’India, al gelsomino, al cioccolato, alla pesca, al mandarino o all’ananas.

Ma torniamo ancora indietro nel tempo: se le granite comuni provengono da quella siciliana, dov’è da ricercare la matrice comune nel passato?

Storia della granita siciliana

L’idea generale  è che dietro la ricetta della granita siciliana ci sia addirittura una bevanda araba, chiamata sherbet.

Si tratta di un succo di frutta ghiacciato, aromatizzato con acqua di rose, con cui i siciliani vennero a contatto durante l’epoca della colonizzazione.

La cosa curiosa è che, inizialmente, la granita siciliana veniva preparata raccogliendo grandi quantità di neve dall’Etna (e dai monti vicini), sfruttando delle niviere in pietra, create dentro grotte naturali, per evitare che si sciogliesse e, soprattutto, che perdesse quella temperatura fresca naturale. Con il passare del tempo quella stessa neve si ghiacciava e veniva asportata grattando sulle lastre che si formavano e trasportando il tutto aggiungendo del sale, che manteneva bassa la temperatura; questo anche perchè è facile immaginare che il consumo di questa pietanza avvenisse maggiormente nelle stagioni più calde.

La granita veniva successivamente preparata in un contenitore d’acciaio, che girava continuamente proprio come una sorta di miscelatore, a sua volta contenuto in un pozzetto con neve e sale.

Proprio questo tipo di preparazione deve aver ispirato un altro nome che identifica questo fresco dolce aromatico, sia in Sicilia che nella nostra Campania: la rattata, cioè, appunto, la “grattata”.