Aperitivo all'italiana

L’aperitivo… all’italiana

Oggi è tornato di moda quello che i giovani chiamano “ape”, l’aperitivo all’italiana, da consumare nella pausa tra la fine degli orari d’ufficio e la cena, contaminato, però, dall’influenza britannica dell’Happy Hour: cibo, spesso, non troppo raffinato, drink e bevande alla buona, buffet riempiti con ogni sorta di pietanze, senza la minima predilezione, ad esempio, per il finger food o, comunque, per un tocco chic e caratteristico che, invece, ha contraddistinto quest’usanza in passato. Una tradizione, tra l’altro, tutta Made in Italy.

Come nasce l’aperitivo all’italiana

Questo “rito” è nato a Torino, intorno alla fine del 1700.

In quel periodo, infatti, Antonio Benedetto Carpano inventò il vermouth, un vino liquoroso aromatizzato con erbe e spezie, che faceva da sottofondo in pause non solo pre-cena, ma anche pre-pranzo, insieme a stuzzichini dolci e salati, diffondendo questo, che divenne un vero e proprio culto, da sotto i portici di piazza Castello in tutti i caffè della città e, poi, oltre, verso Milano, Genova, Firenze, Venezia e la nostra Napoli, diventando tradizione abitudinaria di tutti i cittadini italiani della borghesia, anche più tardi, nell’Ottocento.

Ogni città diede vita anche a delle rivisitazioni tutte personali: a Venezia, ad esempio, sono nati i bacari, dove consumare i famosi cicchetti (spuntini), bere un tipico spritz o un’ombra (un calice di vino).

Non solo vino

In effetti, quella di bere cocktail non era un’abitudine consolidata fino a non troppo tempo fa: questi drink, infatti,prima degli anni 50,  erano pressoché sconosciuti nel nostro Paese.

Grazie alla presenza di turisti internazionali e, soprattutto, statunitensi nei nostri hotel, però, i barman hanno dovuto imparare a districarsi tra Bloody MaryMargarita Daiquiri, diffondendo il culto ed il gusto dell’alcolico che ha, per molti, sostituito quello del buon vino nostrano e dell’analcolico, fino ad arrivare a vere e proprie esagerazioni e manifestazioni di cattivo gusto.

L’aria chic e retrò dei tradizionali aperitivi all’italiana si è contaminata, così, non solo con le ispirazioni inglesi ma anche con quelle americane, divenendo una sorta di mix che di nostrano ha solo un vago ricordo ed un retrogusto lontano.

Noi del Gambrinus, insieme agli amici del Camparino di Milano, siamo fieri di aver conservato lo stile e la proposta tradizionale di un tempo, lasciando intatta la nostra identità non solo di napoletani ma anche di italiani!

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Caffè sospeso, da antica abitudine napoletana a fenomeno nazionale

articolo scritto da Michele Sergio

pubblicato sul “Il Roma” il 09 ottobre 2017

Il caffè sospeso è un’antica e generosa usanza napoletana consistente nel lasciare pagato al Bar un caffè per una persona sconosciuta che, così, pur non potendoselo permettere, potrà, comunque, berlo. Un grande conoscitore di cose napoletane come Luciano De Crescenzo ha felicemente colto lo spirito del caffè sospeso: “quando un napoletano è felice per qualche ragione decide di offrire un caffè ad uno sconosciuto perché è come se offrisse un caffè al resto del mondo”.

E’ nei difficili anni che seguono l’unità di Italia che comincia a diffondersi l’usanza del sospeso che diventerà, poi, vera e propria abitudine agli inizi del ‘900 con l’introduzione de La Pavone, la prima macchina da bar per la preparazione del caffè espresso, che consentiva di preparare l’amata tazzina di nera bevanda in meno di un minuto (di qui il termine espresso, veloce, come il più veloce dei treni, l’espresso per l’appunto).

La seconda guerra mondiale sarà decisiva a porre nell’oblio la generosa usanza del caffè sospeso, ma con il nuovo millennio essa viene riscoperta nel più generale ambito del percorso di recupero delle tradizioni napoletane avviato da circa un ventennio dai migliori ambiti culturali napoletani.

Oggi il caffè sospeso è nuovamente pratica invalsa dappertutto nel territorio cittadino e che vede generosi protagonisti anche i turisti i quali, oramai, lasciano di sovente un sospeso allo stesso modo in cui lanciano la monetina nella Fontana di Trevi a Roma, con tanto di selfies ad immortalare lo storico momento. L’antica abitudine dei più generosi signori napoletani è divenuta vero e proprio fenomeno nazionale, avendo già da alcuni anni varcato i nostri confini metropolitani e regionali, diffondendosi nelle altre città italiane, fino ad attirare la curiosità di giornali e televisioni straniere, interessate a conoscere un comportamento dai significativi risvolti sociologici.

Ispirate al ns. caffè sospeso, si stanno, infine, diffondendo simili pratiche in altri paesi del mondo come, ad esempio, la baguette sospesa in Francia. Chissà che a breve –  e non c’è che da augurarselo – non si possa bere una birra sospesa a Monaco di Baviera, piuttosto che sorbire un thè sospeso in un pub inglese o, perché no, un karkadè sospeso tra le strade de Il Cairo.

 

Salotto letterario

Come sono nati i salotti letterari?

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è un posto che raccoglie storia, tradizione e epoche lontane, in un mix continuo di passato, presente e futuro.

Lo Stile Liberty che lo ha forgiato, l’usanza del caffè sospeso, la tradizione del Cafè Chantant, che ha dato i natali alla parola “sciantosa“, e i salotti letterari che hanno preso vita al suo interno rappresentano alcuni dei motivi per i quali il suo suolo è stato calpestato dalla nobiltà napoletana e dai personaggi più illustri di ogni epoca.

Ma come sono nati i salotti letterari?

L’origine

Secondo uno scritto del 1825 di  Fontenelle, un salotto letterario è “il luogo dove le persone amano trovarsi per conversare piacevolmente“.

Per cercare le origini di questa usanza, che è stata molto in voga, per lunghissimo tempo, in tutta Europa e non solo, bisogna andare indietro nel tempo, superando secoli e secoli di guerre, popoli e tradizioni: una quantità di anni così grande che ci riporta ai greci.

A quei tempi, infatti, esisteva il symposion, una tavola imbandita intorno alla quale si decantavano versi e si svolgevano discussioni di varia natura, includendo arte, letteratura, filosofia e politica.

Non ci volle molto per “contagiare” i romani, riuscendo a mantenere questa tradizione anche nel medioevo e nel rinascimento, dove tutto era divenuto un intrattenimento della nobiltà, in ambienti privilegiati come ville, magari di qualche mecenate, castelli e monasteri. Durante l’umanesimo si cominciò a parlare di sodalitates litterarum o di contubernales: null’altro che salotti letterari che riuscirono, in particolare, ad attivare l’espansione culturale fuori dalle università o dagli ambienti religiosi, cominciando a sdoganare, di fatto, la cultura. Iniziarono a diffondersi, infatti, salotti di editori o dedicati alla poesia, allargando il raggio di partecipazione verso tipologie di persone differenti e di altro rango. Nacquero così le accademie che, durante l’illuminismo, vennero finalizzate al sapere; un sapere che diventò, così, più “borghese”, tant’è che le riunioni cominciarono a svolgersi anche in case private. Fu proprio in quel periodo che si affermò la figura dell’organizzatore o dell’anfitrione, che spesso era una donna, assolutamente lontana dall’ambiente laico o ecclesiastico dell’alta società.

I salotti letterari francesi, parigini su tutti, primeggiarono per fama, poichè vi partecipavano, spesso, personalità di spicco attraverso le quali filtravano le discussioni e si forgiavano nuove correnti di pensiero; è nata così l’idea di salotto letterario moderno, che ci accompagna ancora oggi.

Volendo schematizzare le qualità che si danno per scontate in ogni riunione del genere si può dire che:

  • gli incontri sono liberi, spontanei e informali;
  • i partecipanti hanno contiguità socio-culturale;
  • le riunioni hanno soprattutto un interesse intellettuale;
  • è riconosciuta uguale capacità intellettuale ai partecipanti, anche in presenza di una personalità predominante.