Gambrinus: tra storia e cultura

Napoli è sempre stata una città dai mille volti, dove sacro e profano, eleganza e semplicità hanno continuamente convissuto e dominato la scena, creando contrasti e chiaroscuri degni dei migliori dipinti rinascimentali.

Proprio questa sua caratteristica l’ha sempre resa interessante meta per molti turisti, non solo, ma anche per letterati, artisti ed intellettuali che hanno trovato nei suoi panorami ispirazioni per canzoni, poi diventate famose in tutto il mondo, o per libri, opere d’arte e poesie.

Napoli, infatti, è stata anche punto obbligato di quello che veniva chiamato il Grand Tour, quel viaggio tutto europeo svolto dai ricchi giovani dell’aristocrazia, più o meno a partire dal XVII secolo, con una missione prettamente culturale.

Molti di questi personaggi di spicco, inevitabilmente, si sono ritrovati anche a passare per il Gran Caffè Gambrinus, il salotto liberty partenopeo che, da quasi 160 anni, anima il centro storico della città.

Le evoluzioni del Gambrinus

I locali del Gambrinus erano già lì quando infiammavano i conflitti mondiali e sono stati, nel tempo, testimoni di tantissimi avvenimenti storici importanti della città di Napoli.

Tutto è partito nel 1860, con la caduta del Regno delle due Sicilie: all’interno di alcune sale dell’antica sede della foresteria del Palazzo Reale, l’imprenditore Vincenzo Apuzzo dette vita a questo luogo che, probabilmente, non poteva immaginare che avrebbe identificato un’intera epoca, oltre che la città stessa.

Ne nacque una sfida bonaria con uno dei primi bar mai fondati a Napoli, il Caffè Europa di Via Chiaia di Mariano Vacca, a suon di feste eleganti, ospiti importanti e menti eccellenti.

Purtroppo, solo pochi anni dopo (1885) questa “bella vita” cominciò a diventare troppo onerosa ed il caffè si ritrovò in bancarotta, tanto da dover chiudere i battenti.

Dopo soli 5 anni, però, Vacca ne comprò i locali, li rimise in sesto e li ammodernò, lasciandoli invadere da un pubblico sempre più elitario: l’atmosfera che era stata ricreata, infatti, era praticamente unica, poiché alcuni artisti avevano decorato le pareti ed i soffitti con le proprie opere, dando vita ad una insolita galleria di arte contemporanea.

Quello che conosciamo come Gran Caffè Gambrinus, quindi, ha ufficialmente aperto nel 1890: il nome è un omaggio al bacco della birra.

Tra i più grandi giornalisti partenopei ed artisti nazionali, i suoi tavoli hanno ospitato anche personalità di spicco a livello mondiale, come il nostrano Gabriele D’Annunzio o Oscar Wilde.

Ed è proprio da queste giornate che sono nate opere come “’A vucchella”, la canzone scritta da D’Annunzio, appunto, e Ferdinando Russo in una sorta di sfida all’ultimo inchiostro, “’O sole mio” o le tradizionali “Spingole francese” e “Funiculì funiculà”.

La fortuna, però, non ha sempre girato a favore di questo luogo così rinomato, tant’è che, dopo un periodo di fulgido splendore durante la Belle Époque, nel 1938 venne imposta la chiusura per schiamazzi dal prefetto Giovanni Battista Marziale, che viveva nei paraggi e assicurava che il sonno della moglie venisse costantemente disturbato.

Fino al 1952, così, gli spazi lasciati nell’ombra da questo provvedimento furono occupati dall’Amministrazione provinciale del Banco di Napoli: ebbene sì, il Gambrinus divenne la filiale di una banca!

Finalmente, dopo questa lunga pausa, il locale riuscì a tornare attivo, arrivando sino ai giorni nostri ad offrire un buon caffè o una gustosa sfogliatella anche a personaggi moderni influenti ed importanti come, ad esempio, il Cancelliere federale della Germania Angela Merkel.

Napoli, il caffè ed il malocchio

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su IL ROMA il 16 settembre 2018

 

Diceva il grande Eduardo “non è vero ma ci credo”. Questa frase, più di tutte riassume l’approccio dei napoletani con la superstizione. Il napoletano ama vivere la vita, è allegro, solare, amante della compagnia ma ha anche un profondo rispetto per tutto ciò che può avere un influsso positivo o negativo sulle persone o sulle cose.

Nessuna città del mondo ha così tante leggende, storie e riti sulla superstizione quanto Napoli: dal Munaciello (spirito presente nelle case raffigurato con gobba e tuba dai comportamenti benefici o malefici) al malocchio (convinzione popolare che lo sguardo delle persone possa avere effetti negativi), dalle superstizione da tavola (non capovolgere il pane, non incrociare le forchette nel piatto, non passare il sale nelle mani di altro commensale, non sversare l’olio per terra, non accomodarsi a punta di tavolo) alle altre tante superstizioni come non rompere lo specchio (7 anni di disgrazie), non passare sotto una scala e non attraversare la strada in presenza di un gatto nero.

Ma esiste un metodo per combattere il malocchio (per chi ci crede ovviamente)? Il popolo napoletano, da sempre dotato di grande fantasia, non poteva non escogitare rimedi per combattere gli influssi negativi. Il sistema migliore è quello consistente nello sfregiare un corno rosso (una sorta di amuleto che sfregiandolo allontana il malocchio) ma anche accarezzare un ferro di cavallo o toccare un gobbo possono essere validi sistemi.

Insomma per un napoletano verace la superstizione è qualcosa che coinvolge tutto, persone, animali, oggetti e addirittura cibi e bevande ed è così intrinseca nel nostro modo di vivere che quasi non ne facciamo più caso.

Anche la bevanda preferita dal popolo napoletano, il caffè, non poteva essere immune dalle superstizioni e sin dalla sua introduzione del Regno delle Due Sicilie, il caffè ha dovuto fare i conti con il malocchio. Sia perché produceva effetti sul sonno sia perché era la bevanda ideale per somministrare filtri e veleni, molti pensavano che il nero infuso fosse la bevanda del diavolo e il caffè non riusciva ad imporsi nella nostra città. Fu grazie, però, al più grande esperto di jettatura del ‘700, il professore emerito di diritto Nicola Valetta, che convinse il popolo napoletano di quanto il caffè, lungi dall’essere dannoso, era invece bevanda salutare e genuina (nella sua canzonetta, il Valletta dice di bere fino a tre tazze al giorno senza riscontrare nessun effetto negativo) che il caffè riuscì a conquistare i partenopei. Il suo successo fu così grande che Napoli divenne città del caffè e addirittura la smorfia, il libro dei sogni utilizzato dai giocatori del lotto, non poteva non dedicargli un numero tutto suo: il 42, ‘o cafè.

Non tutti sanno però che il caffè non “fa” sempre 42. Infatti in base ai sogni del giocatore cambia il numero da giocare. Sognare di bere un caffè fa 90 ma offrirlo fa 35, prepararlo fa 52, macinarlo fa 13, venderlo o acquistarlo fa 79, tostarlo fa 84 ed infine essere in un Caffè 68. C’è, quindi un sottile filo rosso che unisce i sogni, il caffè, la Smorfia e la superstizione in una delle città più esoteriche d’Italia.

Anche somministrare olio, sangue o altre sostanze all’interno della tazzina di caffè può avere effetti per così dire “magici” nei confronti della persona che la sorbisce. È risaputo che molti secoli fa le donne napoletane erano solite ricorrere a tali stratagemmi come filtro d’amore per legare a loro i gli uomini amati.

Esiste ancora un altro legame a Napoli tra caffè e superstizione: la cafeomancia (caffeomanzia o lettura dei fondi del caffè) un oracolo attraverso il quale si può prevedere il futuro. Questa era una pratica molto in voga nel settecento e nell’ottocento nella città di Partenope. Oggi è poco diffusa anche se a detta di chi l’ha provata è veramente efficace per predire il futuro.

Infine il malocchio è “contrastato” anche nelle Caffetterie dai gestori e dai baristi i quali prendono dei piccoli “accorgimenti” come strumento per “proteggere” la loro attività dal malocchio. Il più classico consiste nel salutare la Bella ‘mbriana, cioè salutare lo spirito benigno che la protegge quando la mattina si apre l’attività commerciale (ma anche una casa). Guai a non farlo! La Bella ‘mbriana si potrebbe offendere e tramutare le positività in negatività! Un’altra buona regola è non avere il tavolo numero 17 all’interno della sala dei clienti perché potrebbe “rovinare” gli affari del locale. Buona norma è tenere sempre in bella vista cornicielli e ferri di cavallo per sfregiarli prontamente in caso di malocchio “imprevisto”. Quindi, quando non sapete cosa regalare ad un napoletano, sappiate che un corno rosso è sempre un gradito (e utile) regalo.

La regina Maria Carolina e il caffè

La Regina e il primo caffè di corte

Che la città di Napoli deve tantissimo alla famiglia dei Borbone è cosa risaputa. Il patrimonio artistico- culturale, l’architettura, le innovazioni tecnologiche e molto altro ancora, sono solo alcuni degli aspetti voluti e lasciatoci dai membri della famiglia reale dei Borbone durante la loro reggenza napoletana.

Curiosità dal passato

Forse non tutti sanno che proprio ai Borbone in particolare alla Regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena, si deve il merito di aver portato nella nostra città e sulle nostre tavole il caffè.

Maria Carolina, figlia di Maria Teresa D’Austria e sorella della Regina di Francia Maria Antonietta, sposò giovanissima Ferdinando IV re di Napoli.

Mai coppia fu così mal assortita: lei giovane istruita e ambiziosa, lui rozzo, per niente erudito e soprattutto poco avvezzo agli impegni di palazzo. Secondo fonti storiche, re Ferdinando IV era infatti attratto più dalla caccia e dalle donne, che dal potere a dispetto della moglie che invece preferiva governare. Nonostante questo improbabile sodalizio la coppia vantò circa 18 figli e un regno piuttosto longevo.

Il primo caffè a corte

La sovrana amava frequentare salotti intellettuali e organizzare feste sontuose e proprio durante uno di questi ricevimenti, avvenuto nel 1771, fece servire il primo caffè importato dalla corte di Vienna.

A Napoli in realtà questa bevanda era già arrivata da diverso tempo grazie al lavoro dei mercanti Veneziani, ma spesso essa veniva utilizzata come rimedio per i convalescenti. Il suo colore scuro inoltre le recava non pochi pregiudizi, tanto da essere definita dalla chiesa cattolica come la bevanda del diavolo.

Grazie invece alla regina Maria Carolina, che iniziò a portare diversi usi e costumi viennesi alla corte di Napoli, anche il caffè fu visto sotto una luce diversa e divenne una bevanda da consumare negli ambienti aristocratici.

Iniziò ad essere servito durante i balli che si svolgevano alla Reggia di Caserta, dai camerieri vestiti di tutto punto, subito dopo la cena, diventando, un appuntamento serale a cui era impossibile mancare.

 

 

 

 

Le mille culture del caffè

Come si beve il caffè nel mondo. La sua funzione di catalizzatore tra i popoli diversi

Articolo scritto da Michele Sergio pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di settembre 2018

Non c’è bevanda al mondo coinvolgente come il caffè: lo si beve a tutte le latitudini, anche in paesi che, per cultura e tradizione, sono in passato stati restii a consumarlo, preferendo il tradizionale the.

Patria indiscussa del caffè resta, ovviamente, l’Italia. Non è un caso che i termini della lingua italiana caffè, cappuccino, espresso, caffellatte, macchiato, sono oramai usati internazionalmente nell’ambito della caffetteria. Nemmeno è un caso che le più importanti “città del caffè” sono italiane, oltre a Napoli che ne è la capitale, Torino, Venezia, Roma, Firenze e Trieste. Ciò nonostante l’amata bevanda non è originaria della nostra penisola bensì della regione Kaffa in Etiopia ed il primo popolo che iniziò a farne uso furono gli arabi. Ancora a conferma della universalità del caffè dobbiamo aggiungere che lo stesso ha avuto grande sviluppo in termini di produzione nei paesi subtropicali come il Brasile, la Colombia, il Costarica, il Vietnam, l’Indonesia, il Kenya, dove gli arbusti si sono adattati con successo al loro clima. Non dimentichiamo, infine, che, accanto ai paesi produttori, il caffè si è diffuso anche, e soprattutto, nei paesi consumatori ovvero in quelli ad alto consumo del nero infuso: Italia, Francia, Spagna, Austria, Germania, Stati Uniti d’America.

Il caffè, anche se bevuto con ricette e metodi differenti di preparazione nelle diverse parti del mondo, costituisce, dovunque e trasversalmente, un importante catalizzatore sociale, proprio come la musica o il cinema, in grado di unire persone di differenti lingua e cultura. Prova ne è il fatto che turisti da tutto il mondo vengono a Napoli per provare il nostro caffè, unico e inconfondibile, serbando l’espresso napoletano tra i ricordi più piacevoli della loro vacanza.

Bevuto a Napoli il caffè ha la capacità di vero e proprio “rompighiaccio”, pretesto di confronto, motivo di dialogo e buon convogliatore di conoscenza tra visitatori stranieri e baristi napoletani. Ciò succede anche altrove, sebbene in misura minore.

Il caffè, insomma, è bevanda capace d’unire le mille culture, superando, con un suo sorso, differenze e diversità! Nel contesto internazionale attuale, con gravi problemi legati alle migrazioni dei popoli, ai conflitti razziali e a quelli religiosi, la tazzina di caffè può costituire un piccolo esempio di come, con poco, si possano abbattere differenze ed incomprensioni: condividere la bevanda universale è dialogare, incontrarsi, conoscersi, capirsi. I luoghi dove si beve il caffè, dal più piccolo dei bar alla rinomata caffetteria, escludono paure, incomprensioni e differenze, rappresentano l’ideale stanza dell’intercambio linguistico e culturale, dove “lo straniero” incontra “l’altro straniero”, dove è più facile capire che, aldilà delle apparenti differenze, i popoli non sono stranieri ma costituiscono i figli diversi della stessa famiglia, quella del genere umano oltre colori e religioni!

Non vogliamo essere presuntuosi ma, pensiamo e con convinzione, che un caffè condiviso contribuisce a rendere il mondo un posto più bello dove trascorrere quella esperienza meravigliosa che è la vita.

   Turchia – Il Turk Kahvesi

La diffusione del caffè in Europa, a partire dalla fine del XVII secolo, costituisce evento veramente rivoluzionario nel costume e nelle abitudini alimentari degli abitanti del Vecchio Continente. Aprono le bot­teghe del caffè e il nero in­fuso seduce gli europei con il suo gusto forte ed intenso; nero infuso, sì, perché di infuso si tratta. Tale originario modo di preparare e bere il caffè è rimasto inalterato nei secoli ed è tutt’ora in uso nei Paesi Arabi, mentre in Europa e nelle Americhe hanno avuto successo differenti tecnologie e ricette.

In Turchia, dove si origina e perma­ne la preparazione del caffè come infu­so, la bevanda nazionale è il famosissimo kavhe (protetto dall’Unesco come Patrimonio dell’umani­tà dal 2013), che si prepara facendo bollire la pol­vere di caffè in un particolare bricco con il manico lungo (chiamato ibrik), solitamente in ottone. La macinatura del caffè deve essere molto fine. Una volta pronto questo caffè deve riposare per qualche minuto affinché la polvere si depositi sul fondo del bicchiere.

 Vienna – Dalle Kaffeehaus all’Einspänner

Data ufficiale della diffusione del caffè in Europa è il 1683, anno dell’assedio di Vienna da parte dei Turchi Ottomani, nel cui accampamento i soldati degli eserciti europei, dopo la vittoria, rinvennero chicchi e polvere di caffè. E’ così che il caffè fa il suo ingresso alla corte di Vienna e di qui rapidamente si diffuse con il sorgere di “botteghe del caffè” che poi, successivamente, saranno chiamate KaffeeHaus. Dopo oltre 300 anni Vienna è citta del caffè, con molti Caffè storici riconosciuti patrimonio Unesco quali istituzione tipica della società viennese. Tra le bevande a base di caffè più amate dai viennesi ricordiamo il Melange, il Kapuziner e l’Einspänner che sono tutte varianti del caffè con l’aggiunta di latte e panna.

 Francia – Les Cafès de Paris

Il caffè in Francia arriva verso la metà del XVII secolo ed il primo Caffè parigino, il Le Procope, apre i battenti nel 1683. Il caffè non conquista subito il cuore dei francesi anche per il vero e proprio “boicottaggio” promosso dai vinicoltori che temevano che il “Vino d’Arabia” potesse mettere in crisi il Vino Francese. Superate le resistenze, il caffè si diffonde ben presto e verso la fine dell’ottocento Parigi è ricca di Café, luoghi di animazione dei boulevards, non semplici caffetterie ma ritrovi dove poter mangiare e bere vino, ostriche e champagne e, ovviamente, caffè. La loro struttura è inconfondibile: verande, coperture, sedie e tavolini in stile Belle Epoque. In Francia ebbe grande successo la French Press una macchina da caffè casalinga con lo stantuffo che i nostri cugini d’oltralpe utilizzano per preparare il loro caffè.

 U.S.A. – Dal caffè filtro alle grandi multinazionali del caffè

Come si beve il caffè negli Stati Uniti? Per chi non fosse mai stato nel nuovo continente è possibile farsene un’idea guardando i film americani dove si vedono gli attori con in mano bicchieri monouso pieni di caffè, tra le trafficate strade newyorkesi o negli uffici allocati nei grattacieli con in mano il famoso Mug o, infine, nei punti di ristoro dove la cameriera di turno cammina tra i tavoli dei clienti con questa specie di caraffa che negli States si chiama bowlIl tipo di caffè che amano gli americani è il caffè filtro ovvero un tipo di caffè preparato versando acqua calda sul caffè macinato, raccogliendo in una caraffa il liquido risultante tramite l’aiuto di un filtro. Con il passare del tempo si sono imposte le grandi catene del caffè che “impongono” l’idea americana di bar e caffetteria in tutto il mondo.

 Messico – Cafè de Olla

Il Centro ed il Sud America sono paesi coltivatori ed esportatori del caffè. Il Messico è un paese dove il caffè è molto consumato. Esiste uno speciale tipo di caffè, voce fondamentale dell’esportazione messicana, che viene cotto in pentole di terracotta e preparato con una stecca di cannella, zucchero di canna, caffè in polvere e acqua bollente.

 

 Irlanda – L’Irish Coffee

Si racconta che negli anni ’40 del secolo scorso, nell’aeroporto di Shannon, il barman Joe Sheridan aveva l’abitudine di ristorare i viaggiatori esausti ed infreddoliti con un caffè arricchito con whiskey e zucchero. E’ l’Irish Coffee, un drink dal gusto forte e delicato al contempo, che regala note di dolcezza al palato. Con un bicchierino di whisky irlandese, zucchero di canna, caffè caldo e panna addensata, s’ottiene un’ottima alternativa al caffè tradizionale. Quando la notizia di questo caffè arrivò negli Stati Uniti, grazie ad un giornalista del San Francisco Chronicle, una volta assaggiato riscosse grande successo, facendo meritato ingresso nella lista ufficiale dei Cocktails IBA.

 Vietnam – Il caffè Ca Phe Da

Una bevanda davvero rinfrescante composta da una tazzina di caffè, 3 di acqua bollente, ghiaccio e due cucchiai di latte condensato. Per chi volesse osare invece consigliamo di assaggiare il Ca Phe Trung, un caffè speciale dove i chicchi di caffè vietnamita filtrati si amalgamano perfettamente con una crema a base di tuorlo e latte condensato.

 Etiopia – Il Caffè Buna

Il caffè tipico dell’Etiopia è contraddistinto da un sapore ricco e profumato aromatizzato al cardamomo nero. La preparazione di questa bevanda è una vero rituale che va dalla tostatura in padella dei chicchi, alla macinatura di quest’ultimi nel mortaio, fino all’infusione nella jebena, una tradizionale caffettiera in terracotta che cuoce sui carboni ardenti.

 Senegal – Caffè e religione

In questo paese il caffè è un vero e proprio rito: accompagna i fedeli nella recita delle preghiere quotidiane. Viene chiamato Touba in omaggio alla città sacra del Senegal. Si prepara versando in una tazza caffè, zucchero con aggiunta di selim (una spezia) e chiodi di garofano.

 Paesi scandinavi – Il Karsk

Forse non tutti sanno che in Norvegia, Svezia e Finlandia c’è il più alto consumo pro capite di caffè al mondo; qui se ne consuma in media circa 10 chili a persona l’anno.  La versione speciale è il Karsk, caffè rurale con consistente aliquota di liquore, utile a combattere il clima rigido. Veramente unica è l’usanza di mettere sul fondo della tazza una moneta e versare il caffè fino a sommergerla completamente. Dopodiché si versa del liquore fino a che la moneta non riemerga di nuovo.

 

 

 

Storie e curiosità sul prosecco

L’aperitivo senza prosecco è un aperitivo a metà. Eh si il prosecco, il vino semplice dalle mille bollicine, è il protagonista indiscusso di quelli che potremmo definire i “festeggiamenti all’italiana”. Che si tratti infatti di un semplice aperitivo o di festeggiare una ricorrenza come lauree, compleanni, anniversari il prosecco non può veramente mancare in un’occasione speciale.

Nonostante sia il vino più famoso di sempre, non tutti conoscono la sua storia e le sue origini, per questo abbiamo deciso di raccontarvi qualche curiosità davvero interessante.

Le origini

Partiamo subito col dire che il prosecco è un vino interamente “made in Italy”. Realizzato infatti  nel Friuli Venezia Giulia a partire dal 1300 e successivamente nel Veneto.

Storicamente l’antenato di questo vino era la ribolla, vino prodotto dalla città di Trieste, città che secondo alcune fonti a partire dal 1382, si pose sotto la protezione dell’Austria stipulando l’Atto di dedizione. La città di Trieste per beneficiare di tale protezione si impegnò ad inviare annualmente alla casa Asburgica 100 anfore di questo particolare vino.

Il nome prosecco invece deriva dal Castello di Prosecco, dove fu successivamente prodotto nel periodo del 1500. Tale nome gli fu conferito anche per distinguere questo vino dagli altri di più bassa qualità, prodotti nelle medesime zone. La produzione di questo vino ha iniziato ad estendersi anche in altre città  del nord Italia a macchia d’olio.

Nel corso dei secoli, questo vino è riuscito sempre a ritagliarsi una fetta di popolarità e a non perdere mai consensi, nonostante il trascorrere del tempo.

Orgoglio made in Italy

Dunque uno dei meriti del prosecco è sicuramente quello di essere un vino che ha sfidato i secoli e conquistato i palati di tutti. Un vero orgoglio made in Italy esportato in tutto il mondo. Diventato estremamente popolare negli anni ’90 del Novecento a questo vino è stata conferita però la denominazione DOC solo nel 2009.

Una curiosità su tutte? Nel 2014 il prosecco è stato il vino più venduto, superando addirittura lo champagne. L’Italia continua nel tempo a detenere il primato in assoluto del mercato del prosecco.

Non c’è che dire un vero successo imprenditoriale italiano.

Quali sono i più bei Caffè storici d’Europa

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 02 settembre 2018

La data ufficiale dell’arrivo del caffè in Europa è il 1683: i Turchi dell’Impero Ottomano asse­diano Vienna per alcuni mesi, fino a quando gli eserciti europei coalizzati non li respin­gono costringendoli a mollare la presa. Nell’accam­pamento nemico i soldati degli eserciti vincitori rinvengono chicchi e polvere di caffè ed è così che alla corte di Vienna si comincia a bere questo nuovo infuso.

La diffusione del caffè è, dunque, databile alla fine del ’600. Ben presto da Vienna a Parigi, poi a Venezia e, quindi, presso le principali famiglie reali d’Euro­pa, si comincia ad apprezzare la nuova bevanda, in­trigante per l’intenso sapore del tutto nuovo.

Il caffè, in breve, diventa una moda e dai Palazzi dei regnanti si sposta nelle strade con la nascita delle prime Botteghe del Caffè, in seguito Caffet­terie, Café, Coffeehouse, Kaffeehaus, Cafés, varia­mente denominate a seconda dell’idioma della città dove sorgono sempre più frequentemente.

Il prestigio di tali ritrovi aumenta sempre più per es­sere frequentati da poeti, letterati e musicisti illustri che ne fanno la sede elettiva per incontri, discussio­ni e, finanche, luogo dove trovare la giusta ispirazio­ne creare e comporre. In tutte le capitali del Vecchio Continente, dunque, non ci si siede al Caffè solo per degustare bevande specifiche – caffè, tè, cioccolata, birra, vino pregiato – o prelibatezze culinarie e di pasticceria realizzate dai migliori chef dell’epoca e dai più estrosi maestri pasticcieri e gelatieri (o ge­latai) che i gestori dei Caffè ingaggiano per offrire il meglio ai propri avventori. Molte di queste attività sono ancora attive, incuranti dei secoli e costitu­iscono veri e propri presidi storici custodi dei fasti antichi e della memoria delle grandi personalità che li frequentavano. Impossibile parlare di tutti i Caf­fè storici che ancora oggi risplendono nelle grandi città europee. Citiamo, tra gli altri: il Café de la Paix, Le Procope di Parigi; il Caffè Florian, il Caffè Quadri, il Caffè Lavena di Venezia; L’Antico Caffè Greco di Roma; il Café Central, il Café Sacher, il Café Mozart, il Café Landtmann di Vien­na; il Cafè Louvre, il Café Imperial di Praga; il Café Commercial di Madrid, New York Café di Budapest; il Café Chris di Amsterdam; il Café A Brasileira di Li­sbona e il Café Majestic di Porto.

Cafè Central – Vienna – 1876

Camminando per il centro storico della capitale austrica in ogni angolo spunta una Kaffehaus ricca di storia, fascino e, ovviamente, squisiti dolcetti e gustosi caffè. Uno dei caffè più imponenti e prestigiosi è senza dubbio il Café Central ubicato nel cuore della città asburgica. Inaugurato nel 1876 dai fratelli Pach di­venta subito luogo di ritrovo di personaggi passati alla storia: Sigmund Freud, Adolf Hilter, Vladimir Lenin, Adolf Loos, Theodor Herzl, Leone Trotsky, Josip Broz Tito. Quello che più colpisce di questo Café è la monumentalità, la grandezza e l’imperiosità che colpisce il visitatore, che seduto comodamente ai tavolini ha la possibilità di assaggiare piatti tipici viennesi.

Caffè Florian – Venezia – 1720

La Serenissima è stata per molti secoli porto principale del mediterraneo. Qui arrivavano le stoffe più pregiate, le spezie introvabili, le pietanze esotiche. Quando aprono i battenti dei primi caffè in piazza San Marco è subito succes­so. La portata storica delle caffetterie è così epocale che Carlo Goldoni addirit­tura scriverà una commedia “La Bottega del Caffè” dedicata appunto a questi nuovi luoghi di ritrovo. Ancora oggi è possibile visitare questi “monumenti” della storia di Venezia. Il più prestigioso Caffè italiano (e forse anche il primo) è il Florian. Inaugurato nel 1720 da Floriano Francesconi con il nome di “Alla Venezia Trionfante” è stato ribattezzato “Al Florian” per il modo di dire dei suoi avventori “andemo da Florian”. Frequentatori del Florian, tanto per citarne al­cuni, Giacomo Casanova, Giuseppe Parini, Silvio Pellico, Ugo Foscolo, Charles Dickens, Johann Wolfgang Goethe, Jean-Jacques Rousseau.

Café Le Procope – Parigi – 1686

Si dice che sia stato il primo caffè d’Europa. Non è un caso che questo primato lo detenga Parigi che tra le città d’Europa è sempre stata quella più all’avanguardia in ogni campo. Nel 1686 il ristoratore Francesco Procopio dei Coltelli (originario della Sicilia) decide di rilevare il locale cambiandogli il nome in “Café Le Proco­pe”. Nella capitale francese (così come nelle altre capitali europee come Napoli) il caffè è già conosciuto ma ancora da pochi; il merito di questo grande locale è stato quello d’avere diffuso la moda del nero infuso in Francia. Questo locale ebbe grande successo grazie al famoso sorbetto al limone creato dalle maestranze de Le Procope. Successivamente Procopio propose nel suo famosissimo locale il caffè e per la seconda volta ebbe un successo strepitoso. Tra i grandi personaggi che vi sono passati: Jean de La Fontaine, Voltaire, Napoleone, Honoré de Balzac, Victor Hugo e Robespierre.

Café Commercial – Madrid – 1887

Ubicato al centro della capitale spagnola è uno dei più antichi caffè della peni­sola iberica. Fondato nel 1887 è sia bar sia ristorante e, senz’altro, il caffè lette­rario più rinomato della città in quanto luogo di ritrovo di artisti e poeti. Chiuso nel 2015, lascia sperare in una nuova riapertura nel 2017.

New York Café – Budapest – 1894

A detta di molti il più bel caffè del Vecchio Continente. In queste storiche sale imponenti e sfarzose sono passati non solo re, imperatori, statisti, intellettuali ma anche avventori e turisti provenienti da tutte le parti del mondo. Fondato nel 1894 nel cuore della capitale ungherese è arredato con affreschi, colonne barocche, imponenti lampadari, poltrone e divani rossi, magnifici specchi. La migliore pasticceria ungherese si può degustare in questo storico Caffè. Un must.

 

Caffè Gambrinus – Napoli – 1860

 In Piazza del Plebiscito, dal 1860 fu ritrovo di artisti, politici, giornalisti, scrittori e poeti. Galleria d’arte liberty, con dipinti e statue dei migliori esponenti della Scuola di Posillipo, ospitava spettacoli di café chantant. Visitarono il Gambrinus la Principessa Sissi – che nel 1890 gustò il gelato alla violetta (lo si può consumare ancora oggi) – Gabriele D’Annunzio – abituale frequentatore, che, per scommessa, vi scrisse la celebre poesia-canzone “A Vucchella” – Matilde Serao – che fondò “Il Mattino” tra un caffè e un piatto di pasta – Oscar Wilde, Jean Paul Sartre.