Il barista a Napoli

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese febbraio 2018

Quello del barista è tra i mestieri più diffusi nella nostra città; nulla di sorprendente considerato che Napoli è tra le città con la più alta densità di bar e caffetterie al mondo. Più in particolare la figura che maggiormente si distingue tra i baristi napoletani è quella del macchinista, dell’addetto alla macchina del caffè, vero e proprio deus ex machina (è il caso di dirlo!) d’ogni Bar!

Il macchinista napoletano si differenzia da ogni altro per varie ragioni.

Per il bagaglio d’esperienza che acquisisce in breve tempo innanzitutto, visto che, a differenza che altrove, il bar a Napoli è essenzialmente caffetteria per soddisfare la richiesta quotidiana, veramente alta, di caffè espresso da parte dei napoletani (la nostra città detiene il record di consumo di caffè pro capite in Italia, pari, in media, a 5 caffè al giorno).

In secondo luogo per la peculiarità del suo lavoro quando si tenga presente che l’espresso napoletano si differenzia notevolmente da quello d’altre parti d’Italia per tecnologie, procedure e metodi, usanze e miscele.

Solo a Napoli, per cominciare, la Macchina per la preparazione del caffè espresso è quella a leva  laddove, nel resto d’Europa, regna incontrastata la macchina automatica (o, per meglio dire, ad erogazione continua). La macchina a leva dà al barista maggiore libertà nella preparazione e gli consente di preparare più caffè contemporaneamente; sarà pur meno moderna rispetto alle automatiche, ma rende creativa la preparazione della bevanda, emancipa il macchinista dal ruolo di semplice programmatore/esecutore cui, invece, lo confina la macchina automatica.

Sotto il profilo dell’uso, poi, è tradizione tutta napoletana servire il caffè nella tazzina bollente, così che l’attenzione di chi lo beve è tenuta desta (per non scottarsi): il caffè a Napoli non si beve distrattamente, quelle poche dita di bevanda devono essere sorbite attentamente, assaporate con intensità partecipativa.

Arriviamo, infine, alla celeberrima miscela napoletana (mix equilibrato e sapiente di ottime differenti qualità di caffè) ed ai metodi di ottenimento della stessa, attraverso la lenta tostatura ad alta temperatura.

Il caffè espresso napoletano: unico ed inconfondibile, come unici e specialisti sono i macchinisti partenopei.

Tale e tanto patrimonio storico e culturale ha giustamente ispirato nelle scorse settimane l’avvio, al  Gran Caffè Gambrinus, della raccolta delle firme per la candidatura UNESCO del caffè espresso napoletano. Dopo il riconoscimento ottenuto dalla pizza napoletana è, ora, la volta del Nostro caffè, di un bene immateriale che merita altrettanta attenzione e protezione internazionale.

L’espresso della nostra città è copiato in tutto il mondo, ma non con analoghi esiti, perché non è  preparato con la stessa arte, non con lo stesso spirito, non con lo stesso cuore che solo i nostri baristi, i macchinisti napoletani, riescono a infondervi. Anche quando con macchinari e miscele simili, l’espresso preparato in ogni altra parte che non sia Napoli è cosa differente rispetto al nostro, rispetto a quello che ogni turista in visita nella nostra città vuole provare almeno un volta – ma  mai si limita ad una sola degustazione – convinto, senza sbagliarsi, di vivere un’esperienza di gusto e culturale unica.

Vera e propria istituzione della società partenopea, l’espresso napoletano merita senz’altro il riconoscimento UNESCO, al pari dei Caffè Viennesi e del Caffè Turco che (forse non tutti lo sanno) hanno ricevuto il “titolo”, rispettivamente, nel 2011 e nel 2013. Siamo convinti che ogni napoletano e tutti gli amanti sparsi per il mondo intero pensino che il riconoscimento di patrimonio dell’umanità del nostro caffè espresso sia (almeno) altrettanto meritato.

C’è solo da augurarsi che i Caffè ed i Bar tutti di Napoli, le migliori forze culturali, sociali e amministrative, sostengano in maniera compatta la candidatura, sì da aggiungere un nuovo, ulteriore e prezioso elemento di lustro, riconoscibilità ed eccellenza della nostra città e dei suoi storici e unici sapori.

Quali sono i caffè storici di Napoli

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il giorno 11 febbraio 2018

Siamo nella Napoli di fine ’700, città cosmopolita, vivissima ed in continuo fermento, permeabile ad ogni novità in fatto di gusto, di moda e di costume, d’oltralpe ed esotica provenienza che sia, quando aprono i primi battenti delle “botteghe del caffè”. Qui i napoletani scoprono e bevono il caffè, bevanda d’assoluta novità, ma possono anche degustare altre prelibatezze: pasticcini, cioccolata, gelati ed anche piatti tipici della cucina tradizionale partenopea. In breve tempo le caffetterie si moltiplicano e diventano luoghi di aggregazione non solo per persone comuni, ma anche per politici e artisti, imprenditori e studiosi, che consolidano l’abitudine di incontrarsi in “posti fissi”, per discutere, confrontarsi, creare, ispirarsi, decidere e cospirare! Le caffetterie napoletane diventano il salotto privilegiato dove fare cultura, tendenza e informazio-ne. È nelle caffetterie che a Napoli, fino ai primi decenni del ’900, ci si confronta sui temi quotidiani, si discute delle questioni politiche, si dibatte di temi filosofici, vedono la luce testate giornalistiche, si creano opere in musica e prosa, si compongono poesie, si trova l’ispirazione per un nuovo dipinto, nasce un partito politico, si fomenta e si progetta un sovvertimento del potere. I principali Caffè sono concentrati lungo l’asse di Via Toledo, la passeggiata napoletana per eccellenza: Caffè Trinacria, Caflisch, Caffè d’Europa, Birreria dello Strasburgo e Caffè Gambrinus. Nota triste: solo l’ultima tra le storiche caffetterie napoletane è sopravvissuta alla dura prova del tempo. Bastano i ricordi, le poche foto d’epoca e qualche gouaches però, a rendere ancora viva l’immagine di questi luoghi magnifici in una Napoli antica che (purtroppo) non c’è più.

Caflisch – Primo esempio di franchising voluto dallo svizzero Luigi Caflisch che scelse il Regno delle Due Sicilie come luogo dove impiantare, fuori dal suo paese, altre sedi della sua attività moderna e all’avanguardia. Il più importante dei vari punti vendita sorse nel 1827, in via Toledo, nel vanvitelliano Palazzo Berio.

Caffè Trinacria – Fondato nel 1810, sempre in Via Toledo. Classico caffè ottocentesco con specchi e divani rossi. Tra i frequentatori illustri ricordiamo Alexandre Dumas e Giacomo Leopardi che qui soleva consumare i suoi amati sorbetti.

Caffè d’Europa – Per molti anni il caffè più bello e raffinato nel cuore della città di Napoli. Dal 1845 in piazza San Ferdinando per volontà dei coniugi Thevenin, in particolare di Madame Thevenin, parigina trasferitasi a Napoli, la quale riuscì a veicolare presso la propria caffetteria la migliore clientela.

Birreria dello Strasburgo – A dispetto del nome era un caffè-concerto ubicato in Piazza Castello (Piazza Municipio). Fu uno dei ritrovi più amati dai napoletani che, tra piante ornamentali e fiori profumati, gustavano il caffè ascoltando musica. Meta abituale di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.

Caffè Gambrinus – In Piazza del Plebiscito, dal 1860 fu ritrovo di artisti, politici, giornalisti, scrittori e poeti. Galleria d’arte liberty, con dipinti e statue dei migliori esponenti della Scuola di Posillipo, ospitava spettacoli di café chantant. Visitarono il Gambrinus la Principessa Sissi – che nel 1890 gustò il gelato alla violetta (lo si può consumare ancora oggi) – Gabriele D’Annunzio – abituale frequentatore, che, per scommessa, vi scrisse la celebre poesia-canzone “A Vucchella” – Matilde Serao – che fondò “Il Mattino” tra un caffè e un piatto di pasta – Oscar Wilde, Jean Paul Sartre.

I caffè gourmet napoletani

Articolo di Michele Sergio pubblicato su IL ROMA il 28 gennaio 2018

Nel corso dei decenni l’offerta di caffè dei bar napoletani è andata via via arricchendosi, con numerose varianti al tradizionale espresso e nuove ricette, originali modalità di preparazione della nostra bevanda per eccellenza. Sono i cosiddetti caffè gourmet, o caffè speciali, divenuti oramai anch’essi dei classici, che hanno contribuito in maniera significativa ad elevare Napoli a capitale mondiale del caffè. Ciascuno ha il suo nome, la sua ricetta, la sua storia. Ma quanti sono, come si chiamano e come sono fatti? Impossibili elencarli tutti. Qui di seguito ricordiamo i più celebri.

Barbajata. Durante il suo soggiorno napoletano il grande musicista Gioacchino Rossini (direttore del Real Teatro San Carlo dal 1815 al 1822) era ospitato dal più grande impresario teatrale dell’epoca, Domenico Barbaja, presso il meraviglioso omonimo palazzo (Palazzo Barbaja, monumentale edificio sito in via Toledo). I due amavano bere nelle caffetterie di via Toledo un caffè speciale che si preparava con l’aggiunta della cioccolata. La tradizione è stata recuperata dai maestri caffettieri napoletani che hanno dato vita al Caffè Barbajata (il nome è stato coniato in onore del noto impresario teatrale): caffè, zucchero, cioccolato e panna.

Brasiliano. Nato negli anni ’50 del secolo scorso, il Caffè Brasiliano è il primo tra i caffè di nuova generazione. Al Bar Brasiliano, ubicato nella Galleria Umberto I, i numerosi frequentatori, dell’epoca (tifosi del Napoli Calcio, attori e cantanti sempre in cerca di scritture) che vi avevano fatto il loro luogo di ritrovo, cominciarono a chiedere un caffè “diverso”, più sostanzioso del tradizionale espresso, con l’aggiunta di latte e cacao. Nacque, così, un sorta di mini-cappuccino, più economico del cappuccino vero e proprio, cui fu dato il nome del bar che lo tenne a battesimo.

Nocciola. Del più noto tra i caffè speciali partenopei ci siamo recentemente occupati in questa rubrica. Nasce in concomitanza del G7 napoletano del 1994 e del riconoscimento, dopo qualche mese, del centro storico di Napoli quale patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. Le caffetterie di piazza Trieste e Trento vollero “inventare” un nuovo caffè a celebrare i due eventi mondiali. Fu subito successo ed oggi turisti d’ogni parte del mondo chiedono di provare il Caffè Nocciola, un must realizzato con caffè espresso napoletano, pasta di nocciola e zucchero.

Strapazzato. La nostra tradizione impone di bere il caffè nella tazzina bollente col rischio, però, di scottarsi le labbra. L’inventiva dei baristi napoletani ha escogitato un sistema per ovviare all’inconveniente: aggiunti zucchero e cacao al caffè, lo “strapazzano” rapidamente con un cucchiaino, col quale, poi, bagnano il bordo della tazzina così raffreddandola. Il Caffè Strapazzato è sempre più richiesto nei bar napoletani.

Gegè. Il caffè napoletano è tra i più forti del mondo per la carica di caffeina che lo contraddistingue. Per “addolcirlo” Gennaro Ponziani, storico direttore del Gambrinus, prese ad aggiungervi zucchero, cacao e panna a bagnomaria. Questa variazione sul tema ha avuto tale successo da diventare vera e propria specialità col nome di Caffè Gegè (vezzeggiativo di Gennaro, il nome del suo creatore) di cui si trova vasta eco finanche nelle guide turistiche.

Babà. L’ultimo nato è il Caffè Babà, creazione del maestro Raffaele Rocchetti del Gambrinus, il quale propone una delizioso caffè con l’aggiunta di zucchero, panna montata e un babà mignon. Un modo per gustare, insieme al caffè napoletano, un caposaldo della nostra tradizione dolciaria.

Napoli tra caffè e diritto

Articolo di Michele Sergio pubblicato su “L’Espresso Napoletano” del mese di gennaio 2018

Nicola Valletta il giurista che fece innamorare i napoletani del caffè

Alla fine del XVIII secolo Napoli è tra le capitali mondiali più vive, popolose e cosmopolite. “Il secolo dei lumi” è anche quello della nascita e della diffusione del caffè in Europa. La bevanda nera  non è più un esclusività dei paesi arabi ma si diffonde in tutti i paesi del vecchio continente, Italia compresa, a Venezia, Torino, Roma ma non a Napoli!

Non è subito colpo di fulmine tra il caffè ed i napoletani. È documentato che più volte nei secoli precedenti gli arabi avessero provato ad introdurlo nella nostra Città ma senza successo: i figli di Partenope continuavano a preferire il vino campano al “vino d’Arabia”che vedevano e utilizzavano solo come medicinale.

Chi per primo  provò a diffondere il nero infuso nel suo regno, fu la regina Maria Carolina che dal 1771 lo proponeva nel corso dei suoi fastosi ricevimenti alla reggia di Caserta ai suoi nobili invitati. Nonostante la sponsorizzazione reale, erano, però, ancora in molti i napoletani che osteggiavano il consumo della bevanda per motivi poco scientifici, per la verità. Per un popolo tanto legato alla superstizione il caffè portava male perché nero (come la morte!), era bevanda diabolica che toglieva il sonno, era per colore e sapore il mezzo più idoneo per somministrare veleni e filtri per fatture d’ogni genere!

Forse Napoli non sarebbe diventata la città del caffè se in quegli anni il grande esperto di cucina Vincenzo Corrado non ci avesse messo lo zampino. Corrado, una sorta di guru della ristorazione del tempo, credeva nell’importanza del caffè, non solo come bevanda salutare, gustosa, eccitante ma, anche, come catalizzatore sociale. Con felice intuizione aveva capito che il caffè potesse costituire un “rompighiaccio sociale”, uno strumento per facilitare incontri, discussioni, scambi di idee. Era, inoltre, convinto (ed a giusta ragione) delle potenzialità economiche positive della diffusione della bevanda, con l’apertura di un mercato nuovo e la creazione di opportunità di investimento attraverso le cd. botteghe del caffè. Come fece, quindi, il Corrado a far innamorare i napoletani al caffè?

Dopo la sponsorizzazione della regina era necessaria quella della massima autorità in materia di jettatura riconosciuta a Napoli, vale a dire il professore Nicola Valletta, emerito di diritto, autore di numerosissime pubblicazioni, personaggio rispettato e influente. Il Corrado allora pubblicò nel 1794 un breve trattato, “La manovra della cioccolata e del caffè”, nel quale spiegava gli effetti benefici del nero infuso e dedicò quest’opera proprio al Valletta. Quest’ultimo, quasi preso in contropiede, ma certamente onorato della dedica, ricambiò con il suo autorevole placet all’opera del suo amico Corrado (e, conseguentemente, al caffè), al quale, a sua volta, dedicò una canzonetta dal titolo “Il caffè”. Con tale breve componimento – una vera e propria poesia apologetica sul caffè – Valletta superava le tesi del medico e naturalista Francesco Redi (che aveva addietro scritto in maniera fortemente critica sulla nera bevanda), sostenendo che il caffè lungi dall’essere dannoso (nonostante il Valletta dica di berlo anche tre volte al giorno senza che si diventi cieco, si perda il sonno, cadino i denti, come il sommo Redi aveva sostenuto), era la più buona delle bevande, che arrecava solo beneficio al suo bevitore.

Se il più insigne conoscitore del diritto e della jettatura di Napoli approvava il caffè ciò significava che non poteva portare male e fu così che nel volgere di poco tempo, i napoletani se ne  innamorarono. Tutti cominciarono a berlo e la Città si riempì di caffetterie bellissime e caffettieri ambulanti, di nuove macchinette per la preparazione del caffè casalingo (la cuccumella napoletana), mentre cantanti, poeti e scrittori ne cantavano e tessevano le lodi.

Fatal fu insomma l’incontro tra il mondo del diritto e il caffè perché i napoletani convolassero, finalmente, a nozze (eterne!) con la bevanda che, in breve tempo, divenne quella ufficiale all’ombra del Vesuvio e fece di Napoli la capitale mondiale del caffè. 

 

Il CAFFE’ NOCCIOLA, Il PRIMO CAFFE’ GOURMET NAPOLETANO

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su IL ROMA 

Nella prima metà degli anni ’90 dell’ultimo decennio del secolo scorso (stiamo solamente parlando del 1990 e seguenti …), Napoli ebbe, finalmente, a vivere un risveglio culturale, sociale, di coscienza comune, dopo anni di indolente torpore, decadenza e colpevole immobilismo, ad ogni livello. Il “G7” del 1994, l’incontro fra le sette potenze economiche mondiali dell’epoca a Napoli, rappresentò il momento catalizzatore dell’alzata di testa di Partenope, un vero e proprio big-bang socio-cultural-economico, con dirompente e duraturo effetto di cui beneficiamo tutt’oggi.

E’, dunque, a partire dal 1994 che Napoli comincia ad avere notorietà, lustro e pubblicità, riappropriandosi – ma il percorso è ancora lungo – del posto e del ruolo in prima fila che, per secolare storia, tradizione e cultura, indiscutibilmente le competono. E’ a partire dal 1994 che Napoli è, ed era ora, al centro dell’attenzione mediatica universale, culminata con il riconoscimento del centro storico quale patrimonio UNESCO l’anno seguente. E poi Piazza del Plebiscito e Via Caracciolo restituite ai napoletani, l’agorà ed il lungomare sottratti al traffico veicolare e resi fulcro ed epicentro del vivere quotidiano, di iniziative, non più isolate, di spettacolo e cultura. E poi la pizza napoletana UNESCO, oggi, il caffè espresso napoletano UNESCO, domani (si spera).

E’ a partire, sempre, dal 1994 che, anche nello storico ed esclusivo mondo della caffetteria napoletana, comincia a soffiare il vento dell’iniziativa e dell’innovazione intelligenti, con lo sguardo sì rivolto al futuro ma anche sempre attento all’enorme lezione del passato. Si diffondono a macchia d’olio soluzioni alternative e originali alla classica “tazzulella e’café” per mano dei maestri caffettieri napoletani che, in breve tempo, riscuotono grande successo. Nascono i caffè speciali, i caffè gourmet napoletani: caffè nocciola, caffè nutellotto, caffè Kinder, caffè Rocher. 

Il primo tra questi, l’apripista di una nuova generazione di sapori e idee, è stato il caffè nocciola, oggi un classico celebre ed apprezzato addirittura dai tradizionalisti del nero infuso. Ecco la semplice e geniale ricetta: versare in un bicchiere di vetro la cremina di nocciola (una sorta di mousse preparata con pasta di nocciola, zucchero a velo e panna montata) e una tazzina di caffè espresso napoletano, bere assaporando lentamente, allontanarsi velocemente dal Bar prima che la voglia di bere un altro caffè nocciola si impadronisca dei nostri sensi. Buon anno e buon caffè a tutti.

 

E DOPO LA PIZZA IL CAFFÈ NAPOLETANO!

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su Il Roma del 31.12.2017

Sono due le icone della nostra secolare tradizione gastronomica. Due veri e propri gioielli che identificano la nostra città nel mondo, ne impersonano lo spirito, quella napoletanità fatta di cose semplici, genuine, veraci. La pizza, il più rapido, semplice e saporito fast-food; il caffè espresso, la bevanda immancabile, per tutti ed in ogni momento della giornata, immediata e non certo a caso definita nel secolo scorso “Espresso”.

La scorsa settimana, come a tutti noto, la pizza napoletana ha ricevuto il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, dopo anni di battaglie da parte dei tanti sostenitori di ogni parte del mondo. I tempi sono ampiamente maturi: ora è la volta del caffè napoletano, dell’espresso napoletano, di quel “bene” che merita altrettanta attenzione e protezione internazionale. È il caffè che si fa da noi, nella nostra città, copiato in tutto il mondo, ma non con la stessa arte, non con lo stesso spirito, non con lo stesso cuore che solo i nostri baristi riescono a infondere nella preparazione della magica nera bevanda.

Pur con macchinari e miscele simili, l’espresso preparato in ogni altra parte che non sia Napoli è una cosa differente dal nostro, quello che ogni turista che viene a visitare la nostra città vuole provare almeno un volta – e mai si limita ad una sola degustazione – convinto, senza sbagliarsi, di vivere un’esperienza di gusto e culturale unica. Insomma l’espresso napoletano è l’Espresso, vera istituzione della società partenopea, che merita senz’altro il riconoscimento Unesco, al pari dei Caffè Viennesi e del Caffè Turco che, forse non tutti sanno, avere ricevuto il “titolo” rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Siamo convinti che ogni napoletano e tutti gli amanti sparsi per il mondo intero pensino che il riconoscimento di patrimonio dell’umanità del nostro caffè espresso sia (almeno) altrettanto meritato. C’è solo da augurarsi che i Caffè ed i Bar tutti di Napoli, le migliori forze culturali, sociali e amministrative, sostengano in maniera compatta la candidatura, sì da aggiungere un nuovo, ulteriore e prezioso elemento di lustro, riconoscibilità ed eccellenza della nostra città e dei suoi storici e unici sapori.

Dall’auspicio alla concretezza, il giorno 10 dicembre 2017 al Caffè Gambrinus è partita la raccolta di firme a sostegno della candidatura. La scelta della data è propriamente coincisa con la celebrazione della giornata internazionale del caffè sospeso, dilagante fenomeno sociale e di costume nato, manco a dirlo, proprio a Napoli.

Il caffè in Natale in casa Cupiello

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di dicembre 2017

Il caffè come elemento immancabile nelle case dei napoletani anche nel periodo natalizio

Sorbire una tazzina di caffè per un napoletano è un atto che va ben al di là del semplice consumare una bevanda. E’ anche e soprattutto la celebrazione di un rito, dai risvolti sociologici, è il perpetuare la tradizione, il rinnovare, di volta in volta, antiche usanze e consolidati costumi.

Bere una tazzulella e cafè è fatto ed immagine che, di fatti, travalica ampiamente un semplice gesto del vivere quotidiano del napoletano, avendo trovato ampia rappresentazione nel cinema, nella musica, in letteratura ed, infine, in teatro.

Nell’opera, forse, più celebre del grande Eduardo, Natale in Casa Cupiello, il caffè è, addirittura, protagonista introducendo e chiudendo lo svolgimento della commedia.

Si comincia nel primo atto con Concetta, la moglie di Luca Cupiello, che cerca di accelerare le operazioni di risveglio del coniuge portandogli a letto l’immancabile tazzina di caffè. Non sarà una giornata fausta per Luca vistone l’inizio con la scarsa bontà del caffè di Concetta imbevibile per il marito, dall’odore e dal sapore repellente (“fet’ ‘e scarrafone”, puzza di scarafaggio!). C’è un passaggio nel dialogo tra i coniugi Cupiello dal quale si evince l’amore che i napoletani nutrono per il caffè: Luca rivolgendosi alla moglie le dice “con il caffè non si risparmia”, il che vuole dire il napoletano può per necessità economizzare con tutto tranne che con il caffè che deve essere sempre buono, di qualità!

Nel terzo atto, verso il termine dell’opera, una pletora di familiari, amici, conoscenti e vicini, affollano la stanza dove Luca si trova a letto in fin di vita. Il portiere dello stabile si occupa di servire a tutti i presente una tazza di caffè, per ristorare i familiari nel corso della lunga veglia all’infermo protagonista, per offrire agli altri – i quali sembrano non aspettare altro che l’occasione di bere gratis un caffè – con la ripetizione di un’usanza antica d’ogni casa di Napoli, ciò che si deve sempre offrire ad un ospite: un caffè!

Insomma le lectio Eduardiana è semplice: mai manca un caffè al napoletano vero, in ogni momento della vita, che sia di gioia o di dolore, di impegno o ludico, dal principio del giorno alla fine dello stesso. Ed allora ai napoletani e non: buon caffè a tutti e Buon Natale!

Approfondimento

Natale in casa Cupiello è la commedia tragicomica più conosciuta di Eduardo De Filippo. Rappresentata per la prima volta al teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931 era originariamente stata concepita ad atto unico (quello che oggi è il secondo atto) ma il grande drammaturgo partenopeo ebbe la geniale idea, visto il notevole successo di critica e di pubblico, di “arricchirla” con un primo atto (dove si delineano in maniera più chiara e precisa i singoli personaggi) e di un terzo atto che chiude questo epico racconto natalizio. Tante sono le riflessioni e gli spunti che si possono estrapolare da questa commedia. Quello che più di tutti fa riflettere (e al tempo stesso sorridere) lo spettatore è il difficile rapporto padre-figlio (Luca e Tommasino). La differenza tra i due è profonda tanto che alla domanda “Te piace ‘o presepio?” (il presepio è la più grande passione di Luca) arriva sempre il solito e antipatico secco “No!”. Solo alla fine della commedia i due si riconcilieranno ed esattamente quando il figlio, al capezzale del padre morente, risponderà con un sofferto “Si!” alla domanda posta dal padre sul presepio.

 

 

 

Napoli, il Caffè e la musica: la canzone “‘A tazza ‘e café”

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 26.11.2017

Il caffè a Napoli è sempre stato assoluto protagonista anche in ambito culturale, in teatro e in letteratura, al cinema e in musica. Soprattutto le canzoni, le nostre grandi canzoni d’ogni epoca, hanno fatto varcare alla nostra amata bevanda i confini della Città verso il mondo intero.

Tra le innumerevoli (piace qui, però, almeno citare ‘O ccafé del 1958, scritta da Riccardo Pazzaglia e cantata dal grande Domenico Modugno e Na tazzulella ‘e café del 1977 del mai troppo compianto Pino Daniele), la più classica e forse la più celebre è ‘A tazza ‘e cafè” scritta da Giuseppe Capaldo  (autore, tra l’altro, anche dell’altra famosissima canzone Comme facette mammeta) nel 1918 e musicata dal cavaliere Vittorio Fassone. Cantata per la prima volta da Elvira Donnarumma, una delle sciantose più amate della Belle Epoque, al Teatro Bellini di Napoli, il pezzo è stato successivamente interpretato dai più grandi (senza volerne dimenticare qualcuno, Roberto Murolo, Claudio Villa, Milva, Gabriella Ferri, L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore).

Forse non tutti sanno che la canzone trova ispirazione in una vicenda reale. Ad inizi ‘900 lavora al Caffè Portoricco di via Guglielmo Sanfelice nel centro di Napoli, una bella e corteggiatissima cassiera, Brigida per l’appunto, la quale, in maniera decisa ed aspra, tiene a distanza i molti spasimanti fra i quali proprio il nostro Giuseppe Capaldo che, affranto ma non sconfitto, decide di dedicarle la famosa canzone. Spesso bevendo un caffè il primo sorso è più amaro; bisogna girarlo bene per amalgamarlo con lo zucchero che tende a depositarsi sul fondo della tazzina. Orbene Brigida, nel testo, è paragonata proprio ad una tazzina di caffè: amara in apparenza (come il primo sorso del caffè), dolce al fondo (come il caffè dopo che lo si è ripetutamente girato). Apparentemente ruvida e scostante, la bella Brigida, per l’Autore, se corteggiata con pazienza e sapienza, si mostrerà finalmente dolce e amabile.

Ma cu sti mode, oje Bríggeta,

tazza ‘e café parite:

sotto tenite ‘o zzuccaro

e ‘ncoppa amara site …

Ma i’ tanto ch’aggi”a vutá,

e tanto ch’aggi”a girá …

ca ‘o ddoce ‘e sott”a tazza,

fin’a ‘mmocca mm’ha da arrivá!

 

 

Conoscete la festa della ‘nzegna?

di Simona Vitagliano

Quello che distingue Napoli e i napoletani nel mondo, di certo, sono le tradizioni, da quelle più classiche a quelle più particolari, proprie di piccoli borghi o di paesini di provincia, talvolta persino estinte.

Tra queste, ritroviamo un’usanza che è stata molto amata dai cittadini partenopei, ma che non viene rinnovata, ormai, dagli anni 50: la Festa della ‘Nzegna, apparsa anche nel film “La Baia di Napoli“, datato 1960, con Clarke Gable, Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Nel video, una testimonianza originale proposta dall’archivio Luce, nel settembre 1931.

Una festa che nasce da un culto siciliano?

Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Ferdinando II) è stato re del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1859; proprio in questo periodo (ma si pensa anche in precedenza, poichè ci sono testimonianze relative anche a Ferdinando I, come vedremo in seguito) è nata la Festa della ‘Nzegna, celebrata in onore della Madonna della chiesa di Santa Maria della Catena, ubicata nel centro antico di Napoli, al Borgo Santa Lucia.

La struttura religiosa, a sua volta, era stata fondata dagli abitanti del quartiere nel 1576, in onore della Madonna Catena, appunto, protagonista di un miracolo raccontato tra le leggende siciliane: secondo il mito, tre condannati a morte senza giusta causa (poichè si dice, infatti, che fossero innocenti) furono incatenati nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo e si salvarono proprio grazie all’intervento della Vergine Maria che, letteralmente, spezzò le catene dei prigionieri e li rese liberi.

La nostra chiesa ospita anche la tomba dell’ammiraglio Francesco Caracciolo.

La festa venne dedicata ad una pala d’altare (appunto, quello del della miracolo della Vergine) che però, purtroppo, ad oggi è andata persa. Ma come si svolgeva? Proviamo a ricostruirne i passaggi fondamentali.

La matrice marinaresca

La Festa della ‘Nzegna era la più importante di Napoli, dopo quella di Piedigrotta.

Pare che il nome abbia preso spunto dalle insegne colorate (bandiere) che venivano usate per decorare le barche coinvolte nei festeggiamenti, rifacendosi, ovviamente, al termine pronunciato in napoletano; il luogo in cui si svolgevano i rituali tradizionali era, come detto, il Borgo Santa Lucia, nei pressi del Castel dell’Ovo, dove vivevano coloro che, per questo motivo, venivano chiamati i “luciani” o “lucianini”: si trattava, per lo più, di pescatori con le proprie famiglie.

I “lucianini” si può dire che fossero abbastanza conosciuti, perchè fornivano alla flotta borbonica un grande numero di eccellenti marinai, oltre a poderosi rematori per la lancia reale (erano tra i migliori sommozzatori del Mediterraneo).
Inizialmente, il giorno designato per i festeggiamenti era il 10 Agosto, proprio a San Lorenzo.

Per questa ricorrenza i “luciani” indossavano un abito nuovo (camicia di lana bianca ed un paio di brache di fustagno), con il classico berretto rosso (richiamando i colori borbonici) e girovagavano per la città insieme ad un gruppo di scugnizzi e un “pazzariello” che capitanava il tutto.
Il mattino prevedeva il raduno dinanzi alla chiesa per ringraziare la Madonna, mentre, in seguito, il corteo proseguiva nel Borgo Santa Lucia, verso Castel dell’Ovo ed oltre, arrivando a Piazza Plebiscito, ravvivato da musica, canti e balli.

La particolarità di questi festeggiamenti riguarda il fatto che, dietro al “pazzariello”, una finta corte si accalcava, insieme a due sosia veri e propri del re Ferdinando II e della regina Maria Carolina, pronti anche ad imitare il modus regale di salutare il popolo dalla carrozza. L’evento aveva una portata comica tale che, pare, i reali adorassero camuffarsi da popolani e scendere per le strade, partecipando alla festa, a loro modo, travestendosi ed invertendo i ruoli, per un giorno .
Il Molo Beverello era il punto in cui era prevista la fine del corteo: qui un gruppo di barche adornate con bandiere e insegne colorate, come detto in precedenza, prendevano il largo, una volta saliti a bordo i “luciani” e, ovviamente, il finto corteo reale.

Il rito purificatore e propiziatorio prevedeva che, una volta che la (finta) coppia reale si fosse spostata su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai “giochi”, pescatori e marinai venissero gettati in mare, per poi essere, naturalmente, ripescati. Durante il rituale si recitavano preghiere al mare e si chiedevano grazie alla Madonna della Catena.

Ai tempi del Re Lazzarone, Ferdinando I, che amava mescolarsi al popolo e frequentare gli scugnizzi, pare che i “luciani” fossero orgogliosi della presenza reale alla festa: addirittura, sembra che il re si divertisse moltissimo a prendere in giro i marinai gettati in mare.

Dopo l’Unità d’Italia, la festa cambiò data di destinazione e si arrivò a scegliere il 15 Luglio, giorno in cui veniva, più che altro, realizzata una mascherata in cui un anziano veniva vestito da Ferdinando I ed una popolana da Maria Carolina, andando in giro per la città, sempre in maniera vivace e colorita, su una carrozza di gala seguita da finti cortigiani e generali. Era un modo per continuare, in fondo, a dimostrare la fedeltà del popolo ai Borbone.

Il problema fondamentale è nato dal fatto che, in quello stesso giorno, veniva celebrata già un’altra ricorrenza molto importante per i napoletani, la Festa del Carmine, con l’incendio del campanile del Carmine, appunto, realizzato metaforicamente attraverso fiamme e fuochi d’artificio, a ricordo della rivolta di Masaniello; una festa che si svolge, ininterrottamente, dal 1647. Inoltre, durante l’ultima Festa della ‘Nzegna, nel 1952, pare sia avvenuto un grave incidente che abbia portato alla sua abrogazione. Nel 1953 ci fu un’unica, ultima sorta di festa in costume, raggiunta anche da nomi illustri e VIP dello spettacolo, ma si può dire che questa ricorrenza si sia estinta in quel preciso momento.

Una seconda teoria

Tuttavia, c’è una seconda teoria che riguarderebbe le origini di questa tradizione così nostalgica da ricordare.

Ripescando un servizio prodotto dall’Astra Cinematografica, nel settembre 1952, si può ascoltare uno speaker parlare e dire: “L’ultima domenica d’agosto è particolarmente cara al popolo napoletano. In tale data si rievoca il miracoloso ritrovamento, avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata e ogni anno due popolani diventano per l’occasione Re Nasone e Maria Carolina. Scortata da un festante corteo di popolo e da grotteschi soldati borbonici, la coppia reale si avvia a Santa Lucia per ripetere l’umile gesto di Re Ferdinando che per venerare la madre di Dio si gettò vestito in mare”.

Il cronista, in effetti, si riferiva al ritrovamento in mare di un quadro della Madonna, all’interno di una cassa incatenata.

In questo nuovo tipo di scenario, la parola “‘nzegna” deriverebbe dalla pronuncia napoletana di “insegna“, intendendo “insegnare a nuotare” e riferendosi ai poveri malcapitati lanciati, ovviamente per gioco, in mare. Ma ci sono tantissime teorie sull’etimologia di questa oscura parola.

 

‘A nzegna ne chiammava folla ‘e gente!

D’uommene e nenne friccecava ‘o mare.

Sott’ ‘o sole, cu amice e cu pariente, tu quanto te spassave, a summuzzare!

‘O furastiero, nun sapenno niente,

si se fermava a riva pe’ guardare,

se sentea piglia pèsole: e ched’è?

Mm’ ‘o cardavo a mmare appriezzo a me!

E che vedive, Uà! Striile e resate,

e chillo ca n’aveva calatune!

Doppo: «Signò, scusate e perdunate! E festa, e nun s’affènneno nisciune…».

Chiù de na vota nce se so’ truvate

‘aRiggina e’ ‘o Rre, sott’ ‘e Burbune…

E ‘o Rre, ca tuttuquante nce sapeva,

quanta belle resate se faceva!

Ferdinando Russo, poeta e compositore, 1910

La Reggia di Caserta ed il Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di Novembre 2017

Dove, quando e perché il caffè si diffuse nel Regno di Napoli

Il caffè ufficialmente si diffonde nel Regno di Napoli nel 1771 grazie alla Regina Maria Carolina che lo propose ai suoi ospiti durante una delle sue sfarzose feste nella Reggia di Caserta. Da quel momento il caffè ebbe una vera e propria esplosione nel Sud Italia ed in particolare a Napoli. Infatti con il passare degli anni il nero infuso acquisì delle peculiarità e caratteristiche che lo resero unico nel suo genere fino a diventare uno dei simboli della napoletanità nel mondo e apprezzato da tutti.

Oggi la Reggia di Caserta è uno dei siti museali più visitati d’Italia grazie anche allo straordinario lavoro che sta svolgendo da quasi due anni il nuovo direttore Mauro Felicori, bolognese, ex dirigente comunale, grande lavoratore, che è riuscito a far aumentare il numero di visitatori da 497.000 unità nel 2015 a 670.000 unità nel 2016.

L’abbiamo intervistato per l’Espresso Napoletano e gli abbiamo chiesto anche di Maria Carolina e del caffè, in un’interessante chiacchierata.

Buongiorno Direttore,

Lei crede che sia importante e utile ricreare, all’interno delle magnifiche sale della Reggia di Caserta, l’atmosfera che esisteva durante il regno della regina Maria Carolina e Ferdinando di Borbone?

Io credo che noi non dobbiamo limitarci solo a raccontare l’arte e l’architettura della Reggia ma dobbiamo anche raccontare la vita che si svolgeva ai tempi dei re Borbone e in particolare della Regina Maria Carolina. Infatti abbiamo fatto o stiamo programmando iniziative come quelle consistenti nello scambio culturale con altre corti europee come ad esempio quella degli Zar di Russia (l’Ermitage di San Pietroburgo).

Forse oggi è un po’ riduttivo concepire la Reggia solo come museo?

Si, perché considerarla oggi solo come una collezione di opere d’arte che sta dentro un palazzo storico è veramente riduttivo; il museo deve essere un luogo dove i visitatori dovrebbero essere intrattenuti da spettacoli teatrali o vivere il loro tour come una “esperienza” capace di spingerli ad andare a visitare altri siti come il Palazzo Reale di Napoli o la Reggia di Portici.

Quindi possiamo dire che per Lei è importante raccontare e mostrare ai visitatori, oltre all’arte ed all’architettura del complesso, anche altre cose come ad esempio, la vita di corte, la cucina e il cibo dell’epoca, la musica e le feste!

Si infatti abbiamo intenzione di mostrare ai visitatori anche le ricostruzioni storiche degli antichi balli di corte e delle antiche cene dei re Borbone, con tanto di suppellettili e cibo e bevande dell’epoca. Infatti le feste e le cene della Regina Maria Carolina erano eventi sempre alla moda. Non dimentichiamo che la Regina era una figura politica internazionale e questi eventi erano le occasioni giuste per fare politica per il Regno.

Quanto è importante oggi la Reggia per l’economia (anche agro-alimentare) della provincia di Caserta?

La Reggia sta in un territorio ricco di prodotti alimentari unici e con una lunga storia: basti pensare al vino, come il Pallagrello, che già era apprezzato ai tempi dei Re Borboni e alla mozzarella di Bufala. Stiamo lavorando per ricreare le vigne e gli allevamenti dell’epoca.

Visto che il caffè in qualche modo nasce nella Reggia di Caserta, perché non fare iniziative volte a tramandare questo antico avvenimento anche attraverso un percorso storico?

Credo sia importante approfondire il discorso della storia del caffè introdotto dalla regina Maria Carolina anche attraverso una ricerca storica nei nostri archivi e magari anche con una collaborazione con un Caffè storico e prestigioso come il Gambrinus di Napoli.

A Lei piace l’espresso napoletano?

Si, mi piace molto. Mi domando spesso come è che lo fate più buono che a Bologna!

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