Salone Margherita

Salone Margherita, il tempio della Belle Époque napoletana

di Simona Vitagliano

Il Salone Margherita è uno di quei luoghi che hanno fatto Napoli, in un periodo in cui, di certo, non si parlava ancora nè di crisi nè di guerre: la Belle Époque.

L’inaugurazione

Il 15 Novembre 1890, alla presenza della créme cittadina, tra cui principesse, contesse, uomini politici e giornalisti del calibro di Matilde Serao, il salone aprì per la prima volta i battenti, divenendo il simbolo di un lungo periodo di benessere napoletano.

La stessa Serao scrisse: “Chi può mai enumerare le belle sorprese di questo ritrovo alla moda? Tutte le sere c’é da stordirsi, in vero, e si deve solo alle molteplici e gaie attrattive se il pubblico vi accorre numeroso. Correte tutti al Salone Margherita e troverete davvero di che rinfrancarvi lo spirito, di che deliziarvi non solo la mente e gli orecchi, ma anche gli occhi, oh gli occhi soprattutto…“.

L’idea di rifarsi ai cafè-chantant francesi, come il celebre Mouline Rouge, venne ai fratelli Marino e, grazie alla mediazione del sindaco Principe di Torella, fu possibile inserire il progetto in quello della Galleria Umberto I, tant’è che i locali vi furono situati proprio sotto.

Il successo fu immediato, anche grazie al pullulare di intellettuali in città, a quei tempi.

Lo stile

Manifesto del Salone Margherita

Cartelloni promozionali, contratti, menu: tutto era scritto in francese, la stessa lingua con cui i camerieri e gli spettatori si esprimevano, arrivando a creare nomi d’arte per gli artisti, fintamente d’oltralpe, che ricalcavano lo stesso stile parigino.

È proprio a questa circostanza che si devono i nomi, ad esempio, anche di canzoni dedicate ad artiste comparse sul palco del Salone, come “Lily Kangy”, “A frangesa” o la famosissima “Ninì Tirabusciò”, scritta nel 1911 da Salvatore Gambardella e Aniello Califano.

Ma se, da un lato, furono in tantissimi gli artisti italiani a calcare il palco del Salone Margherita, prima e dopo aver raggiunto la celebrità, dall’altro furono anche personaggi internazionali di spessore ad esibirsi, come La Bella Otero e Cléo de Mérode, rispettivamente ballerina spagnola e francese.

Al Salone Margherita si deve anche una eredità simpatica, come quella della “mossa”, inventata da Maria Ciampi, e il termine, ancora ad oggi utilizzato, di “sciantosa“, che deriva proprio da chanteuse, che, in francese, significa “cantante”.

Nel 1891 il Salone fu rilevato da Giuseppe Marino, direttore del Banco di Napoli, e da Eduardo Caprioli.

Cominciarono a fare lunghe apparizioni anche illusionisti, tenori o soubrette e femme fatale succinte e particolarmente sexy, che raccoglievano, all’apertura del sipario, stratosferici applausi.

Il cinematografo e l’episodio di Lucy Nanon

Nel 1898 fu installato, nella Galleria, il cinematografo, che poi divenne visibile anche dal Salone.

Intanto, un fatto di cronaca sconvolse habitué e non, raggiungendo anche l’opinione pubblica: Lucy Nanon, una chantause francese, si ritrovò a subire un vero e proprio attentato a mano armata durante una sua esibizione. Fu uno spettatore a sventarlo e a salvare la situazione e, in seguito, si scoprì che tutto era stato organizzato da un noto camorrista (Raffaele Di Pasquale, detto “o’buttigliere”) le cui avance erano state rifiutate. La “sciantosa napoletana” divenne, così, un triste stereotipo, anche se la faccenda non ebbe eco in negativo per il Salone.

Con la fine della Belle Époque e la nascita della “sceneggiata napoletana“, gli standard offerti dal Salone Margherita non erano più in voga, entrando definitivamente in crisi; la chiusura, però, avvenne solo molto più tardi, nel 1982: nel tempo, il suo cinema era diventato il quinto della Galleria, non c’era più esclusività, quindi, in nessuno dei suoi aspetti (anche perchè nacquero altri saloni “gemelli”, in città), senza contare che, negli anni 70, cominciò a risentire di una brutta fama di luogo di perdizione… il lungo momento di gloria legato all’eleganza e agli spettacoli all’avanguardia era ormai un ricordo.

Il Salone Margherita oggi

Fortunatamente, i locali di questo luogo d’eccezione napoletano sono tornati fruibili dal pubblico nel 2008, grazie all’acquisizione di privati, la famiglia Barbaro (Barbaro Group), già impegnata, sul suolo partenopeo, con importanti investimenti nel settore dell’abbigliamento e dell’arredamento.

Gli investitori hanno fatto sapere di essere interessati ad un restauro ma, nel frattempo, il Salone, adibito anche a teatro,con i suoi due palchi ed il palco mobile, accessibili da due corridoi affrescati in stile pompeiano, ed il salone principale, circondato da nicchie e soppalchi arricchiti con stucchi e marmi policromi, è tornato ad offrire serate di tango, mostre ed eventi d’eccezione.

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Tre Regine per Napoli

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Quante storie racconta la città di Napoli! Purtroppo, la maggior parte di queste non resta viva alla memoria, ma viene cancellata dal tempo. C’è chi, tuttavia, ancor oggi, si dedica con pazienza, amore e dedizione alla consultazione di libri antichissimi (conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli sita nel Palazzo Reale) per riportare alla luce dei ricordi storie, leggende e tradizioni.

Nel mio piccolo, nell’ultimo mese, ho appreso con grande piacere che tre regine, molto diverse tra loro per nazionalità ed epoca, ma accomunate da uno spirito libero e ribelle, hanno contribuito allo sviluppo della tradizione culinaria della città di Partenope (guarda caso un’altra donna). Ed è per questo – soprattutto in tempi difficili come quelli odierni che vedono molte donne maltrattate (e purtroppo a volte uccise) – che mi è sembrato doveroso dedicare loro un contributo.

La Regina Maria Carolina e la storia del Caffè napoletano

La regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena (Vienna 1752 -1814), divenuta sposa del re di Napoli Ferdinando I di Borbone, si impose a corte con il suo carattere deciso ed autoritario. Non fu un matrimonio felice: il re, poco dedito ai doveri di sovrano, preferiva trascorrere intere giornate a caccia e tra i vicoli di Napoli mescolandosi (in anonimato) tra i sudditi, mentre la regina amava gestire il regno (spesso punendo con estrema severità i ribelli) ed organizzare feste fastose.

A lei dobbiamo l’introduzione di alcuni piatti e bevande tra le quali spicca il caffè importato dalla corte di Vienna (proposto in una delle sue feste nel 1771). Possiamo dire, quindi, senza tema di smentita, che il merito va alla regina Maria Carolina se oggi Napoli è la capitale del caffè.

La Regina Margherita e la storia della Pizza napoletana

Ancora oggi, tra i vicoli della città di Napoli, si racconta che la regina Margherita ispirò la creazione della pizza a lei dedicata e che porta il suo nome (la più amata e conosciuta tra le pizze napoletane).

Nessuno può provare con certezza quale sia il locale nel quale la pizza Margherita fu preparata per la prima volta. È idea comune, tuttavia, che la Regina Margherita di Savoia (Torino 1851 – Bordighera 1926), sposa del Re Umberto I, si trovava realmente nel 1889 in visita a Napoli ed in quell’occasione ebbe modo di assaggiare questa pizza che riporta i colori della bandiera italiana (il verde del basilico, il bianco della mozzarella ed il rosso del pomodoro).

La Principessa Sissi e la storia del Gelato napoletano

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach (Monaco di Baviera 1837 – Ginevra 1898), meglio nota con il nome di “Sissi”, è stata una delle regine più amate di tutti i tempi, come testimoniato dai numerosi film e romanzi a lei dedicati. Nel 1890 Sissi si recò a Napoli per visitare le bellezze della città partenopea. Il Gran Caffè Gambrinus ebbe l’onore di ospitare la regina che in quell’occasione assaggiò il gelato al gusto violetta. Dopo lungo tempo, ancora oggi, il Gambrinus resta fedele all’antica ricetta della tradizione napoletana nella preparazione del gustoso gelato. Provare per credere!

Galleria Umberto I

Capolavori di Napoli: la Galleria Umberto I

di Simona Vitagliano

Chi, a Napoli, non conosce la Galleria Umberto I?

Chi non ci è passato almeno una volta nella vita, rimanendo di stucco dinanzi alla sua immensa e fiera apparizione?

Quello che non tutti sanno, però, è che questa meraviglia architettonica è stata scelta, qualche anno fa, per il progetto del “Forum nazionale dei giovani”, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, con l’obiettivo di pubblicizzare, nel mondo, le ricchezze di tutta la nostra penisola.

Ma qual è l’origine di questa meraviglia partenopea?

La storia

La storia di questa galleria comincia, ebbene sì, a Milano, in un’altra costruzione ad essa molto affine, edificata circa venti anni prima: la Galleria Vittorio Emanuele II. Traendo ispirazione proprio da qui, nell’Ottocento, nel Quartiere San Ferdinando, nel cuore di Napoli, venne costruita questa “gemella napoletana” un po’ più piccola (solo la cupola, progettata dall’ingegnere Paolo Boubeè, è più alta di quella milanese di ben 10 metri) da Luigi Emanuele Rocco, Ernesto di Mauro e Antonio Curri, con un progetto su tre piani in stile liberty.

La sua inaugurazione è avvenuta il 10 Novembre 1892, per mano del sindaco Nicola Amore, attraverso un’esposizione di prodotti artistici, artigianali e industriali: fu proprio così che divenne, sin da subito, polo commerciale dell’intera città di Napoli, anche grazie all’ubicazione favorevole, nei pressi di via Toledo, del Teatro San Carlo e di Piazza Plebiscito.

I suoi meravigliosi pavimenti policromi hanno una particolarità, che si svela in corrispondenza della cupola: mostrano i mosaici con i segni dello zodiaco, realizzati dalla ditta veneziana Padoan, ma non tutti sanno che questa è una “new entry” avvenuta nel 1952, per sostituire la pavimentazione originale, danneggiata dalla guerra.

I nostri nonni ricorderanno sicuramente, però, la Galleria Umberto I per un’altra ragione: per cinquanta anni, infatti, è stata la “sede” degli sciuscià, i lustrascarpe di cui, oggi, rimangono rarissimi ed isolati eredi.

Un territorio, quello della galleria, che ha visto, insomma, personalità semplici e ordinarie mescolate a figure di rilevanza storica ed artistica di livello, visto che ospita anche il famoso Salone Margherita, che è stato il primo cafè-chantant d’Italia della Belle epoque, luogo d’incontro d’intellettuali come Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao o Salvatore Di Giacomo.

Non solo polo commerciale, insomma, ma anche centro mondano, che ha fatto della Galleria Umberto I quella che è oggi, agli occhi dei residenti e dei turisti.

Una curiosità

La zona su cui sorge la Galleria era già intensamente urbanizzata nel XVI secolo, formata da un groviglio di strade parallele raccordate da piccoli vicoli, che da via Toledo sboccavano di fronte al Maschio Angioino.

Si trattava di vicoli con una pessima fama, pieni di taverne e case di malaffare, dove avvenivano delitti di ogni tipo.

Alla fine del XIX secolo il degrado era al top, con edifici a sei piani in cui la situazione igienica era pessima, tant’è che la zona, tra il 1835 ed il 1884, fu teatro di nove epidemie di colera. Dopo l’ultima di queste, si cominciò a considerare un intervento governativo e, nel 1885, fu approvata la Legge per il risanamento della città di Napoli, grazie alla quale vennero presentate varie proposte. Alla fine, il progetto vincente fu proprio quello dell’ingegner Emmanuele Rocco, ripreso in seguito da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro, che prevedeva una galleria a quattro braccia che si intersecavano in una crociera ottagonale coperta da una cupola.

Le demolizioni degli edifici preesistenti (ad esclusione del palazzo Capone) iniziarono il 1º Maggio 1887 ed il 5 Novembre dello stesso anno fu posta la prima pietra dell’edificio. La galleria, come abbiamo visto, è stata inaugurata dopo soli 3 anni ed ha dato nuova dignità a quelle strade e a quei vicoli tanto malfamati in passato.

Produzione della birra

Come si fa la birra?

di Simona Vitagliano

Abbiamo visto che Gambrinus sta alla birra come Bacco sta al vino.

Ma, esattamente, cosa c’è dietro al processo di produzione della birra e perchè è così buona, naturale e tanto bevuta ed apprezzata in tutto il mondo?

Un prodotto tutto naturale

Essenzialmente, la birra è una bevanda che si ottiene da acqua e malto d’orzo, uniti a lievito e luppolo: tutti ingredienti al 100% naturali!

Ma vediamo più nello specifico come avviene questo processo.

FASE 1: Produzione del malto

In questa fase l’orzo o gli altri cereali scelti (come frumento, segale, mais) vengono sottoposti ad un processo di germinazione. Attraverso una immersione in acqua, per 2-4 giorni, si stimola una macerazione, per poi riporre i cereali su alcune griglie, sulle quali riposeranno per 5-6 giorni: in questo momento i semi cominceranno a germogliare.

A questo punto avviene l’essiccazione e la tostatura, che bloccano la germinazione e, a seconda delle temperature utilizzate, lasceranno ottenere un tipo di malto piuttosto che un altro.

FASE 2: Ammostatura

I cereali maltati vengono macinati e miscelati con acqua tiepida: la temperatura sarà fatta salire ancora facendo in modo che l’amido si trasformi in uno zucchero, esattamente il maltosio; si sarà così ottenuto quello che comunemente è definito “mosto“.

Solo in questo momento sarà possibile abbassare la temperatura, in modo che il mosto diventi più chiaro in colore, si sterilizzi e risulti più concentrato. Si aggiunge poi il luppolo, che conferisce il classico sapore e aroma amarognolo alla bevanda. Anche in questo caso, la durata dell’ebollizione varia a seconda del tipo di prodotto finale che si vuole ottenere, ma non si superano quasi mai le due ore.

FASE 3: Fermentazione

Poichè esistono sia birre ad alta che a bassa fermentazione, il mosto viene lasciato raffreddare alle temperature opzionate in base a questa suddivisione.

Da questa scelta dipenderà anche l’utilizzo di particolari lieviti piuttosto che altri.

I lieviti per la birra ad alta fermentazione, ad esempio, prediligono temperature elevate e salgono in superficie durante la fermentazione, trasformando lo zucchero in alcol e producendo anidride carbonica. Questo è il metodo più antico, molto utilizzato per le corpose e aromatiche birre inglesi.

I lieviti per la birra a bassa fermentazione, invece, prediligono le basse temperature e si depositano sul fondo, lasciando che l’anidride carbonica resti nella birra. I prodotti finali ottenuti in questo modo sono le Lager (che in tedesco significa “deposito”), leggere e fragranti, che dopo la fermentazione rimangono, appunto, “a deposito” a temperature inferiori agli 0 gradi, per divenire più stabili e gustose.

FASE 4: Imbottigliamento e pastorizzazione

Nell’ultima fase della sua produzione la birra viene filtrata, pastorizzata e, infine, imbottigliata.
In particolare, il processo di pastorizzazione, che si utilizza anche per moltissimi altri alimenti, come il latte, consiste nel portare la bevanda ad una temperatura di circa 60°, solo per pochi minuti, per liberarla da qualunque batterio che potrebbe risultare nocivo. Al termine di quest’ultimo step la birra risulterà limpida e pronta per essere bevuta.
Ci sono alcune tipologie, però, che non richiedono filtraggio e pastorizzazione: vengono comunemente chiamate Weizen e risultano più torbide, meno trasparenti e con un sapore più intenso, aromatizzato anche dal lievito.

Gelato

La storia del gelato è tutta italiana

di Simona Vitagliano

Colorato, genuino, rinfrescante; alla frutta o in dolci creme gustose; “caldo” oppure fresco e corroborante; ricco di vitamine, sali minerali, proteine: parliamo del gelato, l’alimento preferito da grandi e piccini durante le stagioni più calde.

Ma sapevate che l’origine di questa leccornia tutta salute è italiana?

Le origini del gelato

Volendo ripercorrere la storia all’indietro, arrivando fino agli “avi” del gelato moderno, si può addirittura arrivare alla Bibbia, nel racconto di Isacco,che offre ad Abramo latte di capra misto a neve: sarebbe una sorta di gelato/granita dell’antichità!

I Romani, poi, parlavano di “nivatae potiones”, dei tipici dessert freddi, ottenuti conservano in alcune cave la neve raccolta durante gli inverni, per poi portarla in città durante le stagioni più calde, mescolandola ad altri ingredienti. Ne parla anche Seneca di queste gustose macedonie di frutta con miele e neve!

Ma per osservare un alimento più simile a quello che conosciamo noi oggi bisogna saltare direttamente al Cinquecento, con un occhio fermo, in particolare, su Firenze. Sarebbe qui, infatti, che colui che è tradizionalmente riconosciuto come il “papà” del gelato, l’architetto Bernardo Buontalenti, avrebbe ideato questa ricetta con latte, panna e uova. Ma questo non è l’unico nome che ruota intorno alle origini di questo fresco alimento estivo.

Ce n’è un altro, sempre italiano, da citare: Francesco Procopio dei Coltelli, gentiluomo palermitano trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole; qui l’uomo aprì il primo caffè-gelateria della storia, rimasto ancor oggi celebre e rinomato in tutto il mondo, il caffè Procope, dove ai clienti serviva proprio porzioni di gelato in vari gusti.

Ma come ha fatto, poi, il gelato italiano a diventare l’ice-cream americano?

Ancora una volta c’è lo zampino di un nostro connazionale!

Fu un certo Filippo Lenzi, alla fine del XVIII secolo, ad aprire la prima gelateria in America; da lì fu un successo clamoroso, così imponente da stimolare la fantasia dei buongustai per nuove proposte su gusti e invenzioni: nacque, infatti, la sorbettiera a manovella, nel XIX secolo, per mano di William Le Young.

Il passo alla produzione industriale in serie è stato brevissimo.

Gelato industriale

I nostri nonni e parenti più anziani sicuramente ricorderanno la rivoluzione portata in tutte le case degli italiani dal “Mottarello“, il primo gelato industriale su stecco, nato proprio qui, in terra nostrana, nel 1948.
Poco dopo, negli anni 50, arrivò (e trionfò) il primo cono con cialda industriale… parliamo dell’unico, mitico, inconfondibile Cornetto!
Ma è negli anni 70, con la diffusione del frezeer domestico, che fu possibile acquistare i primi “secchielli” formato famiglia: il nome “Barattolino” vi dice qualcosa?

Siamo in anni recenti, infine, ed arriva anche la prima versione di gelato-biscotto: il Ringo.

Da lì è stata una continua evoluzione, ispirazione, invenzione, ma gli standard su cui hanno poggiato i gelati di tutto il mondo hanno avuto come matrici proprio questi 3 “avi” così famosi e conosciuti ancora oggi dai nostri bambini.

Campari

Campari: le origini dell’aperitivo italiano

di Simona Vitagliano

In fondo, non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?

Sono anni, ormai, che la frase di questo spot pubblicitario, ripresa dal filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, rimbomba nelle nostre teste, colorando le nostre giornate anche attraverso tutte le vignette scherzose ed i meme che sono stati creati sulla sua base.

Campari ha sempre fatto del buon advertising, su questo non ci sono dubbi.

Con la saga Red Passion, cominciata alla fine degli anni 90, sono state tantissime le personalità di spicco del mondo dello spettacolo d’oltreoceano a prestarsi per gli spot: da Salma Hayek a Eva Mendes, finendo a Benicio Del Toro.

Eppure il Campari è tutto italiano, con 150 anni all’attivo di una ricetta rimasta invariata nel tempo; com’è nato, quindi, questo mito?

La storia

Siamo nel 1860, in un piccolo bar di Novara, chiamato il “Caffè dell’Amicizia”, rilevato da un certo Gaspare Campari. Qui nasce e si perfeziona quello che sarebbe diventato il bitter che conosciamo oggi, all’epoca chiamato “Rosa Campari“, un alcolico ottenuto dall’infusione in alcol e acqua, di erbe aromatiche, piante e frutta.

Quando la famiglia di Gaspare si trasferisce a Milano, alla fine dello stesso anno, il Campari passerà attraverso la Galleria Vittorio Emanuele II, dove verrà fondato il bar Campari, appunto, e il famosissimo Camparino che, dal 1915, anno in cui viene inaugurato, rivoluziona tutto poichè, dal suo scantinato, parte un impianto idraulico che arriva direttamente al bancone, in grado di garantire flusso continuo di seltz ghiacciato. Lo stesso scantinato/retrobottega dove il proprietario, instancabilmente, lavora a “elisir” alcolici di piacere, tra cui i famosi Bitter all’uso d’Hollanda e il Cordiale. Una assoluta novità!

Il bar presto comincerà a popolarsi di artisti, intellettuali, politici, divenendo alla moda, importante, un punto di riferimento dell’aperitivo milanese.

Quarant’anni dopo viene inaugurato  il primo impianto produttivo a Sesto San Giovanni e l’azienda inizia a esportare all’estero.

E la bottiglietta a forma di calice capovolto, così particolare, da dove arriva?

Ancora una volta bisogna riferirsi alle strategie di marketing sapientemente scelte dai proprietari del marchio.

Nel 1926 viene ingaggiato Fortunato Depero, pittore e scultore all’avanguardia, per occuparsi della campagna pubblicitaria di Campari. In verità, il loro rapporto deve essere cominciato tempo prima poichè nel 1925 si ritrova già uno schizzo di quella che diverrà la famosa bottiglietta, che all’epoca era solo l’immagine per un manifesto pubblicitario.

Davide Campari, figlio e successore di Gaspare al comando dell’azienda, la adotterà come bottiglia dell’aperitivo, adattandola al marchio completamente e personalizzandola, imprimendo la scritta sulla sua superficie di vetro.

Da lì il successo di Campari è stato inarrestabile, globale e mondiale.

Il bitter è stato testimonial di eventi storici, presenza nei film di Federico Fellini, compagnia per milioni di italiani negli sketch di Carosello.

Una ricetta che è diventata simbolo del nostro Paese e ambasciatore di esso nel mondo!

la banda degli onesticaffè2

Un caffè per Totò

Articolo di Michele Sergio

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa del più grande attore partenopeo: il Principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio conosciuto semplicemente con lo pseudonimo “Totò”. Era il 15 aprile del 1967 e una folla numerosissima e commossa dava l’ultimo addio al grande attore nella Basilica del Carmine Maggiore.

Tutti dobbiamo qualcosa a Totò. Tutti noi napoletani siamo cresciuti guardando i suoi film, ripetendo le sue gang e le sue battute e ricordando i suoi sketch. A distanza di mezzo secolo i suoi film hanno ancora la capacità di farci ridere (per la sua comicità unica) e piangere (per i temi trattati ancora attualissimi).

In onore al grande attore napoletano i fratelli Sergio, patroni dello storico Gran Caffè Gambrinus, hanno deciso di dedicargli la sala principale dello storico Locale. L’evento è stato fissato per il 13 giungo (Sant’Antonio) e la madrina nonché ospite d’onore sarà Liliana De Curtis sua figlia che inaugurerà la targa del suo amato padre.

Per l’occasione si è pensato anche di realizzare una torta ed un caffè che prende spunto da quelli preparati nell’epoca di Totò. Negli anni ’50 e ’60 i napoletani erano soliti bere un caffè corretto con l’anice, il cd. “Scarffariello”. Il Caffè Totò riprende questo caffè, che come dice lo stesso nome deve essere rigorosamente scaldato con la lancetta a vapore, oltre ad essere per così dire “strapazzato” dal barista con lo zucchero ed il cacao. Il tutto decorato con il “Cappello di Totò” (un cioccolatino preparato con l’impasto della torta caprese ricoperto di cioccolato).

Sono sicuro che anche ad un “Principe” questo caffè può essere servito!

Grazie Totò

 

Fonte: VediNapoli

Piazza Trieste e Trento, ecco come si chiamava un tempo

di Simona Vitagliano

La toponomastica napoletana è cambiata più volte, e per i più svariati motivi, nel tempo.

Abbiamo già visto le beghe che hanno riguardato via Toledo/via Roma, una delle strade che portano al nostro Gran Caffè; oggi, invece, ci occupiamo di un altro dei luoghi a noi cari e prossimi: Piazza Trieste e Trento.

La storia

Quella che noi oggi chiamiamo Piazza Trieste e Trento è sicuramente famosa per la Fontana del Carciofo che la riempie nel centro: si tratta di una delle fontane monumentali di Napoli, fatta costruire da Achille Lauro nel periodo della sua giunta comunale, tra il 1952 e il 1957.

Ma, oltre alla nostra presenza sul lato Ovest, al piano terreno del palazzo delle Prefettura, troviamo, ai suoi margini, il Teatro San Carlo, il Palazzo Reale, il Palazzo del Cardinale Zapata, con il suo Museo “Giuseppe Caravita Principe di Sirignano”, dedicato agli artisti napoletani dei due secoli scorsi, e la seicentesca chiesa di San Ferdinando, inglobata alla Galleria Umberto I, da cui questo luogo, inizialmente, prese il nome.

Questa piazza, tra l’altro, ha cambiato non solo denominazione ma anche posizione!

Piazza Trieste e Trento antica

Fino al 1843, infatti, Piazza San Ferdinando sorgeva dove oggi si trova un ampio spazio tra il teatro San Carlo e il palazzo reale, luogo designato a quello che era posto, obliquamente, tra le due strutture: il palazzo Vicereale, chiamato anche palazzo Vecchio, realizzato nel 1540 su progetto di Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, per volere del viceré don Pedro di Toledo, che fu abbattuto nel 1837, quando Ferdinando II delle Due Sicilie (Borbone) ideò un progetto di ampliamento del Palazzo Reale che prevedeva questa “perdita”.

Fu solo nel 1919 che questa piazza prese il nome che noi conosciamo oggi, per volere dei Savoia, in celebrazione della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

Ora come allora, Piazza Trieste e Trento è di forma irregolare, ma è stata trasformata più volte, fino alla fine dell’Ottocento, prima di prendere le sembianze e le connotazioni attuali.

Un altro dei pezzi di storia di Napoli, che ha vissuto insieme a Re, Regine, uomini facoltosi ma che ha anche assistito al passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, presenziando a tutte le fasi della vita partenopea, dall’Ottocento sino ad oggi.

Granita siciliana

La Granita siciliana

di Simona Vitagliano

Il caldo torrido, il ventilatore o il condizionatore acceso, una terrazza, un giardino o una casa vacanze in spiaggia pronta ad accogliere una tavolata di amici a cena: è così che immaginiamo e sogniamo l’estate ogni anno; e nessuno può dirsi immune al fascino di un dopocena o di un dessert fresco offerto da una dolce granita di frutta.

Quello che non tutti sanno, però, è che quella che normalmente, oggi, chiamiamo “granita” non è che una lontana “cugina” della più antica e tradizionale granita siciliana!

Granita siciliana: l’idea tradizionale di dolce ghiacciato

Se tanti supermercati e gelatai offrono granite a buon mercato, che altro non sono che ghiaccio “contaminato” da un gusto fruttato o aromatizzato a menta, vaniglia ed altri sapori, la Sicilia ha una tradizione tutta sua in fatto di granita, ed ha tanto da insegnare.

La vera granita siciliana, infatti, è un composto di acqua, zucchero e frutta, che viene ghiacciato lentamente ma mai completamente, mescolandolo continuamente in modo da ottenere un risultato cremoso e non semplicemente duri cristalli di ghiaccio aromatizzati.

Un’altra differenza importante tra la comune granita e questa crema siciliana è che quest’ultima non viene mai consumata a fine pasto, ma sempre a colazione oppure durante uno spuntino, accompagnata da pane o da una brioche, nel gusto che si preferisce.

Di solito le opzioni riguardano: limone, fragola, pistacchio, caffè, ma esistono alcune varianti che, di luogo in luogo, sono reputate “specialità”, inserite nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani, come la granita ai gelsi neri e quella alla mandorla.

Meno frequenti, ma altrettanto ricercati, sono i gusti al fico d’India, al gelsomino, al cioccolato, alla pesca, al mandarino o all’ananas.

Ma torniamo ancora indietro nel tempo: se le granite comuni provengono da quella siciliana, dov’è da ricercare la matrice comune nel passato?

Storia della granita siciliana

L’idea generale  è che dietro la ricetta della granita siciliana ci sia addirittura una bevanda araba, chiamata sherbet.

Si tratta di un succo di frutta ghiacciato, aromatizzato con acqua di rose, con cui i siciliani vennero a contatto durante l’epoca della colonizzazione.

La cosa curiosa è che, inizialmente, la granita siciliana veniva preparata raccogliendo grandi quantità di neve dall’Etna (e dai monti vicini), sfruttando delle niviere in pietra, create dentro grotte naturali, per evitare che si sciogliesse e, soprattutto, che perdesse quella temperatura fresca naturale. Con il passare del tempo quella stessa neve si ghiacciava e veniva asportata grattando sulle lastre che si formavano e trasportando il tutto aggiungendo del sale, che manteneva bassa la temperatura; questo anche perchè è facile immaginare che il consumo di questa pietanza avvenisse maggiormente nelle stagioni più calde.

La granita veniva successivamente preparata in un contenitore d’acciaio, che girava continuamente proprio come una sorta di miscelatore, a sua volta contenuto in un pozzetto con neve e sale.

Proprio questo tipo di preparazione deve aver ispirato un altro nome che identifica questo fresco dolce aromatico, sia in Sicilia che nella nostra Campania: la rattata, cioè, appunto, la “grattata”.

Caffè Gambrinus

La leggenda della bambina fantasma al Gran Caffè Gambrinus

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è al centro della storia partenopea, ormai, sin dalla sua fondazione, che è avvenuta in concomitanza dell’Unità d’Italia, nel 1860.

Nonostante sia stato inaugurato ufficialmente solo molto più tardi, nel Novembre 1890, e nonostante sia stato chiuso a lungo durante il periodo fascista, il Gambrinus ha sempre mantenuto il suo ruolo: portatore dello stile Liberty, punto d’incontro di letterati e intellettuali, salotto culturale e persino luogo ideale dove scrivere canzoni e poesie, seduti ai tavolini e sorseggiando un buon caffè.

Ma c’è una leggenda che riguarda questi storici locali partenopei, che parla di una bambina… e del suo fantasma.

La leggenda

Fortunatamente, non è una storia di violenze o di terrore e potrete raccontarla anche ai vostri piccoli: qui a Napoli anche i fantasmi hanno tutt’un altro sapore e altre “intenzioni”!

Si narra, infatti, che, esattamente ogni Novembre, nei laboratori del piano interrato del Gambrinus compaia il fantasma di una bambina, che sarebbe vissuta agli inizi del 1900; un’ipotesi che, probabilmente, è stata fatta in base agli abiti indossati.

I testimoni sono tantissimi, poichè si ritrovano anche tra i clienti che siedono ai tavolini, al piano superiore, e consumano le loro ordinazioni.

Pare che questa bimba sia particolarmente golosa di dolci ed, in particolare, di torrone, motivo per il quale apparirebbe in un periodo “calcolato”: le feste natalizie, nel mese di Novembre, infatti, sono prossime, per cui, al laboratorio del bar, si lavora ai torroni che verranno successivamente messi in vendita e serviti ai tavolini.

Sono in tanti ad aver visto questa bambina, felice e sorridente, girovagare tra i tavoli, in cerca delle barrette di torrone.

E non sarebbe, comunque, l’unico momento dell’anno in cui questa dolce “visita” si farebbe strada tra i locali del famoso Caffè partenopeo.

Proprio per questi racconti sono tante le tipologie di Tour esoterici, che coinvolgono la città di Napoli, a fare tappa al Gambrinus, in cerca della famosa bimba golosa di torrone.

Voi l’avete mai incontrata?