Torrone dei morti

Origine e storia del torrone dei morti

di Simona Vitagliano

Quella che si celebra in Italia nel cosiddetto “Giorno dei Morti” è, per certi versi, una ricorrenza molto simile ad Halloween, tant’è che cade anche in un giorno molto vicino al 31 Ottobre: siamo, infatti, in quella che, per gli italiani, è una vera e propria festività (anche se mai ufficialmente istituita come festività civile) da celebrare il 2 Novembre, esattamente un giorno dopo la ricorrenza (questa volta rossa sul calendario) di Ognissanti.

Ma quali sono queste similitudini così evidenti?

Innanzitutto l’input da dove ha preso origine questa commemorazione: come scritto sull’Encyclopædia Britannica,  “i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei vivi“; si celebrano, insomma, le anime dei defunti come se, per una notte, fossero in grado di tornare in vita e addirittura cibarsi di quello che viene loro lasciato a disposizione.

Questa credenza ha fatto in modo, quindi, che le donne del popolo si ingegnassero in nuove ricette, realizzate con gli ingredienti del momento, per accontentare i vivi… e non solo. Ed ecco come sono nati quelli definiti come “i dolci dei morti“, che sono differenti, qui in Italia, di regione in regione.

In Sicilia, ad esempio, la tradizione vuole che la notte di Ognissanti i morti (della famiglia) lascino regali e dolciumi per i bambini, come la Frutta di Martorana (in Calabria i “morticeddi“) e le cosiddette “ossa dei morti“.

Nella zona del monte Argentario, in provincia di Grosseto, in Toscana, invece, tra le varie usanze c’era anche quella di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini, le cui anime si pensava tornassero tra i vivi, appunto, nella notte del 2 Novembre.

Curiosa la tradizione abruzzese che richiama in tutto e per tutto quella anglosassone per la celebrazione di Halloween: vengono fatte, infatti, scavare e intagliare delle grandi zucche per poi riporvi, all’interno, una candelina. In questo modo queste creazioni diventano laterne; vi dice qualcosa il nome Jack-o’-lantern?

Insomma, volendo fare un tour virtuale tra le regioni nostrane (e non solo) si ritroverebbe questa linea comune, volta a festeggiare una sorta di ritorno dei defunti tra i vivi: un modo per ricordare con più calore i propri cari scomparsi.

In questo panorama, il torrone che noi napoletani mangiamo proprio in questi giorni di celebrazione si inserisce a pennello. Ma quali sono le sue origini?

Il torrone dei morti: un’origine antica ed incerta

Quello che a Napoli è definito “torrone dei morti” è un dolciume morbido, lungo dai 50 ai 70 cm, venduto a pezzi, e a peso, in tantissime botteghe e piccoli store all’aperto, disseminati lungo le strade della città. La forma è, praticamente sempre, un parallepipedo, una sorta, se vogliamo, di cassa da morto in miniatura, dato anche il richiamo al colore del legno ottenuto attraverso la base di cioccolato. Naturalmente, l’esterno può essere decorato a piacimento, tant’è che non è infrequente trovarne di ricoperti da cioccolato bianco oppure ripieni di crema e cioccolata al latte, che decorano al taglio ogni fetta.

Questo tipo di torrone si differenza da quello classico per gli ingredienti: qui non c’è miele, ma cacao, come abbiamo visto, che viene “intarsiato” e reso più goloso da nocciole, frutta secca o candita, chicchi di caffè, mandorle, riso soffiato e tantissimi altri ingredienti, preferibilmente autunnali, ma anche più esotici ed estivi, come il cocco.

A Napoli  è impossibile non acquistarne anche solo un piccolo quantitativo, a simbolo della festività più particolare dell’intero calendario italiano; d’altro canto, tra storie di Dracula, vampiri e fantasmi (qualche tempo fa vi abbiamo proposto anche la leggenda della bambina fantasma che riguarda il Gran Caffè Gambrinus), o il mito di Raimondo Di Sangro e della sua Cappella Sansevero, la città partenopea è, sin dalle sue origini, una grande evocatrice di tradizioni storiche esoteriche.

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Il Caffè Chantant

Articolo di Michele Sergio tratto dal IL ROMA del 06.11.2017

Fine ‘800. Siamo in piena Belle Èpoque, periodo di larga fiducia nei progressi scientifici e tecnologici, di diffusione di nuove forme d’arte espressive (cinema e fotografia), di grande speranza nei miglioramenti e nelle innovazioni che accompagneranno e segneranno l’inizio del nuovo secolo, di maggiore agiatezza del ceto borghese, in ascesa rapida e costante, che, accanto e più della vecchia nobiltà, comincia a dedicare il tempo libero allo sport, all’arte, al teatro e alla musica. Sull’esempio francese, si diffonde in Italia, rapidamente e con successo, una nuova forma di spettacolo, di cui Napoli diventerà capitale europea accanto a Parigi.

Nei Caffè più rinomati si propone un nuovo spettacolo d’intrattenimento, il Café Chantant (o Caffè Cantante secondo etimo italiano). Il termine Cafè è proprio indicativo del luogo di rappresentazione, i principali Caffè delle città più mondane, Parigi e Napoli in testa, per l’appunto, dove gli avventori, tra un caffè o un bicchiere di vino o liquore, possono godere di uno spettacolo di canzoni (ecco perché Chantant/Cantante), macchiette e ballo. I locali napoletani più famosi dove veniva rappresentato il Cafè Chantat erano la Birreria dello Strasburgo, il Salone Margherita ed il Caffè Gambrinus.

Uno spettacolo veramente trasgressivo per l’epoca, dove il numeroso più atteso, da un pubblico quasi sempre del tutto maschile, è quello delle ballerine, che sulle note del can-can, alzano la gonna mostrando le gambe! Accanto alle amatissime ballerine, nella versione napoletana, spicca la figura della prima donna, la chanteuse, la Sciantosa, cantante e ballerina anch’essa, che manda in visibilio il pubblico con la Mossa, una sorta di movimento d’anca molto sensuale e provocante per l’epoca ritenuta trasgressiva. Tante furono le Sciantose che si distinsero a Napoli ed in tutta Europa: Lina Cavalieri, Maria De Angelis, Elvira Donnarumma, Anna Fougez e Yvonne De Fleuriel. Dopo oltre cento anni è ancora possibile rievocare i tempi della Belle Èpoque al Caffè Gambrinus che ripropone lo spettacolo del Cafè Chantant nelle sue storiche sale dorate.

 

 

 

Cioccolata calda

Cioccolata calda, dai Maya ai giorni nostri

di Simona Vitagliano

Che quello del cioccolato sia un piacere antico non vi è dubbio: lo ritroviamo in tantissime ricette tradizionali, che affondano le radici in tempi (e qualche volta anche territori) lontanissimi.

Ma, forse, parliamo di qualcosa di molto più remoto nei millenni di quello che si possa pensare. Anche perchè questo viaggio all’indietro nel tempo deve arrivare… sino ai Maya!

Quando il cioccolato era una valuta

Il primo italiano ad assaggiare una bevanda al gusto di cacao, arricchita con alcune spezie,  pare sia stato proprio Cristoforo Colombo, quando approdò nelle Americhe. Più precisamente, tutto accadde durante il suo quarto viaggio, quando il nostro compaesano sbarcò in Honduras, in America del Sud. Il sapore lo stregò al punto da portare i semi di questa pianta straordinaria a Fernando e Isabella di Spagna, i quali, però, pare, non mostrarono lo stesso interesse verso questo nuovo cibo arrivato da lontano. Addirittura, una leggenda vorrebbe che Colombo abbia scritto una missiva, al Re di Spagna, per anticipargli la scoperta di questa bevanda, chiamata dai locali del posto “acqua amara“, che rifocillava l’esercito, dandogli una resistenza maggiore alla fatica.

Ma, volendo inoltrarsi ancora più lontano nel tempo, quella bevanda dolce e particolare da dove spuntava fuori?

In effetti, il viaggio da fare è molto più lungo e avvincente: dobbiamo tornare all’epoca del 1000 a.C., alle civiltà precolombiane dei Maya e degli Atzechi che popolavano l’America centro-meridionale. Era tradizione di questi popoli, infatti, bere il Xocoatl, una bevanda, che prendeva il nome proprio da Xoco (cioccolato) e atl (acqua), condita da alcune spezie, come il peperoncino.

Addirittura, sembra che a quei tempi il cacao fosse una pianta così importante e pregiata da essere considerata di gran valore: i suoi chicchi erano usati come valuta, proprio come se si trattasse di denaro. L’economia atzeca si fondava proprio sulle fave di cacao, antiche precorritrici delle nostre monete!

Tornando a tempi più recenti, se la “missione” di Colombo per introdurre il cacao in Europa fallì, come ha fatto questa pianta a raggiungerci e a conquistare definitivamente i nostri palati?

Il nome da citare è quello di Hern‪á‬n Cortés, condottiero spagnolo contemporaneo di Colombo, che conquistò e sottomise al Regno di Spagna l’impero atzeco.

In effetti, la storia delle sue gesta e del suo successo è un po’ controversa: nonostante molti storici parlino di un genocidio avvenuto ai danni di questa antica civiltà, una leggenda vuole che il condottiero sia arrivato in Messico con un esercito ridotto e che la sua vittoria sia avvenuta grazie ad una serie di circostanze favorevoli. Un antico mito atzeco, infatti, narrava del ritorno sulla Terra di una delle divinità più importanti, Quetzacoatl, che sarebbe avvenuto con un “esercito scintillante”. L’esercito spagnolo di Cortés, così, arrivato dal mare con soldati protetti da elmi scintillanti decorati da una piuma, fu visto come una sorta di messaggero del Dio, che venne identificato proprio nella persona del condottiero. Ed ecco perchè tra gli storici c’è anche chi parla di una conquista dei territori atzechi piuttosto spontanea e pacifica.

Al termine di tutto questo, Cortés scoprì dell’utilizzo delle fave di cacao come moneta, cominciando ad interessarsi a questa pianta e importandola anche in Europa come prodotto alimentare.

Il Regno di Spagna, tuttavia, mantenne l’esclusiva a lungo: nel nostro Paese, infatti, si è dovuto aspettare il 1600 per gustare i semi di questa pianta.
Agli inizi dell’800, poi, in Inghilterra, venne realizzata la prima tavoletta da Pierre Paul Caffarel, che cominciò a giovare del progresso tecnologico potendo cominciare una produzione su larga scala. Alla fine dello stesso secolo, infine, Rudolph Lindt inventò il processo chiamato concaggio, che miscela il cioccolato per ottenere un prodotto migliore, omogeneo e privo di acidi alcalici.

Oggi

Oggi il cioccolato, ed in particolare la cioccolata calda, rappresenta il simbolo dell’arrivo dell’inverno: l’immagine di un camino acceso e di una tazza fumante tra le mani è praticamente onnipresente tra le bacheche social di tutto il mondo, in periodi particolarmente freddi dell’anno (e noi del Gambrinus lo sappiamo bene…!). In più, studi scientifici hanno dimostrato anche il suo intervento in positivo sull’umore e sulla gratificazione personale, senza contare che servire la cioccolata fusa speziata è un privilegio riservato da pochi… dimenticando che 3000 anni fa le civiltà precolombiane avevano già imparato a gustare questo tipo di prelibatezza.

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Un caffè in onore a Bud Spencer

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Ad un anno dalla scomparsa di Bud Spencer al Gran Caffè Gambrinus è stato presentato il libro “Grazie Bud” opera del giovanissimo e talentuoso scrittore napoletano Alessandro Iovino. Presenti per l’occasione televisioni e giornali oltre a familiari, amici e fans del compianto protagonista del cinema italiano e internazionale.

Molti i nomi del mondo dello spettacolo e delle istituzioni (Catena Fiorello, Andrea Cannavale, Gaetano Sottile, Francesco Emilio Borrelli, Gianni Simioli, Giuseppe Pedersoli), tutti a lasciare un ricordo, ancor prima del campione dello sport e del cinema, dell’uomo, con la sua grande semplicità, la sua profonda umiltà e, soprattutto, la sua enorme umanità. Sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi, Bud si è ripetutamente scagliato contro i prepotenti, denunciando soprusi e sopraffazionia qualsiasi livello!

Il Gambrinus gli ha dedicato una torta e, soprattutto, il “Caffè Bud”, un caffè forte (zucchero di canna, panna montata, caffè e biscotto ricoperto di cioccolato), per uomini forti, in onore del più forte!

Francamente ci auguriamo che questo minimo esempio proveniente dal Gambrinus, costituisca solo la prima di altre e più significative manifestazioni di affetto della ns.città verso un suo grande figlio. E’ bello pensare ad una importante strada o piazza a lui intitolata ed ancor più bello immaginarla con una statua del ns. Gigante Buono.

Ciao Bud!

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Sfogliatella

La storia e l’origine della sfogliatella

di Simona Vitagliano

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo  nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’  sempe na delizia, na bontà!

Se volessimo raccontare la storia della sfogliatella basterebbero questi celebri versi a renderla quasi musicale alle nostre orecchie.

Ma il napoletano è una lingua a tutti gli effetti (tra l’altro, patrimonio dell’UNESCO) e, come, tale, non è conosciuta da tutti; ci accingiamo, quindi, a fare questo piccolo viaggio virtuale nella maniera tradizionale.

Le origini

Siamo tra Furore e Conca dei Marini, in Costiera Amalfitana, circa 4 secoli fa (negli anni del 1600), precisamente nel convento di Santa Rosa, abitato da monache di clausura che, per definizione, dovevano tenersi impegnate per evitare, il più possibile, contatti con l’esterno. Per questo coltivavano la terra, cucinavano il pane, si ingegnavano in ricette anche se, per la verità, i menu erano solitamente sempre molto simili tra loro.

Un giorno, però, accadde qualcosa che sarebbe stata la scintilla per un cambiamento nella storia del convento, della costiera e di tutta Napoli; quella stessa scintilla che avrebbe creato il presupposto giusto per la nascita di un nuovo simbolo tutto napoletano.

Quel giorno una delle monache (qualcuno dice madre superiora), di nome Clotilde, si accorse di alcuni avanzi di semola bagnata nel latte. Naturalmente sarebbe stato un grave spreco buttarla, per cui si adoperò in una scelta istintiva culinaria: la miscelò con ricotta, frutta secca e liquore al limone (che oggi chiameremmo limoncello) e la infornò, dopo averla resa ripieno di un impasto, allungato con vino bianco e strutto, di due sfoglie chiuse a ricordare la forma di un cappuccio di monaco: era nata la Santarosa.

Il dolce, infatti, riscosse non solo successo tra le altre sorelle ma cominciò ad essere offerto al popolo, in cambio di qualche moneta, per cui fu necessario dargli un nome e si scelse proprio quello del monastero dove era stato creato.

Per arrivare a Napoli, però, questa leccornia, ci mise ben 200 anni.

Nel 1818, per vie ancora da chiarire, colui che all’epoca era ancora un oste, Pasquale Pintauro, entrò a contatto con questa delizia che lo folgorò, letteralmente.

Decise, così, di rivisitarne la ricetta, trasformando la sua osteria in via Toledo in un laboratorio dolciario e divenendo, egli stesso, pasticciere.

La versione rivisitata da Pintauro

Pintauro eliminò la crema e le amarene del ripieno e assottigliò la sfoglia, privandola di quel richiamo al cappello monacale: è così che è nata la sfogliatella!
Altre versioni meno “ufficiali” della storia riportano, però, che potrebbero essere state le stesse monache a rivisitare la grandezza delle sfoglie di pasta, creando, richiudendo tutto a copertura del ripieno, quella forma di conchiglia che ci è tanto familiare, nel caso della variante frolla.

La sfogliatella oggi

Oggi la bottega di Pintauro, con la vecchia insegna ma nuova gestione, è sempre lì, pronta a deliziare i passanti con le sue sfogliatelle fragranti ma, nel corso dei secoli, questo dolce è diventato così famoso da aver preso le sembianze di un vero e proprio simbolo per Napoli ed i suoi abitanti e non c’è bar, pasticceria, laboratorio che non lo rivenda al pubblico.

Disponibile nella variante riccia e in quella frolla (in alcuni luoghi, soprattutto in costiera, è possibile ancora assaporare l’antica Santarosa), ‘a sfugliatell’ è pronta a regalare emozioni intense ai napoletani e ai turisti, già attraverso il suo profumo, che riempie le strade ed i vicoli della città… e chi si ritrova a passeggiare nei pressi del Gambrinus ne sa qualcosa!

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Quando il caffè fece tappa a Napoli

Articolo tratto da IL ROMA del 26 ottobre 2017 di Michele Sergio Gambrinus

Il caffè, bevanda originaria dell’Etiopia, è stata in un primo momento, e precisamente in epoca medioevale, una bevanda conosciuta e consumata esclusivamente nei paesi arabi. Per la diffusione nel vecchio continente, invece, bisognerà aspettare la fine del XVII secolo. Gli arabi facevano largo consumo del caffè, da loro chiamato “Vino d’Arabia”, anche per il divieto di bere bevande alcoliche.

Napoli e Salerno furono tra le prime città europee a venire a contatto con il nero infuso. Furono probabilmente i mercanti arabi che provarono a proporre al popolo napoletano questa nuova bevanda, ottenuta macinando i chicchi di caffè tostati fino a ridurli in polvere da versare, a mo’ di infuso, direttamente in un contenitore di acqua bollente. E’ ampiamente provata la conoscenza della bevanda nera in epoca medievale rinvenendosene documentate tracce nel trattato Flos Medicinae Scholae Salerni della Scuola Medica Salernitana, la più antica al mondo, in cui il caffè era rubricato come medicinale antidepressivo. In prosieguo di tempo, siamo nel 1614, il musicologo romano Pietro Della Valle, tornato dalla Terra Santa, dove aveva appreso le virtù della bevanda, lo propose al popolo di Napoli che, all’epoca, era una delle più importanti e popolose città del mondo.

Data ufficiale della diffusione del caffè in Europa è, però, il 1683, anno del famoso assedio di Vienna da parte dei Turchi Ottomani, nel cui accampamento i soldati degli eserciti europei, dopo la vittoria, rinvennero chicchi e polvere di caffè. E’ così che il caffè fa il suo ingresso alla corte di Vienna e di qui rapidamente si diffonde con il sorgere di “botteghe del caffè” non solo nella stessa Vienna (dove inizierà la tradizione dei KaffeeHaus), ma anche a Parigi (dove nasce nel 1686 il primo Caffè, inteso come locale, il Le Procope) e Venezia (il Caffè Florian apre nel 1720).

Nella nostra città, è con l’arrivo di Maria Carolina, andata in sposa a Ferdinando IV di Borbone, che si comincia a bere caffè diffusamente. La giovane regina che già lo gustava alla corte familiare di Vienna, nel 1771 lo propose ai suoi ospiti durante una fastosa festa nella reggia di Caserta. A Napoli c’era, però, qualcuno che non vedeva favorevolmente questa nuova bevanda, sostenendo, addirittura, che portasse male (forse per il suo colore scuro)! La superstizione fu superata con uno stratagemma posto in essere dal gastronomo Vincenzo Corrado che, abilmente, decise di dedicare il suo trattato “La Manovra della Cioccolata e del Caffè” del 1794 a don Nicola Valletta, massima autorità napoletana in fatto di jettatura.

A partire da tale momento il caffè divenne la bevanda per eccellenza dei napoletani e Napoli acquisì lo status di capitale del caffè, anche per effetto della diffusione della “Cuccumella”, la caffettiera napoletana, che il francese Morize nel 1819 inventò proprio a Napoli.

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Il caffè Halloween

Articolo di Michele Sergio

Di tradizione anglosassone la festa di Halloween si è oramai imposta anche nel nostro Paese ed in particolare a Napoli dove è stata adottata con grande entusiasmo. Da anni, oramai, anche per le strade della ns. città, bambini “vestiti” da mostriciattoli girano per case e negozi – addobbati per l’occasione con zucche e pipistrelli – raccogliendo caramelle o cioccolatini dopo avere pronunziato la rituale frase “dolcetto o scherzetto”. Senza dire degli adulti, sempre più numerosi nel partecipare a vari  Halloween parties organizzati tra centro e provincia il 31 ottobre, la cd. notte delle streghe”, tra costumi e maschere “mostruose”.

Non deve sorprendere che i napoletani abbiano presto apprezzato l’Halloween considerata la secolare attrazione ed il fervido interesse per l’esoterico e il soprannaturale, tra credenze popolari (malocchio, monaciello, bella ‘mbriana), culto dei morti (capuzzelle in via dei Tribunali, teschi del cimitero delle Fontanelle, catacombe disseminate nel sottosuolo dell’intera città) e scienze esoteriche (macchine anatomiche del Principe di Sansevero nell’omonima Cappella).

Come per ogni festività non poteva mancare il dolce ad hoc della ns. tradizione: tra Ognissanti (Halloween per l’appunto) e la Commemorazioni dei Defunti dell’1-2 novembre, domina incontrastato il torrone. Il Caffè Gambrinus quest’anno, accanto alle versioni classiche (mandorlato, nocciolato, di cioccolato), propone alcune  golose  varianti (pistacchio, Oreo e il torrone del Conte Dracula realizzato con cioccolata rossa e mandorle).

I maestri caffettieri del Gambrinus hanno voluto anch’essi “firmare” l’Hallowen 2017  creando il Caffè Halloween che ha i colori della festa, il nero e l’arancione. Ricetta: sul bordo interno del bicchiere spalmare la cioccolata nera e arancione, indi versare  caffè e panna montata, spolverare con cacao ed aggiungere un cioccolatino a forma di pipistrello. Un delizioso caffè veramente spaventoso!

Happy Halloween 2017

Piazza Plebiscito

Si può passare bendati tra le statue di piazza plebiscito?

Le statue equestri di Piazza Plebiscito sono state progettate e costruite (dal Canova), insieme alla piazza stessa, nell'Ottocento, perlomeno nell'assetto più similare a quello che conosciamo oggi.

C’è una leggenda, però, che le riguarda e che si tramanda ancora ai giorni nostri.

Siamo negli anni in cui la Regina Margherita è al trono.

Sembra che la nobildonna concedesse, una volta al mese, ad uno dei suoi prigionieri, di “giocarsi la vita” con una sfida molto particolare, che noi napoletani conosciamo bene anche oggi: la prova riguardava il percorrere la piazza bendato, partendo partendo dalla porta di Palazzo Reale e riuscendo a passare proprio in mezzo alle due statue. Un’impresa, a quanto pare, impossibile, tant’è che, si diceva, non era pensabile da nessun prigioniero superarla a causa di una maledizione voluta dalla stessa sovrana. Una maledizione che, evidentemente, perdura ancora sino ad oggi, perchè sembra davvero difficile percorrere in questo modo, bendati o ad occhi chiusi, la nostra Piazza Plebiscito.

La “maledizione” ai giorni nostri

Oggi sono tantissimi i napoletani ed i turisti che si cimentano in questo gioco che, pare, fosse “famoso” anche in antichità.

In effetti, la storica piazza, sede, appunto, degli omaggi a cavallo per Carlo di Borbone e Ferdinando I, nel Settecento era teatro di feste popolari, tra cui la “Festa della Cuccagna“, per cui è sempre stata avvezza ad essere teatro di giochi…

Ma tutti coloro che provano a percorrere questi 200 metri circa, bendati, cercando di sconfiggere la maledizione della Regina Margherita, si ritrovano sempre nei pressi dei locali del nostro Gambrinus o dall’altro lato.

Insomma, sembrerebbe proprio che nemmeno aver dedicato una pizza alla Regina, così buona da essere diventata famosa in tutto il mondo, abbia addolcito il suo carattere.

E voi, avete mai provato a percorrere bendati Piazza Plebiscito?

 

In copertina una meravigliosa e malinconica foto a colori, scattata tra il 1890 e il 1900.

Aperitivo all'italiana

L’aperitivo… all’italiana

Oggi è tornato di moda quello che i giovani chiamano “ape”, l’aperitivo all’italiana, da consumare nella pausa tra la fine degli orari d’ufficio e la cena, contaminato, però, dall’influenza britannica dell’Happy Hour: cibo, spesso, non troppo raffinato, drink e bevande alla buona, buffet riempiti con ogni sorta di pietanze, senza la minima predilezione, ad esempio, per il finger food o, comunque, per un tocco chic e caratteristico che, invece, ha contraddistinto quest’usanza in passato. Una tradizione, tra l’altro, tutta Made in Italy.

Come nasce l’aperitivo all’italiana

Questo “rito” è nato a Torino, intorno alla fine del 1700.

In quel periodo, infatti, Antonio Benedetto Carpano inventò il vermouth, un vino liquoroso aromatizzato con erbe e spezie, che faceva da sottofondo in pause non solo pre-cena, ma anche pre-pranzo, insieme a stuzzichini dolci e salati, diffondendo questo, che divenne un vero e proprio culto, da sotto i portici di piazza Castello in tutti i caffè della città e, poi, oltre, verso Milano, Genova, Firenze, Venezia e la nostra Napoli, diventando tradizione abitudinaria di tutti i cittadini italiani della borghesia, anche più tardi, nell’Ottocento.

Ogni città diede vita anche a delle rivisitazioni tutte personali: a Venezia, ad esempio, sono nati i bacari, dove consumare i famosi cicchetti (spuntini), bere un tipico spritz o un’ombra (un calice di vino).

Non solo vino

In effetti, quella di bere cocktail non era un’abitudine consolidata fino a non troppo tempo fa: questi drink, infatti,prima degli anni 50,  erano pressoché sconosciuti nel nostro Paese.

Grazie alla presenza di turisti internazionali e, soprattutto, statunitensi nei nostri hotel, però, i barman hanno dovuto imparare a districarsi tra Bloody MaryMargarita Daiquiri, diffondendo il culto ed il gusto dell’alcolico che ha, per molti, sostituito quello del buon vino nostrano e dell’analcolico, fino ad arrivare a vere e proprie esagerazioni e manifestazioni di cattivo gusto.

L’aria chic e retrò dei tradizionali aperitivi all’italiana si è contaminata, così, non solo con le ispirazioni inglesi ma anche con quelle americane, divenendo una sorta di mix che di nostrano ha solo un vago ricordo ed un retrogusto lontano.

Noi del Gambrinus, insieme agli amici del Camparino di Milano, siamo fieri di aver conservato lo stile e la proposta tradizionale di un tempo, lasciando intatta la nostra identità non solo di napoletani ma anche di italiani!

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Caffè sospeso, da antica abitudine napoletana a fenomeno nazionale

articolo scritto da Michele Sergio

pubblicato sul “Il Roma” il 09 ottobre 2017

Il caffè sospeso è un’antica e generosa usanza napoletana consistente nel lasciare pagato al Bar un caffè per una persona sconosciuta che, così, pur non potendoselo permettere, potrà, comunque, berlo. Un grande conoscitore di cose napoletane come Luciano De Crescenzo ha felicemente colto lo spirito del caffè sospeso: “quando un napoletano è felice per qualche ragione decide di offrire un caffè ad uno sconosciuto perché è come se offrisse un caffè al resto del mondo”.

E’ nei difficili anni che seguono l’unità di Italia che comincia a diffondersi l’usanza del sospeso che diventerà, poi, vera e propria abitudine agli inizi del ‘900 con l’introduzione de La Pavone, la prima macchina da bar per la preparazione del caffè espresso, che consentiva di preparare l’amata tazzina di nera bevanda in meno di un minuto (di qui il termine espresso, veloce, come il più veloce dei treni, l’espresso per l’appunto).

La seconda guerra mondiale sarà decisiva a porre nell’oblio la generosa usanza del caffè sospeso, ma con il nuovo millennio essa viene riscoperta nel più generale ambito del percorso di recupero delle tradizioni napoletane avviato da circa un ventennio dai migliori ambiti culturali napoletani.

Oggi il caffè sospeso è nuovamente pratica invalsa dappertutto nel territorio cittadino e che vede generosi protagonisti anche i turisti i quali, oramai, lasciano di sovente un sospeso allo stesso modo in cui lanciano la monetina nella Fontana di Trevi a Roma, con tanto di selfies ad immortalare lo storico momento. L’antica abitudine dei più generosi signori napoletani è divenuta vero e proprio fenomeno nazionale, avendo già da alcuni anni varcato i nostri confini metropolitani e regionali, diffondendosi nelle altre città italiane, fino ad attirare la curiosità di giornali e televisioni straniere, interessate a conoscere un comportamento dai significativi risvolti sociologici.

Ispirate al ns. caffè sospeso, si stanno, infine, diffondendo simili pratiche in altri paesi del mondo come, ad esempio, la baguette sospesa in Francia. Chissà che a breve –  e non c’è che da augurarselo – non si possa bere una birra sospesa a Monaco di Baviera, piuttosto che sorbire un thè sospeso in un pub inglese o, perché no, un karkadè sospeso tra le strade de Il Cairo.