'A vucchella

‘A vucchella, un classico della canzone Napoletana

Si’ comm’a nu sciurillo…
tu tiene na vucchella,
nu poco pucurillo,
appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,
è comm’a na rusella…
dammillo nu vasillo,
dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo
nu vaso… piccerillo
comm’a chesta vucchella
che pare na rusella…
nu poco pucurillo
appassuliatella…

La canzone napoletana ha fatto la storia nel mondo, ma ogni suo brano custodisce dentro di sè, a sua volta, un’altra storia.

Tra l’altro, può sembrare quasi incredibile, ma questo grande classico della tradizione musicale partenopea non è stato scritto da un nostro concittadino… ma dovremmo esserci abituati, gli estimatori di Napoli che le hanno dedicato canzoni e versi nella lingua madre sono tanti, anche tra i “forestieri”; basti pensare, ad esempio, a Lucio Dalla o a Renzo Arbore.

La storia

Siamo nell’anno 1892: Gabriele D’Annunzio, era nel suo periodo napoletano (1891-1894) e lavorava presso la redazione de “Il Mattino“. Suo collega era Ferdinando Russo, autore di canzoni napoletane. Pare proprio che tutto sia nato da una semplice scommessa: Ferdinando, infatti, sfidò D’Annunzio sulla sua capacità di comporre liriche in dialetto napoletano. La difficoltà risiedeva proprio nel fatto che il poeta era abruzzese!

Ed è proprio ad un tavolino del Gambrinus, da sempre ritrovo di poeti ed artisti, accompagnato da un buon caffè, che lo scrittore avrebbe dato vita a questi versi, poi successivamente pubblicati e musicati.

C’è chi sostiene che sia stato lo stesso D’Annunzio a inviare le liriche a Francesco Paolo Tosti, anch’egli abruzzese, per la composizione delle musiche, e chi, invece, riporta che il testo fu consegnato a Russo, che lo conservò fino al 1904, per poi inviarlo a Tosti.

In ogni caso, la canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano con la data originale di composizione e fu un successo, nonostante non fosse il frutto di autori napoletani.

Il resto è storia.

Enrico Caruso, Luciano Pavarotti e Roberto Murolo hanno reso grande Napoli e la canzone napoletana in tutto il mondo anche grazie a questo brano!

caffè-kinder-gambrinus

Caffè Kinder, quando il caffè sposa il famoso cioccolato

Articolo scritto da Michele Sergio (alias il Boss del caffè)

Il Boss del Caffè ha una mission precisa: diffondere nel mondo l’Espresso Napoletano ed i Caffè Speciali Napoletani.

 

Nostalgia

L’avverto ogni volta che si parla del caffè Kinder. La mia adolescenza che ritorna con il cioccolato al latte, le barrette, il bimbo (in tedesco, per l’appunto, kinder) bravo e bello che lo addenta …

Alla fine degli anni ‘90 dello scorso secolo nei bar napoletani si diffondono i caffè speciali ovvero le variazioni sul tema della più classica bevanda “made in Naples”: il caffè alla nocciola, il caffè del nonno, il caffè Rocher, il caffè Kinder, tanto per citare i più noti. Ricordo code di persone al di fuori dei locali di piazza Trieste e Trento per accedervi ed assaggiare queste deliziose novità.

In quel periodo non amavo il caffè. Il primo caffè che ho provato è stato proprio un caffè Kinder perché più dolce rispetto all’espresso, perché simile ad un semi-freddo, perché mi riportava alla mia fanciullezza. Come me, al contrario dei puristi dell’espresso, in tanti sono partiti da uno speciale per arrivare, alla classica “tazzulella ‘e café”. Come me in molti dal caffè Kinder, forse il mio preferito.

caffè-kinder 

La ricetta

Spalmare sui bordi interni del bicchiere da un lato la cioccolata bianca e dall’altro la crema di nocciola; versare la crema di caffè (una sorta di mousse fredda preparata con panna, caffè e zucchero), panna montata e cioccolattino.

Ingredienti

  • Caffè: preparato con la moka; raffreddare; zuccherare;
  • Cioccolata bianca e Crema di nocciole;
  • Crema di caffè: 200 ml di panna da pasticceria, 2 tazzina di caffè amaro e 2 cucchiai di zucchero a velo (circa 30 gr;
  • Panna montata: 200 ml di panna da pasticceria e 100 gr di zucchero bianco;
  • Cioccolatino

Se vuoi preparare a casa questo gustosissimo caffé, guarda il nostro video tutorial

Foto storica del Gambrinus, 1920

Lo Stile Liberty a Napoli

Il Gran Caffè Gambrinus ha attraversato più di un secolo e mezzo, insieme ai napoletani, tra fondazione, evoluzioni, clienti di qualunque ceto sociale e grandi artisti, benevolenza della famiglia reale, caffè sospeso, Cafè Chantant, chiusura durante il fascismo, riapertura nel dopoguerra e tantissimo altro.

É stato l’imprenditore Vincenzo Apuzzo a dargli vita, nel 1860, quando in Europa imperava la corrente dell’Art Nouveau, che in Italia cominciò a prendere il nome di Stile Liberty, dal noto commerciante londinese Arthur Liberty che, nei suoi magazzini, esponeva pezzi d’arte e tessuti ispirati alla corrente di fine Ottocento e inizio Novecento.

Non ci volle molto perchè questa tendenza abbracciasse tantissimi campi, anche a livello sociale: architettura, arredi d’interni, decorazione urbana, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica e persino utensili, illuminazione e arte funeraria!

Le origini del movimento sono tutte da ritrovarsi nell’anglosassone Arts and Crafts, un’altra ondata artistica nata per reazione (colta, si trattava di artisti e intellettuali) all’industrializzazione del tardo Ottocento. L’artigiano era il nuovo “eroe”, l’unico in grado di poter creare pezzi unici, in contrasto con la produzione in serie e la meccanizzazione che aveva ucciso, in qualche maniera, l’arte.

Ecco da dove nacquero, quindi, anche le ispirazioni per il design e l’architettura moderna.

Ed ecco perchè il Gambrinus conserva ancora, gelosamente, le eredità estetiche di quel periodo, tra gli stucchi, le linee morbide, i quadri e le statue che lo animano, nonostante la manutenzione e le evoluzioni del suo lungo periodo di storia partenopea. Tra le tante, al suo interno, si trovano anche opere di Gabriele D’Annunzio.

 

Il puffo e il pianoforte all'interno del salone Michele Sergio

Anche il Vomero e Posillipo, che all’epoca erano quartieri in urbanizzazione, cominciarono a popolarsi di palazzi importanti adornati di elementi (lampade, balaustre, portoni, lampadari, corrimano) in ferro battuto, vetrate luminose, torri e pilastri, decori floreali, in un’atmosfera che, per Napoli, era nuova ma anche “tradizionale”, visto che per la città l’artigianato era sempre stato punto focale della sua esistenza.

D’altro canto, anche la stazione ferroviaria di Mergellina, del terminal della Cumana e della funicolare di Montesanto rispettano lo stesso stile, ricordando anche il Rione Amedeo, San Felice, via Palizzi, San Pasquale e Parco Margherita, che ospitano importanti palazzi realizzati in quello stesso momento storico e che ricordano ancora, insieme al Gambrinus, la Napoli di quel periodo.

Zeppole di San Giuseppe

Zeppole di San Giuseppe: origini e curiosità

Prelibatezza per gli occhi e per il palato, le zeppole di San Giuseppe deliziano napoletani ed italiani nel giorno in cui ricorrono i festeggiamenti del santo e della Festa del papà.

Ma quali sono le origini di questo dolce così unico e particolare?

La storia

Quello che di certo si sa è che la zeppola di San Giuseppe è approdata per la prima volta su carta nello storico trattato “La Cucina Teorico Pratica”, del 1837, del  gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino.

Il resto delle storie che si raccontano sulle sue origini, invece, sono tutte un po’ nebulose e differenti tra loro, non solo per contenuti ma anche per i luoghi che coinvolgono.

Zeppola di San Giuseppe

Ipotesi legate alla religione

Dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe si ritrovò a vendere frittelle per poter provvedere al sostentamento della famiglia, una volta approdati in terra straniera. Si sarebbe originata da qui la tradizione che vedrebbe in questi dolci il simbolo tipico anche della Festa del papà, in onore proprio di San Giuseppe.

Un’altra versione implicherebbe il fatto che San Giuseppe è il patrono dei falegnami e degli artigiani, per cui, un tempo, in questa ricorrenza, si festeggiava la “Festa del falegname”, con copiose vendite di giocattoli di legno, di qualunque tipo e qualunque forma. I genitori erano soliti regalarne uno ai propri bambini, ma quando, nel 1968, il giorno di San Giuseppe diventò anche Festa del Papà, i ruoli si sono invertiti ed i figli hanno cominciato la lunga tradizione di regali al proprio padre.

Ipotesi legata all’antica Roma

Siamo, più o meno, nel 500 a.C.

Il 17 Marzo, nell’antica Roma, era una data molto importante: si festeggiavano le Liberalia, feste in onore delle divinità del vino e del grano, Bacco e Sileno. Era una giornata dedicata a vino e frittelle di frumento, che venivano fritte nello strutto bollente.

La giornata di San Giuseppe è successiva di soli due giorni, per cui sarebbe stato così che delle “discendenti” di quelle frittelle siano diventate simbolo anche di questa festività. Probabilmente si tratta semplicemente di una ricetta che si è evoluta nei secoli fino a diventare quella che conosciamo oggi.

Ipotesi partenopea

C’è poi una versione che vede i napoletani protagonisti al 100%.

La classica zeppola di San Giuseppe, come noi la conosciamo, è nata come dolce conventuale, ma anche qui ci sono ancora molti dubbi: c’è chi parla del convento di San Gregorio Armeno, chi di quello di Santa Patrizia, chi ne attribuisce la manifattura alle monache della Croce di Lucca e chi a quelle dello Splendore. Fatto sta, comunque, che la tradizione vuole che i friggitori napoletani solevano esibire la propria arte culinaria friggendo le zeppole in strada, davanti alle proprie botteghe.

Ipotesi pagana

C’è anche da dire che il 19 Marzo si è sempre festeggiata la fine dell’inverno con i famosi “riti di purificazione agraria”, nei quali, in molti paesi del meridione, vengono accesi grandi falò e preparate grosse quantità di frittelle.

Ingredienti e varianti

Sebbene la ricetta campana preveda ingredienti di base del tipo di farina, zucchero, uova, burro, olio d’oliva, crema pasticcera, zucchero a velo e amarene sciroppate per la decorazione, esistono, lungo tutto lo stivale, parecchie varianti che ne decretano preparazioni diverse nelle svariate regioni.

La tipica zeppola pugliese, ad esempio, è fritta nello strutto proprio come antica ricetta vorrebbe; quella itrana (provincia di Latina) prevede una copertura anche a base di miele al posto dello zucchero; la siciliana ha una forma cilindrica e vede tra gli ingredienti anche riso, miele d’arancio e cannella; la zeppola reggina (di Reggio Calabria), invece, è detta zippula ca’ ricotta, e somiglia più a un bignè preparato con farina, zucchero, uova, vanillina e strutto e farcito con ricotta, zucchero, cannella e limone grattugiato; le zeppole molisane e cosentine assomigliano molto a quelle napoletane, mentre quelle teramane (di Teramo), che si ritrovano anche dal Gran Sasso fino alla zona costiera, sono ancora una volta dei bignè, ma questa volta più grandi, farciti con crema pasticciera bianca con l’aggiunta di un’amarena.

Zeppola di San Giuseppe

Fonte: Wikipedia

Quando via Toledo diventò via Roma

Il Gran Caffè Gambrinus è il punto di incontro, con i suoi locali, di perlomeno quattro importanti vie e Piazze napoletane: via Toledo, via Chiaia, Piazza Trieste e Trento e Piazza Plebiscito.

A proposito, via Toledo o via Roma?

La storia

Forse non tutti sanno che, per la nomenclatura di questa strada, i napoletani si sono addirittura divisi in fazioni, litigando e protestando per giorni.

Ma andiamo con ordine.

Anno 1536. Il vicerè di Napoli,  Pedro Álvarez de Toledo, commissiona agli architetti regi Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa la realizzazione della strada, che doveva estendersi lungo la vecchia cinta muraria occidentale di epoca aragonese che, per gli ampliamenti difensivi, era stata eliminata proprio da don Pedro, perchè ritenuta obsoleta. La strada divenne un importante connettivo di snodo per il popolo ed i commerci e si affermò come uno dei punti nevralgici della città.

Nel 1870, però, accadde qualcosa.

Il 10 Ottobre di quell’anno, infatti, l’allora Sindaco di Napoli, Paolo Emilio Imbriani, pensò bene di accantonare ogni ricordo borbonico, proponendo di cambiare il nome alla strada: l’antica via Toledo sarebbe diventata via Roma, in onore della neo-capitale del Regno d’Italia.
Le opinioni si suddivisero, da subito, in consiglio comunale, tra favorevoli e contrarie: cambiare nome ad un posto intero (lungo 1,2 Km!) dopo 334 anni, in fondo, sembrava quasi un azzardo, un cambio delle tradizioni; nessuno pensava nemmeno più ai Borboni pronunciando quel nome, era diventato parte integrante del tessuto sociale partenopeo. Al contempo, naturalmente, c’era chi vedeva in quella nomenclatura un antico retaggio e riferimento ad un periodo di dominazione straniera della città. Ebbene sì, era come se cancellando quel nome dalla toponomastica, Napoli riprendesse, per loro, la “dignità” perduta nel momento in cui si era “ceduta” al dominio estero. Ma può un evento “dimenticato” davvero diventare invisibile e, quasi, “mai accaduto”? Certo che no.

Alla fine si optò per una soluzione che si confaceva al detto “in medio stat virtus“. La strada si sarebbe chiamata “via Roma già via Toledo“. Ma il contentino, sufficiente per acquietare gli animi in consiglio, non fu per niente soddisfacente per i partenopei, che formarono addirittura il famoso “Comitato Pro via Toledo“, che vide l’adesione anche di personaggi illustri.

Ad ogni modo, per moltissimo tempo (oltre 100 anni, fino al 1980) la decisione fu incontestabile e vennero sostituite anche le vecchie targhe stradali con quelle aggiornate. Ma come sempre accade con il focoso popolo napoletano, per un po’ fu necessario piantonarle durante la notte, per evitare vandalismi e scempi.

Fu in quell’occasione che nacque anche una curiosa filastrocca che ancora riecheggia tra gli anziani della città:

Nu’ ritto antico, e ‘o proverbio se noma, rice: tutte ‘e vie menano a Roma; Imbriani, ‘a toja è molto diversa, non mena a Roma ma mena a Aversa“.

Perchè Aversa? E’ semplice: lì era ubicata la prima struttura manicomiale d’Italia, la Real Casa dei matti, aperta nel 1813!

 

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La storia del babà, un polacco a Napoli!

Il babà è polacco e Stanislao Leszczinski, re di Polonia, ne sa qualcosa! Un sovrano stressato e un appetito troppo goloso hanno reso possibile l’invenzione di questo delizioso dolce dal gusto particolarissimo, che nel tempo è divenuto il simbolo della pasticceria nostrana.

Privato del suo regno e rilegato nel Ducato di Lorena, Stanislao non se la passava molto bene e i suoi cuochi cercavano di addolcirgli le giornate preparandogli un dolce locale, il kugelhupf, che però non gli era molto gradito. Questo dolce era preparato con una tipologia di farina finissima, burro, zucchero, uova, lievito di birra e uva sultanina, ma era carente di qualche ingrediente, perché gli mancava quel “non so che” tale da renderlo speciale, morbido e bagnato.

Leggi anche : Il babà nero

Stanislao era solito alzare un po’ il gomito a tavola perché amava bere, e ben presto accanto al vino, iniziò a nutrire una forte passione per il rum che lo portò senza saperlo verso la futura invenzione del babà. Un giorno, infatti, mentre stava bevendo i suoi soliti bicchierini, fu colto da un’improvvisa voglia di dolce e quando il cameriere gli propose per l’ennesima volta il suo odiato “kugelhupf”, l’irascibile sovrano gettò il piatto in aria e lo scagliò violentemente contro la bottiglia di rum, rovesciandone completamente il contenuto sul dolce.

Tuttavia quest’episodio fu proprio quello che lo fece addolcire perché, sotto lo sguardo sbigottito di tutti, Stanislao assaggiò la sua composizione di fortuna e la trovò squisita, facendo di quella bizzarra novità il suo dolce preferito. Pensò allora di darle un nome e scelse quello di Alì Babà, protagonista del celebre racconto delle “Mille e una notte” che, essendo uno dei suoi libri preferiti, poteva a pieno titolo ricevere quest’onore. In questo modo è nato il dolce che oggi consideriamo una colonna portante della pasticceria napoletana.

E’ superfluo aggiungere, perché i fatti l’hanno dimostrato da soli, che l’invenzione del sovrano ebbe un enorme successo in tutto il mondo, e a Napoli in particolare ebbe la sua definitiva sistemazione a forma di fungo che lo consacrò come dolce tipicamente partenopeo.

 

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Una colazione speciale per il giorno di San Valentino

Articolo scritto da Michele Sergio (alias il Boss del Caffè)

Il popolo napoletano, considerato uno dei più romantici in assoluto, si distingue perché da una particolare enfasi al giorno di San Valentino, la festa di tutti gli innamorati e riconosciuto da secoli come il giorno dedicato all’amore.

Omaggio e testimonianza in questo giorno dove i giovani di ogni età rinnovano il proprio amore con nuove promesse e scambiandosi dei doni.

È tradizione oramai consolidata, che in ricorrenze come questa, i ragazzi donano alla propria ragazza “la scatola a forma di cuore” per dare uno speciale buongiorno, così quasi per incanto l’innamorato rimane sorpreso poiché all’interno oltre ad una corposa colazione può trovare il regalo dei propri sogni, o magari la scoperta di avere un ammiratore sconosciuto che così trova il coraggio di dichiarare il proprio sentimento.

La scatola in generale contiene per lo più una colazione, contenente una bevanda (un cappuccino, un caffè, una spremuta d’arancia o un succo di frutta) accompagnata da un dolcetto (di solito una brioche o da un cornetto) magari anche un peluche. Immancabili però sono i Baci Perugina® che assurgono per antonomasia a icona della festa più romantica dell’anno.

Non è una semplice colazione ma una vera e propria esperienza sensoriale: oltre al gusto anche l’olfatto partecipa a questo tenero momento, una rosa rossa il più classico simbolo dell’amore e della passione. Il tatto e la vista sono presenti perché il primo si manifesta quando si abbraccia l’orsacchiotto simbolo di tenerezza e il secondo quando si legge la poesia d’amore.

E l’udito vi chiederete voi? Anche l’udito è coinvolto perché infatti alla colazione segue la dovuta telefonata al fidanzato per ringraziamenti.

Una nuova tradizione si è consolidata e oramai possiamo affermare che non può iniziare la festa di San Valentino senza il risveglio con un buon caffè o cappuccino.

Giovanni Fummo-caffè-gambrinus

Giovanni Fummo e i suoi 12 milioni di caffè!

Il Gambrinus è un locale nato insieme al nostro Paese nel lontano 1860 e sin dalla sua fondazione si è distinto in città per bellezza e importanza culturale, divenendo un punto di ritrovo fondamentale per personaggi famosi di ogni sorta.

Che sia un monumento di Napoli è risaputo in tutto il mondo e che nei suoi locali si respiri ancora l’atmosfera della Belle Epoque napoletana è evidente a chiunque vi metta piede, ma ricordare il nome e il volto di chi ha contribuito a renderlo così grande non è sempre facile.

Uno di questi è sicuramente Giovanni Fummo, il maestro più anziano del caffè, che vanta un’esperienza ventennale dietro al bancone e rappresenta un punto di riferimento fondamentale, non solo per le giovani leve, che grazie a lui carpiscono i segreti del mestiere, ma anche per i clienti affezionati che trovano in lui un volto amico e sorridente.

Gli esordi di un grande successo:

L’avventura di Giovanni Fummo al Gambrinus inizia prestissimo, alla tenera età di 7 anni, e sin da allora il destino, che lo porterà a diventare uno dei suoi volti più amati e longevi, inizia a tessere le sue trame: il maestro cresce tra le sue splendide sale e affina, anno dopo anno, la sua arte, ricevendo complimenti e onori anche da parte di personaggi famosi. In particolare, sono quattro i presidenti che lui ricorda di aver salutato con una stretta di mano (Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano) e a questa onorevole lista si aggiunge anche l’espresso speciale preparato per Bill Clinton.

Con la sua sola presenza Fummo rappresenta una testimonianza vivente dell’immenso valore storico del locale e delle glorie cha ha ricevuto e riceve tuttora, perché ne custodisce il ricordo, più di una qualsiasi foto.

Il record dei 12 milioni di caffè!

Giovanni Fummo è ricordato da tutti anche per aver conquistato un primato importantissimo: quello di aver preparato e servito nell’arco della sua lunghissima carriera ben dodici milioni di caffè!

La miscela che utilizza è quella del caffè Moreno ma ciò che rende speciale il suo prodotto è soprattutto la grande esperienza e la passione intramontabile per un lavoro che ama.

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I personaggi famosi che hanno fatto la storia del Gambrinus

La dicitura di caffè letterario che da sempre si attribuisce al Gambrinus ha un significato ben più profondo di un semplice appellativo perché racchiude in sé uno degli aspetti più preziosi del locale, quello che lo rende un patrimonio inestimabile per la città di Napoli. Questo nome, infatti, ha a che fare con la storia, con quell’insieme di eventi che si succedono senza sosta e che pongono, poco alla volta, un tassello nuovo al suo corso.

Di questa storia il Gambrinus ha vissuto e vive ancora una grossa fetta, ospitando moltissimi personaggi famosi che l’hanno scelto e continuano a sceglierlo come tappa fissa del loro soggiorno a Napoli.

Elencarli tutti non è semplice, perché sono davvero tanti, e ancora oggi il locale attira personaggi di grande fama da tutto il mondo, ma per ricordare i suoi momenti di gloria più belli abbiamo scelto di presentarvene alcuni.

La storia passa attraverso le nostre sale

Partendo dalla politica i personaggi che si sono susseguiti con più assiduità al Gambrinus sono i Presidenti della Repubblica, i quali, durante il loro soggiorno a Villa Rosebery, non hanno mai rinunciato alla nostra prima colazione dell’anno. Tra questi ricordiamo in particolare Francesco Cossiga, Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, anche se i nomi della politica non si fermano qui e comprendono anche quelli dei presidenti del Consiglio Romano Prodi e Silvio Berlusconi, nonché quello della Cancelliera tedesca Angela Merkel (la lista sarebbe ancora più lunga se andassimo indietro nel tempo).

 

In ambito letterario, invece, il primo nome che viene in mente è quello di D’Annunzio, il massimo esponente del Decadentismo italiano, la cui presenza al Gambrinus si lega ad un interessante aneddoto sulla storia musicale di Napoli.

Nato a Pescara nel 1863, il poeta visse a Napoli per due anni, dal 1891 al 1893, e durante questo periodo frequentò molto il nostro locale. Nel corso di una delle sue soste al caffè fu sfidato dall’amico Ferdinando Russo a comporre una canzone in dialetto napoletano, e D’Annunzio, pronto a sfoderare le sue armi migliori per vincere la scommessa, scrisse di getto il testo di “A Vucchella” su uno dei tavoli del locale. Successivamente il brano fu musicato da Francesco Paolo Tosti e inciso da Enrico Caruso, fino a diventare un classico della canzone napoletana.

Accanto a D’Annunzio sono molti i personaggi famosi che hanno frequentato il nostro salotto letterario e ognuno di essi ha contribuito a scrivere un pezzo della nostra storia, accrescendone esponenzialmente la fama e il prestigio. Tra i più importanti ricordiamo Benedetto Croce, Matilde Serao, Oscar Wilde, Ernst Hamingway, Roberto Bracco, Edoardo Scarfoglio, Totò e i fratelli De Filippo.

Tuttavia, il Gambrinus ha ricevuto il suo più grande onore il 21 marzo del 2015, giorno in cui Papa Francesco gli ha fatto visita segnando una tappa fondamentale nella sua storia. Oggi, infatti, custodiamo gelosamente la tazzina con cui il pontefice ha bevuto il suo caffè e la conserviamo come uno dei nostri beni più preziosi.

 

Gennaro Ponziani

Gennaro Ponziani, uno dei volti più noti del Gambrinus!

Quando si parla di Gennaro Ponziani, prima ancora di fare riferimento alla sua carica di direttore del Gambrinus, è doveroso ricordare che si sta parlando di un grande uomo, una persona cordiale e gentile che ogni giorno lavora con passione e dedizione per l’interesse del locale e dei suoi clienti.

Come lui stesso afferma dirigere un luogo così  importante come il Gambrinus, crocevia di persone e culture diverse, significa svolgere più mestieri contemporaneamente, perché l’attenzione al cliente è un concetto che va ben oltre il bancone e investe la sfera personale, ponendosi come obiettivo primario il benessere delle persone.

Questo, almeno, è quello che fa da vent’anni Gennaro Ponziani con passione e professionalità e che lo ha reso, non solo il direttore del Gambrinus, ma anche una delle sue icone più importanti.

Da responsabile di banco a direttore!

L’appuntamento con il destino per Gennaro Ponziani inizia molto presto, alla tenera età di 8 anni, quando, ancora bambino, il futuro direttore inizia a lavorare nei bar dei Quartieri Spagnoli e nei vari caffè della città in qualità di Pr, costruendo inconsapevolmente la strada che gli aprirà le porte del Gambrinus. Per prima cosa lavora come garzone, poi come “abbattente” (termine che in passato veniva utilizzato per designare l’aiuto barista) e infine approda al locale storico più importante di Napoli, con il quale è amore a prima vista!

Dal giorno in cui vi mette piede, Ponziani percorre una lunga ed emozionante strada che lo porterà a diventare non solo direttore del locale, ma anche inventore di molti caffè, tra i quali ricordiamo il Gegè (così chiamato in omaggio al suo nome), il caffè nocciola e il caffè strapazzato, quest’ultimo nato dal desiderio di “coccolare” i clienti cospargendo con un po’ di caffè i bordi della tazzina per evitare spiacevoli scottature.

L’incontro con il Gambrinus rappresenta per Ponziani anche l’occasione di ritrovare un vecchio amico, il grande Giovanni Fummo, maestro dei 12 milioni di caffè, che il direttore già conosceva da ragazzino e che, insieme a lui e agli altri preziosi collaboratori, ha contribuito a fare del locale un vero e proprio monumento di Napoli.

Come lui stesso racconta, lavorare al Gambrinus ed esserne uno dei suoi volti più importanti significa aver vissuto esperienze incredibili e aver incontrato personaggi di straordinaria importanza, perché tutti le più grandi personalità in viaggio a Napoli si sono concessi e si concedono tuttora una pausa in questo luogo.

C’è un giorno in particolare, però, che Ponziani non dimenticherà mai e che ha segnato una tappa fondamentale nella sua vita e in quella dell’intero caffè: il giorno in cui il locale ha ricevuto il suo più grande onore ospitando Papa Francesco. In quest’occasione il direttore ha ricevuto in dono dal pontefice un rosario per rendere omaggio alla sua ospitalità e alla sua deliziosa “Papalina“, un dolce realizzato appositamente per lui a base di babà con panna e crema, che Ponziani porterà sempre nel cuore.