Sorbetto al limone

L’origine del sorbetto, l’antenato del gelato

di Simona Vitagliano

Freschissimo, refrigerante, ricco di vitamine e di sali minerali: il sorbetto è un compagno decisamente piacevole delle cene estive più calde.

Celebre in tutto il mondo nella sua variante al limone, è, in realtà, realizzabile in tutti i gusti agrumati possibili, conservando le proprietà di un succo di frutta e combinandole alla sensazione corroborante che dona la sua consistenza “granitosa” (anche se la granita, come abbiamo visto, costituisce ancora un’altra sfumatura di questi dessert freschi a base di frutta).

Qualche settimana fa abbiamo visto che la storia del gelato è tutta italiana, addentrandoci nel mondo di questo alimento ormai universale. In effetti, alcuni nomi comparsi nella sua “biografia” fanno parte anche della storia del sorbetto, che altro non è, infatti, che un suo antenato.

Le origini

Per quanto riguarda l’etimologia della parola, gli studiosi sono ancora incerti su quale sia la versione ufficiale da considerare, poichè esistono varie scuole di pensiero.

C’è chi pensa derivi dalla parola araba “sherbeth” (bevanda fresca), chi dalla turca “sharber” (sorbire) e chi dal verbo latino ”sorbeo-es-sorbui” (sorbire o succhiare).

Nonostante questa molteplicità di versioni, ad ogni modo, pare che il termine “sorbetto” sia stato adottato per la prima volta nel Medioevo, perchè la parola ricordava il suono di chi gusta, succhiando un po’ per volta, questo tipo di bevanda; si tratterebbe, quindi, di una parola onomatopeica.

Come abbiamo visto nell’articolo in cui abbiamo esplorato la storia del gelato, la procedura per ottenere questo tipo di dessert freschi era piuttosto laboriosa: dobbiamo pensare che, all’epoca, i nostri elettrodomestici non esistevano e le condizioni di vita erano molto diverse e precarie.

Veniva, così, raccolta la neve, in inverno, conservandola in caverne, al buio e al freddo, stipata tra strati di paglia.

Nelle stagioni più calde, poi, si tornava a prenderla per ottenere questo refrigerante naturale in grado di trasformare i cibi in vere e proprie leccornie estive. Il poeta Simonide, nel V sec. a.C., ci fornisce una dolcissima testimonianza di questa pratica, nota anche presso i greci: “la neve si seppellisce viva, perché viva si conservi e ingentilisca l’estate”.
Dal canto loro, i romani, tramite Seneca, nel I sec. d.C., ci hanno fatto conoscere, invece, la pratica nei particolari, per ottenere bevande refrigeranti: in sostanza, queste venivano fatte passare svariate volte in un colatoio d’argento o un panno di lino colmi di neve, ottenendo il risultato desiderato; quando la neve, invece, come sarebbe accaduto in seguito, veniva direttamente mescolata al succo di frutta, si ottenevano bevande più simili a sorbetti e granite.

In Occidente, però, questo metodo venne per parecchio tempo dimenticato, riacquistandolo verso il IX secolo, quando gli arabi,  come abbiamo visto quando abbiamo raccontato la storia della granita siciliana, transitando in Sicilia, le lasciarono in eredità le proprie conoscenze, tra cui anche quella relativa ai sorbetti. In effetti, rispetto alla pratica precedente, ci furono delle piccole evoluzioni perchè in Oriente si sfruttava il fenomeno per il quale i succhi di frutta si “solidificavano” se posti in un recipiente con la neve intorno, avendo fatto proprio anche il concetto per cui, con l’aggiunta di sale, si riusciva a rallentare lo scioglimento del ghiaccio.
Naturalmente, non tutti potevano permettersi una golosità così particolare, per cui, durante la seconda metà del XVI secolo, i sorbetti cominciarono, dalla Sicilia, a diventare fedeli compagni di tavola in tantissime corti italiane. Una nuova evoluzione arrivò grazie alla partecipazione dell’architetto e ingegnere Bernardo Buontalenti che, come afferma lo storico settecentesco Giuseppe Averani: “uomo di sagacissimo intendimento e nominatissimo per ingegno e per molti meravigliosi ritrovamenti, fabbricò per primo le conserve del ghiaccio“.
Con il passare del tempo la produzione divenne sempre più semplice e le materie prime meno costose, per cui dall’élite di corte si passò alla borghesia, anche grazie al siciliano Francesco Procopio Cutò che, nel suo “Café Procope”, aperto a Parigi nel 1686, cominciò a diffondere i suoi sorbetti speciali alla sua importante clientela europea. Il successo fu così grande che Luigi XIV assegnò a questo ormai famoso italiano l’esclusiva per la fornitura a corte di “acque gelate” (quelle che oggi chiamiamo “granite”), “fiori d’anice” e “fiori di cannella” (che erano una sorta di gelati alla frutta).

Dalla borghesia alle classi sociali meno ricche, ovviamente, il passo è stato ancora più veloce, con il progresso della tecnologia, ed oggi è possibile gustare ottimi sorbetti agli aperitivi, alle cene e a tutti gli appuntamenti estivi in genere.

Naturalmente, anche noi del Gambrinus vi aspettiamo con i nostri dessert freschi!

Latte di mandorla

Differenze tra orzata, latte di mandorle e pasta di mandorle

di Simona Vitagliano

Quest’estate 2017 si sta rivelando particolarmente infuocata per gran parte dell’Italia e per noi napoletani.

Quindi, quale rimedio migliore di una bibita rinfrescante che, contemporaneamente, contenga zuccheri, vitamine e sali minerali per tenerci su?

La scorsa settimana ci siamo immersi nei centrifugati e nei frullati a base di verdure e frutta fresca.

Oggi, invece, ci perderemo in altri tipi di golosità: orzata e latte di mandorla.

A proposito, ma che differenza c’è?

Latte di mandorla ed orzata: due gustose bibite bianche molto differenti

In effetti, c’è molta confusione riguardo queste due bibite e, spesso, sono proprio alcune case produttrici a mettere in circolo informazioni sbagliate. Cerchiamo di capirci di più.

Il latte di mandorla è nato nelle soleggiate terre siciliane, dove era bevanda adibita alla Quaresima; da lì ha cominciato a diffondersi in tutto il Sud, tra Puglia, Calabria, Basilicata e, ovviamente, la nostra Campania, riscuotendo un successo generale.

Ma come si ottiene questa squisitezza tutta vitamine?

Le mandorle vengono tritate e mescolate insieme allo zucchero per poi essere spremute in acqua, generando anche una infusione a freddo. Ecco da dove spunta quel sapore così intenso!

L’orzata, invece, è la “cugina” più delicata di questa bontà.
Qui le mandorle fanno solo da aroma, in teoria (anche se la confusione ha generato, poi, nel tempo, anche ricette con mandorle vere e proprie), visto che, in origine, l’ingrediente principale era rappresentato dall’orzo.

Nel tempo questo cereale sarebbe stato sostituito da altri ingredienti vegetali, lasciando invariato il nome che ha finito per indicare semplicemente analcolici ottenuti con questo tipo di procedimento.

In ogni caso si tratta di bevande fresche, nutrienti e particolarmente adatte a periodi afosi come questo, senza contare che sono ottime anche per chi segue una dieta vegana o è intollerante al lattosio.

Tra l’altro, entrambe queste squisitezze sono perfette per realizzare ottimi frullati, milkshake e gelati!

Pasta di mandorle

La pasta di mandorle, invece, è ancora un’altro ricavato da questi preziosissimi semi.

Si tratta di un preparato dolciario (chiamato anche Pasta Reale) che fa da base a moltissimi dolci tipici siciliani, che apprezziamo tanto anche a Napoli.

È, a tal proposito, un prodotto agroalimentare ufficialmente riconosciuto come tradizionale siciliano e inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Insomma, è proprio un vero patrimonio nostrano!

Un esempio del suo utilizzo, ad esempio, lo ritroviamo nelle celebri cassatine siciliane.

 

Chiarito ogni particolare, vi aspettiamo al Gambrinus per aiutarvi a sconfiggere il caldo con i nostri drink super freschi!

caffè bounty - gran caffè gambrinus

Un caffè per l’estate: il caffè al Bounty

L’estate a Napoli è calda, a volte torrida e afosa. Diventa difficile e faticoso attendere ad ogni tipo di attività, che sia lavoro o studio od, anche, l’ordinario lavoro casalingo. In molti limitano, addirittura, i pasti: si fa fatica anche a mangiare col caldo forte. Nessun napoletano, però, rinuncia al piacere del caffè, veramente irrinunciabile!

In molti, però, preferiscono darsi alle varianti della classica tazzulella ‘e cafè, dal caffè freddo al caffè shakerato, dalla crema caffè alla granita di caffè, fino ad arrivare a tutte le varianti del gelato al caffè napoletano.

Ed allora, soprattutto nel periodo estivo, i maestri caffettieri napoletani sono sempre alla ricerca di soluzioni e varianti per assecondare esigenze di gusto e richieste, di napoletani e turisti. Nel panorama dei tanti caffè speciali che propongono le caffetterie napoletane spicca l’estivo caffè al Bounty.

Per la realizzazione di questo caffè si procede nel seguente modo: si spalma sui bordi interni del bicchiere la cioccolata; successivamente vi si versa la crema di caffè e si aggiunge la panna montata; si decora il tutto con scaglie di cioccolata fondente e di cocco.

Un caffè certamente utile e saporito per combattere la calura estiva mediterranea.

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Bevande estive

Le bevande per combattere il caldo

di Simona Vitagliano

Bere d’estate, quando il caldo non risparmia proprio nessuno, si sa, è importantissimo.

Ma altrettanto fondamentale è sapere cosa bere, per ottenere il maggior sollievo possibile, sia momentaneo, regalato dalla freschezza, sia nel lungo termine, per la presenza di vitamine, sali minerali ed altre sostanze importanti da integrare quando l’arsura estiva la fa da padrone.

Le bevande estive per eccellenza

Una granita, un gelato, una bibita fresca sono sicuramente idee istintive e gradite per sentirsi meglio, combattere il caldo e riacquistare un po’ di energie.

Ma siamo sicuri che anche una birra ghiacciata possa fare al caso nostro con temperature così alte?

In effetti alcol e bevande frizzanti, anche analcoliche, non sono consigliatissime in questi casi: le prime perchè rischiano di ridare, in breve tempo, l’effetto contrario (caldo che “risale” dopo l’istantanea sensazione benefica iniziale), le seconde perchè, nella maggioranza dei casi, sono piene di zuccheri aggiunti.

Frutta e ortaggi si rivelano non solo ottimi alimenti con cui cibarsi a pranzo, a cena e negli spuntini, ma anche ottimi ingredienti per preparare bevande estive fresche, leggere, naturali e corroboranti!

Unendo tutto con acqua, latte, anche di riso, di soia o di mandorla, magari mixando tutto con dei cubetti o della granella di ghiaccio, il risultato sarà perfetto: dei frullati/centrifugati tutta salute, ricchi di elementi essenziali per integrare vitamine e sali minerali e, contemporaneamente, rinfrescarsi.

Naturalmente, anche semplici spremute di arancia, pompelmo o limonate si prestano ottimamente alla causa, contenendo grandi quantitativi di Vitamina C, preziosa alleata della salute, in questi periodi più che mai!

Per i più golosi, invece, unendo il gelato al composto si otterranno degli ottimi milkshake; gli altri potranno utilizzare anche del semplice yogurt magro!

Ecco qualche idea per ottenere combinazioni buone per il palato e per l’organismo:

  • Arancia e bietola;
  • Carote e zenzero;
  • Carcadè e lampone;
  • Sedano e uva;
  • Mela, anguria, pesca, succo di limone e zenzero.

 

Cinzano

Cinzano, il cin cin all’italiana

di Simona Vitagliano

Quella di Cinzano è una grande storia italiana che va avanti attraversando i secoli.

La prima traccia è da ritrovarsi, addirittura, nel 1568: a testimonianza c’è una delle prime registrazioni ufficiali, custodita negli archivi parrocchiali del borgo di Pecetto Torinese, in Piemonte, proprio lì dove, alla fine del XIX secolo, un piccolo territorio sito tra Pecetto e il comune di Chieri era chiamato proprio con questo nome.

All’epoca i Cinzano erano specializzati in colture di alberi da frutto e vite, producendo un ottimo rosolio, ben conosciuto anche da noi napoletani: si tratta di un liquore realizzato con i petali di rosa, che fa da base, molto spesso, per altri alcolici, liquori, vini…

Quasi due secoli dopo, nel 1707, il maestro acquavitaio Giovanni Battista Cinzano ottenne la licenza per distillare e vendere elisir e rosoli fino a Torino.

Esattamente cinquant’anni dopo, nel 1757, i fratelli Carlo Stefano e Giovanni Giacomo Cinzano, suoi eredi diretti, acquisirono il titolo di maestri acquavitai, “congregati” nell’Università dei Confettieri e Aquavitari di Torino, e un’ulteriore licenza che permise loro di aprire la bottega-laboratorio di Via Dora Grossa, oggi denominata via Garibaldi, nel centro di Torino.

Il 1786 fu un anno importante per l’azienda: venne insignita dai reali di Casa Savoia come miglior produttore di una specialità torinese di Vermouth (quello Rosso) e incaricata, dal Re di Piemonte e Sardegna, di emulare i metodi francesi per realizzare lo Champagne, restando, però, nei domini reali di Santo Stefano Belbo e Santa Vittoria d’Alba; quest’ultimo, in particolare, faceva da base proprio nelle tenute dei fratelli.

Ci è voluto del tempo, ma dopo la prima metà dell’Ottocento i Cinzano dettero vita ad una produzione a livello industriale, inaugurando il primo stabilimento a Santo Stefano Belbo.

La ricetta del loro famoso Vermouth, per tutto questo tempo, è rimasta segreta.

In una cronaca dell’Esposizione Italiana di Torino del 1884 si legge: “È solamente dopo aver percorso tutto il labirinto di gallerie, la lunga sequela di cantine, dopo aver visto il continuo e ordinato lavorio, che senza posa si agita colà quotidianamente, che si arriva a comprendere tutta l’importanza di questa colossale casa
di esportazione… Il vermouth viene spedito ovunque, ma soprattutto in America del Sud, in fusti e bottiglie. Così pure i baroli, le barbere, i moscati: questi ultimi vennero specialmente perfezionati, ridotti a squisiti vini spumanti, che cominciarono ad acquistare rinomanza per aroma e limpidezza”.

Innovazione e imprenditorialità

Cinzano si è sempre distinta per il suo sguardo moderno ed innovativo, ammiccante verso il futuro prossimo; così, si è ritrovata ad essere spesso “prima” in molte scelte.

Ad esempio, il primo impianto frigorifero in uno stabilimento enologico fu proprio quello di Santa Vittoria, nel 1904, esattamente come, nel 1911, ci fu il primo aeroplano utilizzato per la pubblicità industriale, che lanciò su Milano dischetti promozionali.

Anche a livello grafico i Cinzano si sono sempre distinti: i manifesti del famoso pittore Cappiello sono entrati nella storia della pubblicità. Chi, anche solo guardandoli, può dire di non averli mai visti in giro, anche ai giorni nostri?

Poster Cinzano designed by Cappiello

La crescita

Nel 1929 anche la famiglia Florio, di tradizione industriale, e gli stabilimenti Woodhouse (prima azienda vinicola, fondata da un inglese nel 1796, che ha iniziato l’esportazione del Marsala in Gran Bretagna ed altri paesi europei) ed Ingham-Whitaker (antica casa vinicola con sede a Marsala e produttrice dell’omonimo vino) entrarono a far parte del Gruppo: fu proprio in quel momento che il mercato internazionale del Marsala ricevette un nuovo input.

Anche  il brand del Ferro-China di Bisleri è stato acquisito con la ricetta originale;  si è inserito, quindi, all’insieme, anche questo già celebre liquore scuro, adatto come digestivo e per aperitivi.

Oggi

Gli stabilimenti di Santa Vittoria d’Alba sono stati successivamente ceduti, mentre, nel 1999, il marchio Cinzano è stato acquisito dal Gruppo Campari (ma non lo stabilimento), che conta 16 stabilimenti nel mondo, tutt’ora attivo nel continuarne la fortunata produzione in una di queste strutture, a Novi Ligure, moderna, avanzata e di alto livello tecnologico.

Salone Margherita

Salone Margherita, il tempio della Belle Époque napoletana

di Simona Vitagliano

Il Salone Margherita è uno di quei luoghi che hanno fatto Napoli, in un periodo in cui, di certo, non si parlava ancora nè di crisi nè di guerre: la Belle Époque.

L’inaugurazione

Il 15 Novembre 1890, alla presenza della créme cittadina, tra cui principesse, contesse, uomini politici e giornalisti del calibro di Matilde Serao, il salone aprì per la prima volta i battenti, divenendo il simbolo di un lungo periodo di benessere napoletano.

La stessa Serao scrisse: “Chi può mai enumerare le belle sorprese di questo ritrovo alla moda? Tutte le sere c’é da stordirsi, in vero, e si deve solo alle molteplici e gaie attrattive se il pubblico vi accorre numeroso. Correte tutti al Salone Margherita e troverete davvero di che rinfrancarvi lo spirito, di che deliziarvi non solo la mente e gli orecchi, ma anche gli occhi, oh gli occhi soprattutto…“.

L’idea di rifarsi ai cafè-chantant francesi, come il celebre Mouline Rouge, venne ai fratelli Marino e, grazie alla mediazione del sindaco Principe di Torella, fu possibile inserire il progetto in quello della Galleria Umberto I, tant’è che i locali vi furono situati proprio sotto.

Il successo fu immediato, anche grazie al pullulare di intellettuali in città, a quei tempi.

Lo stile

Manifesto del Salone Margherita

Cartelloni promozionali, contratti, menu: tutto era scritto in francese, la stessa lingua con cui i camerieri e gli spettatori si esprimevano, arrivando a creare nomi d’arte per gli artisti, fintamente d’oltralpe, che ricalcavano lo stesso stile parigino.

È proprio a questa circostanza che si devono i nomi, ad esempio, anche di canzoni dedicate ad artiste comparse sul palco del Salone, come “Lily Kangy”, “A frangesa” o la famosissima “Ninì Tirabusciò”, scritta nel 1911 da Salvatore Gambardella e Aniello Califano.

Ma se, da un lato, furono in tantissimi gli artisti italiani a calcare il palco del Salone Margherita, prima e dopo aver raggiunto la celebrità, dall’altro furono anche personaggi internazionali di spessore ad esibirsi, come La Bella Otero e Cléo de Mérode, rispettivamente ballerina spagnola e francese.

Al Salone Margherita si deve anche una eredità simpatica, come quella della “mossa”, inventata da Maria Ciampi, e il termine, ancora ad oggi utilizzato, di “sciantosa“, che deriva proprio da chanteuse, che, in francese, significa “cantante”.

Nel 1891 il Salone fu rilevato da Giuseppe Marino, direttore del Banco di Napoli, e da Eduardo Caprioli.

Cominciarono a fare lunghe apparizioni anche illusionisti, tenori o soubrette e femme fatale succinte e particolarmente sexy, che raccoglievano, all’apertura del sipario, stratosferici applausi.

Il cinematografo e l’episodio di Lucy Nanon

Nel 1898 fu installato, nella Galleria, il cinematografo, che poi divenne visibile anche dal Salone.

Intanto, un fatto di cronaca sconvolse habitué e non, raggiungendo anche l’opinione pubblica: Lucy Nanon, una chantause francese, si ritrovò a subire un vero e proprio attentato a mano armata durante una sua esibizione. Fu uno spettatore a sventarlo e a salvare la situazione e, in seguito, si scoprì che tutto era stato organizzato da un noto camorrista (Raffaele Di Pasquale, detto “o’buttigliere”) le cui avance erano state rifiutate. La “sciantosa napoletana” divenne, così, un triste stereotipo, anche se la faccenda non ebbe eco in negativo per il Salone.

Con la fine della Belle Époque e la nascita della “sceneggiata napoletana“, gli standard offerti dal Salone Margherita non erano più in voga, entrando definitivamente in crisi; la chiusura, però, avvenne solo molto più tardi, nel 1982: nel tempo, il suo cinema era diventato il quinto della Galleria, non c’era più esclusività, quindi, in nessuno dei suoi aspetti (anche perchè nacquero altri saloni “gemelli”, in città), senza contare che, negli anni 70, cominciò a risentire di una brutta fama di luogo di perdizione… il lungo momento di gloria legato all’eleganza e agli spettacoli all’avanguardia era ormai un ricordo.

Il Salone Margherita oggi

Fortunatamente, i locali di questo luogo d’eccezione napoletano sono tornati fruibili dal pubblico nel 2008, grazie all’acquisizione di privati, la famiglia Barbaro (Barbaro Group), già impegnata, sul suolo partenopeo, con importanti investimenti nel settore dell’abbigliamento e dell’arredamento.

Gli investitori hanno fatto sapere di essere interessati ad un restauro ma, nel frattempo, il Salone, adibito anche a teatro,con i suoi due palchi ed il palco mobile, accessibili da due corridoi affrescati in stile pompeiano, ed il salone principale, circondato da nicchie e soppalchi arricchiti con stucchi e marmi policromi, è tornato ad offrire serate di tango, mostre ed eventi d’eccezione.

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Tre Regine per Napoli

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Quante storie racconta la città di Napoli! Purtroppo, la maggior parte di queste non resta viva alla memoria, ma viene cancellata dal tempo. C’è chi, tuttavia, ancor oggi, si dedica con pazienza, amore e dedizione alla consultazione di libri antichissimi (conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli sita nel Palazzo Reale) per riportare alla luce dei ricordi storie, leggende e tradizioni.

Nel mio piccolo, nell’ultimo mese, ho appreso con grande piacere che tre regine, molto diverse tra loro per nazionalità ed epoca, ma accomunate da uno spirito libero e ribelle, hanno contribuito allo sviluppo della tradizione culinaria della città di Partenope (guarda caso un’altra donna). Ed è per questo – soprattutto in tempi difficili come quelli odierni che vedono molte donne maltrattate (e purtroppo a volte uccise) – che mi è sembrato doveroso dedicare loro un contributo.

La Regina Maria Carolina e la storia del Caffè napoletano

La regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena (Vienna 1752 -1814), divenuta sposa del re di Napoli Ferdinando I di Borbone, si impose a corte con il suo carattere deciso ed autoritario. Non fu un matrimonio felice: il re, poco dedito ai doveri di sovrano, preferiva trascorrere intere giornate a caccia e tra i vicoli di Napoli mescolandosi (in anonimato) tra i sudditi, mentre la regina amava gestire il regno (spesso punendo con estrema severità i ribelli) ed organizzare feste fastose.

A lei dobbiamo l’introduzione di alcuni piatti e bevande tra le quali spicca il caffè importato dalla corte di Vienna (proposto in una delle sue feste nel 1771). Possiamo dire, quindi, senza tema di smentita, che il merito va alla regina Maria Carolina se oggi Napoli è la capitale del caffè.

La Regina Margherita e la storia della Pizza napoletana

Ancora oggi, tra i vicoli della città di Napoli, si racconta che la regina Margherita ispirò la creazione della pizza a lei dedicata e che porta il suo nome (la più amata e conosciuta tra le pizze napoletane).

Nessuno può provare con certezza quale sia il locale nel quale la pizza Margherita fu preparata per la prima volta. È idea comune, tuttavia, che la Regina Margherita di Savoia (Torino 1851 – Bordighera 1926), sposa del Re Umberto I, si trovava realmente nel 1889 in visita a Napoli ed in quell’occasione ebbe modo di assaggiare questa pizza che riporta i colori della bandiera italiana (il verde del basilico, il bianco della mozzarella ed il rosso del pomodoro).

La Principessa Sissi e la storia del Gelato napoletano

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach (Monaco di Baviera 1837 – Ginevra 1898), meglio nota con il nome di “Sissi”, è stata una delle regine più amate di tutti i tempi, come testimoniato dai numerosi film e romanzi a lei dedicati. Nel 1890 Sissi si recò a Napoli per visitare le bellezze della città partenopea. Il Gran Caffè Gambrinus ebbe l’onore di ospitare la regina che in quell’occasione assaggiò il gelato al gusto violetta. Dopo lungo tempo, ancora oggi, il Gambrinus resta fedele all’antica ricetta della tradizione napoletana nella preparazione del gustoso gelato. Provare per credere!

Galleria Umberto I

Capolavori di Napoli: la Galleria Umberto I

di Simona Vitagliano

Chi, a Napoli, non conosce la Galleria Umberto I?

Chi non ci è passato almeno una volta nella vita, rimanendo di stucco dinanzi alla sua immensa e fiera apparizione?

Quello che non tutti sanno, però, è che questa meraviglia architettonica è stata scelta, qualche anno fa, per il progetto del “Forum nazionale dei giovani”, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, con l’obiettivo di pubblicizzare, nel mondo, le ricchezze di tutta la nostra penisola.

Ma qual è l’origine di questa meraviglia partenopea?

La storia

La storia di questa galleria comincia, ebbene sì, a Milano, in un’altra costruzione ad essa molto affine, edificata circa venti anni prima: la Galleria Vittorio Emanuele II. Traendo ispirazione proprio da qui, nell’Ottocento, nel Quartiere San Ferdinando, nel cuore di Napoli, venne costruita questa “gemella napoletana” un po’ più piccola (solo la cupola, progettata dall’ingegnere Paolo Boubeè, è più alta di quella milanese di ben 10 metri) da Luigi Emanuele Rocco, Ernesto di Mauro e Antonio Curri, con un progetto su tre piani in stile liberty.

La sua inaugurazione è avvenuta il 10 Novembre 1892, per mano del sindaco Nicola Amore, attraverso un’esposizione di prodotti artistici, artigianali e industriali: fu proprio così che divenne, sin da subito, polo commerciale dell’intera città di Napoli, anche grazie all’ubicazione favorevole, nei pressi di via Toledo, del Teatro San Carlo e di Piazza Plebiscito.

I suoi meravigliosi pavimenti policromi hanno una particolarità, che si svela in corrispondenza della cupola: mostrano i mosaici con i segni dello zodiaco, realizzati dalla ditta veneziana Padoan, ma non tutti sanno che questa è una “new entry” avvenuta nel 1952, per sostituire la pavimentazione originale, danneggiata dalla guerra.

I nostri nonni ricorderanno sicuramente, però, la Galleria Umberto I per un’altra ragione: per cinquanta anni, infatti, è stata la “sede” degli sciuscià, i lustrascarpe di cui, oggi, rimangono rarissimi ed isolati eredi.

Un territorio, quello della galleria, che ha visto, insomma, personalità semplici e ordinarie mescolate a figure di rilevanza storica ed artistica di livello, visto che ospita anche il famoso Salone Margherita, che è stato il primo cafè-chantant d’Italia della Belle epoque, luogo d’incontro d’intellettuali come Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao o Salvatore Di Giacomo.

Non solo polo commerciale, insomma, ma anche centro mondano, che ha fatto della Galleria Umberto I quella che è oggi, agli occhi dei residenti e dei turisti.

Una curiosità

La zona su cui sorge la Galleria era già intensamente urbanizzata nel XVI secolo, formata da un groviglio di strade parallele raccordate da piccoli vicoli, che da via Toledo sboccavano di fronte al Maschio Angioino.

Si trattava di vicoli con una pessima fama, pieni di taverne e case di malaffare, dove avvenivano delitti di ogni tipo.

Alla fine del XIX secolo il degrado era al top, con edifici a sei piani in cui la situazione igienica era pessima, tant’è che la zona, tra il 1835 ed il 1884, fu teatro di nove epidemie di colera. Dopo l’ultima di queste, si cominciò a considerare un intervento governativo e, nel 1885, fu approvata la Legge per il risanamento della città di Napoli, grazie alla quale vennero presentate varie proposte. Alla fine, il progetto vincente fu proprio quello dell’ingegner Emmanuele Rocco, ripreso in seguito da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro, che prevedeva una galleria a quattro braccia che si intersecavano in una crociera ottagonale coperta da una cupola.

Le demolizioni degli edifici preesistenti (ad esclusione del palazzo Capone) iniziarono il 1º Maggio 1887 ed il 5 Novembre dello stesso anno fu posta la prima pietra dell’edificio. La galleria, come abbiamo visto, è stata inaugurata dopo soli 3 anni ed ha dato nuova dignità a quelle strade e a quei vicoli tanto malfamati in passato.

Produzione della birra

Come si fa la birra?

di Simona Vitagliano

Abbiamo visto che Gambrinus sta alla birra come Bacco sta al vino.

Ma, esattamente, cosa c’è dietro al processo di produzione della birra e perchè è così buona, naturale e tanto bevuta ed apprezzata in tutto il mondo?

Un prodotto tutto naturale

Essenzialmente, la birra è una bevanda che si ottiene da acqua e malto d’orzo, uniti a lievito e luppolo: tutti ingredienti al 100% naturali!

Ma vediamo più nello specifico come avviene questo processo.

FASE 1: Produzione del malto

In questa fase l’orzo o gli altri cereali scelti (come frumento, segale, mais) vengono sottoposti ad un processo di germinazione. Attraverso una immersione in acqua, per 2-4 giorni, si stimola una macerazione, per poi riporre i cereali su alcune griglie, sulle quali riposeranno per 5-6 giorni: in questo momento i semi cominceranno a germogliare.

A questo punto avviene l’essiccazione e la tostatura, che bloccano la germinazione e, a seconda delle temperature utilizzate, lasceranno ottenere un tipo di malto piuttosto che un altro.

FASE 2: Ammostatura

I cereali maltati vengono macinati e miscelati con acqua tiepida: la temperatura sarà fatta salire ancora facendo in modo che l’amido si trasformi in uno zucchero, esattamente il maltosio; si sarà così ottenuto quello che comunemente è definito “mosto“.

Solo in questo momento sarà possibile abbassare la temperatura, in modo che il mosto diventi più chiaro in colore, si sterilizzi e risulti più concentrato. Si aggiunge poi il luppolo, che conferisce il classico sapore e aroma amarognolo alla bevanda. Anche in questo caso, la durata dell’ebollizione varia a seconda del tipo di prodotto finale che si vuole ottenere, ma non si superano quasi mai le due ore.

FASE 3: Fermentazione

Poichè esistono sia birre ad alta che a bassa fermentazione, il mosto viene lasciato raffreddare alle temperature opzionate in base a questa suddivisione.

Da questa scelta dipenderà anche l’utilizzo di particolari lieviti piuttosto che altri.

I lieviti per la birra ad alta fermentazione, ad esempio, prediligono temperature elevate e salgono in superficie durante la fermentazione, trasformando lo zucchero in alcol e producendo anidride carbonica. Questo è il metodo più antico, molto utilizzato per le corpose e aromatiche birre inglesi.

I lieviti per la birra a bassa fermentazione, invece, prediligono le basse temperature e si depositano sul fondo, lasciando che l’anidride carbonica resti nella birra. I prodotti finali ottenuti in questo modo sono le Lager (che in tedesco significa “deposito”), leggere e fragranti, che dopo la fermentazione rimangono, appunto, “a deposito” a temperature inferiori agli 0 gradi, per divenire più stabili e gustose.

FASE 4: Imbottigliamento e pastorizzazione

Nell’ultima fase della sua produzione la birra viene filtrata, pastorizzata e, infine, imbottigliata.
In particolare, il processo di pastorizzazione, che si utilizza anche per moltissimi altri alimenti, come il latte, consiste nel portare la bevanda ad una temperatura di circa 60°, solo per pochi minuti, per liberarla da qualunque batterio che potrebbe risultare nocivo. Al termine di quest’ultimo step la birra risulterà limpida e pronta per essere bevuta.
Ci sono alcune tipologie, però, che non richiedono filtraggio e pastorizzazione: vengono comunemente chiamate Weizen e risultano più torbide, meno trasparenti e con un sapore più intenso, aromatizzato anche dal lievito.

Gelato

La storia del gelato è tutta italiana

di Simona Vitagliano

Colorato, genuino, rinfrescante; alla frutta o in dolci creme gustose; “caldo” oppure fresco e corroborante; ricco di vitamine, sali minerali, proteine: parliamo del gelato, l’alimento preferito da grandi e piccini durante le stagioni più calde.

Ma sapevate che l’origine di questa leccornia tutta salute è italiana?

Le origini del gelato

Volendo ripercorrere la storia all’indietro, arrivando fino agli “avi” del gelato moderno, si può addirittura arrivare alla Bibbia, nel racconto di Isacco,che offre ad Abramo latte di capra misto a neve: sarebbe una sorta di gelato/granita dell’antichità!

I Romani, poi, parlavano di “nivatae potiones”, dei tipici dessert freddi, ottenuti conservano in alcune cave la neve raccolta durante gli inverni, per poi portarla in città durante le stagioni più calde, mescolandola ad altri ingredienti. Ne parla anche Seneca di queste gustose macedonie di frutta con miele e neve!

Ma per osservare un alimento più simile a quello che conosciamo noi oggi bisogna saltare direttamente al Cinquecento, con un occhio fermo, in particolare, su Firenze. Sarebbe qui, infatti, che colui che è tradizionalmente riconosciuto come il “papà” del gelato, l’architetto Bernardo Buontalenti, avrebbe ideato questa ricetta con latte, panna e uova. Ma questo non è l’unico nome che ruota intorno alle origini di questo fresco alimento estivo.

Ce n’è un altro, sempre italiano, da citare: Francesco Procopio dei Coltelli, gentiluomo palermitano trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole; qui l’uomo aprì il primo caffè-gelateria della storia, rimasto ancor oggi celebre e rinomato in tutto il mondo, il caffè Procope, dove ai clienti serviva proprio porzioni di gelato in vari gusti.

Ma come ha fatto, poi, il gelato italiano a diventare l’ice-cream americano?

Ancora una volta c’è lo zampino di un nostro connazionale!

Fu un certo Filippo Lenzi, alla fine del XVIII secolo, ad aprire la prima gelateria in America; da lì fu un successo clamoroso, così imponente da stimolare la fantasia dei buongustai per nuove proposte su gusti e invenzioni: nacque, infatti, la sorbettiera a manovella, nel XIX secolo, per mano di William Le Young.

Il passo alla produzione industriale in serie è stato brevissimo.

Gelato industriale

I nostri nonni e parenti più anziani sicuramente ricorderanno la rivoluzione portata in tutte le case degli italiani dal “Mottarello“, il primo gelato industriale su stecco, nato proprio qui, in terra nostrana, nel 1948.
Poco dopo, negli anni 50, arrivò (e trionfò) il primo cono con cialda industriale… parliamo dell’unico, mitico, inconfondibile Cornetto!
Ma è negli anni 70, con la diffusione del frezeer domestico, che fu possibile acquistare i primi “secchielli” formato famiglia: il nome “Barattolino” vi dice qualcosa?

Siamo in anni recenti, infine, ed arriva anche la prima versione di gelato-biscotto: il Ringo.

Da lì è stata una continua evoluzione, ispirazione, invenzione, ma gli standard su cui hanno poggiato i gelati di tutto il mondo hanno avuto come matrici proprio questi 3 “avi” così famosi e conosciuti ancora oggi dai nostri bambini.