Millefoglie

Pasticceria classica: la millefoglie

di Simona Vitagliano

Quante volte abbiamo servito, ai tavolini del Gambrinus, delle gustose fette di Torta Millefoglie, ai clienti che festeggiavano qualcosa di importante!

Ma quali sono le origini di questo dolce, ormai internazionale?

Proviamo ad andare indietro nel tempo per capirlo.

“Napoleon” diventa “Millefoglie”

In Francia, patria natale di questa leccornia multistrato, la Millefoglie è nota anche col nome di Napoleon.

Secondo le fonti ufficiali, l’origine reale della Millefoglie, in realtà, è sconosciuta, anche se le prime tracce si ritrovano nel libro Cuisinier françois di François Pierre de La Varenne, datato 1651. L’ipotesi è quella secondo la quale questo dolce sarebbe stato creato, per la prima volta, per essere portato in tavola ai reali di Francia, ma non ci sono documentazioni su questo.

La versione che conosciamo oggi, comunque, cioè la classica a tre strati di pasta sfoglia con due strati di crema pasticcera, la si deve ad una modifica che venne introdotta nella ricetta tradizionale da  Marie-Antoine Carême, cuoco e scrittore francese della fine del diciottesimo secolo.

Varianti

Come spesso accade, nel corso del tempo, le ricette si evolvono e cambiano insieme a chi le gusta e le “rivisita”.

Ecco che sono nate così le Millefoglie alla marmellata o al cioccolato o, addirittura, salate, ripiene di formaggi e verdure.

Inoltre, anche la parte superiore può venire arricchita in modi diversi: si va dalla classica glassatura alla spolverata di zucchero a velo e/o cacao, fino a guarnizioni con granella, frutta secca, panna e/o frutta fresca.

Addirittura, è nata una competizione in Australia, a Ouyen, nella Victoria occidentale, la Great Australian Vanilla Slice Triumph, che è una vera e propria gara, che si svolge annualmente, per dichiarare quale sia la migliore Torta Millefoglie.

Come si serve

Di base, l’ideale, per la Millefoglie, è quella di servirla in porzioni-mattonelle, in cui gli strati si mantengano intatti e si sciolgano in bocca una volta toccato il palato.

Nel corso del tempo, però, anche il modo di servire questo dolce si è “modernizzato”, passando da piccole e simpaticissime monoporzioni, ideali anche nella piccola pasticceria, e finendo a versioni “da bicchiere“, dove la struttura si perde e si mescola su se stessa… dando vita a quella che, forse, è la versione più “odiata” dai puristi!

 

Semifreddo

Le differenze tra gelato e semifreddo

di Simona Vitagliano

L’estate sta finendo” cantava una famosissima canzone anni 80, che rispecchia esattamente anche la nostra condizione attuale. I lidi stanno chiudendo, le prime piogge stanno offuscando i nostri cieli e i primi freschi autunnali stanno facendo capolino, una volta arrivata sera.

Fortunatamente, però, c’è ancora spazio per qualche bella giornata di sole, calda quanto basta per gustare un buon gelato o un ottimo semifreddo ai tavolini del nostro Gambrinus!

Ma, a proposito, che differenza c’è?

Gelato e semifreddo: due “cugini”, simili ma differenti

Le caratteristiche da considerare per esaminare le differenze principali tra gelati e semifreddi sono, sicuramente, due: ingredienti e lavorazione.

Lasciando da parte, infatti, gli ingredienti opzionali, che possono dare un gusto più o meno specifico al sapore, i semifreddi hanno un elenco di ingredienti fondamentali da rispettare, alcuni molto diversi da quelli del gelato. Vediamoli nello specifico.

  • Panna semi-montata: fornisce quella morbidezza al dolce e quella temperatura fresca ma non gelida che, invece, contraddistingue il gelato (dove la panna è montata e, perciò, più fredda e porosa);
  • Uovo: nel gelato questo ingrediente non è obbligatorio, nè sempre presente, mentre, in albume e/o tuorlo, nel semifreddo è parte integrante della ricetta;
  • Zucchero: affinchè si abbia un prodotto morbido al taglio, anche a basse temperature, è importante che il contenuto totale di zuccheri, nel semifreddo, sia pari al 23%.

Per quanto riguarda la lavorazione, infine, si può facilmente capire quali siano le differenze sostanziali esaminandone le varie fasi.

Innanzitutto, è possibile optare per una lavorazione a freddo o a caldo.

La prima tipologia è indirizzata maggiormente per i gelati con gusti a base di acqua, zucchero e frutta, ottenendo una miscela di ingredienti da far riposare brevemente per poi farla raffreddare tramite mantecazione.

La seconda tipologia, invece, viene scelta, più spesso, per il gelato artigianale con gusti a base di latte o in previsione di grandi quantità di prodotto da preparare. Il processo è più lungo e complesso, prevedendo una miscelazione, una pastorizzazione, una maturazione ed una gelatura, tramite congelamento ed indurimento. Infine avviene l’abbattimento della temperatura, prima della conservazione.

La differenza sostanziale che intercorre tra la lavorazione del gelato e quella del semifreddo è che mentre il primo, come abbiamo visto, è sottoposto a mantecazione, il secondo viene raffreddato tramite la tecnica del freddo rapido: un brusco abbassamento della temperatura che non formi, così, indesiderati macrocristalli di ghiaccio. Solo in questo modo si può ottenere un composto più cremoso, che va, poi, conservato tra i 20 e i 18 gradi sotto lo zero, esattamente come il “cugino” gelato.

Palazzo Reale di Napoli

Il Palazzo Reale di Napoli

di Simona Vitagliano

Passare al Gambrinus per un caffè o per perdersi nella storia e nella bellezza vintage e senza tempo dello Stile Liberty e non entrare a contatto con il Palazzo Reale di Napoli è praticamente impossibile.

Si tratta di un luogo così pieno di storia che analizzarlo sotto tutti di vista sarebbe impossibile: sul suo pavimento hanno camminato le personalità più influenti ed importanti della storia partenopea, dall’epoca vicereale in poi, e non c’è un angolo, uno spigolo, un pezzo d’arte che non parli di Napoli.

La storia, in breve

La costruzione del Palazzo Reale di Napoli si rese necessaria quando, in epoca vicereale, come detto, Fernando Ruiz de Castro si rese conto che, per accogliere gli ospiti (in particolare si aspettava una visita del Re di Spagna, Filippo III d’Asburgo) mancava una sede davvero sfarzosa, elegante ed ampia. Esisteva già da una cinquantina d’anni, infatti, un Palazzo Vicereale, assolutamente non in linea con i desideri del vicerè, di cui parte dei giardini, quindi, furono utilizzati proprio per la costruzione dell’ampia Reggia che, in breve, lo sostituì; il Palazzo Vicereale Vecchio, successivamente, venne addirittura abbattuto (creando quella che oggi chiamiamo Piazza Trieste e Trento).

La collocazione urbanistica scelta continuava la tradizionale posizione della residenza reale al margine meridionale della città antica, avendo l’accortezza di restare nei pressi del porto, qualora al Re fosse necessaria una fuga, anche improvvisa.

La prima pietra del Palazzo venne posta nel 1600 ed il progetto fu affidato a Domenico Fontana, considerato, in quel periodo, il più prestigioso architetto d’occidente: proveniva dalla corte papale e ricopriva il ruolo di ingegnere maggiore del Regno.

L’ispirazione di Fontana fu legata ai canoni tardo-rinascimentali, ma ci sono stati interventi successivi, anche nel 1700 e 1800, ad opera di altre importanti personalità del panorama partenopeo, che hanno tratto spunto da altri tipi di concezioni. Nel 1734, infatti, Napoli divenne capitale di un regno autonomo con Carlo III di Borbone ed il Palazzo fu ampliato su più versanti, con la creazione di due nuovi cortili, con un gusto che si rifaceva del tutto al tardo barocco; al tempo di Ferdinando Il Borbone, poi, tra il 1838 e il 1858, furono previsti dei lavori per ripristinare il Palazzo dopo un incendio che lo devastò. In quel caso, l’architetto Gaetano Genovese fu incaricato di un restauro nel gusto neoclassico.

Dal 1600 al 1946 il Palazzo Reale è stato sede del potere monarchico a Napoli e, ovviamente, per tutta l’Italia meridionale: dai viceré spagnoli e austriaci ai Borbone e ai Savoia, hanno tutti dimorato lì.

Dopo l’Unità d’Italia, il Palazzo fu ceduto al Demanio dello Stato, nel 1919, divenendo sede della Biblioteca Nazionale che, dall’epoca, lo occupa in parte (ospitando una raccolta di un milione e mezzo di volumi, tra cui rari manoscritti medievali e i papiri di Ercolano); l’altra ala, quella più antica e ricca di storia, è stata adibita a Museo dell’Appartamento Storico.

Il Palazzo Reale oggi

Quando passiamo dinanzi a questo Palazzo, la facciata che balza ai nostri occhi è quella del Fontana: si notano anche gli stemmi reale e vicereale, insieme a quello dei Savoia. A parte l’evidentissima torretta dell’orologio, però, la sezione che più risalta all’attenzione è quella in cui compaiono una serie di archi e di nicchie all’interno delle quali, a fine 1800, i Savoia collocarono 8 statue, per omaggiare i più illustri sovrani delle varie dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona, Carlo V, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Croissant

La storia del croissant

di Simona Vitagliano

Onnipresente nelle colazioni al bar (o negli spuntini notturni) di tutto il mondo, il croissant è un piacere per il palato, fatto di pasta sfoglia, che porta dentro di sè non solo una storia, ma anche una leggenda.

La leggenda

Secondo delle storie popolari, che vengono tramandate anche ai giorni nostri, origine e forma del croissant sarebbero legate alla celebrazione della sconfitta dell’Impero ottomano nell’assedio di Vienna del 1683 o in quello di Budapest del 1686.

Sembra infatti che i turchi (ottomani), per due lunghi mesi, abbiano assediato l’impero Asburgico, senza riuscire a sorpassare le difese. Decisero, così, di provare a raggiungere l’obiettivo scavando delle gallerie sotterranee da percorrere durante la notte, per creare un effetto sorpresa, stile cavallo di Troia, alle sentinelle, che sarebbero state più facili da abbattere.

Quello che gli ottomani non tennero in conto, si racconta, però, è che i fornai lavorano proprio nelle ore notturne, per poi mettere in vendita i propri prodotti al primo mattino.

Per questo, furono proprio questi instancabili artigiani culinari ad avvertire le sentinelle, salvando, di fatto, la città e, probabilmente, l’intero Occidente, dall’egemonia turca. In particolare, si parla di un pasticcere di nome Vendler, che ricevette, grazie a questo atto eroico, il diritto esclusivo di produrre qualcosa di speciale, a livello di pasticceria, per commemorare l’evento; sarebbero nati così i cornetti, con quella forma di mezzaluna che simboleggiava, appunto, il logo turco per eccellenza.

Come abbiamo detto, ad ogni modo, si tratta di una leggenda e non ci sono fonti originali che confermino nulla di tutto questo.

La storia

Per quanto riguarda la storia ufficiale ed accreditata, le origini del croissant vanno ritrovate nel kipferl austriaco, una specialità dolce o salata a forma di mezzaluna preparata con farina, burro, uova, acqua e zucchero e tuorlo d’uovo in superficie (suona familiare, no?). Questa pietanza è documentata ampiamente e, di certo, almeno fino al XIII secolo.

Facciamo un balzo in avanti, tra il 1838 ed il 1839. L’ufficiale di artiglieria austriaco August Zang, in congedo, fondò la Boulangerie Viennoise (“Pasticceria viennese“), la cui sede sorse in via de Richelieu 92 a Parigi. La data è estrapolata da un’immagine del 1909 della pasticceria (che vi mostriamo di seguito), ma sembra che la sua esistenza sia ancora più antica e documentata precedentemente.

Boulangerie Viennoise

L’intento del locale era vendere specialità viennesi incluso, appunto, il kipferl; fu così che nacque la viennoiserie, distinta dalla semplice pasticceria per il fatto che, in quest’ultima, si vendono sì dolci da forno, ma ripieni di creme (una distinzione che in Italia non esiste, poichè  i fornai sono tradizionalmente autorizzati alla produzione di pani e dolci secchi da forno).

Il successo fu pressochè immediato, tanto che la piccola impresa artigianale cominciò ad essere imitata dai francesi, dando vita anche a versioni “alternative” dei dolci, arrivando al nuovo nome del kipferl che fu battezzato, appunto, croissant per la sua forma a mezzaluna. Questa parola, infatti, letteralmente vuol dire “crescente“, alludendo alla luna crescente e alla forma del tipico dolce.

Tuttavia, sembra che, ufficialmente, il primo riferimento al termine “croissant” si ritrovi nel libro, datato 1853, Des substances alimentaires, ed è stato inserito per la prima volta nel Dictionnaire de la langue française nel 1863.

Per avere, invece, la prima ricetta si è dovuto aspettare il 1906, con la Nouvelle Encyclopédie culinaire.

 

E voi quale preferite, la versione leggendaria o quella storica?
Fatecelo sapere gustando al Gambrinus uno dei nostri fragranti cornetti… ops, croissant!

Boom di turisti a Napoli

Boom di turisti a Napoli per l’Estate 2017

di Simona Vitagliano

La città di Napoli non ha sempre vissuto di massimo splendore, in fatto di reputazione, a livello mondiale ed europeo, a causa di una serie infinita di fattori, partendo dall’emergenza rifiuti di qualche tempo fa e finendo al terreno fertile che ha trovato il razzismo di qualcuno che ha preferito tessere le lodi del nostro Settentrione e infangare il Meridione.

Fortunatamente, questo momento “no” è finito da un pezzo e Napoli è in ripresa sotto tantissimi punti di vista.

Lo abbiamo visto proprio questo Ferragosto, quando, in città, trovare un posto in albergo era un’impresa ardua, per le vie si notavano sciami di turisti armati di cartina stradale e Il Mattino ha dedicato un lungo servizio video, comparso sui social, in cui si sono mostrate interviste a turisti entusiasti e all’Assessore al Turismo, Nello Daniele.

Il boom è stato talmente evidente che non sono state solo le file interminabili fuori alle principali attrazioni culturali e divertenti ad esserne immagine, ma anche la letterale “inondazione” di turisti, italiani e stranieri, ritrovatisi a passeggiare in strade secondarie, a sorseggiare la nostra “tazzulella ‘e café” nei bar di tutta la città (episodi che abbiamo potuto testimoniare anche noi, direttamente, al Gambrinus), a mangiare le nostre pizze gourmet o tradizionali nei ristoranti e nelle pizzerie di tutta la city.

Un lieto seguito, quindi di questa Pasqua e Pasquetta che avevano fatto registrare il tutto esaurito, con numeri ufficiali che promettono di essere, di nuovo, da record.

Ad ogni modo, stando ai  dati del Rapporto sul Turismo 2017 fatto da UniCredit e Turing Club Italia, negli ultimi cinque anni il turismo in Campania è aumentato dell’1,6%: la nostra regione è al primo posto per numero di visite tra quelle del Meridione italiano e Napoli è la meta preferita dal 64% di chi la sceglie .

Praticamente si è capovolta quella situazione mordi e fuggi che c’era fino a qualche anno fa, adesso si parte da Napoli e poi si va a visitare la Costiera, Pompei, Capri e le altre bellezze regionali, non viceversa“, ha commentato l’assessore Daniele.

Insomma un’estate ricca, e non solo di eventi, questa che sta finendo per Napoli e per la Campania tutta, che segna un momento estremamente positivo per il nostro territorio, che tende a migliorarsi sempre di più, con il passare delle stagioni.

Sorbetto al limone

L’origine del sorbetto, l’antenato del gelato

di Simona Vitagliano

Freschissimo, refrigerante, ricco di vitamine e di sali minerali: il sorbetto è un compagno decisamente piacevole delle cene estive più calde.

Celebre in tutto il mondo nella sua variante al limone, è, in realtà, realizzabile in tutti i gusti agrumati possibili, conservando le proprietà di un succo di frutta e combinandole alla sensazione corroborante che dona la sua consistenza “granitosa” (anche se la granita, come abbiamo visto, costituisce ancora un’altra sfumatura di questi dessert freschi a base di frutta).

Qualche settimana fa abbiamo visto che la storia del gelato è tutta italiana, addentrandoci nel mondo di questo alimento ormai universale. In effetti, alcuni nomi comparsi nella sua “biografia” fanno parte anche della storia del sorbetto, che altro non è, infatti, che un suo antenato.

Le origini

Per quanto riguarda l’etimologia della parola, gli studiosi sono ancora incerti su quale sia la versione ufficiale da considerare, poichè esistono varie scuole di pensiero.

C’è chi pensa derivi dalla parola araba “sherbeth” (bevanda fresca), chi dalla turca “sharber” (sorbire) e chi dal verbo latino ”sorbeo-es-sorbui” (sorbire o succhiare).

Nonostante questa molteplicità di versioni, ad ogni modo, pare che il termine “sorbetto” sia stato adottato per la prima volta nel Medioevo, perchè la parola ricordava il suono di chi gusta, succhiando un po’ per volta, questo tipo di bevanda; si tratterebbe, quindi, di una parola onomatopeica.

Come abbiamo visto nell’articolo in cui abbiamo esplorato la storia del gelato, la procedura per ottenere questo tipo di dessert freschi era piuttosto laboriosa: dobbiamo pensare che, all’epoca, i nostri elettrodomestici non esistevano e le condizioni di vita erano molto diverse e precarie.

Veniva, così, raccolta la neve, in inverno, conservandola in caverne, al buio e al freddo, stipata tra strati di paglia.

Nelle stagioni più calde, poi, si tornava a prenderla per ottenere questo refrigerante naturale in grado di trasformare i cibi in vere e proprie leccornie estive. Il poeta Simonide, nel V sec. a.C., ci fornisce una dolcissima testimonianza di questa pratica, nota anche presso i greci: “la neve si seppellisce viva, perché viva si conservi e ingentilisca l’estate”.
Dal canto loro, i romani, tramite Seneca, nel I sec. d.C., ci hanno fatto conoscere, invece, la pratica nei particolari, per ottenere bevande refrigeranti: in sostanza, queste venivano fatte passare svariate volte in un colatoio d’argento o un panno di lino colmi di neve, ottenendo il risultato desiderato; quando la neve, invece, come sarebbe accaduto in seguito, veniva direttamente mescolata al succo di frutta, si ottenevano bevande più simili a sorbetti e granite.

In Occidente, però, questo metodo venne per parecchio tempo dimenticato, riacquistandolo verso il IX secolo, quando gli arabi,  come abbiamo visto quando abbiamo raccontato la storia della granita siciliana, transitando in Sicilia, le lasciarono in eredità le proprie conoscenze, tra cui anche quella relativa ai sorbetti. In effetti, rispetto alla pratica precedente, ci furono delle piccole evoluzioni perchè in Oriente si sfruttava il fenomeno per il quale i succhi di frutta si “solidificavano” se posti in un recipiente con la neve intorno, avendo fatto proprio anche il concetto per cui, con l’aggiunta di sale, si riusciva a rallentare lo scioglimento del ghiaccio.
Naturalmente, non tutti potevano permettersi una golosità così particolare, per cui, durante la seconda metà del XVI secolo, i sorbetti cominciarono, dalla Sicilia, a diventare fedeli compagni di tavola in tantissime corti italiane. Una nuova evoluzione arrivò grazie alla partecipazione dell’architetto e ingegnere Bernardo Buontalenti che, come afferma lo storico settecentesco Giuseppe Averani: “uomo di sagacissimo intendimento e nominatissimo per ingegno e per molti meravigliosi ritrovamenti, fabbricò per primo le conserve del ghiaccio“.
Con il passare del tempo la produzione divenne sempre più semplice e le materie prime meno costose, per cui dall’élite di corte si passò alla borghesia, anche grazie al siciliano Francesco Procopio Cutò che, nel suo “Café Procope”, aperto a Parigi nel 1686, cominciò a diffondere i suoi sorbetti speciali alla sua importante clientela europea. Il successo fu così grande che Luigi XIV assegnò a questo ormai famoso italiano l’esclusiva per la fornitura a corte di “acque gelate” (quelle che oggi chiamiamo “granite”), “fiori d’anice” e “fiori di cannella” (che erano una sorta di gelati alla frutta).

Dalla borghesia alle classi sociali meno ricche, ovviamente, il passo è stato ancora più veloce, con il progresso della tecnologia, ed oggi è possibile gustare ottimi sorbetti agli aperitivi, alle cene e a tutti gli appuntamenti estivi in genere.

Naturalmente, anche noi del Gambrinus vi aspettiamo con i nostri dessert freschi!

Latte di mandorla

Differenze tra orzata, latte di mandorle e pasta di mandorle

di Simona Vitagliano

Quest’estate 2017 si sta rivelando particolarmente infuocata per gran parte dell’Italia e per noi napoletani.

Quindi, quale rimedio migliore di una bibita rinfrescante che, contemporaneamente, contenga zuccheri, vitamine e sali minerali per tenerci su?

La scorsa settimana ci siamo immersi nei centrifugati e nei frullati a base di verdure e frutta fresca.

Oggi, invece, ci perderemo in altri tipi di golosità: orzata e latte di mandorla.

A proposito, ma che differenza c’è?

Latte di mandorla ed orzata: due gustose bibite bianche molto differenti

In effetti, c’è molta confusione riguardo queste due bibite e, spesso, sono proprio alcune case produttrici a mettere in circolo informazioni sbagliate. Cerchiamo di capirci di più.

Il latte di mandorla è nato nelle soleggiate terre siciliane, dove era bevanda adibita alla Quaresima; da lì ha cominciato a diffondersi in tutto il Sud, tra Puglia, Calabria, Basilicata e, ovviamente, la nostra Campania, riscuotendo un successo generale.

Ma come si ottiene questa squisitezza tutta vitamine?

Le mandorle vengono tritate e mescolate insieme allo zucchero per poi essere spremute in acqua, generando anche una infusione a freddo. Ecco da dove spunta quel sapore così intenso!

L’orzata, invece, è la “cugina” più delicata di questa bontà.
Qui le mandorle fanno solo da aroma, in teoria (anche se la confusione ha generato, poi, nel tempo, anche ricette con mandorle vere e proprie), visto che, in origine, l’ingrediente principale era rappresentato dall’orzo.

Nel tempo questo cereale sarebbe stato sostituito da altri ingredienti vegetali, lasciando invariato il nome che ha finito per indicare semplicemente analcolici ottenuti con questo tipo di procedimento.

In ogni caso si tratta di bevande fresche, nutrienti e particolarmente adatte a periodi afosi come questo, senza contare che sono ottime anche per chi segue una dieta vegana o è intollerante al lattosio.

Tra l’altro, entrambe queste squisitezze sono perfette per realizzare ottimi frullati, milkshake e gelati!

Pasta di mandorle

La pasta di mandorle, invece, è ancora un’altro ricavato da questi preziosissimi semi.

Si tratta di un preparato dolciario (chiamato anche Pasta Reale) che fa da base a moltissimi dolci tipici siciliani, che apprezziamo tanto anche a Napoli.

È, a tal proposito, un prodotto agroalimentare ufficialmente riconosciuto come tradizionale siciliano e inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Insomma, è proprio un vero patrimonio nostrano!

Un esempio del suo utilizzo, ad esempio, lo ritroviamo nelle celebri cassatine siciliane.

 

Chiarito ogni particolare, vi aspettiamo al Gambrinus per aiutarvi a sconfiggere il caldo con i nostri drink super freschi!

caffè bounty - gran caffè gambrinus

Un caffè per l’estate: il caffè al Bounty

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

L’estate a Napoli è calda, a volte torrida e afosa. Diventa difficile e faticoso attendere ad ogni tipo di attività, che sia lavoro o studio od, anche, l’ordinario lavoro casalingo. In molti limitano, addirittura, i pasti: si fa fatica anche a mangiare col caldo forte. Nessun napoletano, però, rinuncia al piacere del caffè, veramente irrinunciabile!

In molti, però, preferiscono darsi alle varianti della classica tazzulella ‘e cafè, dal caffè freddo al caffè shakerato, dalla crema caffè alla granita di caffè, fino ad arrivare a tutte le varianti del gelato al caffè napoletano.

Ed allora, soprattutto nel periodo estivo, i maestri caffettieri napoletani sono sempre alla ricerca di soluzioni e varianti per assecondare esigenze di gusto e richieste, di napoletani e turisti. Nel panorama dei tanti caffè speciali che propongono le caffetterie napoletane spicca l’estivo caffè al Bounty.

Per la realizzazione di questo caffè si procede nel seguente modo: si spalma sui bordi interni del bicchiere la cioccolata; successivamente vi si versa la crema di caffè e si aggiunge la panna montata; si decora il tutto con scaglie di cioccolata fondente e di cocco.

Un caffè certamente utile e saporito per combattere la calura estiva mediterranea.

Bevande estive

Le bevande per combattere il caldo

di Simona Vitagliano

Bere d’estate, quando il caldo non risparmia proprio nessuno, si sa, è importantissimo.

Ma altrettanto fondamentale è sapere cosa bere, per ottenere il maggior sollievo possibile, sia momentaneo, regalato dalla freschezza, sia nel lungo termine, per la presenza di vitamine, sali minerali ed altre sostanze importanti da integrare quando l’arsura estiva la fa da padrone.

Le bevande estive per eccellenza

Una granita, un gelato, una bibita fresca sono sicuramente idee istintive e gradite per sentirsi meglio, combattere il caldo e riacquistare un po’ di energie.

Ma siamo sicuri che anche una birra ghiacciata possa fare al caso nostro con temperature così alte?

In effetti alcol e bevande frizzanti, anche analcoliche, non sono consigliatissime in questi casi: le prime perchè rischiano di ridare, in breve tempo, l’effetto contrario (caldo che “risale” dopo l’istantanea sensazione benefica iniziale), le seconde perchè, nella maggioranza dei casi, sono piene di zuccheri aggiunti.

Frutta e ortaggi si rivelano non solo ottimi alimenti con cui cibarsi a pranzo, a cena e negli spuntini, ma anche ottimi ingredienti per preparare bevande estive fresche, leggere, naturali e corroboranti!

Unendo tutto con acqua, latte, anche di riso, di soia o di mandorla, magari mixando tutto con dei cubetti o della granella di ghiaccio, il risultato sarà perfetto: dei frullati/centrifugati tutta salute, ricchi di elementi essenziali per integrare vitamine e sali minerali e, contemporaneamente, rinfrescarsi.

Naturalmente, anche semplici spremute di arancia, pompelmo o limonate si prestano ottimamente alla causa, contenendo grandi quantitativi di Vitamina C, preziosa alleata della salute, in questi periodi più che mai!

Per i più golosi, invece, unendo il gelato al composto si otterranno degli ottimi milkshake; gli altri potranno utilizzare anche del semplice yogurt magro!

Ecco qualche idea per ottenere combinazioni buone per il palato e per l’organismo:

  • Arancia e bietola;
  • Carote e zenzero;
  • Carcadè e lampone;
  • Sedano e uva;
  • Mela, anguria, pesca, succo di limone e zenzero.

 

Cinzano

Cinzano, il cin cin all’italiana

di Simona Vitagliano

Quella di Cinzano è una grande storia italiana che va avanti attraversando i secoli.

La prima traccia è da ritrovarsi, addirittura, nel 1568: a testimonianza c’è una delle prime registrazioni ufficiali, custodita negli archivi parrocchiali del borgo di Pecetto Torinese, in Piemonte, proprio lì dove, alla fine del XIX secolo, un piccolo territorio sito tra Pecetto e il comune di Chieri era chiamato proprio con questo nome.

All’epoca i Cinzano erano specializzati in colture di alberi da frutto e vite, producendo un ottimo rosolio, ben conosciuto anche da noi napoletani: si tratta di un liquore realizzato con i petali di rosa, che fa da base, molto spesso, per altri alcolici, liquori, vini…

Quasi due secoli dopo, nel 1707, il maestro acquavitaio Giovanni Battista Cinzano ottenne la licenza per distillare e vendere elisir e rosoli fino a Torino.

Esattamente cinquant’anni dopo, nel 1757, i fratelli Carlo Stefano e Giovanni Giacomo Cinzano, suoi eredi diretti, acquisirono il titolo di maestri acquavitai, “congregati” nell’Università dei Confettieri e Aquavitari di Torino, e un’ulteriore licenza che permise loro di aprire la bottega-laboratorio di Via Dora Grossa, oggi denominata via Garibaldi, nel centro di Torino.

Il 1786 fu un anno importante per l’azienda: venne insignita dai reali di Casa Savoia come miglior produttore di una specialità torinese di Vermouth (quello Rosso) e incaricata, dal Re di Piemonte e Sardegna, di emulare i metodi francesi per realizzare lo Champagne, restando, però, nei domini reali di Santo Stefano Belbo e Santa Vittoria d’Alba; quest’ultimo, in particolare, faceva da base proprio nelle tenute dei fratelli.

Ci è voluto del tempo, ma dopo la prima metà dell’Ottocento i Cinzano dettero vita ad una produzione a livello industriale, inaugurando il primo stabilimento a Santo Stefano Belbo.

La ricetta del loro famoso Vermouth, per tutto questo tempo, è rimasta segreta.

In una cronaca dell’Esposizione Italiana di Torino del 1884 si legge: “È solamente dopo aver percorso tutto il labirinto di gallerie, la lunga sequela di cantine, dopo aver visto il continuo e ordinato lavorio, che senza posa si agita colà quotidianamente, che si arriva a comprendere tutta l’importanza di questa colossale casa
di esportazione… Il vermouth viene spedito ovunque, ma soprattutto in America del Sud, in fusti e bottiglie. Così pure i baroli, le barbere, i moscati: questi ultimi vennero specialmente perfezionati, ridotti a squisiti vini spumanti, che cominciarono ad acquistare rinomanza per aroma e limpidezza”.

Innovazione e imprenditorialità

Cinzano si è sempre distinta per il suo sguardo moderno ed innovativo, ammiccante verso il futuro prossimo; così, si è ritrovata ad essere spesso “prima” in molte scelte.

Ad esempio, il primo impianto frigorifero in uno stabilimento enologico fu proprio quello di Santa Vittoria, nel 1904, esattamente come, nel 1911, ci fu il primo aeroplano utilizzato per la pubblicità industriale, che lanciò su Milano dischetti promozionali.

Anche a livello grafico i Cinzano si sono sempre distinti: i manifesti del famoso pittore Cappiello sono entrati nella storia della pubblicità. Chi, anche solo guardandoli, può dire di non averli mai visti in giro, anche ai giorni nostri?

Poster Cinzano designed by Cappiello

La crescita

Nel 1929 anche la famiglia Florio, di tradizione industriale, e gli stabilimenti Woodhouse (prima azienda vinicola, fondata da un inglese nel 1796, che ha iniziato l’esportazione del Marsala in Gran Bretagna ed altri paesi europei) ed Ingham-Whitaker (antica casa vinicola con sede a Marsala e produttrice dell’omonimo vino) entrarono a far parte del Gruppo: fu proprio in quel momento che il mercato internazionale del Marsala ricevette un nuovo input.

Anche  il brand del Ferro-China di Bisleri è stato acquisito con la ricetta originale;  si è inserito, quindi, all’insieme, anche questo già celebre liquore scuro, adatto come digestivo e per aperitivi.

Oggi

Gli stabilimenti di Santa Vittoria d’Alba sono stati successivamente ceduti, mentre, nel 1999, il marchio Cinzano è stato acquisito dal Gruppo Campari (ma non lo stabilimento), che conta 16 stabilimenti nel mondo, tutt’ora attivo nel continuarne la fortunata produzione in una di queste strutture, a Novi Ligure, moderna, avanzata e di alto livello tecnologico.