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Il caffè in Natale in casa Cupiello

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di dicembre 2017

Il caffè come elemento immancabile nelle case dei napoletani anche nel periodo natalizio

Sorbire una tazzina di caffè per un napoletano è un atto che va ben al di là del semplice consumare una bevanda. E’ anche e soprattutto la celebrazione di un rito, dai risvolti sociologici, è il perpetuare la tradizione, il rinnovare, di volta in volta, antiche usanze e consolidati costumi.

Bere una tazzulella e cafè è fatto ed immagine che, di fatti, travalica ampiamente un semplice gesto del vivere quotidiano del napoletano, avendo trovato ampia rappresentazione nel cinema, nella musica, in letteratura ed, infine, in teatro.

Nell’opera, forse, più celebre del grande Eduardo, Natale in Casa Cupiello, il caffè è, addirittura, protagonista introducendo e chiudendo lo svolgimento della commedia.

Si comincia nel primo atto con Concetta, la moglie di Luca Cupiello, che cerca di accelerare le operazioni di risveglio del coniuge portandogli a letto l’immancabile tazzina di caffè. Non sarà una giornata fausta per Luca vistone l’inizio con la scarsa bontà del caffè di Concetta imbevibile per il marito, dall’odore e dal sapore repellente (“fet’ ‘e scarrafone”, puzza di scarafaggio!). C’è un passaggio nel dialogo tra i coniugi Cupiello dal quale si evince l’amore che i napoletani nutrono per il caffè: Luca rivolgendosi alla moglie le dice “con il caffè non si risparmia”, il che vuole dire il napoletano può per necessità economizzare con tutto tranne che con il caffè che deve essere sempre buono, di qualità!

Nel terzo atto, verso il termine dell’opera, una pletora di familiari, amici, conoscenti e vicini, affollano la stanza dove Luca si trova a letto in fin di vita. Il portiere dello stabile si occupa di servire a tutti i presente una tazza di caffè, per ristorare i familiari nel corso della lunga veglia all’infermo protagonista, per offrire agli altri – i quali sembrano non aspettare altro che l’occasione di bere gratis un caffè – con la ripetizione di un’usanza antica d’ogni casa di Napoli, ciò che si deve sempre offrire ad un ospite: un caffè!

Insomma le lectio Eduardiana è semplice: mai manca un caffè al napoletano vero, in ogni momento della vita, che sia di gioia o di dolore, di impegno o ludico, dal principio del giorno alla fine dello stesso. Ed allora ai napoletani e non: buon caffè a tutti e Buon Natale!

Approfondimento

Natale in casa Cupiello è la commedia tragicomica più conosciuta di Eduardo De Filippo. Rappresentata per la prima volta al teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931 era originariamente stata concepita ad atto unico (quello che oggi è il secondo atto) ma il grande drammaturgo partenopeo ebbe la geniale idea, visto il notevole successo di critica e di pubblico, di “arricchirla” con un primo atto (dove si delineano in maniera più chiara e precisa i singoli personaggi) e di un terzo atto che chiude questo epico racconto natalizio. Tante sono le riflessioni e gli spunti che si possono estrapolare da questa commedia. Quello che più di tutti fa riflettere (e al tempo stesso sorridere) lo spettatore è il difficile rapporto padre-figlio (Luca e Tommasino). La differenza tra i due è profonda tanto che alla domanda “Te piace ‘o presepio?” (il presepio è la più grande passione di Luca) arriva sempre il solito e antipatico secco “No!”. Solo alla fine della commedia i due si riconcilieranno ed esattamente quando il figlio, al capezzale del padre morente, risponderà con un sofferto “Si!” alla domanda posta dal padre sul presepio.

 

 

 

Napoli tra la top ten delle città per lo shopping natalizio

La nostra è una città magica, una città che ci ha abituato sempre a grandi primati riconosciuti in tutto il mondo in fatto di turismo, bellezze paesaggistiche e monumentali, artigianato e soprattutto ristorazione, insomma Napoli vanta diverse eccellenze e una nuova si aggiunge alla lista. Secondo infatti la rivista inglese “The Gardian”, Napoli è stata annoverata tra le 10 città europee migliori da visitare per lo shopping natalizio, insieme a Lisbona, Lille, Ghent, Monaco, Copenhagen, Ledbury, Glasgow,Vienna e Amsterdam.

Ma vediamo più nello specifico, le curiosità presenti in  questo articolo  e che celebrano la nostra città e i motivi per cui vale la pena visitarla.

Addobbi, luci e shopping 

Tra i motivi elencati, sicuramente un posto speciale lo occupano le strade addobbate con luci e colori, arricchite dal profumo invitante  dello street food partenopeo.

La città in questo particolare periodo dell’anno acquisisce un’immagine ancora più suggestiva grazie alle caratteristiche luci d’artista che accompagnano le principali vie dello shopping, le strade si arricchiscono di bancarelle dell’artigianato locale presenti un pò ovunque, in particolar modo nella zona del Vomero, ma anche in quelle di via Toledo dove certo i negozi non mancano e dove fare shopping diventa un vero piacere.

Tra i negozi da non perdere c’è quello in via San Sebastiano in cui il quotidiano consiglia  il raffinato negozio di Pelletteria della famiglia Scriptura, e viene citato anche Finamore, il negozio di camicie da uomo fatte a mano.

Il fascino dell’arte presepiale

Non solo shopping, all’interno dell’articolo viene  sottolineato anche l’importante aspetto turistico della città, e tra le varie tappe da vistare viene suggerita  la suggestiva Certosa di San Martino dove è possibile ammirare i presepi storici come come il Presepe Cuciniello con 450 personaggi.

In fatto di presepi e di Natale, il posto d’onore come sempre spetta però al cuore della città, il centro storico, che ospita la zona più famosa al mondo, in cui vengono realizzati  i presepi e i pastori interamente a mano, ovvero San Gregorio Armeno, un posto dal valore aggiunto, grazie anche alla presenza dei musicisti e artisti di strada che trasformano i vicoli in veri e propri palcoscenici all’aria aperta.

Pausa relax

Dopo tutto questo girovagare in città tra turismo e shopping natalizio, la rivista non fa mancare  infine alcuni suggerimenti per piacevoli soste. Per i più golosi consiglia di provare la cioccolata presentata nei raffinatissimi negozi Gayodin,  per gli amanti della pizza,non  fa mancare una sosta da Gino Sorbillo e per una pausa caffè? Semplice, la rivista invita il lettore proprio da noi, al Gran Caffè Gambrinus dove l’eccellenza è di casa.

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Napoli, il Caffè e la musica: la canzone “‘A tazza ‘e café”

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 26.11.2017

Il caffè a Napoli è sempre stato assoluto protagonista anche in ambito culturale, in teatro e in letteratura, al cinema e in musica. Soprattutto le canzoni, le nostre grandi canzoni d’ogni epoca, hanno fatto varcare alla nostra amata bevanda i confini della Città verso il mondo intero.

Tra le innumerevoli (piace qui, però, almeno citare ‘O ccafé del 1958, scritta da Riccardo Pazzaglia e cantata dal grande Domenico Modugno e Na tazzulella ‘e café del 1977 del mai troppo compianto Pino Daniele), la più classica e forse la più celebre è ‘A tazza ‘e cafè” scritta da Giuseppe Capaldo  (autore, tra l’altro, anche dell’altra famosissima canzone Comme facette mammeta) nel 1918 e musicata dal cavaliere Vittorio Fassone. Cantata per la prima volta da Elvira Donnarumma, una delle sciantose più amate della Belle Epoque, al Teatro Bellini di Napoli, il pezzo è stato successivamente interpretato dai più grandi (senza volerne dimenticare qualcuno, Roberto Murolo, Claudio Villa, Milva, Gabriella Ferri, L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore).

Forse non tutti sanno che la canzone trova ispirazione in una vicenda reale. Ad inizi ‘900 lavora al Caffè Portoricco di via Guglielmo Sanfelice nel centro di Napoli, una bella e corteggiatissima cassiera, Brigida per l’appunto, la quale, in maniera decisa ed aspra, tiene a distanza i molti spasimanti fra i quali proprio il nostro Giuseppe Capaldo che, affranto ma non sconfitto, decide di dedicarle la famosa canzone. Spesso bevendo un caffè il primo sorso è più amaro; bisogna girarlo bene per amalgamarlo con lo zucchero che tende a depositarsi sul fondo della tazzina. Orbene Brigida, nel testo, è paragonata proprio ad una tazzina di caffè: amara in apparenza (come il primo sorso del caffè), dolce al fondo (come il caffè dopo che lo si è ripetutamente girato). Apparentemente ruvida e scostante, la bella Brigida, per l’Autore, se corteggiata con pazienza e sapienza, si mostrerà finalmente dolce e amabile.

Ma cu sti mode, oje Bríggeta,

tazza ‘e café parite:

sotto tenite ‘o zzuccaro

e ‘ncoppa amara site …

Ma i’ tanto ch’aggi”a vutá,

e tanto ch’aggi”a girá …

ca ‘o ddoce ‘e sott”a tazza,

fin’a ‘mmocca mm’ha da arrivá!

 

 

Antico Borgo di Santa Lucia

Conoscete la festa della ‘nzegna?

di Simona Vitagliano

Quello che distingue Napoli e i napoletani nel mondo, di certo, sono le tradizioni, da quelle più classiche a quelle più particolari, proprie di piccoli borghi o di paesini di provincia, talvolta persino estinte.

Tra queste, ritroviamo un’usanza che è stata molto amata dai cittadini partenopei, ma che non viene rinnovata, ormai, dagli anni 50: la Festa della ‘Nzegna, apparsa anche nel film “La Baia di Napoli“, datato 1960, con Clarke Gable, Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Nel video, una testimonianza originale proposta dall’archivio Luce, nel settembre 1931.

Una festa che nasce da un culto siciliano?

Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Ferdinando II) è stato re del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1859; proprio in questo periodo (ma si pensa anche in precedenza, poichè ci sono testimonianze relative anche a Ferdinando I, come vedremo in seguito) è nata la Festa della ‘Nzegna, celebrata in onore della Madonna della chiesa di Santa Maria della Catena, ubicata nel centro antico di Napoli, al Borgo Santa Lucia.

La struttura religiosa, a sua volta, era stata fondata dagli abitanti del quartiere nel 1576, in onore della Madonna Catena, appunto, protagonista di un miracolo raccontato tra le leggende siciliane: secondo il mito, tre condannati a morte senza giusta causa (poichè si dice, infatti, che fossero innocenti) furono incatenati nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo e si salvarono proprio grazie all’intervento della Vergine Maria che, letteralmente, spezzò le catene dei prigionieri e li rese liberi.

La nostra chiesa ospita anche la tomba dell’ammiraglio Francesco Caracciolo.

La festa venne dedicata ad una pala d’altare (appunto, quello del della miracolo della Vergine) che però, purtroppo, ad oggi è andata persa. Ma come si svolgeva? Proviamo a ricostruirne i passaggi fondamentali.

La matrice marinaresca

La Festa della ‘Nzegna era la più importante di Napoli, dopo quella di Piedigrotta.

Pare che il nome abbia preso spunto dalle insegne colorate (bandiere) che venivano usate per decorare le barche coinvolte nei festeggiamenti, rifacendosi, ovviamente, al termine pronunciato in napoletano; il luogo in cui si svolgevano i rituali tradizionali era, come detto, il Borgo Santa Lucia, nei pressi del Castel dell’Ovo, dove vivevano coloro che, per questo motivo, venivano chiamati i “luciani” o “lucianini”: si trattava, per lo più, di pescatori con le proprie famiglie.

I “lucianini” si può dire che fossero abbastanza conosciuti, perchè fornivano alla flotta borbonica un grande numero di eccellenti marinai, oltre a poderosi rematori per la lancia reale (erano tra i migliori sommozzatori del Mediterraneo).
Inizialmente, il giorno designato per i festeggiamenti era il 10 Agosto, proprio a San Lorenzo.

Per questa ricorrenza i “luciani” indossavano un abito nuovo (camicia di lana bianca ed un paio di brache di fustagno), con il classico berretto rosso (richiamando i colori borbonici) e girovagavano per la città insieme ad un gruppo di scugnizzi e un “pazzariello” che capitanava il tutto.
Il mattino prevedeva il raduno dinanzi alla chiesa per ringraziare la Madonna, mentre, in seguito, il corteo proseguiva nel Borgo Santa Lucia, verso Castel dell’Ovo ed oltre, arrivando a Piazza Plebiscito, ravvivato da musica, canti e balli.

La particolarità di questi festeggiamenti riguarda il fatto che, dietro al “pazzariello”, una finta corte si accalcava, insieme a due sosia veri e propri del re Ferdinando II e della regina Maria Carolina, pronti anche ad imitare il modus regale di salutare il popolo dalla carrozza. L’evento aveva una portata comica tale che, pare, i reali adorassero camuffarsi da popolani e scendere per le strade, partecipando alla festa, a loro modo, travestendosi ed invertendo i ruoli, per un giorno .
Il Molo Beverello era il punto in cui era prevista la fine del corteo: qui un gruppo di barche adornate con bandiere e insegne colorate, come detto in precedenza, prendevano il largo, una volta saliti a bordo i “luciani” e, ovviamente, il finto corteo reale.

Il rito purificatore e propiziatorio prevedeva che, una volta che la (finta) coppia reale si fosse spostata su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai “giochi”, pescatori e marinai venissero gettati in mare, per poi essere, naturalmente, ripescati. Durante il rituale si recitavano preghiere al mare e si chiedevano grazie alla Madonna della Catena.

Ai tempi del Re Lazzarone, Ferdinando I, che amava mescolarsi al popolo e frequentare gli scugnizzi, pare che i “luciani” fossero orgogliosi della presenza reale alla festa: addirittura, sembra che il re si divertisse moltissimo a prendere in giro i marinai gettati in mare.

Dopo l’Unità d’Italia, la festa cambiò data di destinazione e si arrivò a scegliere il 15 Luglio, giorno in cui veniva, più che altro, realizzata una mascherata in cui un anziano veniva vestito da Ferdinando I ed una popolana da Maria Carolina, andando in giro per la città, sempre in maniera vivace e colorita, su una carrozza di gala seguita da finti cortigiani e generali. Era un modo per continuare, in fondo, a dimostrare la fedeltà del popolo ai Borbone.

Il problema fondamentale è nato dal fatto che, in quello stesso giorno, veniva celebrata già un’altra ricorrenza molto importante per i napoletani, la Festa del Carmine, con l’incendio del campanile del Carmine, appunto, realizzato metaforicamente attraverso fiamme e fuochi d’artificio, a ricordo della rivolta di Masaniello; una festa che si svolge, ininterrottamente, dal 1647. Inoltre, durante l’ultima Festa della ‘Nzegna, nel 1952, pare sia avvenuto un grave incidente che abbia portato alla sua abrogazione. Nel 1953 ci fu un’unica, ultima sorta di festa in costume, raggiunta anche da nomi illustri e VIP dello spettacolo, ma si può dire che questa ricorrenza si sia estinta in quel preciso momento.

Una seconda teoria

Tuttavia, c’è una seconda teoria che riguarderebbe le origini di questa tradizione così nostalgica da ricordare.

Ripescando un servizio prodotto dall’Astra Cinematografica, nel settembre 1952, si può ascoltare uno speaker parlare e dire: “L’ultima domenica d’agosto è particolarmente cara al popolo napoletano. In tale data si rievoca il miracoloso ritrovamento, avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata e ogni anno due popolani diventano per l’occasione Re Nasone e Maria Carolina. Scortata da un festante corteo di popolo e da grotteschi soldati borbonici, la coppia reale si avvia a Santa Lucia per ripetere l’umile gesto di Re Ferdinando che per venerare la madre di Dio si gettò vestito in mare”.

Il cronista, in effetti, si riferiva al ritrovamento in mare di un quadro della Madonna, all’interno di una cassa incatenata.

In questo nuovo tipo di scenario, la parola “‘nzegna” deriverebbe dalla pronuncia napoletana di “insegna“, intendendo “insegnare a nuotare” e riferendosi ai poveri malcapitati lanciati, ovviamente per gioco, in mare. Ma ci sono tantissime teorie sull’etimologia di questa oscura parola.

 

‘A nzegna ne chiammava folla ‘e gente!

D’uommene e nenne friccecava ‘o mare.

Sott’ ‘o sole, cu amice e cu pariente, tu quanto te spassave, a summuzzare!

‘O furastiero, nun sapenno niente,

si se fermava a riva pe’ guardare,

se sentea piglia pèsole: e ched’è?

Mm’ ‘o cardavo a mmare appriezzo a me!

E che vedive, Uà! Striile e resate,

e chillo ca n’aveva calatune!

Doppo: «Signò, scusate e perdunate! E festa, e nun s’affènneno nisciune…».

Chiù de na vota nce se so’ truvate

‘aRiggina e’ ‘o Rre, sott’ ‘e Burbune…

E ‘o Rre, ca tuttuquante nce sapeva,

quanta belle resate se faceva!

Ferdinando Russo, poeta e compositore, 1910

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La Reggia di Caserta ed il Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di Novembre 2017

Dove, quando e perché il caffè si diffuse nel Regno di Napoli

Il caffè ufficialmente si diffonde nel Regno di Napoli nel 1771 grazie alla Regina Maria Carolina che lo propose ai suoi ospiti durante una delle sue sfarzose feste nella Reggia di Caserta. Da quel momento il caffè ebbe una vera e propria esplosione nel Sud Italia ed in particolare a Napoli. Infatti con il passare degli anni il nero infuso acquisì delle peculiarità e caratteristiche che lo resero unico nel suo genere fino a diventare uno dei simboli della napoletanità nel mondo e apprezzato da tutti.

Oggi la Reggia di Caserta è uno dei siti museali più visitati d’Italia grazie anche allo straordinario lavoro che sta svolgendo da quasi due anni il nuovo direttore Mauro Felicori, bolognese, ex dirigente comunale, grande lavoratore, che è riuscito a far aumentare il numero di visitatori da 497.000 unità nel 2015 a 670.000 unità nel 2016.

L’abbiamo intervistato per l’Espresso Napoletano e gli abbiamo chiesto anche di Maria Carolina e del caffè, in un’interessante chiacchierata.

Buongiorno Direttore,

Lei crede che sia importante e utile ricreare, all’interno delle magnifiche sale della Reggia di Caserta, l’atmosfera che esisteva durante il regno della regina Maria Carolina e Ferdinando di Borbone?

Io credo che noi non dobbiamo limitarci solo a raccontare l’arte e l’architettura della Reggia ma dobbiamo anche raccontare la vita che si svolgeva ai tempi dei re Borbone e in particolare della Regina Maria Carolina. Infatti abbiamo fatto o stiamo programmando iniziative come quelle consistenti nello scambio culturale con altre corti europee come ad esempio quella degli Zar di Russia (l’Ermitage di San Pietroburgo).

Forse oggi è un po’ riduttivo concepire la Reggia solo come museo?

Si, perché considerarla oggi solo come una collezione di opere d’arte che sta dentro un palazzo storico è veramente riduttivo; il museo deve essere un luogo dove i visitatori dovrebbero essere intrattenuti da spettacoli teatrali o vivere il loro tour come una “esperienza” capace di spingerli ad andare a visitare altri siti come il Palazzo Reale di Napoli o la Reggia di Portici.

Quindi possiamo dire che per Lei è importante raccontare e mostrare ai visitatori, oltre all’arte ed all’architettura del complesso, anche altre cose come ad esempio, la vita di corte, la cucina e il cibo dell’epoca, la musica e le feste!

Si infatti abbiamo intenzione di mostrare ai visitatori anche le ricostruzioni storiche degli antichi balli di corte e delle antiche cene dei re Borbone, con tanto di suppellettili e cibo e bevande dell’epoca. Infatti le feste e le cene della Regina Maria Carolina erano eventi sempre alla moda. Non dimentichiamo che la Regina era una figura politica internazionale e questi eventi erano le occasioni giuste per fare politica per il Regno.

Quanto è importante oggi la Reggia per l’economia (anche agro-alimentare) della provincia di Caserta?

La Reggia sta in un territorio ricco di prodotti alimentari unici e con una lunga storia: basti pensare al vino, come il Pallagrello, che già era apprezzato ai tempi dei Re Borboni e alla mozzarella di Bufala. Stiamo lavorando per ricreare le vigne e gli allevamenti dell’epoca.

Visto che il caffè in qualche modo nasce nella Reggia di Caserta, perché non fare iniziative volte a tramandare questo antico avvenimento anche attraverso un percorso storico?

Credo sia importante approfondire il discorso della storia del caffè introdotto dalla regina Maria Carolina anche attraverso una ricerca storica nei nostri archivi e magari anche con una collaborazione con un Caffè storico e prestigioso come il Gambrinus di Napoli.

A Lei piace l’espresso napoletano?

Si, mi piace molto. Mi domando spesso come è che lo fate più buono che a Bologna!

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Santa Rosa

La nonna della sfogliatella si chiama Santa Rosa

di Simona Vitagliano

Qualche tempo fa abbiamo parlato delle origini della sfogliatella, dolcezza partenopea per eccellenza, nata, inizialmente, in una concezione leggermente diversa, dalle sapienti mani di alcune monache di clausura del convento di Santa Rosa, a Conca dei Marini, in Costiera Amalfitana, ben 4 secoli fa, e rivisitata successivamente da Pintauro nel 1800.

In effetti, si può dire che la Santa Rosa sia una specie di “nonna” della sfogliatella proprio per questo.

Santa Rosa: la sfogliatella originale

Esteticamente, c’è sicuramente un particolare che salta all’occhio, quando si guardano, a confronto, una sfogliatella ed una Santa Rosa: la sagoma.

Mentre la sfogliatella è più sottile nella sfoglia e allungata nella forma, la sua parente lontana, infatti, presenta un perimetro chiuso, quasi geometrico a forma di triangolo. Il motivo è semplice: proprio per le sue origini monastiche, la Santa Rosa era stata realizzata, dalle suore, con la forma di un cappello monacale!

Inoltre, anche i ripieni sono differenti: se le sfogliatelle possono essere, oggi, gustate con anime di cioccolato fuso, panna o crema chantilly, la Santa Rosa originale segue la ricetta tradizionale, dove il suo interno è ottenuto con  un amalgama di semola, latte, zucchero e frutta secca ammorbidita nel rosolio (o nel limoncello), un liquore molto leggero, caratteristico della zona partenopea, derivato proprio dai petali della rosa, come il nome suggerisce.

Anche lo “scopo” con cui le due varianti si sono originate è diverso: se la Santa Rosa è nata quasi per caso, dalle mani della madre superiora Clotilde, ben presto ci si rese conto del suo gusto e della sua prelibatezza, tant’è che divenne offerta per le famiglie e i benefattori del convento, che ringraziavano le sorelle con qualche moneta, portando a casa qualcuno di questi gustosi dolci; l’usanza ebbe un successo tale che si stabilì che la sfogliata dovesse prendere il nome del luogo dove era stata creata ed inoltre si pensò che il giorno più adatto per la sua distribuzione fosse quello in cui cade, appunto, Santa Rosa, cioè il 30 Agosto. In effetti, anzi, per arrivare sino al laboratorio del nostro Pintauro ci sono voluti ben 200 anni! Al momento opportuno, apportate le modifiche e cambiato il nome in sfogliatella, questo dolce divenne un’opera artigianale culinaria da rivendere sul suolo napoletano attraverso i locali della bottega: mura dalle quali la sfogliatella è “espatriata” velocemente, diventando un simbolo di Napoli a tutti gli effetti, preparata e rivenduta nei laboratori dolciari di tutta la città.

Dove trovare la Santa Rosa?

Sono passati secoli da quel giorno in cui la bottega di Pintauro ha cominciato a proporre la sfogliatella ai napoletani e ai turisti, ma il suo culto è, ormai, tradizionale e storico: ciò che è più difficile gustare, invece, è quello originario della Santa Rosa, che non è così facilmente acquistabile in città.

Di certo, per andare sul sicuro, si può partecipare alla sagra di Conca dei Marini, ancora attiva a tutt’oggi, dove è possibile gustare questo dolce in una ricetta moderna, lievemente modificata, che vuole il ripieno fatto di semolino, ricotta, canditi, uova e aroma di cannella e zucchero, e la sfoglia, ovviamente riccia, realizzata impastando farina, sale ed acqua; la guarnizione finale, che è sempre a vista sul “cocuzzolo” della sfogliata, è in crema pasticciera e amarene sciroppate.

Torrone dei morti

Origine e storia del torrone dei morti

di Simona Vitagliano

Quella che si celebra in Italia nel cosiddetto “Giorno dei Morti” è, per certi versi, una ricorrenza molto simile ad Halloween, tant’è che cade anche in un giorno molto vicino al 31 Ottobre: siamo, infatti, in quella che, per gli italiani, è una vera e propria festività (anche se mai ufficialmente istituita come festività civile) da celebrare il 2 Novembre, esattamente un giorno dopo la ricorrenza (questa volta rossa sul calendario) di Ognissanti.

Ma quali sono queste similitudini così evidenti?

Innanzitutto l’input da dove ha preso origine questa commemorazione: come scritto sull’Encyclopædia Britannica,  “i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei vivi“; si celebrano, insomma, le anime dei defunti come se, per una notte, fossero in grado di tornare in vita e addirittura cibarsi di quello che viene loro lasciato a disposizione.

Questa credenza ha fatto in modo, quindi, che le donne del popolo si ingegnassero in nuove ricette, realizzate con gli ingredienti del momento, per accontentare i vivi… e non solo. Ed ecco come sono nati quelli definiti come “i dolci dei morti“, che sono differenti, qui in Italia, di regione in regione.

In Sicilia, ad esempio, la tradizione vuole che la notte di Ognissanti i morti (della famiglia) lascino regali e dolciumi per i bambini, come la Frutta di Martorana (in Calabria i “morticeddi“) e le cosiddette “ossa dei morti“.

Nella zona del monte Argentario, in provincia di Grosseto, in Toscana, invece, tra le varie usanze c’era anche quella di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini, le cui anime si pensava tornassero tra i vivi, appunto, nella notte del 2 Novembre.

Curiosa la tradizione abruzzese che richiama in tutto e per tutto quella anglosassone per la celebrazione di Halloween: vengono fatte, infatti, scavare e intagliare delle grandi zucche per poi riporvi, all’interno, una candelina. In questo modo queste creazioni diventano laterne; vi dice qualcosa il nome Jack-o’-lantern?

Insomma, volendo fare un tour virtuale tra le regioni nostrane (e non solo) si ritroverebbe questa linea comune, volta a festeggiare una sorta di ritorno dei defunti tra i vivi: un modo per ricordare con più calore i propri cari scomparsi.

In questo panorama, il torrone che noi napoletani mangiamo proprio in questi giorni di celebrazione si inserisce a pennello. Ma quali sono le sue origini?

Il torrone dei morti: un’origine antica ed incerta

Quello che a Napoli è definito “torrone dei morti” è un dolciume morbido, lungo dai 50 ai 70 cm, venduto a pezzi, e a peso, in tantissime botteghe e piccoli store all’aperto, disseminati lungo le strade della città. La forma è, praticamente sempre, un parallepipedo, una sorta, se vogliamo, di cassa da morto in miniatura, dato anche il richiamo al colore del legno ottenuto attraverso la base di cioccolato. Naturalmente, l’esterno può essere decorato a piacimento, tant’è che non è infrequente trovarne di ricoperti da cioccolato bianco oppure ripieni di crema e cioccolata al latte, che decorano al taglio ogni fetta.

Questo tipo di torrone si differenza da quello classico per gli ingredienti: qui non c’è miele, ma cacao, come abbiamo visto, che viene “intarsiato” e reso più goloso da nocciole, frutta secca o candita, chicchi di caffè, mandorle, riso soffiato e tantissimi altri ingredienti, preferibilmente autunnali, ma anche più esotici ed estivi, come il cocco.

A Napoli  è impossibile non acquistarne anche solo un piccolo quantitativo, a simbolo della festività più particolare dell’intero calendario italiano; d’altro canto, tra storie di Dracula, vampiri e fantasmi (qualche tempo fa vi abbiamo proposto anche la leggenda della bambina fantasma che riguarda il Gran Caffè Gambrinus), o il mito di Raimondo Di Sangro e della sua Cappella Sansevero, la città partenopea è, sin dalle sue origini, una grande evocatrice di tradizioni storiche esoteriche.

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Il Caffè Chantant

Articolo di Michele Sergio tratto dal IL ROMA del 06.11.2017

Fine ‘800. Siamo in piena Belle Èpoque, periodo di larga fiducia nei progressi scientifici e tecnologici, di diffusione di nuove forme d’arte espressive (cinema e fotografia), di grande speranza nei miglioramenti e nelle innovazioni che accompagneranno e segneranno l’inizio del nuovo secolo, di maggiore agiatezza del ceto borghese, in ascesa rapida e costante, che, accanto e più della vecchia nobiltà, comincia a dedicare il tempo libero allo sport, all’arte, al teatro e alla musica. Sull’esempio francese, si diffonde in Italia, rapidamente e con successo, una nuova forma di spettacolo, di cui Napoli diventerà capitale europea accanto a Parigi.

Nei Caffè più rinomati si propone un nuovo spettacolo d’intrattenimento, il Café Chantant (o Caffè Cantante secondo etimo italiano). Il termine Cafè è proprio indicativo del luogo di rappresentazione, i principali Caffè delle città più mondane, Parigi e Napoli in testa, per l’appunto, dove gli avventori, tra un caffè o un bicchiere di vino o liquore, possono godere di uno spettacolo di canzoni (ecco perché Chantant/Cantante), macchiette e ballo. I locali napoletani più famosi dove veniva rappresentato il Cafè Chantat erano la Birreria dello Strasburgo, il Salone Margherita ed il Caffè Gambrinus.

Uno spettacolo veramente trasgressivo per l’epoca, dove il numeroso più atteso, da un pubblico quasi sempre del tutto maschile, è quello delle ballerine, che sulle note del can-can, alzano la gonna mostrando le gambe! Accanto alle amatissime ballerine, nella versione napoletana, spicca la figura della prima donna, la chanteuse, la Sciantosa, cantante e ballerina anch’essa, che manda in visibilio il pubblico con la Mossa, una sorta di movimento d’anca molto sensuale e provocante per l’epoca ritenuta trasgressiva. Tante furono le Sciantose che si distinsero a Napoli ed in tutta Europa: Lina Cavalieri, Maria De Angelis, Elvira Donnarumma, Anna Fougez e Yvonne De Fleuriel. Dopo oltre cento anni è ancora possibile rievocare i tempi della Belle Èpoque al Caffè Gambrinus che ripropone lo spettacolo del Cafè Chantant nelle sue storiche sale dorate.

 

 

 

Cioccolata calda

Cioccolata calda, dai Maya ai giorni nostri

di Simona Vitagliano

Che quello del cioccolato sia un piacere antico non vi è dubbio: lo ritroviamo in tantissime ricette tradizionali, che affondano le radici in tempi (e qualche volta anche territori) lontanissimi.

Ma, forse, parliamo di qualcosa di molto più remoto nei millenni di quello che si possa pensare. Anche perchè questo viaggio all’indietro nel tempo deve arrivare… sino ai Maya!

Quando il cioccolato era una valuta

Il primo italiano ad assaggiare una bevanda al gusto di cacao, arricchita con alcune spezie,  pare sia stato proprio Cristoforo Colombo, quando approdò nelle Americhe. Più precisamente, tutto accadde durante il suo quarto viaggio, quando il nostro compaesano sbarcò in Honduras, in America del Sud. Il sapore lo stregò al punto da portare i semi di questa pianta straordinaria a Fernando e Isabella di Spagna, i quali, però, pare, non mostrarono lo stesso interesse verso questo nuovo cibo arrivato da lontano. Addirittura, una leggenda vorrebbe che Colombo abbia scritto una missiva, al Re di Spagna, per anticipargli la scoperta di questa bevanda, chiamata dai locali del posto “acqua amara“, che rifocillava l’esercito, dandogli una resistenza maggiore alla fatica.

Ma, volendo inoltrarsi ancora più lontano nel tempo, quella bevanda dolce e particolare da dove spuntava fuori?

In effetti, il viaggio da fare è molto più lungo e avvincente: dobbiamo tornare all’epoca del 1000 a.C., alle civiltà precolombiane dei Maya e degli Atzechi che popolavano l’America centro-meridionale. Era tradizione di questi popoli, infatti, bere il Xocoatl, una bevanda, che prendeva il nome proprio da Xoco (cioccolato) e atl (acqua), condita da alcune spezie, come il peperoncino.

Addirittura, sembra che a quei tempi il cacao fosse una pianta così importante e pregiata da essere considerata di gran valore: i suoi chicchi erano usati come valuta, proprio come se si trattasse di denaro. L’economia atzeca si fondava proprio sulle fave di cacao, antiche precorritrici delle nostre monete!

Tornando a tempi più recenti, se la “missione” di Colombo per introdurre il cacao in Europa fallì, come ha fatto questa pianta a raggiungerci e a conquistare definitivamente i nostri palati?

Il nome da citare è quello di Hern‪á‬n Cortés, condottiero spagnolo contemporaneo di Colombo, che conquistò e sottomise al Regno di Spagna l’impero atzeco.

In effetti, la storia delle sue gesta e del suo successo è un po’ controversa: nonostante molti storici parlino di un genocidio avvenuto ai danni di questa antica civiltà, una leggenda vuole che il condottiero sia arrivato in Messico con un esercito ridotto e che la sua vittoria sia avvenuta grazie ad una serie di circostanze favorevoli. Un antico mito atzeco, infatti, narrava del ritorno sulla Terra di una delle divinità più importanti, Quetzacoatl, che sarebbe avvenuto con un “esercito scintillante”. L’esercito spagnolo di Cortés, così, arrivato dal mare con soldati protetti da elmi scintillanti decorati da una piuma, fu visto come una sorta di messaggero del Dio, che venne identificato proprio nella persona del condottiero. Ed ecco perchè tra gli storici c’è anche chi parla di una conquista dei territori atzechi piuttosto spontanea e pacifica.

Al termine di tutto questo, Cortés scoprì dell’utilizzo delle fave di cacao come moneta, cominciando ad interessarsi a questa pianta e importandola anche in Europa come prodotto alimentare.

Il Regno di Spagna, tuttavia, mantenne l’esclusiva a lungo: nel nostro Paese, infatti, si è dovuto aspettare il 1600 per gustare i semi di questa pianta.
Agli inizi dell’800, poi, in Inghilterra, venne realizzata la prima tavoletta da Pierre Paul Caffarel, che cominciò a giovare del progresso tecnologico potendo cominciare una produzione su larga scala. Alla fine dello stesso secolo, infine, Rudolph Lindt inventò il processo chiamato concaggio, che miscela il cioccolato per ottenere un prodotto migliore, omogeneo e privo di acidi alcalici.

Oggi

Oggi il cioccolato, ed in particolare la cioccolata calda, rappresenta il simbolo dell’arrivo dell’inverno: l’immagine di un camino acceso e di una tazza fumante tra le mani è praticamente onnipresente tra le bacheche social di tutto il mondo, in periodi particolarmente freddi dell’anno (e noi del Gambrinus lo sappiamo bene…!). In più, studi scientifici hanno dimostrato anche il suo intervento in positivo sull’umore e sulla gratificazione personale, senza contare che servire la cioccolata fusa speziata è un privilegio riservato da pochi… dimenticando che 3000 anni fa le civiltà precolombiane avevano già imparato a gustare questo tipo di prelibatezza.

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Un caffè in onore a Bud Spencer

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Ad un anno dalla scomparsa di Bud Spencer al Gran Caffè Gambrinus è stato presentato il libro “Grazie Bud” opera del giovanissimo e talentuoso scrittore napoletano Alessandro Iovino. Presenti per l’occasione televisioni e giornali oltre a familiari, amici e fans del compianto protagonista del cinema italiano e internazionale.

Molti i nomi del mondo dello spettacolo e delle istituzioni (Catena Fiorello, Andrea Cannavale, Gaetano Sottile, Francesco Emilio Borrelli, Gianni Simioli, Giuseppe Pedersoli), tutti a lasciare un ricordo, ancor prima del campione dello sport e del cinema, dell’uomo, con la sua grande semplicità, la sua profonda umiltà e, soprattutto, la sua enorme umanità. Sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi, Bud si è ripetutamente scagliato contro i prepotenti, denunciando soprusi e sopraffazionia qualsiasi livello!

Il Gambrinus gli ha dedicato una torta e, soprattutto, il “Caffè Bud”, un caffè forte (zucchero di canna, panna montata, caffè e biscotto ricoperto di cioccolato), per uomini forti, in onore del più forte!

Francamente ci auguriamo che questo minimo esempio proveniente dal Gambrinus, costituisca solo la prima di altre e più significative manifestazioni di affetto della ns.città verso un suo grande figlio. E’ bello pensare ad una importante strada o piazza a lui intitolata ed ancor più bello immaginarla con una statua del ns. Gigante Buono.

Ciao Bud!

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