L’origine dello spritz

L’aperitivo è ormai un’occasione irrinunciabile per noi italiani, un momento in cui dopo il lavoro ci si ferma, ci si rilassa e si fanno quattro chiacchiere in compagnia, gustando un buon cocktail e stuzzicherie varie seduti ad un tavolino.

La pratica dell’aperitivo, nonostante solo negli ultimi tempi sta avendo un grande successo, ha origini molto antiche. Essa infatti risale addirittura al V secolo, quando  il medico greco Ippocrate scoprì che per alleviare i disturbi di inappetenza dei suoi pazienti, bastava somministrare loro una bevanda, dal sapore piuttosto amaro, a base di vino bianco, fiori di dittamo, assenzio e ruta. Tale miscuglio venne  tramandato di secolo in secolo, fino a giungere nelle sapienti mani degli erboristi medievali che giunsero alla sorprendente scoperta che a stimolare il senso della fame era proprio  il sapore amaro che rilasciava tale intruglio.

Il nome aperitivo deriva dall’espressione latina “Aperitivus”,  che sta proprio ad indicare “apertura” al senso di fame, che precede i pasti. Ma gli aperitivi non sono tutti uguali ce ne sono di ogni tipologia, ma solo uno è il più amato da noi italiani. Sapete di quale bevanda stiamo parlando? Ma sicuramente dello Spritz!

Origini e curiosità

Lo spritz, è l’aperitivo per eccellenza, è originario della zona del Triveneto, ed è composto da prosecco, e bitter o Aperol e una spruzzata di seltz. Nonostante sia nato in Italia, la sua realizzazione si deve ai soldati asburgici che durante l’occupazione del Veneto nell’800, non riuscendo a bere  i vini veneti considerati troppo corposi, avevano l’abitudine di chiedere  con l’espressione  “spritzen” dell’acqua gassata da spruzzare nel vino per renderlo più leggero e dunque  per loro più bevibile. Nasce così il primo antenato dello spritz, la bevanda che fin da subito iniziò ad essere gradita non solo negli ambienti popolari,  ma anche in quelli della nobiltà austriaca, tanto da divenire la bevanda ufficiale da consumare negli eventi piùmondani.

A partire dagli anni 20 del ‘900, lo Spritz, cambiò ancora una volta gusto, si diffusero infatti i primi sifoni per l’acqua di  seltz e  si pensò di miscelare alla ricetta tradizionale  anche il bitter. Tale combinazione risultò davvero vincente e diede a questa bevanda un ulteriore tocco in più.

Lo Spritz oggi

Oggi lo spritz è il protagonista indiscusso degli aperitivi nostrani. Ogni città però ne conserva una ricetta personale e lo prepara in modo del tutto originale: in Piemonte per esempio la ricetta prevede la presenza del vermouth, seltz e ghiaccio, a Trieste è possibile gustare la ricetta tradizionale fatta di vino e acqua gassata, a Venezia si usa il vino fermo e un liquore locale dal sapore amaro e secco, insomma ogni città ha il suo personale spritz!

 

 

La notte della befana a Napoli

L’Epifania è un giorno veramente speciale, è l’ultima ricorrenza di queste lunghe feste natalizie che ci accompagna dolcemente al ritorno della vita quotidiana fatta di lavoro e studio e di impegni vari.Anche la nostra città si prepara a celebrarla con diversi eventi e soprattutto tradizioni che ormai sono diventate parte integrante del tessuto societario partenopeo e che si tramandano da diverso tempo.

L’aria dell’Epifania si inizia a  respirare a Napoli  nei diversi giorni, giorni che precedono la fatidica notte del 5 gennaio in cui la befana arriverà nelle case per portare dolciumi e regali per tutti.Le maggiori piazze da quella di via Toledo a via Scarlatti, Piazza Cavour, ospitano banchetti con calze e dolciumi,  i commercianti  si sfidano in una battaglia a suon di dolci e caramelle. Ma l’apoteosi di questa festa arriva proprio la sera del 5 gennaio quando a piazza Mercato si realizza l’evento più caratteristico dell’intera città, suoni, balli, stand di dolci a prezzi bassissimi,  giocattoli di ogni genere, la notte della befana diventa il momento cardine per vivere una notte magica, magica come la nostra città.

Ma qual è l’origine di questa festa? Scopriamolo insieme con alcune curiosità sulla festa più dolce che ci sia.

Epifania: tra miti e leggende

Forse non tutti sanno che l’Epifania ha origine antichissime e soprattutto in pochi sanno che  prima di diventare una festa della religione Cristiana, questo tipo di celebrazione era tipica del popolo romano e di matrice pagana.Secondo un’antica leggenda, dodici giorni dopo il solstizio di dicembre, la dea Diana, sorvolava sui campi per promettere fertilità e i romani si scambiavano un dono di buon augurio per l’anno nuovo.A partire dal IV secolo d.C. la chiesa Cattolica, fece sua questa festa adattandola però alla venuta dei Re Magi alla grotta di Gesù bambino, con in mano i doni destinati al figlio di Dio.
Ma perchè la simbologia di una vecchina?Beh secondo una narrazione   popolare  i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni a una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna preferì non uscire di casa per accompagnarli. Alla fine, però pentita di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza però  riuscire nel suo intento. Così bussò  ad ogni casa che incontrava  lungo il  suo cammino, donando dolci ai bambini in cui si imbatteva, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.

 

 
 

 

E DOPO LA PIZZA IL CAFFÈ NAPOLETANO!

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su Il Roma del 31.12.2017

Sono due le icone della nostra secolare tradizione gastronomica. Due veri e propri gioielli che identificano la nostra città nel mondo, ne impersonano lo spirito, quella napoletanità fatta di cose semplici, genuine, veraci. La pizza, il più rapido, semplice e saporito fast-food; il caffè espresso, la bevanda immancabile, per tutti ed in ogni momento della giornata, immediata e non certo a caso definita nel secolo scorso “Espresso”.

La scorsa settimana, come a tutti noto, la pizza napoletana ha ricevuto il riconoscimento a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, dopo anni di battaglie da parte dei tanti sostenitori di ogni parte del mondo. I tempi sono ampiamente maturi: ora è la volta del caffè napoletano, dell’espresso napoletano, di quel “bene” che merita altrettanta attenzione e protezione internazionale. È il caffè che si fa da noi, nella nostra città, copiato in tutto il mondo, ma non con la stessa arte, non con lo stesso spirito, non con lo stesso cuore che solo i nostri baristi riescono a infondere nella preparazione della magica nera bevanda.

Pur con macchinari e miscele simili, l’espresso preparato in ogni altra parte che non sia Napoli è una cosa differente dal nostro, quello che ogni turista che viene a visitare la nostra città vuole provare almeno un volta – e mai si limita ad una sola degustazione – convinto, senza sbagliarsi, di vivere un’esperienza di gusto e culturale unica. Insomma l’espresso napoletano è l’Espresso, vera istituzione della società partenopea, che merita senz’altro il riconoscimento Unesco, al pari dei Caffè Viennesi e del Caffè Turco che, forse non tutti sanno, avere ricevuto il “titolo” rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Siamo convinti che ogni napoletano e tutti gli amanti sparsi per il mondo intero pensino che il riconoscimento di patrimonio dell’umanità del nostro caffè espresso sia (almeno) altrettanto meritato. C’è solo da augurarsi che i Caffè ed i Bar tutti di Napoli, le migliori forze culturali, sociali e amministrative, sostengano in maniera compatta la candidatura, sì da aggiungere un nuovo, ulteriore e prezioso elemento di lustro, riconoscibilità ed eccellenza della nostra città e dei suoi storici e unici sapori.

Dall’auspicio alla concretezza, il giorno 10 dicembre 2017 al Caffè Gambrinus è partita la raccolta di firme a sostegno della candidatura. La scelta della data è propriamente coincisa con la celebrazione della giornata internazionale del caffè sospeso, dilagante fenomeno sociale e di costume nato, manco a dirlo, proprio a Napoli.

Il monte Echia e le origini del mito di Parthenope

Ogni città italiana nasconde in se miti e leggende che raccontano la storia vera o presunta sulla sua fondazione e anche la città di Napoli ne possiede una tutta sua, un incantevole e affascinante racconto   che vale la pena conoscere.

Il mito di Parthenope

La fondazione della città di Napoli inizia dal mito della Sirena Parthenope, che insieme alle due sirene Ligeia, Leucosia, volevano tentare l’eroe Ulisse. L’episodio che vi racconteremo è  infatti narrato nel Canto XII dell’Odissea, il grande poema epico, che narra il ritorno a casa di Odisseo (in latino Ulisse), che vede protagoniste le tre sirene che con il loro canto e la loro rara bellezza desideravano arrestare il viaggio in nave di questo  famoso eroe. Secondo la vicenda, Ulisse informato dalla maga Circe del potere delle sirene che avrebbe incontrato lungo il suo cammino, decide di farsi  legare all’albero della nave e  di farsi tappare le orecchie dei compagni di viaggio,  con la promessa che nessuno di loro dovrà slegarlo, durante la traversata. Quando le tre sorelle, nonostante il loro canto, vedono la nave dell’eroe passare indenne, colpite dal dolore e soprattutto dalla vergogna per non essere riuscite nel loro intento, si lasciarono cadere dagli scogli dove di solito irretivano i marinai, e si lasciarono  morire nel mare.

Tutte e tre sparirono in un punto diverso e la leggenda vuole  che proprio la sirena Parthenope sia stata ritrovata  sull’isola di Megaride  e seppellita dagli abitanti del luogo. C’è chi pensa che le sue spoglie riposino nei fondali  che segnano il punto preciso in cui è stato costruito Castel Dell’Ovo, e che da quel momento in poi stia vegliando sugli abitanti di Napoli che per molto tempo veniva chiamata Parthenope proprio in onore della leggenda di questa sirena.

Tra miti e storia

Al di là dei miti possiamo affermare che storicamente la città di Parthenope, nacque  intorno all’ VII secolo a.c e  comprendeva non solo l’isolotto di Megaride ma anche la collina di Pizzofalcone,così chiamata per la sua forma che ricorda un becco di falco e dove durante il periodo Angioino si praticava la caccia al falcone.

Questa collina insieme all’isolotto di Megaride rappresentavano il residuo dell’antico cratere del Monte Echia  dove ebbe sede la sontuosa Villa di Lucullo i cui giardini arrivavano fino al mare.

Parthenope  subì però un lento declino dovuto al  predominio commerciale e militare degli etruschi nell’area fu arrestato solo qualche secolo più avanti quando i greci di Cuma poterono ripopolare il vecchio borgo che assunse il nome di Palepolis (città vecchia), mentre, a pochi chilometri di distanza, verso est, veniva fondata Neapolis (città nuova), un nuovo e più grande centro, fortificato e dotato di un ampio porto.

 

 

 

 

 

 

Colazione al Gambrinus: tradizionale e English breakfast

La colazione, si sa è il pasto più importante della giornata e non va mia saltato. Ci da il giusto apporto nutrizionale ma soprattutto la giusta carica per affrontare le fatiche della giornata. Eppure la colazione non è uguale per tutti. Se nella dieta mediterranea, la colazione nostrana è in prevalenza dal gusto dolce,  fatto di caffè, brioche, cornetto, cappuccino, latte,marmellate varie etc…,  nel resto del mondo la colazione è un appuntamento che potremmo definire  salato. Eh si perchè una delle colazioni più famose all’estero è proprio quella più comunemente detta  English Breakfast, ovvero la colazione all’inglese dove i componenti sono veramente gustosi ma molto diversi dalla nostra tradizione.

Uova strapazzate, al burro, all’occhio di bue,  pancetta,mais, pane tostato, fagioli, pomodori salsicce sono solo alcune delle pietanze che si possono incontrare quando ci si imbatte in una colazione all’inglese che diciamoci la verità somiglia molto ad pranzo.

Una colazione non da tutti se si pensa che consumata da sola conferisce a chi la mangia  circa 1200 calorie. 

Ma da dove proviene la storia di questa colazione? Scopriamolo insieme.

Una storica colazione…….

L’origine di questa “bizzarra colazione” (ovviamente  per noi italiani), ha inizio nel 1800, quando i braccianti inglesi dovendo caricarsi per le fatiche dei campi, facevano questo abbondante e unico pasto che doveva bastare  l’intera giornata.

Negli inizi del 900 questa colazione divenne meno popolare e questo a causa delle due guerre mondiali.La povertà e la difficoltà di reperire questi  cibi in questi determinati periodi storici, rese questo modo di far colazione lusso per pochi. Terminate le guerre e con le riprese economiche l’abbondanza ritornò in tavola per non lasciarci più.

Una English breakfast rivisitata

Il Gambrinus, è il punto giusto dove poter gustare una colazione di tutto rispetto, che parte  da quella tradizionale, composta  da un ottimo caffè accompagnato da calde sfogliatelle, o dagli innumerevoli dolci in esposizione,  alle spremute d’arancia,  fino alle gustose pizzette rustiche, da assaggiare assolutamente.Insomma la colazione al Gran Caffè Gambrinus, viene rivisitata e proposta in una  variante molto gustosa e sicuramente  tutta da provare.

Villa Rosebery, la residenza presidenziale a picco sul mare

La nostra città ospita diverse meraviglie architettoniche una di queste è sicuramente la maestosa Villa Rosebery.

La sua è stata una storia veramente travagliata ma soprattutto ricca di cambiamenti che nel corso del tempo hanno portato questa villa a vedere il massimo splendore, ospitando personaggi illustri ma anche a vivere talvolta in uno  stato di abbandono, fino ad arrivare ai giorni nostri, divenendo ormai ufficialmente la residenza presidenziale. Ma vediamo insieme i  passaggi  più importanti di questo passato veramente avvincente.

Curiosità storiche

Quella che noi conosciamo come Villa Rosebery, è una villa edificata nella zona più alta di Capo Posillipo dall’ufficiale austriaco Giuseppe De Thurn, brigadiere di marina per la flotta borbonica a partire dal 1801.

Egli  fece costruire una piccola residenza con cappella privata ed un giardino  dotata di ampi vigneti e frutteti.Nel 1820, a causa di alcune vicissitudini personali, Giuseppe Thurn decise di mettere in vendita la villa. Ad acquistare la proprietà fu la principessa di Gerace e il figlio don Agostino Serra di Terranova nel marzo dello stesso anno. I due iniziarono a trasformare questa dimora in prevalenza agricola in una villa  residenziale a tutti gli effetti. La villa, i cui lavori di ristrutturazione furono affidati ai due architetti Gasse, iniziò a cambiare completamente volto, da semplice dimora rurale divenne un’ elegante e sofisticata dimora alla quale fu data il nome di  “Villa Serra marina”.

Nel 1857 , con la scomparsa di don Agostino Serra di Terranova  i suoi eredi vendettero la proprietà a Luigi di Borbone, comandante della Marina napoletana e  la villa acquisì ancora una volta una nuova  identità, fu infatti soprannominata  “la Brasiliana” in onore della moglie di Luigi, sorella dell’imperatore del Brasile.Il nuovo proprietario decise di trasformare le terre attigue alla tenuta, in un grande parco alberato dotato anche di un porticciolo.

Se fino a questo momento la villa era riuscita ad ospitare la mondanità dell’ alta società napoletana, nel 1897 le cose cambiarono radicalmente. Questa dimora infatti conoscerà il suo periodo più intellettuale, con la venuta di lord Rosebery ( da qui il nome della villa) che la trasformerà in un luogo riservato e appartato, aperto a pochi studiosi e buoni amici inglesi.

Ma i cambiamenti non finiscono qui.Infatti proprio Lord Rosebery, donò la sua villa al governo inglese a partire dai primi anni del 1900 affinchè potesse ospitare ambasciatori e politici inglesi durante i loro viaggi.

L’Inghilterra, decise  però dopo qualche tempo di restituire allo Stato italiano la proprietà a titolo gratuito e Villa Rosebery fu messa così a disposizione della famiglia reale per i soggiorni estivi.Ma, dopo il secondo conflitto mondiale e  con l’avvento della repubblica che comportò  l’esilio della famiglia reale la villa rimase vuota e  per la prima volta nella sua storia in un forte stato di abbandono.

Ma la magnificenza di Villa Rosebery, non poteva passare inosservata. Grazie infatti ad una legge del 1957, fu inclusa  fra i beni immobili in dotazione alla Presidenza della Repubblica, divenendo da questo momento in poi,  la residenza estiva del Presidente della Repubblica italiana.

 

 

Il caffè in Natale in casa Cupiello

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di dicembre 2017

Il caffè come elemento immancabile nelle case dei napoletani anche nel periodo natalizio

Sorbire una tazzina di caffè per un napoletano è un atto che va ben al di là del semplice consumare una bevanda. E’ anche e soprattutto la celebrazione di un rito, dai risvolti sociologici, è il perpetuare la tradizione, il rinnovare, di volta in volta, antiche usanze e consolidati costumi.

Bere una tazzulella e cafè è fatto ed immagine che, di fatti, travalica ampiamente un semplice gesto del vivere quotidiano del napoletano, avendo trovato ampia rappresentazione nel cinema, nella musica, in letteratura ed, infine, in teatro.

Nell’opera, forse, più celebre del grande Eduardo, Natale in Casa Cupiello, il caffè è, addirittura, protagonista introducendo e chiudendo lo svolgimento della commedia.

Si comincia nel primo atto con Concetta, la moglie di Luca Cupiello, che cerca di accelerare le operazioni di risveglio del coniuge portandogli a letto l’immancabile tazzina di caffè. Non sarà una giornata fausta per Luca vistone l’inizio con la scarsa bontà del caffè di Concetta imbevibile per il marito, dall’odore e dal sapore repellente (“fet’ ‘e scarrafone”, puzza di scarafaggio!). C’è un passaggio nel dialogo tra i coniugi Cupiello dal quale si evince l’amore che i napoletani nutrono per il caffè: Luca rivolgendosi alla moglie le dice “con il caffè non si risparmia”, il che vuole dire il napoletano può per necessità economizzare con tutto tranne che con il caffè che deve essere sempre buono, di qualità!

Nel terzo atto, verso il termine dell’opera, una pletora di familiari, amici, conoscenti e vicini, affollano la stanza dove Luca si trova a letto in fin di vita. Il portiere dello stabile si occupa di servire a tutti i presente una tazza di caffè, per ristorare i familiari nel corso della lunga veglia all’infermo protagonista, per offrire agli altri – i quali sembrano non aspettare altro che l’occasione di bere gratis un caffè – con la ripetizione di un’usanza antica d’ogni casa di Napoli, ciò che si deve sempre offrire ad un ospite: un caffè!

Insomma le lectio Eduardiana è semplice: mai manca un caffè al napoletano vero, in ogni momento della vita, che sia di gioia o di dolore, di impegno o ludico, dal principio del giorno alla fine dello stesso. Ed allora ai napoletani e non: buon caffè a tutti e Buon Natale!

Approfondimento

Natale in casa Cupiello è la commedia tragicomica più conosciuta di Eduardo De Filippo. Rappresentata per la prima volta al teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931 era originariamente stata concepita ad atto unico (quello che oggi è il secondo atto) ma il grande drammaturgo partenopeo ebbe la geniale idea, visto il notevole successo di critica e di pubblico, di “arricchirla” con un primo atto (dove si delineano in maniera più chiara e precisa i singoli personaggi) e di un terzo atto che chiude questo epico racconto natalizio. Tante sono le riflessioni e gli spunti che si possono estrapolare da questa commedia. Quello che più di tutti fa riflettere (e al tempo stesso sorridere) lo spettatore è il difficile rapporto padre-figlio (Luca e Tommasino). La differenza tra i due è profonda tanto che alla domanda “Te piace ‘o presepio?” (il presepio è la più grande passione di Luca) arriva sempre il solito e antipatico secco “No!”. Solo alla fine della commedia i due si riconcilieranno ed esattamente quando il figlio, al capezzale del padre morente, risponderà con un sofferto “Si!” alla domanda posta dal padre sul presepio.

 

 

 

Napoli tra la top ten delle città per lo shopping natalizio

La nostra è una città magica, una città che ci ha abituato sempre a grandi primati riconosciuti in tutto il mondo in fatto di turismo, bellezze paesaggistiche e monumentali, artigianato e soprattutto ristorazione, insomma Napoli vanta diverse eccellenze e una nuova si aggiunge alla lista. Secondo infatti la rivista inglese “The Gardian”, Napoli è stata annoverata tra le 10 città europee migliori da visitare per lo shopping natalizio, insieme a Lisbona, Lille, Ghent, Monaco, Copenhagen, Ledbury, Glasgow,Vienna e Amsterdam.

Ma vediamo più nello specifico, le curiosità presenti in  questo articolo  e che celebrano la nostra città e i motivi per cui vale la pena visitarla.

Addobbi, luci e shopping 

Tra i motivi elencati, sicuramente un posto speciale lo occupano le strade addobbate con luci e colori, arricchite dal profumo invitante  dello street food partenopeo.

La città in questo particolare periodo dell’anno acquisisce un’immagine ancora più suggestiva grazie alle caratteristiche luci d’artista che accompagnano le principali vie dello shopping, le strade si arricchiscono di bancarelle dell’artigianato locale presenti un pò ovunque, in particolar modo nella zona del Vomero, ma anche in quelle di via Toledo dove certo i negozi non mancano e dove fare shopping diventa un vero piacere.

Tra i negozi da non perdere c’è quello in via San Sebastiano in cui il quotidiano consiglia  il raffinato negozio di Pelletteria della famiglia Scriptura, e viene citato anche Finamore, il negozio di camicie da uomo fatte a mano.

Il fascino dell’arte presepiale

Non solo shopping, all’interno dell’articolo viene  sottolineato anche l’importante aspetto turistico della città, e tra le varie tappe da vistare viene suggerita  la suggestiva Certosa di San Martino dove è possibile ammirare i presepi storici come come il Presepe Cuciniello con 450 personaggi.

In fatto di presepi e di Natale, il posto d’onore come sempre spetta però al cuore della città, il centro storico, che ospita la zona più famosa al mondo, in cui vengono realizzati  i presepi e i pastori interamente a mano, ovvero San Gregorio Armeno, un posto dal valore aggiunto, grazie anche alla presenza dei musicisti e artisti di strada che trasformano i vicoli in veri e propri palcoscenici all’aria aperta.

Pausa relax

Dopo tutto questo girovagare in città tra turismo e shopping natalizio, la rivista non fa mancare  infine alcuni suggerimenti per piacevoli soste. Per i più golosi consiglia di provare la cioccolata presentata nei raffinatissimi negozi Gayodin,  per gli amanti della pizza,non  fa mancare una sosta da Gino Sorbillo e per una pausa caffè? Semplice, la rivista invita il lettore proprio da noi, al Gran Caffè Gambrinus dove l’eccellenza è di casa.

Napoli, il Caffè e la musica: la canzone “‘A tazza ‘e café”

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 26.11.2017

Il caffè a Napoli è sempre stato assoluto protagonista anche in ambito culturale, in teatro e in letteratura, al cinema e in musica. Soprattutto le canzoni, le nostre grandi canzoni d’ogni epoca, hanno fatto varcare alla nostra amata bevanda i confini della Città verso il mondo intero.

Tra le innumerevoli (piace qui, però, almeno citare ‘O ccafé del 1958, scritta da Riccardo Pazzaglia e cantata dal grande Domenico Modugno e Na tazzulella ‘e café del 1977 del mai troppo compianto Pino Daniele), la più classica e forse la più celebre è ‘A tazza ‘e cafè” scritta da Giuseppe Capaldo  (autore, tra l’altro, anche dell’altra famosissima canzone Comme facette mammeta) nel 1918 e musicata dal cavaliere Vittorio Fassone. Cantata per la prima volta da Elvira Donnarumma, una delle sciantose più amate della Belle Epoque, al Teatro Bellini di Napoli, il pezzo è stato successivamente interpretato dai più grandi (senza volerne dimenticare qualcuno, Roberto Murolo, Claudio Villa, Milva, Gabriella Ferri, L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore).

Forse non tutti sanno che la canzone trova ispirazione in una vicenda reale. Ad inizi ‘900 lavora al Caffè Portoricco di via Guglielmo Sanfelice nel centro di Napoli, una bella e corteggiatissima cassiera, Brigida per l’appunto, la quale, in maniera decisa ed aspra, tiene a distanza i molti spasimanti fra i quali proprio il nostro Giuseppe Capaldo che, affranto ma non sconfitto, decide di dedicarle la famosa canzone. Spesso bevendo un caffè il primo sorso è più amaro; bisogna girarlo bene per amalgamarlo con lo zucchero che tende a depositarsi sul fondo della tazzina. Orbene Brigida, nel testo, è paragonata proprio ad una tazzina di caffè: amara in apparenza (come il primo sorso del caffè), dolce al fondo (come il caffè dopo che lo si è ripetutamente girato). Apparentemente ruvida e scostante, la bella Brigida, per l’Autore, se corteggiata con pazienza e sapienza, si mostrerà finalmente dolce e amabile.

Ma cu sti mode, oje Bríggeta,

tazza ‘e café parite:

sotto tenite ‘o zzuccaro

e ‘ncoppa amara site …

Ma i’ tanto ch’aggi”a vutá,

e tanto ch’aggi”a girá …

ca ‘o ddoce ‘e sott”a tazza,

fin’a ‘mmocca mm’ha da arrivá!

 

 

Conoscete la festa della ‘nzegna?

di Simona Vitagliano

Quello che distingue Napoli e i napoletani nel mondo, di certo, sono le tradizioni, da quelle più classiche a quelle più particolari, proprie di piccoli borghi o di paesini di provincia, talvolta persino estinte.

Tra queste, ritroviamo un’usanza che è stata molto amata dai cittadini partenopei, ma che non viene rinnovata, ormai, dagli anni 50: la Festa della ‘Nzegna, apparsa anche nel film “La Baia di Napoli“, datato 1960, con Clarke Gable, Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Nel video, una testimonianza originale proposta dall’archivio Luce, nel settembre 1931.

Una festa che nasce da un culto siciliano?

Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Ferdinando II) è stato re del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1859; proprio in questo periodo (ma si pensa anche in precedenza, poichè ci sono testimonianze relative anche a Ferdinando I, come vedremo in seguito) è nata la Festa della ‘Nzegna, celebrata in onore della Madonna della chiesa di Santa Maria della Catena, ubicata nel centro antico di Napoli, al Borgo Santa Lucia.

La struttura religiosa, a sua volta, era stata fondata dagli abitanti del quartiere nel 1576, in onore della Madonna Catena, appunto, protagonista di un miracolo raccontato tra le leggende siciliane: secondo il mito, tre condannati a morte senza giusta causa (poichè si dice, infatti, che fossero innocenti) furono incatenati nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo e si salvarono proprio grazie all’intervento della Vergine Maria che, letteralmente, spezzò le catene dei prigionieri e li rese liberi.

La nostra chiesa ospita anche la tomba dell’ammiraglio Francesco Caracciolo.

La festa venne dedicata ad una pala d’altare (appunto, quello del della miracolo della Vergine) che però, purtroppo, ad oggi è andata persa. Ma come si svolgeva? Proviamo a ricostruirne i passaggi fondamentali.

La matrice marinaresca

La Festa della ‘Nzegna era la più importante di Napoli, dopo quella di Piedigrotta.

Pare che il nome abbia preso spunto dalle insegne colorate (bandiere) che venivano usate per decorare le barche coinvolte nei festeggiamenti, rifacendosi, ovviamente, al termine pronunciato in napoletano; il luogo in cui si svolgevano i rituali tradizionali era, come detto, il Borgo Santa Lucia, nei pressi del Castel dell’Ovo, dove vivevano coloro che, per questo motivo, venivano chiamati i “luciani” o “lucianini”: si trattava, per lo più, di pescatori con le proprie famiglie.

I “lucianini” si può dire che fossero abbastanza conosciuti, perchè fornivano alla flotta borbonica un grande numero di eccellenti marinai, oltre a poderosi rematori per la lancia reale (erano tra i migliori sommozzatori del Mediterraneo).
Inizialmente, il giorno designato per i festeggiamenti era il 10 Agosto, proprio a San Lorenzo.

Per questa ricorrenza i “luciani” indossavano un abito nuovo (camicia di lana bianca ed un paio di brache di fustagno), con il classico berretto rosso (richiamando i colori borbonici) e girovagavano per la città insieme ad un gruppo di scugnizzi e un “pazzariello” che capitanava il tutto.
Il mattino prevedeva il raduno dinanzi alla chiesa per ringraziare la Madonna, mentre, in seguito, il corteo proseguiva nel Borgo Santa Lucia, verso Castel dell’Ovo ed oltre, arrivando a Piazza Plebiscito, ravvivato da musica, canti e balli.

La particolarità di questi festeggiamenti riguarda il fatto che, dietro al “pazzariello”, una finta corte si accalcava, insieme a due sosia veri e propri del re Ferdinando II e della regina Maria Carolina, pronti anche ad imitare il modus regale di salutare il popolo dalla carrozza. L’evento aveva una portata comica tale che, pare, i reali adorassero camuffarsi da popolani e scendere per le strade, partecipando alla festa, a loro modo, travestendosi ed invertendo i ruoli, per un giorno .
Il Molo Beverello era il punto in cui era prevista la fine del corteo: qui un gruppo di barche adornate con bandiere e insegne colorate, come detto in precedenza, prendevano il largo, una volta saliti a bordo i “luciani” e, ovviamente, il finto corteo reale.

Il rito purificatore e propiziatorio prevedeva che, una volta che la (finta) coppia reale si fosse spostata su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai “giochi”, pescatori e marinai venissero gettati in mare, per poi essere, naturalmente, ripescati. Durante il rituale si recitavano preghiere al mare e si chiedevano grazie alla Madonna della Catena.

Ai tempi del Re Lazzarone, Ferdinando I, che amava mescolarsi al popolo e frequentare gli scugnizzi, pare che i “luciani” fossero orgogliosi della presenza reale alla festa: addirittura, sembra che il re si divertisse moltissimo a prendere in giro i marinai gettati in mare.

Dopo l’Unità d’Italia, la festa cambiò data di destinazione e si arrivò a scegliere il 15 Luglio, giorno in cui veniva, più che altro, realizzata una mascherata in cui un anziano veniva vestito da Ferdinando I ed una popolana da Maria Carolina, andando in giro per la città, sempre in maniera vivace e colorita, su una carrozza di gala seguita da finti cortigiani e generali. Era un modo per continuare, in fondo, a dimostrare la fedeltà del popolo ai Borbone.

Il problema fondamentale è nato dal fatto che, in quello stesso giorno, veniva celebrata già un’altra ricorrenza molto importante per i napoletani, la Festa del Carmine, con l’incendio del campanile del Carmine, appunto, realizzato metaforicamente attraverso fiamme e fuochi d’artificio, a ricordo della rivolta di Masaniello; una festa che si svolge, ininterrottamente, dal 1647. Inoltre, durante l’ultima Festa della ‘Nzegna, nel 1952, pare sia avvenuto un grave incidente che abbia portato alla sua abrogazione. Nel 1953 ci fu un’unica, ultima sorta di festa in costume, raggiunta anche da nomi illustri e VIP dello spettacolo, ma si può dire che questa ricorrenza si sia estinta in quel preciso momento.

Una seconda teoria

Tuttavia, c’è una seconda teoria che riguarderebbe le origini di questa tradizione così nostalgica da ricordare.

Ripescando un servizio prodotto dall’Astra Cinematografica, nel settembre 1952, si può ascoltare uno speaker parlare e dire: “L’ultima domenica d’agosto è particolarmente cara al popolo napoletano. In tale data si rievoca il miracoloso ritrovamento, avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata e ogni anno due popolani diventano per l’occasione Re Nasone e Maria Carolina. Scortata da un festante corteo di popolo e da grotteschi soldati borbonici, la coppia reale si avvia a Santa Lucia per ripetere l’umile gesto di Re Ferdinando che per venerare la madre di Dio si gettò vestito in mare”.

Il cronista, in effetti, si riferiva al ritrovamento in mare di un quadro della Madonna, all’interno di una cassa incatenata.

In questo nuovo tipo di scenario, la parola “‘nzegna” deriverebbe dalla pronuncia napoletana di “insegna“, intendendo “insegnare a nuotare” e riferendosi ai poveri malcapitati lanciati, ovviamente per gioco, in mare. Ma ci sono tantissime teorie sull’etimologia di questa oscura parola.

 

‘A nzegna ne chiammava folla ‘e gente!

D’uommene e nenne friccecava ‘o mare.

Sott’ ‘o sole, cu amice e cu pariente, tu quanto te spassave, a summuzzare!

‘O furastiero, nun sapenno niente,

si se fermava a riva pe’ guardare,

se sentea piglia pèsole: e ched’è?

Mm’ ‘o cardavo a mmare appriezzo a me!

E che vedive, Uà! Striile e resate,

e chillo ca n’aveva calatune!

Doppo: «Signò, scusate e perdunate! E festa, e nun s’affènneno nisciune…».

Chiù de na vota nce se so’ truvate

‘aRiggina e’ ‘o Rre, sott’ ‘e Burbune…

E ‘o Rre, ca tuttuquante nce sapeva,

quanta belle resate se faceva!

Ferdinando Russo, poeta e compositore, 1910