Graffa napoletana

Che buona la graffa napoletana!

di Simona Vitagliano

Nessuno può dire di essere immune al gusto e alla fragranza delle graffe napoletane.

Dorate, dolci, soffici al palato, grazie alla presenza delle patate nell’impasto, mangiate ancora calde sono un trionfo di sapore per i palati di tutti, napoletani e non.

Un dolce così tipico della Campania e, soprattutto, di Napoli, che mai ci si aspetterebbe che le sue origini appartengano ad un altro posto, fuori dai confini nazionali; esattamente, infatti, le graffe, così come le conosciamo oggi e le ritroviamo nelle botteghe di tutta la regione, provengono da un altro tipo di dolce, molto simile, originatosi nelle lontane terre dell’Austria e della Germania.

Le origini delle graffe

La graffa è uno di quei simboli napulegni per eccellenza, legata al Carnevale e alla Festa del Papà, ma presente sulle tavole e per le strade partenopee ogni giorno dell’anno.

Le sue origini, però, si perdono nel tempo e arrivano molto lontano.

Partendo dall’etimologia, cioè dall’origine della parola stessa, il termine “graffa” deriverebbe dalla parola austriaca “krapfen“ che, alla fine del XVII secolo, si usava per indicare piccoli impasti fritti ripieni di confettura; questo piccolo peccato di gola arrivò in Italia, e quindi, ovviamente, anche in Campania, nel XVIII secolo, durante la dominazione austriaca, in seguito al trattato di Utrecht (una serie di trattati di pace firmati tra il Marzo e l’Aprile del 1713, che aiutò a porre fine alla guerra di successione spagnola). La parola krapfen, a sua volta, sarebbe derivata dal longobardo krapfo (krappa in gotico) che sta per“uncino”: la frittella dolce, infatti, inizialmente, aveva proprio quel tipo di forma.

Ma c’è molto altro che si racconta circa la provenienza di questa leccornia tutta napoletana.

Tra le tante leggende, ce n’è una che riguarda una pasticciera viennese, una certa Cecilia Krapf, che avrebbe dato vita a questo dolce, donandogli anche il suo nome.

Insomma, il legame austro-tedesco-partenopeo appare confermato in ogni versione, tant’è che anche gli ingredienti della ricetta originale coincidono con l’evidenza storica.

È la forma che, come è accaduto per tanti altri dolci, si è modificata nel tempo, passando da una sagoma uncinata ad una più tonda, come quella che siamo abituati a trovare nelle vetrine del centro storico.

Napoli, poi, ha provveduto, nei secoli, a creare una versione tutta sua.

Nel 1830 circa, infatti, sono nate le zeppole di San Giuseppe, con quell’inconfondibile aroma creato anche dalla presenza delle patate, nell’impasto, che le rendeva anche eccezionalmente soffici.

Le varianti

Ma non è stata solo la nostra città a dare il suo contributo personalizzato a queste frittelle di pasta dolci.

Ci sono molti luoghi del Nord Italia dove la cultura austro-tedesca è predominante e la tradizione ha subito altri tipi di evoluzioni.

In Sudtirolo-Alto Adige, ad esempio, le graffe sono per lo più legate al Carnevale, chiamandosi “Faschingkrapfen“, cioè “Krapfen di Carnevale“.

Una tendenza che, inizialmente, era vissuta anche tra i partenopei che, però, successivamente, hanno eletto questo dolce a simbolo della città, lasciandolo reperibile ogni giorno dell’anno, per tutte le occasioni.

crema chantilly

Chi ha inventato la Crema Chantilly?

di Simona Vitagliano

Graffe alla crema, bignè ripieni, torte saporite, macedonie condite con gusto e profiteroles insoliti: siamo abituati a ritrovarci la Crema Chantilly sotto i denti molto spesso; e con grande piacere.

Ma quali sono le origini di questa delizia del palato e di questo immancabile ingrediente di molti dolci tradizionali?

Le origini

Questa combinazione di panna montata e vaniglia prenderebbe il nome da un castello, il Castello di Chantilly, appunto, che abita la parte settentrionale della Francia e che ha dato, nel ‘700, il nome ad un borgo che sorse proprio ai suoi piedi.

Secolo XVII, 1671 per la precisione, e il cuoco François Vatel, che prestava servizio proprio nelle cucine di quel castello, si ritrovò in piena emergenza: aveva organizzato un banchetto, che sarebbe dovuto durare ben 3 giorni, per il proprietario della dimora, il Duca di Condè, e per suo cugino Luigi XIV, ma le scorte alimentari finirono prima del previsto, lasciando il cuoco in un bel problema.

Inoltre, era in arrivo una grande scorta di panna con una spedizione, che però fece un grosso ritardo.

Così, senza farsi troppo prendere dal panico, il cuoco miscelò la poca panna disponibile in quel momento con degli aromi, creando qualcosa di nuovo per puro caso e… suscitando l’entusiasmo dei commensali!

La ricetta tradizionale cominciò a particolareggiarsi e ad affinarsi, nel tempo, finchè ne venne stilata una ufficiale con vaniglia ed albumi d’uovo; cento anni dopo, fece la sua comparsa, tra gli ingredienti, anche lo zucchero.

Ma, a dire il vero, ci sono voci ed ipotesi che fanno risalire le origini di questa crema a tempi ancora più remoti: nel ‘500, infatti, Cristoforo di Messisbugo e Bartolomeo Scappi parlavano di “neve di latte” nelle loro ricette scritte, introducendo delle vere e proprie miscele di panna montata, zucchero ed aromi; nulla di diverso, quindi, da quella che poi è stata ufficializzata, poco dopo, come Crema Chantilly!

Crema Diplomatica o Crema Chantilly all’Italiana

Il nostro belpaese ha dato i natali anche ad una variante tutta nostrana per questa dolcissima e golosissima crema: si tratta della Crema Diplomatica, realizzata mescolando panna e crema pasticcera in un composto omogeneo ed uniforme, molto utilizzato come base per dessert e dolci al cucchiaio.

 

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Un caffè originale: il Cuore di Napoli

Articolo scritto da Michele Sergio

Anche quest’anno ritorna il progetto artistico “Cuore di Napoli” realizzato come sempre con tantissimo entusiasmo e passione dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Il Cuore di Napoli è un’opera d’arte antropologica-sociale con una specifica finalità: cercare di coinvolgere quante più persone possibili per creare una vera e propria rete sociale e relazionale anche e soprattutto attraverso l’utilizzazione dei social: chiunque può (utilizzando l’hastag #cuoredinapoli) condividere e diventare esso stesso parte di questo progetto artistico postando immagini, video e tweet.

Considerato che il Gambrinus è una piccola galleria d’arte – nella quale sono esposti da oltre un secolo dipinti dei più noti pittori della scuola di Posillipo – e di sovente ospita mostre d’arte di artisti campani, nel nostro piccolo abbiamo realizzato un video nel quale vengono mostrati sia la preparazione di una torta gigante con il logo Cuore di Napoli (ingredienti pan di spagna, fragoline e crema chantilly) sia il caffè Cuore di Napoli.

La ricetta del caffè è la seguente: si spalma sui bordi interni del bicchiere la cioccolata dal colore rosso, si versa la crema di caffè, si aggiunge la panna montata e si decora il tutto con una spolverata di cacao rosso e con un biscottino con il logo del Cuore di Napoli.

A pensarci bene questa opera d’arte è riuscita a raggiungere il suo scopo: il coinvolgimento di tantissime persone. E la dimostrazione sta proprio nel video del Gambrinus (e anche nel presente articolo). Tutti questi contributi sono anche essi involontariamente e inconsapevolmente parte di quest’opera d’arte partenopea davvero originale.

 

 

 

Visita guidata e Concerto: Luoghi Storici e Musica al Gran Caffè Gambrinus

Visita guidata e Concerto: Luoghi Storici e Musica al Gran Caffè Gambrinus

L’Associazione Culturale Noi Per Napoli presenta un altro appuntamento di “Luoghi Storici e Musica“.

Domenica 21 maggio 2017 dalle ore 11:00 alle ore 13:00 con un doppio evento che coniuga musica e visita guidata dei luoghi storici di Napoli, verrà svolta per iscritti, simpatizzanti e quanti saranno interessati, la Visita guidata con la Guida specifica dell’Associazione Culturale Noi Per Napoli al maestoso Palazzo Reale di Napoli  ed il Concerto presso lo storico Caffè Gambrinus del soprano Olga De Maio e del tenore Luca Lupoli, accompagnati al pianoforte da Antonino Armagno, che eseguiranno le arie liriche più belle tratte dal repertorio della Romanza da salotto dell’800, Operetta e canzoni classiche napoletane illustrate dagli interventi storici del giornalista Giuseppe Giorgio, seguirà un delizioso aperitivo da gustare accomodati ai tavolini dello storico Caffè!

Quota di partecipazione comprensiva di visita guidata con la guida dell’Associazione e del biglietto di ingresso al Palazzo Reale, più Concerto più aperitivo al Caffè Gambrinus €16

Formula Concerto più aperitivo 10€ 

L’Evento inizierà alle ore 10:45 con l’ appuntamento davanti al Caffè Gambrinus dove  si costituiranno i gruppi dei visitatori che verranno accompagnati dalla guida dell’Associazione Culturale Noi Per Napoli per la visita guidata al Palazzo Reale, poi si proseguirà dalle ore 12:00 allo Storico Caffè Gambrinus con il Concerto e con l’aperitivo.

 

Necessaria è la prenotazione perfezionandolo con l’ acquisto del coupons per motivi organizzativi!

Info & Prenotazioni chiamare  i numeri  339.4545044  /327.7589936

email noipernapoliart@gmail.com

Oppure Caffè Gambrinus Via Chiaia Napoli. 1/2

Tel 081 417582

 

È possibile l’acquisto dei coupons tramite:

Tramite PayPal utilizzando come destinatario il seguente indirizzo email noipernapoliart@gmail.com.

Tramite Bonifico si prega di indicare o inviare anche una mail a noipernapoliart@gmail.com in modo tale che verrà inviato tramite mail il voucher di prenotazione!

Bonifico bancario al seguente Iban:

IT92E0200803483000102972804 intestato ad Associazione Culturale Noi Per Napoli

Causale Evento Luoghi Storici e Musica del 21 maggio 2017

locandina p.reale gambrinus. A4 finale

Pan di Spagna

Il Pan di Spagna è nato in Italia

di Simona Vitagliano

Il Pan di Spagna è onnipresente, sulle nostre tavole, quando si tratta di dolci e torte da guarnire.

Compleanni, cerimonie, matrimoni ed occasioni speciali meritano sempre una torta personalizzata e, nella stragrande maggioranza dei casi, la base da cui tutto si origina è proprio questa soffice componente.

Ma da dove ha origine questa antica ricetta tradizionale?

Origini e storia

Nonostante il nome sembri indicare tutt’altro, le radici della ricetta originale del Pan di Spagna affondano nella nostra Italia. Di miti e leggende se ne narrano in quantità, ma noi ci affideremo alla teoria più veritiera e realistica.

Siamo nella prima metà del Settecento, nella Repubblica di Genova.

L’ambasciatore della Repubblica, il Marchese Domenico Pallavicini, rampollo di una facoltosa famiglia, venne inviato alla corte del re di Parigi, per questioni commerciali. Qui vi rimase a lungo, per circa due anni, facendo ritorno in patria, successivamente, con uno stuolo di consiglieri diplomatici e, importante per il nostro racconto, il personale di servizio di casa, incluso un giovane pasticciere: Giobatta Cabona.

Nessuno poteva immaginare che tutto questo avrebbe portato, poi, alla realizzazione di un nuovo dolce che sarebbe divenuto conosciuto a livello mondiale, tramandato di generazione in generazione per secoli, arrivando sino a noi.

In occasione di un ricevimento alla corte spagnola, il Marchese commissionò al pasticciere un dolce particolare, in grado di stupire gli ospiti.

La missione riuscì alla perfezione: padrone di casa e commensali rimasero piacevolmente meravigliati dalla consistenza leggera di quel dolce che aveva un sapore così delicato eppure così deciso.

Era nato il Pâte à génoise (Pasta Genovese), chiamato così proprio per dare omaggio a chi l’aveva ideato.

Ma allora da dove deriva il nome attuale?

Pâte à génoise e Pan di Spagna

Il nome “Pan di Spagna” è stato coniato successivamente, per onorare la corte spagnola che ne aveva apprezzato il sapore sin da subito; questo nome, però, si accodò ad una realizzazione del dolce leggermente modificata e semplificata. Mentre la ricetta originale, infatti, prevede una preparazione a caldo, per il Pan di Spagna l’impasto può essere realizzato a freddo.

Il risultato è, in ogni caso, identificativo, unico e delizioso. Tanto che, un secolo dopo la sua invenzione, divenne addirittura una “prova d’esame” per i ragazzi che studiavano per diventare maestri pasticceri della scuola di Berlino!

Prussiane

Le prussiane dalla Francia all’Italia

di Simona Vitagliano

Fragranti, dolci, saporite… le prussiane riescono a mettere d’accordo proprio tutti con il loro gusto delicato e quella forma così particolare che le rende riconoscibili ovunque.

Questi dolcetti, infatti, non esistono solo in Campania ed in Italia, ma anche nella regione Linguadoca, in Francia, peraltro loro luogo d’origine, dove sono chiamate palmiers (palme) o, riferendosi alla forma, coeurs (cuori), in Inghilterra, dove è possibile trovarle sotto i nomi elephant’s ear (orecchie di elefante) o butterflies (farfalle) e in Spagna, dove, invece, hanno preso il nome di orejas (orecchie).

Anzi, a dirla tutta, anche nel nostro stesso Paese non è infrequente ritrovarle sotto il nome di ventagli o girelle.

Le varianti

Nate in Francia, come detto, le prussiane si sono diffuse in tutto il mondo, soprattutto in Europa, prendendo diversi nomi ma anche diverse “direzioni”, in piccoli particolari, in cucina.

La ricetta base, infatti, prevede tuorlo d’uovo, pasta sfoglia e zucchero di canna, con dell’ottimo burro da spalmare nello strato interno, prima di chiudere e ripiegare tutto nella nota forma a cuore, che aiuterà gli ingredienti ad amalgamarsi per conferire quel sapore così delicato ma deciso all’insieme.

Ci sono, però, ricette più leggere, come quelle che fanno a meno del burro, e varianti più golose, con miele o crema di nocciole negli strati interni e persino cioccolato fuso (o altre creme) a copertura.

Noi napoletani, in genere, siamo più fedeli alla ricetta tradizionale, per cui nei nostri caffè e nelle nostre pasticcerie è molto facile gustare delle ottime prussiane… “come mamma le ha fatte”!

Sacher torte

L’origine della sacher torte

di Simona Vitagliano

Conosciamo tutti la torta Sacher: a qualunque età, è sempre un richiamo forte, per la sua estetica impeccabile e uniforme, per il suo sapore deciso ma delicato e per la sua grande quantità di cioccolato, che è magia per le papille gustative dei più golosi.

Elegante da portare in tavola, amata da tutti i bambini e peculiare nel gusto, è una delle poche torte che assicura il successo tra gli invitati.

Ma quali sono le sue origini e quale è la ricetta tradizionale?

Origini e tradizioni

La ricetta originale della Sacher prevede l’utilizzo di 18 albumi e 14 tuorli d’uovo, un leggero biscotto al cioccolato come base, un ripieno centrale di confettura di albicocche e una copertura di glassa al cacao e cioccolato fondente. La tradizione vuole che ogni fetta venga accompagnata da una spuma di panna acida semimontata, ma molti viennesi la considerano troppo asciutta per cui preferiscono accompagnarla con un buon cappuccino.

Ad ogni modo, nel tempo la ricetta si è evoluta e differenziata di luogo in luogo, per cui non è infrequente incontrare delle gustose varianti (che riguardano, per lo più, il ripieno centrale, che spesso è di ciliegie).

Per l’origine della Sacher c’è una data ben precisa a cui fare riferimento, che cade nel periodo della Restaurazione: il 9 Luglio 1832.

Quel giorno, a Vienna, in Austria, un giovane Franz Sacher (aveva appena 16 anni) si ritrovò, nonostante fosse erede di una ricca famiglia di albergatori, ad essere non solo il panettiere di corte del cancelliere di Stato, Klemens von Metternich, ma anche il suo pasticcere, poichè quello in ruolo era malato.

Il cancelliere ci teneva a fare bella figura con un ospite speciale, per cui commissionò al ragazzo un dolce degno da portare in tavola.

In quel momento, quello che era soltanto un ragazzino grande amante del cioccolato, riuscì, aguzzando l’ingegno, a creare una torta che, poi, sarebbe diventata famosa in tutto il mondo e il cui gusto sarebbe arrivato fino a noi.

L’entusiasmo a tavola fu tale che, pare, Metternich addirittura esultò!

 

 

Galleria Borbonica

La Napoli di sotto: la galleria borbonica

di Simona Vitagliano

Napoli è un posto incredibile: non si può camminare troppo a lungo senza inciampare in un pezzo di storia.

Accade così anche quando si mette il piede fuori dal Gran Caffè Gambrinus. A due passi da Piazza Plebiscito, infatti, in Vico del Grottone 4, c’è il secondo ingresso a quel patrimonio immenso che è la Galleria Borbonica (il primo ingresso è situato in via Domenico Morelli, dal parcheggio omonimo).

Si passa così, in pochissimi minuti, dallo stile liberty al vintage più incredibile ed inimmaginabile, passando per viadotti sotterranei, condotti d’acqua, automezzi abbandonati e molto altro.

Si tratta di un sito in continua evoluzione, poichè molti volontari stanno ancora partecipando ad operazioni di scavo e recupero e tanto c’è ancora da scoprire. Ma di cosa si tratta, esattamente? Cosa bisogna aspettarsi da una visita in quel luogo custodito sottoterra?

La storia

La Galleria Borbonica è una delle tante storie di Napoli raccontate… dal sottosuolo. Si trova esattamente sotto la collina di Pizzofalcone, proprio nei pressi del Palazzo Reale. E a tutto questo, ovviamente, c’è un motivo.

Il traforo venne, infatti, commissionato, nel 1853, da Ferdinando II di Borbone ad Enrico Alvino (già noto per gli incarichi di via Chiaia e S. Ferdinando), in modo da congiungere il Palazzo Reale con Piazza Vittoria, che era vicina al mare e alle caserme. L’idea non era del tutto nuova: c’era già stato un tentativo nel 1850 da parte dell’architetto Antonio Niccolini che però non era andato a buon fine.

Il decreto con il quale si dette vita a questo impegno, tuttavia, celava il motivo principale per cui tutto questo avveniva: il viadotto sotterraneo doveva servire come via di fuga per la famiglia reale in caso di necessità; in fondo, i moti del 1848 erano molto vicini, a livello temporale, e quindi si capisce da cosa scaturisse tale preoccupazione. Insomma, il vero fine era militare, per collegarsi velocemente con le caserme di Chiaia.

Il progetto originale comprendeva due gallerie, nei due sensi di marcia, di cui la prima, che portava a Chiaia, sarebbe stata chiamata “Strada Regia“, e la seconda, in senso contrario, “Strada Regina“.

Ci vollero circa 3 anni di impegno continuo per completare i lavori, che tuttavia non ebbero l’esito sperato perchè le difficoltà incontrate lungo il percorso furono tantissime: dai rami di un acquedotto settecentesco che si dovettero arginare con degli ingegnosi lavori di idraulica per evitare di levare l’acqua ad alcune botteghe, ad alcuni ambienti antichi, fino ad arrivare ad una grossa cisterna che riforniva la città di Napoli e alle cave di Carafa.

Con delle idee e delle realizzazioni che sono state pensate ed attuate man mano, i lavori si conclusero nel 1855, ma senza arrivare mai a Palazzo Reale e quindi lasciando un condotto che non presentava uscite; anche l’idea di aprire delle botteghe lungo il percorso venne abbandonata.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, questi luoghi trovarono un nuovo tipo di utilizzo, perchè fornirono rifugio per moltissimi cittadini napoletani (si parla dai 5mila ai 10mila), rimasti senza casa a causa dei bombardamenti. Vennero realizzate delle ulteriori aperture appositamente per rendere più semplice ed agibile il transito ed inoltre le gallerie vennero dotate di impianto elettrico e servizi igienici, sistemando il tutto un po’ alla buona anche rivestendo le pareti di calce bianca.

Ma non è stata l’unica volta in cui la Galleria ha cambiato destinazione d’uso.

Nel dopoguerra, negli anni 70, è stata utilizzata come Deposito Giudiziale Comunale per immagazzinare i ritrovamenti provenienti dalle macerie dei bombardamenti, ammassando, al contempo, anche tutto quello che veniva recuperato da crolli, sfratti e sequestri, come moto e auto, arrivando anche, purtroppo, a scarichi abusivi.

In tempi più recenti, nel 2007, è stato anche scoperto un ulteriore passaggio murato che portava in un’altra zona che era stata adattata a ricovero bellico e che in passato era stato utilizzato dai famosi “pozzari” per occuparsi della manutenzione dell’acquedotto. Ed è proprio il luogo in cui, oggi, è situata la seconda entrata, nei pressi di Piazza Plebiscito, a due passi dal Gambrinus!

Pastiera napoletana

Pastiera: origini di una golosità

di Simona Vitagliano

A Napule regnava Ferdinando
ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa,
o’ musso luongo, nun redeva maje,
comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera,
le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’ creature:
uova, ricotta, grano e acqua re ciure,
‘mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
a può purtà nnanz o’ Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
e le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
stà Pastiera la faccia un po’ più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!

Le origini della Pastiera pare siano indissolubilmente legate a questi versi, di autore ignoto.

La storia è quella di Ferdinando II di Borbone, legato in matrimonio a Maria Teresa d’Austria, che viene presa in giro in quanto molto restìa al sorriso… tranne quando si ritrova, per caso, ad assaporare un pezzetto di pastiera. In quella occasione la sua aria austera e fredda viene improvvisamente abbandonata. Ferdinando, quindi, entusiasta e alquanto meravigliato, si augura che il cuoco gli prepari questa leccornia un po’ più spesso, per evitare che la moglie rida solo una volta all’anno, cioè in concomitanza della Pasqua.

Un’altra delle tante testimonianze, tra l’altro, del fatto che a Napoli, da sempre, ridere è quasi obbligatorio!

Esistono anche altri racconti, che rientrano più nel mito e nella leggenda, però, che coinvolgono questo dolce così particolare.

Racconti, leggende ed interpretazioni

La pastiera è da accreditarsi, sicuramente, al popolo partenopeo, anche se, con il crescere della sua fama e degli apprezzamenti anche al di fuori della Campania, la sua ricetta originale si è via via modificata di luogo in luogo, acquisendo nuove specificità e caratteristiche.

Napoli, da sempre terra di pescatori e di naviganti, sarebbe il palcoscenico di un episodio così particolare, legato a questo dolce tipico, da essere annoverato tra le leggende del luogo.

Tutto sarebbe avvenuto in un’antica notte napoletana in cui, come spesso accadeva, le mogli dei pescatori avevano lasciato in pegno al mare, come offerta sacrificale, delle ceste con ricotta, frutta candita, grano, uova e fiori d’arancio. Può sembrare “cos’ e nient’“, come avrebbe detto Eduardo De Filippo, ma in uno scenario di povertà e difficoltà economiche molto importanti, privarsi anche di pochi beni come questi era un vero e proprio sacrificio. L’intento era di fare in modo che il mare, ringraziando per l’offerta ricevuta, riportasse a terra i loro mariti sani e salvi. Ma, pare, accadde qualcosa di molto più sbalorditivo. Un vero segno del destino, del mare, della Provvidenza? I flutti, infatti, durante le ore notturne avrebbero mescolato gli ingredienti presenti nelle ceste, dando vita ad un dolce nuovo, ricco di nutrienti genuini e di gusto, quello che oggi, appunto, chiamiamo pastiera. Un regalo del mare che apparve agli occhi increduli delle donne, il mattino seguente.

Questa leggenda è stata analizzata e sviscerata per capirne di più e ne sono state tratte conclusioni interessanti.

In primo luogo, bisogna portare indietro di parecchi secoli le lancette dell’orologio e ricordare che in passato, anche nelle prime cerimonie cristiane, era consueta abitudine offrire offerte votive con determinati significati, come latte e miele con il grano come augurio di ricchezza e fecondità o le uova come simbolo di natività. Le analogie, quindi, si vede che sono davvero tante. Inoltre, anche per i fiori d’arancio c’è un significato metaforico ben preciso, anche piuttosto prevedibile: sono il simbolo della Primavera! Una stagione che si ritrova a contenere, praticamente sempre, le festività pasquali, per cui, anche in questo caso, i conti tornano.

Infine c’è un’altra teoria, che vedrebbe un antico monastero napoletano coinvolto nella diffusione della ricetta tradizionale, anche se non si hanno notizie precise nè sul periodo in questione nè sull’entità precisa del luogo protagonista.

Una teoria che risulta molto plausibile, ma che, purtroppo, ad oggi, non ha riscontri concreti, se si pensa a quanti dolci tipici partenopei siano nati proprio in conventi e monasteri, come offerte per chi li supportava economicamente e li visitava.

Insomma, si può dire che quella della pastiera è la storia, forse, più nebulosa e misteriosa tra i dolci della cucina tradizionale partenopea!

 

Gambrinus

Gambrinus, chi era?

di Simona Vitagliano

L’unica cosa certa che si sa di Gambrinus è che è il “Bacco della Birra“.
Patrono, Re e inventore di questa bevanda così amata in tutto il mondo, ha dato il nome anche ai nostri locali, ma sono tantissime le leggende, le storie e gli aneddoti che si raccontano sul suo conto.

Ipotesi etimologiche

Si ipotizza che il nome Gambrinus derivi dal latino cambarus (celleraio, addetto alle cantine) o da ganeae birrinus (colui che beve in una taverna) ma anche dal celtico camba, un termine che indicava la pentola dove veniva preparata la birra. Ancora, però, potrebbe derivare da un errore di trascrizione del nome “Gambrivius”, che appare in una incisione di cui parleremo più avanti.

Le ipotesi più accreditate: Jan Primus, Re delle Fiandre e Giovanni il senza paura

L’idea generalmente accreditata è quella che lega il nome Gambrinus alla figura di Giovanni I di Brabante (1254-1298), Re delle Fiandre (nell’attuale Belgio). Il suo nome, in fiammingo, sarebbe proprio Jan Primus.

Altri collegano a questo nome, invece, Giovanni di Borgogna (1371–1419), noto come Giovanni il senza paura, conte di Borgogna, appunto, Artois e Fiandre, da alcuni ritenuto inventore della birra con malto e luppolo. In particolare, Giovanni di Borgogna, che fu personaggio di spicco nella Guerra dei 100 anni, morì assassinato dalla scorta del Delfino di Francia, in un incontro che, invece, avrebbe dovuto sancire la pace. Per molti questa morte sarebbe un’eco a quella del leggendario Gambrinus, avvenuta in un duello, per mano di un cavaliere francese. Anche in questo caso, infatti, ci sarebbe stato un inganno. Il cavaliere si sarebbe rivolto al suo rivale dicendo: “Che succede? Combattete in due contro di me?”, in modo che lui si distraesse e si guardasse indietro per capire chi ci fosse alle sue spalle; in quel momento gli sarebbe stato inferto il colpo mortale, a tradimento, seguito da queste parole: “So che il vostro secondo io era la birra cheforza, bevuta da voi prima di affrontare il cimento. Avutane paura, ho dovuto colpirvi alle spalle per avere qualche speranza di sopravvivere”.

Tutto questo, sebbene la scarsità delle prove storiche, sarebbe provato anche da una incisione colorata che si trova su un Libro tedesco del 1543: “Le origini dei primi dodici antichi re e principesse della nazione tedesca”. Questa incisione mostra un certo “Gambrivius, re del Brabante” dalla folta barba rossa e in armatura, vicino ad un covone di grano, con una corona floreale fatta, pare, proprio di infiorescenze di luppolo.

Altre ipotesi

L’umanista Johann Georg Turmair, vissuto in Baviera tra 1400 e 1500, parla di Gambrinus nei suoi “Annales Bajorum” (Annali Bavaresi): in questa versione si tratterebbe del figlio di Marsus, un (ipotetico?) re germanico dell’era precristiana, famoso per la quantità di birra che beveva. Gambrinus sarebbe un re illuminato, fondatore anche del porto fluviale di Amburgo, appassionato consumatore di birra.

Il poeta tedesco Burkart Waldis, invece, nel 1543, introdusse addirittura nel mito la dea egizia della maternità e della fertilità, Iside, che avrebbe insegnato a Gambrinus l’arte della birra.

Ancora, altre fonti daterebbero questo personaggio ai tempi di Carlo Magno, essendo addirittura il birraio alla corte del fondatore del Sacro Romano Impero.

C’è persino una leggenda che vorrebbe il nostro “eroe” capace di bere 117 pinte di birra al giorno!

Un’altra storia parlerebbe di un amore non corrisposto e di una lacerante disperazione del nostro protagonista che, alle soglie del suicidio, avrebbe fatto un patto col diavolo per dimenticare l’oggetto del suo desiderio, in cambio della sua anima… come offerta, il Re del Male gli avrebbe dato la ricetta della birra che avrebbe avuto il successo che ben possiamo immaginare, inclusa… la passione della giovane ragazza che, però, il Gambrinus aveva, finalmente, dimenticato, fino al punto di non riconoscerla quando accorse alla sua locanda a bere la birra!

C’è infine un mito che riguarda una sfida. Gambrinus, più o meno nel 1100, sarebbe divenuto capo della corporazione dei birrai di Bruxelles che, per testare la sua forza e la sua determinazione, organizzarono una gara di forza: un barile di birra doveva essere trasportato a braccia per una certa distanza. Gambrinus, furbo e assetato, avrebbe aperto il barile, bevuto tutto il contenuto e trasportato una giara vuota, vincendo la gara e diventando, a tutti gli effetti, il Re della Birra.

 

Insomma, ci sono tante linee comuni tra tutti i racconti popolari e le leggende, ma quello di Gambrinus è un personaggio, ancora oggi, avvolto nel mistero.