Il Caffè napoletano e la salute

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 03 giugno 2018

Sono lontani i tempi in cui Francesco Redi, medico e naturalista del XVII secolo, scriveva “berrei prima il veleno, che un bicchier che fosse pieno, dell’amaro e reo caffè”.

Può sembrare incredibile ma per molto tempo il caffè è stato considerato come una bevanda pericolosa per la salute umana e molti dotti sconsigliavano di berla. Il “divieto” di bere caffè durò fino a quando non si pronunciò il più grande esperto di jettatura di Napoli, Nicola Valetta, che addirittura ne decantò le qualità nella sua canzonetta apologetica sul caffè, nella quale superava le tesi del Redi, sostenendo che, lungi dall’essere dannoso (infatti il Valletta suggerisce di berlo anche tre volte al giorno senza perciò rischiare la cecità, la perdita del sonno e, addirittura, dei denti (!) come il Redi aveva sostenuto), era la più buona delle bevande, che arrecava solo beneficio al suo bevitore.

A distanza di secoli però non è stato ancora chiarito fino in fondo quali possano essere i benefici che il nero infuso possa apportare alla salute umana. Possiamo dire, però, senza tema di smentita, che in primo luogo l’alcaloide ivi contenuto apporti all’organismo sicuramente effetti benefici. Vi starete domandando cosa sia questo misterioso alcaloide che, in realtà tutti conosciamo con il nome di caffeina, sostanza organica di origine vegetale

E’ proprio la caffeina la base del successo del caffè per l’effetto eccitante che induce nell’uomo. Il caffè napoletano ne contiene una percentuale più elevata perché viene realizzato con una aliquota di specie robusta che mediamente presenta una quantità doppia di caffeina rispetto alla specie arabica. Di qui il tipico ed apprezzato gusto più forte e intenso del Nostro caffè.

Ma è vero che il caffè “fa andare alla toilette” o è un luogo comune?. In realtà il caffè è un potente stimolante delle funzioni fisiologiche, per così dire, primarie. L’acidità naturale della bevanda stimola il meccanismo digestivo e la funzione di spinta verso l’intestino, nonché la produzione di  due ormoni, la gastrina e la colecistochinina, che favoriscono i movimenti e la regolarità dell’intestino.

Non certamente ultimo è il significativo beneficio del caffè sulla nostra psiche. Lo si beve, in molti momenti della giornata, durante le pause, anzi è il caffè stesso che costituisce la pausa, in compagnia, di familiari, colleghi e amici, in una condizione mentale, dunque, disposta al rilassamento. La sua assunzione, come detto, è, poi, eccitante e stimolante e, quindi, incentiva le relazioni sociali, lo scambio di idee e opinioni, fornisce la giusta carica per affrontare il prosieguo della giornata. Vero e proprio catalizzatore dell’istinto sociale dell’essere umano, è anche la necessaria compagnia di primo mattino, il completamento immancabile di un pasto: insomma, il caffè fa bene al corpo e alla mente.

Storie e leggende napoletane

Ogni città racconta molto di se attraverso miti e leggende che si tramandano nel tempo. Anche la città di Napoli non è immune al fascino delle leggende e ogni luogo presente in città custodisce delle storie davvero curiose e talvolta ricche di mistero.

Per farvi conoscere a fondo la nostra città, abbiamo così deciso di scrivere questo piccolo articolo all’interno del nostro blog dove troverete i racconti più emblematici sui luoghi storici partenopei.

Piazza San Domenico Maggiore

Partiamo dal cuore pulsante del centro storico, ovvero dalla piazza di San Domenico Maggiore, dove la leggenda vuole che il fantasma della nobildonna Maria D’Avalos, uccisa dal marito perchè scoperta col suo amante, pare vaghi ancora in prossimità di Palazzo San Severo, alla ricerca del suo Fabrizio e che soprattutto la notte è possibile ancora  sentire i suoi lamenti disperati.

Chiesa di Santa Chiara

Ci spostiamo di poco, per arrivare fino alla Chiesa di Santa Chiara per ascoltare un’altra storia, che vede protagonista sempre il fantasma di una donna, questa volta di Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli, uccisa da Carlo III di Durazzo e alla quale non  fu concessa nemmeno la sepoltura. La sfortunata regina, secondo la leggenda vagherebbe all’interno del chiostro di Santa Chiara senza pace e chiunque incontri il suo sguardo è destinato a morire in breve tempo.

Ponte della sanità

Ci rechiamo invece adesso in una delle zone più antiche e suggestive della città  dove si trova il ponte della Sanità, un punto molto importante che divide in due la città. Proprio su questo ponte pare sia possibile, nelle sere di quiete, udire il lamento di tutte le ragazze che si sono suicidate in passato a causa delle pene d’amore.

Basilica dell’incoronata

E sempre in tema di pene d’amore non poteva mancare la storia del fantasma della giovane morta il giorno del suo matrimonio a causa della tisi e che vaga all’interno della Basilica dell’incoronata. Secondo la leggenda il fantasma della povera disgraziata in abito da sposa pare appaia solo però a ragazze nubili.

Mitologia

Di storie sull’esoterismo e di fantasmi che abitano i luoghi storici della città, potremmo raccontarvene tante, abbiamo scelto di raccontarvi ovviamente quelle più conosciute e più importanti. Ma non c’è solo esoterismo, Napoli è legata anche storie legate alla mitologia e per darvene un esempio abbiamo scelto forse quella più importante che riguarda uno dei monumenti- simbolo della nostra città, ovvero quella  legata al Castel Dell’Ovo.

Come narrano molte cronache medioevali napoletane, il poeta Virgilio, entrò nel castello di Megaride e pose un uovo chiuso in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta, avvisando che alla rottura dell’uovo tutta la città sarebbe crollata, da qui il nome Castel Dell’Ovo, a cui le sorti della città stessa è affidato.

 

 

 

le viste mozzafiato di Napoli

I migliori panorami di Napoli

Napoli è bella da qualsiasi punto di vista la si guardi. Da ogni angolo, da ogni prospettiva la si osserva, la nostra città riesce a regalare scorci e paesaggi davvero da mozzare il fiato. Per questo motivo abbiamo scelto di segnalarvi alcuni dei punti in cui è possibile ammirare la città in tutta la sua suggestione.  Scopriamoli insieme.

Vomero: San Martino

È uno dei punti più quotati della città soprattutto per i più giovani, si trova nel quartiere del Vomero ed è il famoso Belvedere di San Martino. Da questo punto specifico è possibile vedere la città in tutta la sua magnificenza. Di giorno San Martino è ricca di turisti perchè qui si trova la Certosa di San Martino e il Museo, di sera invece questo posto soprattutto nei periodi estivi ospita sempre tantissimi giovani che fanno di questo uno dei punti di ritrovo più gettonati della città.

Eremo dei Camaldoli

Questa è una delle zone più famose per chi ama la quiete e la calma, per chi desidera evadere almeno per qualche ora dal caos della città, stiamo parlando dell’Eremo dei Camaldoli. Questa è sicuramente la zona più alta di Napoli dove è possibile ammirare la città e non solo Vesuvio, lungomare e centro storico ma anche la penisola sorrentina e Capo Posillipo, le tre isole del golfo (Ischia, Procida e Capri), la collina del Vomero ed i quartieri di Fuorigrotta, Soccavo, Agnano, Pozzuoli ed i Campi Flegrei.

Santa Lucia

È sicuramente una delle zone più amate dai napoletani e dai turisti è la zona di Santa Lucia, dove è possibile ammirare a pochi passi il mare ai piedi del Vesuvio, una cartolina perfetta della città che si può godere in una lunga passeggiata che porta poi fino al lungomare di Mergellina.

Le 13 discese di Sant’ Antonio

Una piccola chiesetta, una terrazza panoramica, 13 discese che conducono nella parte bassa della città, sono questi i tre elementi principali che caratterizzano il belvedere delle 13 discese di sant’Antonio, un posto molto caro soprattutto per i napoletani dove è possibile ammirare uno scenario spettacolare.

Marechiaro

Altro punto strategico per osservare la città in tutta la sua suggestione è sicuramente Marechiaro, un borgo marinaro nel cuore del quartiere di Posillipo. Celebre  è la “Fenestrella”, una piccola finestra decorata con un garofano fresco sul davanzale e  con accanto una lapide celebrativa di marmo bianco con sopra inciso lo spartito della famosa canzone e del suo autore, il poeta Salvatore Di Giacomo.

Belvedere di via Petrarca

Infine vi segnaliamo uno dei posti più suggestivi dove poter vedere la città in tutta la sua magnificenza, il Belvedere di Via Petrarca, nella zona di Posillipo, dove è praticamente impossibile restare impassibile, sicuramente la meta più gettonata da turisti e non.

“Voce ‘e notte”, una canzone d’amore scritta ai tavolini di un Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma del 20 maggio 2018

Lo storico Caffè Gambrinus, soprattutto tra fine ‘800 ed inizi ‘900, era la location preferita da artisti e musicisti dove trascorrere le ore oziose e, sovente, comporre e scrivere melodie tra un gelato e un bicchiere di vino, un caffè ed un pasticcino. E’ proprio ai tavolini del celeberrimo ritrovo che furono scritte tante canzoni che oggi fanno parte del grande patrimonio della musica classica napoletana. Una di questi capolavori è la meravigliosa Voce ‘e notte appassionato grido di un innamorato sofferente. Si racconta che Eduardo Nicolardi, all’età di 25 anni, redattore del quotidiano “Don Marzio” e poeta per diletto, un giorno del 1903 ebbe un colpo di fulmine e si innamorò perdutamente della diciottenne Anna Rossi. La giovane dal balcone di casa sua ricambiò con sguardi amorosi la passione nascente. Quando Nicolardi trovò il coraggio di chiedere al di lei padre la mano della fanciulla, questi, il commendatore Gennaro Rossi, commerciante di cavalli da corsa, gli disse che avrebbe dato in sposa la figlia solo ad un uomo ricco. Siccome Nicolardi, ahilui, non lo era, grande fu la sua delusione per la posizione assunta dal padre dell’amata e ancora maggiore lo fu quando seppe che la sua Anna andò in sposa ad un ricco proprietario terriero di ben 75 anni! La fanciulla dovette accettare, suo malgrado, la decisione paterna ed insieme al suo sposo andò a vivere a via Santa Teresa.

Ma Nicolardi non si arrese: tutte le notti si recava sotto casa degli sposi nella speranza di potere ancora una volta incontrare, almeno, lo sguardo di Lei. Una notte Eduardo ebbe l’improvvisa sensazione che Anna lo stesse desiderando, pur non potendolo incontrare. Ispirato corse così al Caffè Gambrinus, aperto anche a tarda notte e scrisse i versi della celeberrima canzone.

Musicata da Ernesto De Curtis, Voce ‘e notte è stata resa celebre dai grandi della canzone napoletana e particolarmente, in versione d’atmosfera, da Peppino di Capri.

Il fato premiò la tenacia di Eduardo infatti, appena un anno dopo il matrimonio, l’attempato marito di Anna passò a migliore vita e Nicolardi riuscì finalmente convolare a nozze con la giovane vedova. Il loro matrimonio fu lungo (quasi 50 anni) e felice (i due ebbero otto figli!).

Si ‘sta voce te scéta ‘int”a nuttata,
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino…
Statte scetata, si vuó’ stá scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino…

Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,
pecché nun puó sbagliá ‘sta voce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.

Si ‘sta voce te canta dint”o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico…

Si te vène na smania ‘e vulé bene,
na smania ‘e vase córrere p”e vvéne,
nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,
vásate a chillo…che te ‘mporta ‘e me?

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int”a nuttata,
te sceta ‘o sposo, nun avé paura…
Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…
Canta isso sulo…Ma che canta a fá?!…”

 

uno storico borgo napoletano

Storia del “pallonetto”

In origine era un piccolo borgo di marinai, situato alle spalle dello storico quartiere napoletano di Santa Lucia, sorto nell’ottocento, è il famoso Pallonetto, una delle zone più caratteristiche della nostra città che ha una storia da raccontare davvero affascinante a partire dal suo nome. Il pallonetto di Santa Lucia è caratterizzato da una lunga scalinata che porta a vicoli e stradine strette che collegano ai bassi napoletani, dove il folklore qui è di casa.

Le origini del nome

Prima di parlare del borgo iniziamo col raccontarvi che esso si chiama così grazie ad un gioco, inventato alla corte dei Medici, molto in voga già alla fine del 1600, che prevedeva l’utilizzo di piccole palline fatte a mano contenenti una pallina di piombo avvolta in gomma e lana con una copertura di cuoio, che doveva essere colpita dai giocatori con una mano nuda. Il gioco del pallonetto dalle corti, ben presto iniziò ad arrivare anche nei quartieri più popolari delle città di Italia e anche a Napoli dove i bambini, gli “scugnizzi” giocavano con queste sfere tra i vicoli della città all’aria aperta.

Un borgo controverso

Il pallonetto di Santa Lucia, nonostante sia un posto che trasuda la vera storia popolare della città, racchiude in se, se lo si guarda con occhi critici tante “barbarie architettoniche”. Esso infatti è caratterizzato da tanti vicoli, dove l’assenza di aria e luce è davvero predominante, per le case non c’è simmetria ne stile, i gradini di questo borgo sono per lo più malandati, eppure nonostante tutto, risulta tutt’ora un borgo molto popolato e chi vive in queste zone ha una forte appartenenza al posto, una sorta d’ identità urbanistica. Insomma un borgo molto caratteristico visto dal di fuori  ma che racchiude in se tante criticità.

Eppure chi vive in questa zona, non può far a meno di apprezzarne i vantaggi, il borgo si trova infatti a ridosso del mare e a due passi dal cuore pulsante della città e della movida napoletana,  ma soprattutto è molto vivo lo spirito comunitario dove tutti si conoscono e dove pare il tempo non sia mai passato.    

 

 

 

Napoli: tra le prime città a conoscere il caffè!!!

Articolo di Michele Sergio pubblicato su “L’Espresso Napoletano” del mese di maggio 2018

Grazie a Pietro Della Valle Napoli fu tra le prime città a venire a contatto con una nuova bevanda: il caffè

Figura affascinante quella del grande musicologo, scrittore e avventuriero romano Pietro Della Valle che, nella prima metà del ‘600, intraprende una serie di viaggi in Medio Oriente nel corso dei quali scopre un mondo sconosciuto a noi europei, tante novità, tra le quali il caffè. Egli è tra i primi europei a berlo e cercherà di importarlo nella sua città d’adozione, la nostra, Napoli. Ma andiamo con ordine.

Pietro Della Valle nasce a Roma nel 1586 da un ricco ed antico casato che gli consente di approfondire gli studi classici, appartenere alla società che conta, viaggiare, intrecciare relazioni personali e professionali con persone d’ogni livello e nazionalità.

A vent’anni la sua vita cambia. S’innamora perdutamente di una fanciulla che però non potrà mai avere perché andrà in sposa ad un altro uomo.

Deluso, Pietro si sfoga dandosi a componimenti musicali: Il carro di fedeltà d’amore, Gli amori pescatorii, Lettere pescatorie amorose, Sogno Amoroso. Ciò non gli basta a colmare il suo vuoto e decide di partire per la guerra nel 1611 per assalire Tunisi. Dopo questa parentesi ritorna a Napoli, allora una delle città più vive e popolose del mondo, dove incontra tantissime persone tra cui il medico e poeta Marco Schipano che divenne suo stretto amico.

Nel 1614 riparte per la volta della Terra Santa dove si innamora (e stiamo a due!) di una bellissima donna di nome Maani, la sola capace di fargli dimenticare il suo (primo) amore romano.

E da lì inizia la scoperta degli usi e costumi dei popoli mediorientali, di cui fervidamente racconta attraverso 56 lettere, agli europei, dalla scrittura cuneiforme al caffè. Si al caffè. I napoletani, attraverso le sue lettere, diffuse dall’amico Schipano, vengono a conoscenza del nero infuso, fino a quando Della Valle non ne parla direttamente dopo che, tanti gli anni passati a viaggiare, decide di ritornare a Napoli. Qui scrive della bevanda chiamata “kahve” consumata dai musulmani al termine del pasto, ottima alternativa agli alcolici proibiti dalla loro religione. Qui racconta del liquido profumato dal colore nero, da bricchi posti sul fuoco versato in piccole scodelle di porcellana, continuamente svuotate e riempite dagli avventori. Qui scrive della capacità di questa nuova “magica” bevanda di tenere sveglie le persone di notte, di destare corpo e spirito dei bevitori.

E’ per merito di Pietro Della Valle che i napoletani conoscono, tra i primi in Europa, il caffè a seguito del suo ritorno nella terra natia. Dopo un secolo Napoli diventerà la capitale del caffè ed i napoletani i primi amanti e consumatori, oltre che sponsor, del nero infuso.

monumenti più belli di Napoli

La Festa dei Musei a Napoli

Dal 19 Maggio fino al 20 Maggio a Napoli si tiene un’importante manifestazione che si svolge ormai da circa tre anni ovvero “la Festa dei monumenti”, due giorni dedicati alla scoperta del patrimonio culturale della città. Per questa occasione i musei, resteranno aperti in un orario decisamente insolito dalle 20.00 alle 24.00 e il costo dei biglietti dei musei che aderiranno all’iniziativa sarà di una cifra davvero abbordabile cioè di 1 euro.

L’iniziativa che ha come scopo quello di avvicinare le persone alla cultura, è molto apprezzata sia dai turisti che dai cittadini che non perdono l’opportunità di conoscere la propria città. A Napoli c’è tanto da vedere, per questo abbiamo deciso di segnalarvi il nostro personalissimo tour che siamo sicuri apprezzerete tanto.

Galleria Umberto I

La prima tappa inizia con la  visita alla storica e suggestiva Galleria Umberto I, costruita tra il 1887 e il 1890. L’interno della galleria è costituito da due strade che si incrociano ortogonalmente e  circondata da palazzi, negozi e caffetterie.La galleria è stata la sede storica della massoneria napoletana in particolare della loggia Massonica Grande Oriente d’Italia. 

Maschio Angioino

Napoli è una città ricca di Castelli. Nelle adiacenze della Galleria Umberto troviamo uno dei castelli simbolo della città, presente nelle foto e nelle cartoline che raccontando della nostra città in tutto il mondo ovvero il Castel Nuovo o più conosciuto come Maschio Angioino. Il castello è di origini medioevali e rinascimentali e fu costruito da Carlo I d’Angiò, nel 1266 dopo aver sconfitto gli Svevi.

Teatro San Carlo  

Un altro fiore all’occhiello della città è sicuramente il teatro San Carlo, che vale la pena visitare almeno una volta nella vita. Esso vanta di essere il più antico teatro d’Europa, fondato nel 1737. Affaccia sulla via più famosa della città ovvero piazza Trieste e Trento, il teatro per volontà dei sovrani borbonici divenne  il simbolo di una Napoli che rimarcava il suo status di grande città europea. Ancora oggi il teatro mantiene un fascino intatto, dei tempi dei grandi splendori.

Palazzo Reale

Nel cuore di piazza Plebiscito sorge un edificio storico per eccellenza ovvero il Palazzo Reale,che fu residenza storica dei vicerè spagnoli, poi della dinastia borbonica. Oggi è la sede della biblioteca nazionale.  

Palazzo Salerno

Sempre in piazza del plebiscito, troviamo poi un palazzo storico Palazzo Salerno, edificato dall’architetto messinese Francesco Sicuro, destinato dal re Ferdinando IV come alloggio ai cadetti reali. Oggi ospita il Comando Forze Operative Sud.

Galleria Borbonica

Perchè godersi le bellezze della città solo in superficie? Napoli infatti è bella anche nel sottosuolo dove c’è tanto da scoprire. Quindi non fatevi mancare un giro alla Galleria Borbonica, rigorosamente in zattera.

Gran Caffè Gambrins

Come ultima tappa, di questo meraviglioso tour, vi proponiamo l’ immancabile sosta al Gran Caffè Gambrinus, luogo simbolo della città di Napoli, in cui si incontrano arte, gusto e tradizione.

Scoprire la città in zattera

Napoli velata:in zattera sotto Piazza Plebiscito

Napoli è una città dalle bellezze che potremmo definire svelate ma talvolta anche velate. La nostra città, è famosa in tutto il mondo per i monumenti, i castelli, palazzi storici, per i paesaggi mozzafiato raccontati attraverso ritratti, foto, poesie che ormai circolano da tempo. Esiste però un volto della città che forse non in tanti conoscono, una Napoli appunto velata, le cui bellezze si trovano in posti  decisamente nascosti, ovvero nel sottosuolo.

Eh si avete letto bene, una delle tante particolarità della nostra città è proprio quella di poter essere visitata non solo in superficie alla luce del sole, ma è possibile apprezzarne anche la parte più oscura, attraverso i passaggi sotterranei, quelli che ci portano in luoghi nascosti, per scoprire una storia passata che non vede mai la luce del giorno.

Per chi volesse provare, dunque a scoprire una Napoli vista sotto un altro punto di vista, un’esperienza da non perdere è sicuramente un tour in zattera nel sottosuolo partenopeo, a ridosso di Piazza Plebiscito all’interno della famosissima Galleria Borbonica dove si racconta uno spaccato importante della storia della nostra città. 

Curiosità sul tour…..

Questo particolarissimo tour vi permetterà infatti di conoscere una cisterna realizzata alla fine del 1400, raggiungibile attraverso un breve cunicolo nella quale sono visibili, lavorazioni idrauliche veramente eccezionali. Camminando per circa 20 metri, si arriva al percorso che porta alla sala delle auto. Dopo aver percorso questo sentiero sotterraneo si arriva finalmente all’imbarco della zattera che navigherà per tutta la galleria Borbonica, arrivando fino alla fine, in cui si potranno ammirare i nomi e i pensieri dei napoletani che scendevano nel ricovero da Piazza Carolina durante la Seconda guerra mondiale.

Un simpatico malinteso

Una delle cose che intendiamo raccontare è uno storico malinteso che ormai da diverso tempo si fa avanti. La visita della Galleria Borbonica è tutt’altra storia dalla visita della famosissima Napoli sotterranea.

I due tour infatti non solo territorialmente si trovano in due zone diverse della città ma raccontano epoche storiche differenti. La prima di cui abbiamo appena raccontato, infatti  si trova a ridosso di Piazza Plebiscito, l’altra invece situata nel cuore pulsante del centro storico. Quindi, attenzione turisti stranieri e nostrani, anche il sottosuolo come  spesso accade in superficie può essere ricco di inganni e malintesi.

 

Il cappuccino: quando il caffè incontra il latte

Articolo scritto da Michele Sergio pubblicato su IL ROMA il 22 aprile 2018

La colazione preferita degli italiani è senza dubbio cornetto e cappuccino. Due sono i soli ingredienti per realizzare il cappuccino: caffè e latte montato caldo.

Il successo commerciale del cappuccino trova ragione nella semplicità degli ingredienti e nella bontà, due caratteristiche che sono state le carte vincenti e che lo hanno fatto diffondere in ogni angolo del mondo.

Ma perché si chiama così? E dove e quando è nato? Non c’è unanimità di pareri circa l’etimologia del termine ma l’ipotesi più probabile e che derivi dalla somiglianza del colore di questa bevanda con il colore del mantello mar­rone dei monaci cappuccini che erano soliti berlo quando iniziò a diffondersi in Europa. La versione più accreditata vuole che il cappuccino nasca a Vienna alla fine del XVII secolo, ma ci vorranno ben altri due secoli per arri­vare, infine, al Cappuccino così come oggi lo si co­nosce. Tre le tappe fondamentali: l’“invasione” del caffè in Europa a partire dalla fine del ’600; la dif­fusione del procedimento della pastorizzazione del latte alla fine dell’800, che ha reso più sicuro per la salute umana il consumo di latte; l’invenzione della macchina professionale per il caffè espresso, oramai nel ’900, che ha consentito la preparazione della crema e della schiuma di latte.

Non tutti sono d’accordo sulla ricetta o per meglio dire sulle proporzioni tra latte e caffè e sulla modalità di preparazione. Possiamo dire però che la ricetta più accreditata è quella per la quale il Cappuccino debba essere composto da un quinto di caffè e quattro quinti di latte caldo montato a crema (a 50/60 gradi centigradi) preferibilmente (nella versione napoletana) sormontati da un centimetro di schiuma di latte, con aggiunta di zucchero (secondo gusto) ed una spolverata di cacao.

Da servire rigidamente in tazza di ceramica/porcel­lana.

A noi italiani piace berlo a colazione, este­ri ed esterofili lo gustano anche nelle altre ore della giornata. A differenza che in passato il Cappuccino, con la sempre più larga diffusione delle macchine domestiche manuali ed elettroniche, si può anche preparare in casa e con ottimi risultati. Su internet e sui social network sempre più di frequente è possi­bile vedere tutorial dove “esperti baristi” realizzano cappuccini con la tecnica della “Latte Art” ovvero la tecnica della decorazione del cappuccino.

Esistono tantissime variazioni sul tema. Elencarle tutte è quasi impossibile. Citiamo tra le altre le più richieste nei bar della penisola.

Caffèlatte: veramente diafana la linea di confine tra caffè latte e cappuccino. I puristi sostengono che il caffè-latte sia formato da 125 cl di latte e 25 cl di caffè e vada servito in un bicchiere di vetro senza schiuma. I baristi napoletani, puristi per eccellenza, lo offrono, difatti, senza schiuma di latte, rispettando, in linea di massima, le dette proporzioni.

Latte macchiato: Le differenze con il cappuccino si fanno sempre più sottili… La tradizione napoletana propone, in tazza di ceramica/ porcellana larga, latte riscaldato con la lancetta a vapore e mezza tazzina di caffè versato sullo strato di crema di latte.

Cappuccino freddo (o Ice Cappuccino per gli americani) è oramai abitualmente diffuso anche dalla nostre parti. Ottimo come bevanda estiva.

Frappè di cappuccino, che ha avuto notevole successo in America, è un cappuccino freddo con l’aggiunta di latte montato (e panna montata) proposto dalle catene di ristorazione a stelle e strisce in gusti vari: vaniglia, cioccolato, caramello, solo per citarne alcune. In Italia non ha, per ora, rilevante diffusione, ma anche qui si comincia.

Infine per chi non tollera la caffeina o il lattosio ecco il Cappuccino di Orzo ed il Cappuccino di Soia: non ci sarà il caffè nel primo ed il latte vaccino nel secondo, ma de gustibus – e della salute (!) – non est disputandum.

Madeleine: origini e curiosità

Burro, farina uova e zucchero, sono questi i semplici ingredienti per realizzare uno dei dolcetti più buoni di sempre, soffici e gustosi conosciuti in tutto il mondo, ovvero le madeleine. 

Questo dolcetto a forma di conchiglia è praticamente irresistibile, difficile mangiarne solo uno. Eh si perchè nel caso delle madeleine uno tira l’altro e questo perchè oltre ad essere molto gustosi, sono anche piccoli nelle dimensioni.Perfetti come dolci da consumare a colazione ma anche durante una pausa pomeridiana, da gustare davanti ad una tazza di caffè fumante o thè, le madeleine sono dolci tradizionali che mantengono nel tempo un gusto inalterato.

Origini controverse

Come spesso accade anche per la pasticceria, le origini di certe pietanze non sono poi così certe. Per quanto riguarda la storia della realizzazione delle madeleine, esistono almeno due versioni sulla loro origine.

La prima è legata alla religione cristiana, questo dolce infatti secondo questa versione fu realizzata in onore di Maria Maddalena, la prima evangelista di Francia, da qui deriverebbe dunque il nome madeleine e soprattutto proprio dall’ influenza religiosa deriverebbe la sua forma a conchiglia in quanto la conchiglia è da sempre il simbolo dei pellegrini.

Un’altra versione più profana, invece attribuirebbe la nascita di questo dolce sempre in Francia, ma questa volta nel 1700 ad opera di Madeleine Paulmier, pasticciera alle dipendenze del duca di Leszczyński, nonché suocero di Luigi XV. La leggenda narra che sia il re che la sua sposa, dopo aver assaggiato questi dolcetti si innamorarono a tal punto che li battezzarono con il nome della loro creatrice e li portarono alla corte di Versailles.

Curiosità

Tutti amano le madeleine. Una delle testimonianze più tangibili dell’inconfondibile bontà di questo dolce la possiamo ritrovare addirittura in un’opera del celebre scrittore francese Marcel Proust, che nel primo volume de “La ricerca del tempo perduto” le sceglie  proprio come scintilla in grado di far affiorare un mare di ricordi.

Le madeleine, infatti, come molti dolci preparati nel passato e che mantengono una ricetta tradizionale, hanno la capacità di risvegliare in chi li assaggia, magari dopo tanto tempo, antichi ricordi d’infanzia, talvolta di persone che li preparavano, che abbiamo voluto bene e che magari oggi non ci sono più.

La pasticceria insomma forse inconsapevolmente o forse no, riesce ad avere un ruolo davvero speciale, per far riaffiorare dolci ricordi.