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La Tradizione del Cafè Chantant

Il Cafè Chantant

La storia del cafè chantant affonda le sua radici nella lontana Parigi del Settecento, in un’epoca in cui la città diviene il centro propulsore della Belle Epoque e una rinnovata atmosfera di benessere spinge le persone a ricercare svago e bellezza in ogni dove.

I primi spettacoli non si distinguono per una particolare attenzione alla scenografia, la cui importanza è sottovalutata a favore di altri aspetti, ma con il passare del tempo, quando la tradizione del Cafè chantat si diffonde a Parigi e nelle altre città d’Europa, la concorrenza aumenta e i locali vanno a “caccia” delle sciantose più belle e desiderate della città.

Così i caffè iniziano ad essere decorati da artisti di grande fama del calibro di Vincent Van Gogh, George Braques, Cezanne e Modigliani, e l’atmosfera diventa poco alla volta sempre più ricercata, perfetta per quell’élite che scopre la bellezza di intrattenersi in luoghi deliziosi.

 

La tradizione napoletana del Cafè Chantant

Il Cafè Chantant è uno spettacolo di spicco del teatro partenopeo che ha saputo tratte il meglio dalla tradizione d’origine parigina e ha elaborato caratteri propri e distintivi, tali da renderlo un’esperienza unica al mondo.

Nella versione napoletana la “chanteuse parigina” si trasforma nella “sciantosa napoletana” e i caffè partenopei aprono le porte alle artiste più affascinanti della città, offrendo alla clientela un intrattenimento musicale di alto livello. Ad essere rappresentati, infatti, non sono più semplici motivetti bensì arie tratte dalle più famose opere liriche del tempo, interpretate da cantanti che seducono l’intero pubblico con il loro charme.

Il termine sciantosa designa la cosiddetta femme fatale, la donna sensuale e dotata di arti ammaliatrici che fa impazzire il pubblico con le sue moine ed ha una voce fuori dal comune. La sciantosa per eccellenza è bella, aggraziata nel portamento e misteriosa nello sguardo, ha un accento straniero e un passato intrigante da raccontare, fatto di storie d’amore cariche di passione e malinconia. Le più ricche si esibiscono portandosi dietro una claquer personale, ossia un pubblico pronto ad applaudire alla fine dell’esibizione e a coinvolgere gli spettatori per rende l’atmosfera della sala più calda. In questo modo diventano famose e ricercate in tutti i locali della città e si trasformano in icone di charme e stile.cafè-chantant

Il Cafè Chantant al Gambrinus

La tradizione del Cafè chantant, seguendo la scia dell’enorme successo francese, arriva a Napoli nell’Ottocento e il Gambrinus è uno dei primi locali ad aprirle le porte, divenendo un luogo di ritrovo fondamentale per la raffinata nobiltà napoletana. Qui si susseguono intellettuali e artisti di grandissimo spessore, come Gabriele D’annunzio, Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Benedetto Croce ed Eduardo De Filippo, che contribuiscono a scrivere e ad arricchire la storia del locale.

Un momento di difficoltà si verifica nel corso della seconda guerra mondiale, quando il locale viene ridotto ad una piccola stanzetta perché ritenuto un covo di antifascisti. Tuttavia, con la famiglia Sergio, gli attuali gestori del Gambrinus, si recuperano i locali chiusi e Napoli ritrova definitivamente uno dei primi e più prestigiosi Cafè chantant d’Italia.

Ancora oggi questo spettacolo in musica è riproposto nelle sale dorate del Gambrinus, quelle in cui si respira la magia della Belle Epoque napoletana ed è proprio la sua dolce atmosfera anacronistica, che conserva la bellezza del passato ma non si chiude dinanzi alla modernità, a rendere il Gambrinus una realtà estremamente affascinante.

 

 

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Un caffè in onore a Maradona

Articolo di Michele Sergio (il boss del Caffè)

Solo chi è stato a Napoli negli anni ‘80 può ricordare cosa ha rappresentato Maradona per la città. Nessuno poteva in quegli anni pensare, o addirittura sperare, che un talento di quella portata potesse giocare in una modesta squadra come era il Calcio Napoli allora. Quando Antonio Juliano portò il campione argentino a Napoli in pochi avrebbero scommesso su di lui a causa del lento recupero dopo un grave infortunio subito da poco.

Il calcio per tutti gli italiani non rappresenta una rivalità semplicemente sportiva ma ha anche risvolti politico-sociali (come il dualismo Nord-Sud) e il popolo napoletano ha trovato in Maradona un insolito leader che per la prima volta gli ha dato coraggio e speranza. Il calciatore argentino è riuscito a far competere a testa alta il “povero” Sud nei confronti del “ricco” Nord! Maradona, insomma fu un campione insperato dal momento che il Napoli per la prima volta con lui si affacciava in maniera competitiva al campionato dominato dalle grandi squadre del nord.

Durante la sua incredibile carriera da calciatore che lo ha visto alzare innumerevoli coppe e trofei, Maradona è riuscito a stupire tutti, prima i napoletani, poi gli argentini e infine il mondo intero.

C’è un giorno che il popolo dei tifosi napoletani non dimenticherà mai: la prima volta Maradona al San Paolo nel 1984.  Lo stadio era pieno fino all’inverosimile e per tutti i presenti fu un’emozione unica assistere alla presentazione dell’uomo del destino.

Ogni domenica era una festa; bastava solo vedere il riscaldamento del campione argentino per far emozionare i tifosi partenopei. L’emozione diventava indescrivibile quando a suon di gol il Napoli vinceva tutte le partite anche quelle più difficili. E poi quando finalmente nella stagione 1986/1987 riuscì a conquistare per la prima volta l’ambito scudetto si scatenò una festa nella festa. Possiamo dire che non c’è matrimonio più riuscito di quello tra Napoli e Maradona.

Oggi a distanza di molti anni il grande campione argentino ritorna a Napoli. Sembra incredibile ma la città è di nuovo in tumulto. Nessuno lo ha dimenticato per il contributo straordinario che è riuscito a dare alla città. Napoli lo ama ancora come dimostrano le numerose scritte, i murales, i manifesti, le fotografie, le statuette che lo raffigurano e l’ormai celebre altarino con tanto di capello esposto a mò di reliquia, che si trova nel centro storico della città.

Nel nostro piccolo abbiamo voluto “festeggiare” il “Pibe de Oro” con una torta ed un caffè che saranno a lui dedicati. Il Caffè “El Pibe è così realizzato: cremina di zucchero con l’aggiunta di panna, caffè espresso napoletano, topping azzurro, latte montata a freddo e, per finire, come decorazione un biscottino di pasta frolla con il numero 10 che ci ricorda “i tiempe belle e na vota” di quando Maradona in campo faceva ridere i tifosi partenopei e piangere gli avversari.

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CAFFÈ ESPRESSO DA BAR VS CAFFÈ PREPARATO A CASA

articolo di Michele Sergio (il Boss del Caffè)

Alzi le mani chi preferisce il caffè espresso preparato al bar! Adesso alzi le mani chi è amante della moka!

Il mondo degli inguaribili bevitori del caffè è diviso su questo antico dilemma. Oggi proviamo a trovare un accordo ad uno dei più grandi dogmi della storia dell’umanità: è più buono l’espresso preparato al bar o il caffè preparato a casa?

Espresso, un caffè buono e veloce!

L’espresso è il caffè che si prepara nei bar e nelle caffetterie utilizzando la macchina espresso professionale e si presenta con la classica crema in superficie. La macchina da caffè professionale nasce verso fine ‘800 e si lega alla figura di Angelo Moriondo, l’uomo che per primo la ha ideata con l’intento di velocizzare e semplificare la sua preparazione. Successivamente Luigi Bezzerra, colpito positivamente dall’invenzione di Moriondo, ha proposto una nuova versione della macchina espresso proponendola a livello industriale, la famosa “Pavone”. Il contributo di quest’ultimo ha dato un grosso impulso alla diffusione di questo “caffè veloce”, il cui nome, “espresso”, si richiama appunto al concetto di rapidità.

La macchina professionale per la preparazione dell’espresso da bar è, senza dubbio, uno strumento pratico e funzionale che permette di preparare il caffè in meno di un minuto adattandosi perfettamente ai ritmi frenetici dei nostri tempi.

La tradizione della Cuccuma e della Moka

Per i puristi non v’è dubbio: il vero caffè è quello che esce dalle classiche macchinette del caffè casalinghe. Due sono le più celebri e più utilizzate dagli italiani: la “cuccuma” e la “moka”.  La caffettiera napoletana (la c.d. cuccuma) è stata utilizzata per molti anni fino ad essere poi soppiantata dalla più moderna e veloce Moka, la cui invenzione risale al 1933 e si associa al nome più che noto di Alfonso Bialetti, divenuto nel tempo sinonimo di tradizione e cultura.

Capsule e cialde: la sfida del futuro

Il mercato del caffè, però, è sempre stato ed ancora lo è oggi sempre pronto al cambiamento e alle innovazioni. Infatti negli ultimi anni le case degli italiani hanno aperto le porte ad un compromesso: le macchinette casalinghe (o da ufficio) a capsule o cialde monodose per ricreare il caffè del bar a domicilio.

A prescindere da quali siano le preferenze, il caffè per i napoletani (custodi dell’antico sapere del nero infuso) rimane un rito irrinunciabile conditio sine qua non si rispetti la tradizione della scuola partenopea.

 

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La storia di Piazza del Plebiscito

Il patrimonio artistico e culturale napoletano è immenso. Ogni angolo trasuda magia ed emozioni. Tra castelli, via storiche, palazzi e piazze i nostri occhi si riempiono di meraviglia ad ogni passo.

Ma il simbolo di Napoli è sicuramente Piazza del plebiscito. Situata nel cuore della città, circondata dalla Basilica di San Francesco di Paola, dal Palazzo Reale, dal Palazzo della Prefettura e dal Palazzo Salerno è una delle piazze più grandi d’Italia ed è proprio qui che alla fine dell’800 è stato fondato lo storico e rinomato bar “Gambrinus”.

Le origini della Piazza più importante di Napoli

Inizialmente Piazza del Plebiscito era, e fu per secoli, solo uno spiazzo irregolare, dove si svolgevano feste popolari, fino a quando nel Seicento, si cominciò la costruzione del Palazzo Reale ad opera dell’architetto reale Domenico Fontana. Questo palazzo fu detto “Nuovo” per distinguerlo dal Palazzo Vecchio costruito nel 1500 all’inizio dal vice regno spagnolo come residenza reale. In seguito alla costruzione del Palazzo, la piazza prese il nome di largo di Palazzo. Furono celebrate in questi anni numerose feste e giochi. Il più famoso era la Cuccagna che consisteva nella riproduzione in cartapesta e legno di una collina, una villa o un castello ripieno di cibo di ogni genere e in giornate prestabilite dopo le 22 a seguito di due colpi di cannone come segnale di via ogni partecipante cercava di prendere quanta più roba possibile.

Nel XVIII secolo l’architetto Luigi Vanvitelli effettuò dei lavori di restauro al Palazzo Reale. Fu proprio lui a costruire le otto nicchie dove nel 1888 vennero poi esposte le statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V, Carlo III, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II.

Solo con l’arrivo di Carlo III, però, il Palazzo Reale divenne una vera reggia nobiliare, con arredamenti ed opere d’arte.

In seguito all’incendio del 1837, Ferdinando II fece abbattere il Palazzo Vecchio e rifare l’ala destra del Palazzo Reale.

Successivamente per volontà di Ferdinando IV fu costruita la chiesa di S. Francesco di Paola, come voto del re nei confronti di quel santo che aveva interceduto per lui affinché si restaurasse la corona borbonica. La realizzazione del progetto della Chiesa fu affidato a Piero Bianchi che decise di collocare due statue equestri, di Carlo e Ferdinando di Borbone e costruì un porticato a semicerchio per dare alla piazza un tono maggiormente monumentale.

Due palazzi completarono la piazza, ovvero Palazzo Salerno (chiamato così perché residenza privata del principe Salerno figlio di Ferdinando IV) e Palazzo dei Ministri, oggi Palazzo della Prefettura.

L’attuale nome della piazza fu scelto dopo che il plebiscito del 21 ottobre 1860 decretò l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna.

Questa meravigliosa piazza è oggi meta di passaggio di milioni di turisti che restano sempre incantati dalle numerose attrattive e bellezze architettoniche che offre la nostra città. E sicuramente, ammirarla mentre si sorseggia uno dei migliori caffè di Napoli, renderà il tutto ancora più piacevole.

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La fontana del “Carciofo” di piazza Trieste e Trento

A pochi passi da siti famosi e visitatissimi come Piazza del Plebiscito, Palazzo Reale, Teatro San Carlo e Galleria Umberto I, al centro dell’odierna piazza Trieste e Trento, la fontana del Carciofo è una delle fontane monumentali più belle di Napoli. E’ un’opera abbastanza recente rispetto alla maggior parte delle fontane monumentali che possiamo trovare in città  ed ha un’origine un po’ particolare.

Le origini in un “dispetto”

La costruzione della fontana fu voluta fortemente dal sindaco di quell’epoca Achille Lauro che riuscì a farla realizzare durante il periodo della sua giunta comunale tra il 1952 e il 1957.

Inizialmente, non era questa la fontana prevista in Piazza Triste e Trento, ma la volontà del sindaco era di trasferire lì la fontana di Monteoliveto (che si trova nell’omonima piazza).

A questa volontà, nel 1955 il Consiglio Superiore delle Belle Arti, si oppose strenuamente.

Achille Lauro non si arrese al rifiuto del Consiglio e per “dispetto” fece costruire, in tempi velocissimi una fontana ex novo, ovvero quella del Carciofo, addebitandosi personalmente tutte le spese e offrendola in “dono” alla città di Napoli.

L’incarico di progettazione della fontana fu affiata agli ingegneri Carlo Comite, Mario Massari e Fedele Federico. Nel 1955 cominciarono i lavori per la costruzione e il 29 aprile 1956 fu inaugurata la fontana.

La struttura è composta da una grande vasca circolare collocata in un giardinetto che funge da rotonda. Al centro di questa vasca vi è una piccola vasca sopraelevata che sorregge una scultura a forma di corolla floreale da dove zampilla l’acqua. Dalla corolla di questo fiore, che somiglia più ad un carciofo che ad un fiore, proviene il soprannome della fontana.

Altri “Carciofi” nel mondo

A Firenze e Madrid esistono due fontane omonime, a cui viene attribuito questo nome per motivazioni diversissime.

Per quanto riguarda la seicentesca fontana fiorentina situata a palazzo Pitti, prende il nome dalle foglie disegnate nella pietra che ricordano le foglie che crescono sui gambi dei carciofi, mentre la Fuente de la Alcahofa madrilena, che si trova all’interno del Parque del Retiro di Madrid è l’unica che può vantare questo nome in quanto nella parte superiore della fontana sono rappresentati alcuni bambini sotto un vero grande carciofo.

Attribuendo questo nome alla fontana in Piazza Trieste e Trento, i napoletani hanno dato prova ancora una volta della loro immensa fantasia ed ironia. La frase “ci vediamo al Carciofo” è entrata ormai nel quotidiano degli abitanti della zona, ma anche dei tifosi del Napoli che sono soliti festeggiare le conquiste sportive della loro squadra del cuore bagnandosi nelle sue acque.

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Cassata Siciliana vs Napoletana: la sfida del Natale!

La cassata è un dolce tipico  Siciliano a base di ricotta di pecora e zucchero ,pan di spagna, pasta reale e frutta candita. Il suo nome deriva dall ‘arabo qas’at, “bacinella”  o dal latino “formaggio”.
Anticamente questo dolce veniva preparato nel periodo pasquale infatti un antico proverbio dice “meschino chi non mangia la cassata il mattino di Pasqua”, poi successivamente fu introdotta  in tutte le altre festività.

Le radici della cassata risalgono alla dominazione araba in Sicila IX-XI Secolo, quando gli arabi importarono prodotti vari come la canna da zucchero,il cedro, il mandarino, la mandorla, l’arancia amara. Si narra che un contadino arabo, iniziò ad impastare la ricotta, con lo zucchero e chiamò questo dolce “qas’at “cioè come  la ciotola dove aveva effettuato l’impasto.
Alla corte dell’Emiro, in piazza Kalsa a Palermo, i cuochi avvolsero questo impasto in una sfoglia di pasta frolla e  lo misero a cuocere nel forno, questa fu la prima versione di cassata cioè quella al forno.

Le origini Siciliane della cassata

La cassata siciliana  è quindi un’evoluzione della cassata al forno,in seguito alla dominazione normanna nel convento della Martorana, a Palermo le suore crearono la pasta reale, un impasto dolcissimo fatto con farina di mandorle, colorato di verde che sostituì la pasta frolla. Si passò cosi dalla cassata al forno a quella a freddo.
Successivamente con l‘arrivo degli spagnoli in Sicilia ci fu l introduzione del cioccolato e del pan di spagna,  denominato in questo modo proprio per la sua origine.Durante il periodo barocco  venne l idea di arricchire, decorare e riempire la cassata con frutta candita.

E fu cosi che in seguito all’introduzione di tutte queste nuove gustose cose che la cassata subì  delle variazioni, la pasta frolla venne sostituita con il pan di spagna, alla ricotta furono aggiunte le gocce di cioccolato, e alla pasta reale vennero aggiunte delle decorazioni  fatte con la frutta candita.

Nel 1873 il pasticciere palermitano Salvatore Gulì in occasione di una esposizione internazionale di pasticceria a Vienna, introdusse nella ricetta la zuccata (un prodotto a base di zucca candita).L introduzione della glassa di zucchero coperta di frutta candita che ricopre tutto il dolce come un vetro opaco potrebbe riportare, il nome all’inglese glass vetro, da cui glassata – classata – cassata.

Numerosi sono le varianti siciliane della cassata come quella siracusana, palermitana, catanese ,tutte possono essere molto diverse soprattutto nelle decorazioni. Noi napoletani con la nostra fantasia dobbiamo sempre mettere qualcosa di nostro, e per questo abbiamo creato la cassata napoletana!


L’evoluzione napoletana della ricetta orginale


La cassata napoletana
in linea generale segue la ricetta originale però è più leggera e più semplice nella preparazione,usiamo la ricotta di vaccino invece di quella di pecora, manca la pasta reale, e il pan di spagna è bagnato nella strega, viene tutta ricoperta con zucchero fondente (chiamato naspro) e le decorazioni sono molto semplici, meno barocche.

Siamo molto tradizionalisti la cassata è  per noi è un dolce tipicamente natalizio!E’la regina indiscussa della tavola di Natale!Facile da fare, bella da mostrare ,adoriamo preparala ,e inebriare la casa con il dolce profumo  del pan di spagna e le gocce di cioccolato che si fondono con la ricotta,uno profumo che solo a sentirlo ci fa venire l’acquolina in bocca. Di solito la prepariamo un giorno prima di servila.

Il momento migliore arriva proprio il 24 e il 25 quando ci riuniamo con parenti e amici e dopo il lunghissimo cenone della vigilia o dopo il pranzo Natalizio, tra una chiacchiera e l’altra non aspettiamo altro che il momento del dolce; un momento magico in cui il capolavoro fatto viene portato in tavola, ed ammirare lo stupore negli occhi di chi non vede l’ ora di assaggiarla ci riempe il cuore di gioia e soddisfazione!

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Il caffè Brasiliano

Articolo di Michele Sergio (il Boss del Caffè)

Negli anni cinquanta il cuore pulsante della città Napoli è la Galleria Umberto I.
Questo spettacolare edificio in stile liberty, realizzato alla fine del XIX secolo dall’architetto Antonio Curri, è luogo di incontro dei tifosi del Napoli calcio, degli artisti e dei cantanti in cerca di contratti e scritture, nonché del variegato mondo dei cosiddetti “Sanzari”, intermediari capaci (a volte) di procurare un’occupazione alle persone che ne sono in cerca.

I napoletani vogliono ritornare alla normalità dopo i duri anni della seconda guerra mondiale e bar e caffè diventano il luogo di aggregazione per antonomasia, in particolare, come detto, in Galleria.
E’ qui che molti avventori cominciano a richiedere qualcosa di più sostanzioso del tradizionale caffè, aggiungendovi latte e cacao. Un sorta di mini-cappuccino molto più economico del cappuccino vero e proprio. Nasce il Caffè Brasiliano dal nome del bar, il Bar Brasiliano, per l’appunto, già famoso per avere elevato il ciuccio ad icona simbolica della nostra squadra di calcio.

 

Dopo più di mezzo secolo il Caffè Brasiliano è diventato un must, sempre in voga e sempre richiesto. Ad esso sono seguite le tante variazioni proposte dai sempre fantasiosi baristi napoletani (e non): dall’Espressino al Caffè Marocchino, dal Caffè Strapazzato al Caffè Gegè, solo per citarne alcuni. Ma questo è un altro argomento. Alla prossima quindi e ad maiora tra il fumo e il gusto di un buon espresso napoletano.

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la rivoluzione del cannolo dall’Arabia alla Sicilia

Il cannolo siciliano è una classica specialità della pasticceria italiana, e consiste in una cialda fritta ripiena di ricotta di pecora, ormai famosa in tutto il mondo.
Di origine antichissime che risalgono alle dominazione araba in Sicilia, veniva  preparato per festeggiare  il carnevale , ma con il tempo è diventato un dolce di uso e produzione annuale.

Secondo la tradizione il nome cannolo, deriva dal fatto che durante la preparazione, la cialda venisse arrotolata intorno alle canne da fiume che meglio di qualunque altro materiale resistevano alle alte temperature durante la frittura.
Un’altra ipotesi vuole che  l’origine del nome sia da associare ad uno scherzo che veniva fatto durante il periodo del Carnevale;  secondo la tradizione arrivata fino ai nostri giorni, lo scherzo consisteva nel far fuoriuscire dal cannolo di un abbeveratoio (il rubinetto n.d.r.) , la crema di ricotta al posto dell’acqua.

Se guardiamo ancora più indietro e cerchiamo l’origine di questo buonissimo dolce, troviamo qualcosa in alcuni scritti di Cicerone, ma la versione ufficiale vuole che sia stato inventato dalle suore di clausura del convento di Caltanisetta.

Le origini arabe del cannolo

E’ innegabile l’origine araba del cannolo, ed ovviamente la strategica posizione geografica della Sicilia a cavallo tra la cultura occidentale e quella araba, è stata di fondamentale importanza.

La versione “araba” della leggenda narra che a creare  questa prelibatezza  furono le donne dell ‘harem  Kalt El Nissa che significa Castello delle donne”, sede di numerosi harem di emiri saraceni.

Queste donne per ingannare  il tempo, durante l’ assenza dei propri mariti, si dedicavano alla preparazione di pietanze e soprattutto di dolci.
E proprio durante i vari esperimenti culinari, fu creato il cannolo: un imitazione di un dolce arabo simile ad una banana, ripieno di ricotta mandorle e miele. Inoltre pare che dietro tutto ciò ci sia anche un allusione alle doti fisiche del sultano!

Con la fine del dominio arabo in Sicilia gli harem si svuotarono e le donne musulmane che abitavano li, si convertirono al cristianesimo e si ritirarono nei conventi, portando con se le antiche ricette e tramandandole cosi alle consorelle cristiane.

 

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Sinonimo di fertilità, il cannolo è in grado di scacciare la malignità; la tradizione siciliana vuole che i cannoli offerti a parenti e amici devono essere 12 o multipli;  il numero 12 infatti rappresenta i mesi dell’anno e i cicli lunari, e donarne in questo numero significa augurare prosperità e abbondanza.

Visto che a noi napoletani in fantasia e creazioni non ci batte nessuno, una nostra ultima specialità creata dal nostro grandissimo pasticciere è il mega cannolo siciliano di mezzo metro, con all’interno 120 cannoli mignon; in questo modo abbiamo rispettato in pieno la tradizione e speriamo di aver attirato per il 2017 tanta prosperità e abbondanza!

 

 

 

 

 

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Storia della pastiera napoletana tra mito e realtà

La Pastiera è un tipico dolce napoletano preparato durante il periodo pasquale, diffuso probabilmente intorno al 1600.
A Noi napoletani golosi e amanti dei dolci, si sa amiamo esagerare e la gustosissima pastiera la prepariamo anche nel periodo natalizio, affascinati anche dal lungo processo di preparazione che va ovviamente rispettato, ed ogni famiglia ha la sua ricetta segreta che custodisce gelosamente.

 

I 7 doni per Partenope

La leggenda narra che la sirena Partenope  sia la creatrice di questo dolce; in primavera durante il suo soggiorno nel golfo di Napoli, allietava il popolo napoletano con i sui canti, e la gente del posto per ringraziarla, inviò sette giovani fanciulle con doni provenienti dalla terra:

  • ricotta: simbolo di abbondanza
  • farina: simbolo di ricchezza
  • uova :simbolo di fertilità
  • grano nel latte: simbolo della fusione del regno animale e vegetale
  • zucchero: per celebrare il dolce canto della sirena
  • spezie: omaggio di tutti i popoli
  • fiori di arancio: profumo della terra campana

 

La sirena portò questi doni agli dei che impressionati dal gesto, mescolarono  tutti gli ingredienti creando la pastiera. Partenope allora fu incaricata dagli di tornare dove aveva ricevuto i doni e farne omaggio ai Napoletani.

Si narra anche la pastiera fece sorridere  Maria Tersa d’Austria,la regina che non rideva mai. Moglie di re Ferdinando II di Borbone ,sorrise per la prima volta quando assaggiò la pastiera ,tanto che il re esclamò : ci voleva la pastiera per far sorridere mia moglie ora dovrò aspettare un’altra pasqua per vederla sorridere di nuovo!

Le operose monache di San Gregorio Armeno

In realtà la pastiera  è stata creata dalle monache  di clausura del convento  di San Gregorio Armeno. Bravissime pasticciere mescolavano gli ingredienti simbolo della resurrezione e i fiori d arancio del giardino del convento. Avevano una modo di preparare la pasta tutto loro: le suore con le natiche e fianchi più prosperosi  si sedevano dimenandosi sopra l’impasto che era posto sui sedili di marmo del chiostro, sussurrando preghiere.

Le preparavano e le confezionavano per  i nobili e l‘alta borghesia napoletana. Quando i servitori andavano a ritirare le pastiere per conto dei propri padroni ,aprendo il portone facevano fuoriuscire un profumo che si estendeva in tutti i vicoletti e consolando i meno fortunati.

La tradizione vuole che la pastiera, simbolo di pace, si prepari il Giovedì  Santo, e può essere conservata per  almeno 10 giorni.

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La Barbajata: il caffè preferito da Gioacchino Rossini

 

Articolo di Michele Sergio (il Boss del Caffè)

Napoli, 1816. Gioacchino Rossini è “prigioniero” nel palazzo Barbaja. Come è possibile che uno dei Maestri della musica classica italiana sia recluso nel cuore della capitale del Regno delle Due Sicilie?

Tutto ebbe inizio quando Rossini, giovanissimo talento, si trovava a Napoli (dal 1815 al 1821) nominato direttore musicale del Real Teatro San Carlo. Incarico questo tra i più ambiti dell’epoca perché significava essere il primo “direttore musicale” della penisola italiana.

Domenico Barbaja gli commissionò la realizzazione dell’Otello, in cambio gli diede ospitalità nel suo bellissimo palazzo nel centro di Napoli.

L’artista rapito dal fascino della città partenopea e dalle tentazioni che essa offriva, non scrisse nemmeno una nota dell’opera commissionatagli. Racconta Dumas che il grande pesarese passava intere giornate seduto ai tavolini dei Caffè di via Toledo gustando le mille prelibatezze della cucina partenopea; in particolare amava bere uno speciale caffè con l’aggiunta della cioccolata (questo caffè poi prenderà il nome di Barbajata in onore a Domenico Barbaja).

Quando mancavano meno di due settimana alla prima e non si vide consegnata l’opera promessa disperato Barbaja decise di “rinchiudere” Rossini in una stanza del suo palazzo fino a quando non gliela avesse consegnata.

Vistosi “prigioniero” Rossini decise finalmente di mettersi a lavoro. Fu così che in pochi giorni compose l’Otello che fu rappresentato per la prima volta a Napoli il 04 dicembre1816.

Ricorrendo il 4 dicembre di quest’anno il 200esimo anniversario della prima rappresentazione dell’opera. Il Gambrinus ha voluto riproporre ai suoi clienti la famosa Barbajata e ha rivisitato la ricetta originaria riproponendola con questi ingredienti: cremina di zucchero, caffè, cioccolata calda e panna montata.

Chissà se il Maestro avrebbe approvato: a noi piace pensare di si.