Pan di Spagna

Il Pan di Spagna è nato in Italia

di Simona Vitagliano

Il Pan di Spagna è onnipresente, sulle nostre tavole, quando si tratta di dolci e torte da guarnire.

Compleanni, cerimonie, matrimoni ed occasioni speciali meritano sempre una torta personalizzata e, nella stragrande maggioranza dei casi, la base da cui tutto si origina è proprio questa soffice componente.

Ma da dove ha origine questa antica ricetta tradizionale?

Origini e storia

Nonostante il nome sembri indicare tutt’altro, le radici della ricetta originale del Pan di Spagna affondano nella nostra Italia. Di miti e leggende se ne narrano in quantità, ma noi ci affideremo alla teoria più veritiera e realistica.

Siamo nella prima metà del Settecento, nella Repubblica di Genova.

L’ambasciatore della Repubblica, il Marchese Domenico Pallavicini, rampollo di una facoltosa famiglia, venne inviato alla corte del re di Parigi, per questioni commerciali. Qui vi rimase a lungo, per circa due anni, facendo ritorno in patria, successivamente, con uno stuolo di consiglieri diplomatici e, importante per il nostro racconto, il personale di servizio di casa, incluso un giovane pasticciere: Giobatta Cabona.

Nessuno poteva immaginare che tutto questo avrebbe portato, poi, alla realizzazione di un nuovo dolce che sarebbe divenuto conosciuto a livello mondiale, tramandato di generazione in generazione per secoli, arrivando sino a noi.

In occasione di un ricevimento alla corte spagnola, il Marchese commissionò al pasticciere un dolce particolare, in grado di stupire gli ospiti.

La missione riuscì alla perfezione: padrone di casa e commensali rimasero piacevolmente meravigliati dalla consistenza leggera di quel dolce che aveva un sapore così delicato eppure così deciso.

Era nato il Pâte à génoise (Pasta Genovese), chiamato così proprio per dare omaggio a chi l’aveva ideato.

Ma allora da dove deriva il nome attuale?

Pâte à génoise e Pan di Spagna

Il nome “Pan di Spagna” è stato coniato successivamente, per onorare la corte spagnola che ne aveva apprezzato il sapore sin da subito; questo nome, però, si accodò ad una realizzazione del dolce leggermente modificata e semplificata. Mentre la ricetta originale, infatti, prevede una preparazione a caldo, per il Pan di Spagna l’impasto può essere realizzato a freddo.

Il risultato è, in ogni caso, identificativo, unico e delizioso. Tanto che, un secolo dopo la sua invenzione, divenne addirittura una “prova d’esame” per i ragazzi che studiavano per diventare maestri pasticceri della scuola di Berlino!

Prussiane

Le prussiane dalla Francia all’Italia

di Simona Vitagliano

Fragranti, dolci, saporite… le prussiane riescono a mettere d’accordo proprio tutti con il loro gusto delicato e quella forma così particolare che le rende riconoscibili ovunque.

Questi dolcetti, infatti, non esistono solo in Campania ed in Italia, ma anche nella regione Linguadoca, in Francia, peraltro loro luogo d’origine, dove sono chiamate palmiers (palme) o, riferendosi alla forma, coeurs (cuori), in Inghilterra, dove è possibile trovarle sotto i nomi elephant’s ear (orecchie di elefante) o butterflies (farfalle) e in Spagna, dove, invece, hanno preso il nome di orejas (orecchie).

Anzi, a dirla tutta, anche nel nostro stesso Paese non è infrequente ritrovarle sotto il nome di ventagli o girelle.

Le varianti

Nate in Francia, come detto, le prussiane si sono diffuse in tutto il mondo, soprattutto in Europa, prendendo diversi nomi ma anche diverse “direzioni”, in piccoli particolari, in cucina.

La ricetta base, infatti, prevede tuorlo d’uovo, pasta sfoglia e zucchero di canna, con dell’ottimo burro da spalmare nello strato interno, prima di chiudere e ripiegare tutto nella nota forma a cuore, che aiuterà gli ingredienti ad amalgamarsi per conferire quel sapore così delicato ma deciso all’insieme.

Ci sono, però, ricette più leggere, come quelle che fanno a meno del burro, e varianti più golose, con miele o crema di nocciole negli strati interni e persino cioccolato fuso (o altre creme) a copertura.

Noi napoletani, in genere, siamo più fedeli alla ricetta tradizionale, per cui nei nostri caffè e nelle nostre pasticcerie è molto facile gustare delle ottime prussiane… “come mamma le ha fatte”!

Sacher torte

L’origine della sacher torte

di Simona Vitagliano

Conosciamo tutti la torta Sacher: a qualunque età, è sempre un richiamo forte, per la sua estetica impeccabile e uniforme, per il suo sapore deciso ma delicato e per la sua grande quantità di cioccolato, che è magia per le papille gustative dei più golosi.

Elegante da portare in tavola, amata da tutti i bambini e peculiare nel gusto, è una delle poche torte che assicura il successo tra gli invitati.

Ma quali sono le sue origini e quale è la ricetta tradizionale?

Origini e tradizioni

La ricetta originale della Sacher prevede l’utilizzo di 18 albumi e 14 tuorli d’uovo, un leggero biscotto al cioccolato come base, un ripieno centrale di confettura di albicocche e una copertura di glassa al cacao e cioccolato fondente. La tradizione vuole che ogni fetta venga accompagnata da una spuma di panna acida semimontata, ma molti viennesi la considerano troppo asciutta per cui preferiscono accompagnarla con un buon cappuccino.

Ad ogni modo, nel tempo la ricetta si è evoluta e differenziata di luogo in luogo, per cui non è infrequente incontrare delle gustose varianti (che riguardano, per lo più, il ripieno centrale, che spesso è di ciliegie).

Per l’origine della Sacher c’è una data ben precisa a cui fare riferimento, che cade nel periodo della Restaurazione: il 9 Luglio 1832.

Quel giorno, a Vienna, in Austria, un giovane Franz Sacher (aveva appena 16 anni) si ritrovò, nonostante fosse erede di una ricca famiglia di albergatori, ad essere non solo il panettiere di corte del cancelliere di Stato, Klemens von Metternich, ma anche il suo pasticcere, poichè quello in ruolo era malato.

Il cancelliere ci teneva a fare bella figura con un ospite speciale, per cui commissionò al ragazzo un dolce degno da portare in tavola.

In quel momento, quello che era soltanto un ragazzino grande amante del cioccolato, riuscì, aguzzando l’ingegno, a creare una torta che, poi, sarebbe diventata famosa in tutto il mondo e il cui gusto sarebbe arrivato fino a noi.

L’entusiasmo a tavola fu tale che, pare, Metternich addirittura esultò!

 

 

Galleria Borbonica

La Napoli di sotto: la galleria borbonica

di Simona Vitagliano

Napoli è un posto incredibile: non si può camminare troppo a lungo senza inciampare in un pezzo di storia.

Accade così anche quando si mette il piede fuori dal Gran Caffè Gambrinus. A due passi da Piazza Plebiscito, infatti, in Vico del Grottone 4, c’è il secondo ingresso a quel patrimonio immenso che è la Galleria Borbonica (il primo ingresso è situato in via Domenico Morelli, dal parcheggio omonimo).

Si passa così, in pochissimi minuti, dallo stile liberty al vintage più incredibile ed inimmaginabile, passando per viadotti sotterranei, condotti d’acqua, automezzi abbandonati e molto altro.

Si tratta di un sito in continua evoluzione, poichè molti volontari stanno ancora partecipando ad operazioni di scavo e recupero e tanto c’è ancora da scoprire. Ma di cosa si tratta, esattamente? Cosa bisogna aspettarsi da una visita in quel luogo custodito sottoterra?

La storia

La Galleria Borbonica è una delle tante storie di Napoli raccontate… dal sottosuolo. Si trova esattamente sotto la collina di Pizzofalcone, proprio nei pressi del Palazzo Reale. E a tutto questo, ovviamente, c’è un motivo.

Il traforo venne, infatti, commissionato, nel 1853, da Ferdinando II di Borbone ad Enrico Alvino (già noto per gli incarichi di via Chiaia e S. Ferdinando), in modo da congiungere il Palazzo Reale con Piazza Vittoria, che era vicina al mare e alle caserme. L’idea non era del tutto nuova: c’era già stato un tentativo nel 1850 da parte dell’architetto Antonio Niccolini che però non era andato a buon fine.

Il decreto con il quale si dette vita a questo impegno, tuttavia, celava il motivo principale per cui tutto questo avveniva: il viadotto sotterraneo doveva servire come via di fuga per la famiglia reale in caso di necessità; in fondo, i moti del 1848 erano molto vicini, a livello temporale, e quindi si capisce da cosa scaturisse tale preoccupazione. Insomma, il vero fine era militare, per collegarsi velocemente con le caserme di Chiaia.

Il progetto originale comprendeva due gallerie, nei due sensi di marcia, di cui la prima, che portava a Chiaia, sarebbe stata chiamata “Strada Regia“, e la seconda, in senso contrario, “Strada Regina“.

Ci vollero circa 3 anni di impegno continuo per completare i lavori, che tuttavia non ebbero l’esito sperato perchè le difficoltà incontrate lungo il percorso furono tantissime: dai rami di un acquedotto settecentesco che si dovettero arginare con degli ingegnosi lavori di idraulica per evitare di levare l’acqua ad alcune botteghe, ad alcuni ambienti antichi, fino ad arrivare ad una grossa cisterna che riforniva la città di Napoli e alle cave di Carafa.

Con delle idee e delle realizzazioni che sono state pensate ed attuate man mano, i lavori si conclusero nel 1855, ma senza arrivare mai a Palazzo Reale e quindi lasciando un condotto che non presentava uscite; anche l’idea di aprire delle botteghe lungo il percorso venne abbandonata.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, questi luoghi trovarono un nuovo tipo di utilizzo, perchè fornirono rifugio per moltissimi cittadini napoletani (si parla dai 5mila ai 10mila), rimasti senza casa a causa dei bombardamenti. Vennero realizzate delle ulteriori aperture appositamente per rendere più semplice ed agibile il transito ed inoltre le gallerie vennero dotate di impianto elettrico e servizi igienici, sistemando il tutto un po’ alla buona anche rivestendo le pareti di calce bianca.

Ma non è stata l’unica volta in cui la Galleria ha cambiato destinazione d’uso.

Nel dopoguerra, negli anni 70, è stata utilizzata come Deposito Giudiziale Comunale per immagazzinare i ritrovamenti provenienti dalle macerie dei bombardamenti, ammassando, al contempo, anche tutto quello che veniva recuperato da crolli, sfratti e sequestri, come moto e auto, arrivando anche, purtroppo, a scarichi abusivi.

In tempi più recenti, nel 2007, è stato anche scoperto un ulteriore passaggio murato che portava in un’altra zona che era stata adattata a ricovero bellico e che in passato era stato utilizzato dai famosi “pozzari” per occuparsi della manutenzione dell’acquedotto. Ed è proprio il luogo in cui, oggi, è situata la seconda entrata, nei pressi di Piazza Plebiscito, a due passi dal Gambrinus!

Pastiera napoletana

Pastiera: origini di una golosità

di Simona Vitagliano

A Napule regnava Ferdinando
ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa,
o’ musso luongo, nun redeva maje,
comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera,
le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’ creature:
uova, ricotta, grano e acqua re ciure,
‘mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
a può purtà nnanz o’ Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
e le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
stà Pastiera la faccia un po’ più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!

Le origini della Pastiera pare siano indissolubilmente legate a questi versi, di autore ignoto.

La storia è quella di Ferdinando II di Borbone, legato in matrimonio a Maria Teresa d’Austria, che viene presa in giro in quanto molto restìa al sorriso… tranne quando si ritrova, per caso, ad assaporare un pezzetto di pastiera. In quella occasione la sua aria austera e fredda viene improvvisamente abbandonata. Ferdinando, quindi, entusiasta e alquanto meravigliato, si augura che il cuoco gli prepari questa leccornia un po’ più spesso, per evitare che la moglie rida solo una volta all’anno, cioè in concomitanza della Pasqua.

Un’altra delle tante testimonianze, tra l’altro, del fatto che a Napoli, da sempre, ridere è quasi obbligatorio!

Esistono anche altri racconti, che rientrano più nel mito e nella leggenda, però, che coinvolgono questo dolce così particolare.

Racconti, leggende ed interpretazioni

La pastiera è da accreditarsi, sicuramente, al popolo partenopeo, anche se, con il crescere della sua fama e degli apprezzamenti anche al di fuori della Campania, la sua ricetta originale si è via via modificata di luogo in luogo, acquisendo nuove specificità e caratteristiche.

Napoli, da sempre terra di pescatori e di naviganti, sarebbe il palcoscenico di un episodio così particolare, legato a questo dolce tipico, da essere annoverato tra le leggende del luogo.

Tutto sarebbe avvenuto in un’antica notte napoletana in cui, come spesso accadeva, le mogli dei pescatori avevano lasciato in pegno al mare, come offerta sacrificale, delle ceste con ricotta, frutta candita, grano, uova e fiori d’arancio. Può sembrare “cos’ e nient’“, come avrebbe detto Eduardo De Filippo, ma in uno scenario di povertà e difficoltà economiche molto importanti, privarsi anche di pochi beni come questi era un vero e proprio sacrificio. L’intento era di fare in modo che il mare, ringraziando per l’offerta ricevuta, riportasse a terra i loro mariti sani e salvi. Ma, pare, accadde qualcosa di molto più sbalorditivo. Un vero segno del destino, del mare, della Provvidenza? I flutti, infatti, durante le ore notturne avrebbero mescolato gli ingredienti presenti nelle ceste, dando vita ad un dolce nuovo, ricco di nutrienti genuini e di gusto, quello che oggi, appunto, chiamiamo pastiera. Un regalo del mare che apparve agli occhi increduli delle donne, il mattino seguente.

Questa leggenda è stata analizzata e sviscerata per capirne di più e ne sono state tratte conclusioni interessanti.

In primo luogo, bisogna portare indietro di parecchi secoli le lancette dell’orologio e ricordare che in passato, anche nelle prime cerimonie cristiane, era consueta abitudine offrire offerte votive con determinati significati, come latte e miele con il grano come augurio di ricchezza e fecondità o le uova come simbolo di natività. Le analogie, quindi, si vede che sono davvero tante. Inoltre, anche per i fiori d’arancio c’è un significato metaforico ben preciso, anche piuttosto prevedibile: sono il simbolo della Primavera! Una stagione che si ritrova a contenere, praticamente sempre, le festività pasquali, per cui, anche in questo caso, i conti tornano.

Infine c’è un’altra teoria, che vedrebbe un antico monastero napoletano coinvolto nella diffusione della ricetta tradizionale, anche se non si hanno notizie precise nè sul periodo in questione nè sull’entità precisa del luogo protagonista.

Una teoria che risulta molto plausibile, ma che, purtroppo, ad oggi, non ha riscontri concreti, se si pensa a quanti dolci tipici partenopei siano nati proprio in conventi e monasteri, come offerte per chi li supportava economicamente e li visitava.

Insomma, si può dire che quella della pastiera è la storia, forse, più nebulosa e misteriosa tra i dolci della cucina tradizionale partenopea!

 

Gambrinus

Gambrinus, chi era?

di Simona Vitagliano

L’unica cosa certa che si sa di Gambrinus è che è il “Bacco della Birra“.
Patrono, Re e inventore di questa bevanda così amata in tutto il mondo, ha dato il nome anche ai nostri locali, ma sono tantissime le leggende, le storie e gli aneddoti che si raccontano sul suo conto.

Ipotesi etimologiche

Si ipotizza che il nome Gambrinus derivi dal latino cambarus (celleraio, addetto alle cantine) o da ganeae birrinus (colui che beve in una taverna) ma anche dal celtico camba, un termine che indicava la pentola dove veniva preparata la birra. Ancora, però, potrebbe derivare da un errore di trascrizione del nome “Gambrivius”, che appare in una incisione di cui parleremo più avanti.

Le ipotesi più accreditate: Jan Primus, Re delle Fiandre e Giovanni il senza paura

L’idea generalmente accreditata è quella che lega il nome Gambrinus alla figura di Giovanni I di Brabante (1254-1298), Re delle Fiandre (nell’attuale Belgio). Il suo nome, in fiammingo, sarebbe proprio Jan Primus.

Altri collegano a questo nome, invece, Giovanni di Borgogna (1371–1419), noto come Giovanni il senza paura, conte di Borgogna, appunto, Artois e Fiandre, da alcuni ritenuto inventore della birra con malto e luppolo. In particolare, Giovanni di Borgogna, che fu personaggio di spicco nella Guerra dei 100 anni, morì assassinato dalla scorta del Delfino di Francia, in un incontro che, invece, avrebbe dovuto sancire la pace. Per molti questa morte sarebbe un’eco a quella del leggendario Gambrinus, avvenuta in un duello, per mano di un cavaliere francese. Anche in questo caso, infatti, ci sarebbe stato un inganno. Il cavaliere si sarebbe rivolto al suo rivale dicendo: “Che succede? Combattete in due contro di me?”, in modo che lui si distraesse e si guardasse indietro per capire chi ci fosse alle sue spalle; in quel momento gli sarebbe stato inferto il colpo mortale, a tradimento, seguito da queste parole: “So che il vostro secondo io era la birra cheforza, bevuta da voi prima di affrontare il cimento. Avutane paura, ho dovuto colpirvi alle spalle per avere qualche speranza di sopravvivere”.

Tutto questo, sebbene la scarsità delle prove storiche, sarebbe provato anche da una incisione colorata che si trova su un Libro tedesco del 1543: “Le origini dei primi dodici antichi re e principesse della nazione tedesca”. Questa incisione mostra un certo “Gambrivius, re del Brabante” dalla folta barba rossa e in armatura, vicino ad un covone di grano, con una corona floreale fatta, pare, proprio di infiorescenze di luppolo.

Altre ipotesi

L’umanista Johann Georg Turmair, vissuto in Baviera tra 1400 e 1500, parla di Gambrinus nei suoi “Annales Bajorum” (Annali Bavaresi): in questa versione si tratterebbe del figlio di Marsus, un (ipotetico?) re germanico dell’era precristiana, famoso per la quantità di birra che beveva. Gambrinus sarebbe un re illuminato, fondatore anche del porto fluviale di Amburgo, appassionato consumatore di birra.

Il poeta tedesco Burkart Waldis, invece, nel 1543, introdusse addirittura nel mito la dea egizia della maternità e della fertilità, Iside, che avrebbe insegnato a Gambrinus l’arte della birra.

Ancora, altre fonti daterebbero questo personaggio ai tempi di Carlo Magno, essendo addirittura il birraio alla corte del fondatore del Sacro Romano Impero.

C’è persino una leggenda che vorrebbe il nostro “eroe” capace di bere 117 pinte di birra al giorno!

Un’altra storia parlerebbe di un amore non corrisposto e di una lacerante disperazione del nostro protagonista che, alle soglie del suicidio, avrebbe fatto un patto col diavolo per dimenticare l’oggetto del suo desiderio, in cambio della sua anima… come offerta, il Re del Male gli avrebbe dato la ricetta della birra che avrebbe avuto il successo che ben possiamo immaginare, inclusa… la passione della giovane ragazza che, però, il Gambrinus aveva, finalmente, dimenticato, fino al punto di non riconoscerla quando accorse alla sua locanda a bere la birra!

C’è infine un mito che riguarda una sfida. Gambrinus, più o meno nel 1100, sarebbe divenuto capo della corporazione dei birrai di Bruxelles che, per testare la sua forza e la sua determinazione, organizzarono una gara di forza: un barile di birra doveva essere trasportato a braccia per una certa distanza. Gambrinus, furbo e assetato, avrebbe aperto il barile, bevuto tutto il contenuto e trasportato una giara vuota, vincendo la gara e diventando, a tutti gli effetti, il Re della Birra.

 

Insomma, ci sono tante linee comuni tra tutti i racconti popolari e le leggende, ma quello di Gambrinus è un personaggio, ancora oggi, avvolto nel mistero.

'A vucchella

‘A vucchella, un classico della canzone Napoletana

di Simona Vitagliano

Si’ comm’a nu sciurillo…
tu tiene na vucchella,
nu poco pucurillo,
appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,
è comm’a na rusella…
dammillo nu vasillo,
dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo
nu vaso… piccerillo
comm’a chesta vucchella
che pare na rusella…
nu poco pucurillo
appassuliatella…

La canzone napoletana ha fatto la storia nel mondo, ma ogni suo brano custodisce dentro di sè, a sua volta, un’altra storia.

Tra l’altro, può sembrare quasi incredibile, ma questo grande classico della tradizione musicale partenopea non è stato scritto da un nostro concittadino… ma dovremmo esserci abituati, gli estimatori di Napoli che le hanno dedicato canzoni e versi nella lingua madre sono tanti, anche tra i “forestieri”; basti pensare, ad esempio, a Lucio Dalla o a Renzo Arbore.

La storia

Siamo nell’anno 1892: Gabriele D’Annunzio, era nel suo periodo napoletano (1891-1894) e lavorava presso la redazione de “Il Mattino“. Suo collega era Ferdinando Russo, autore di canzoni napoletane. Pare proprio che tutto sia nato da una semplice scommessa: Ferdinando, infatti, sfidò D’Annunzio sulla sua capacità di comporre liriche in dialetto napoletano. La difficoltà risiedeva proprio nel fatto che il poeta era abruzzese!

Ed è proprio ad un tavolino del Gambrinus, da sempre ritrovo di poeti ed artisti, accompagnato da un buon caffè, che lo scrittore avrebbe dato vita a questi versi, poi successivamente pubblicati e musicati.

C’è chi sostiene che sia stato lo stesso D’Annunzio a inviare le liriche a Francesco Paolo Tosti, anch’egli abruzzese, per la composizione delle musiche, e chi, invece, riporta che il testo fu consegnato a Russo, che lo conservò fino al 1904, per poi inviarlo a Tosti.

In ogni caso, la canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano con la data originale di composizione e fu un successo, nonostante non fosse il frutto di autori napoletani.

Il resto è storia.

Enrico Caruso, Luciano Pavarotti e Roberto Murolo hanno reso grande Napoli e la canzone napoletana in tutto il mondo anche grazie a questo brano!

IMG_3491

Caffè Kinder, quando il caffè sposa il famoso cioccolato

Articolo scritto da Michele Sergio (alias il Boss del caffè)

Il Boss del Caffè ha una mission precisa: diffondere nel mondo l’Espresso Napoletano ed i Caffè Speciali Napoletani.

 

Nostalgia

L’avverto ogni volta che si parla del caffè Kinder. La mia adolescenza che ritorna con il cioccolato al latte, le barrette, il bimbo (in tedesco, per l’appunto, kinder) bravo e bello che lo addenta …

Alla fine degli anni ‘90 dello scorso secolo nei bar napoletani si diffondono i caffè speciali ovvero le variazioni sul tema della più classica bevanda “made in Naples”: il caffè alla nocciola, il caffè del nonno, il caffè Rocher, il caffè Kinder, tanto per citare i più noti. Ricordo code di persone al di fuori dei locali di piazza Trieste e Trento per accedervi ed assaggiare queste deliziose novità.

In quel periodo non amavo il caffè. Il primo caffè che ho provato è stato proprio un caffè Kinder perché più dolce rispetto all’espresso, perché simile ad un semi-freddo, perché mi riportava alla mia fanciullezza. Come me, al contrario dei puristi dell’espresso, in tanti sono partiti da uno speciale per arrivare, alla classica “tazzulella ‘e café”. Come me in molti dal caffè Kinder, forse il mio preferito.

caffè-kinder 

La ricetta

Spalmare sui bordi interni del bicchiere da un lato la cioccolata bianca e dall’altro la crema di nocciola; versare la crema di caffè (una sorta di mousse fredda preparata con panna, caffè e zucchero), panna montata e cioccolattino.

Ingredienti

  • Caffè: preparato con la moka; raffreddare; zuccherare;
  • Cioccolata bianca e Crema di nocciole;
  • Crema di caffè: 200 ml di panna da pasticceria, 2 tazzina di caffè amaro e 2 cucchiai di zucchero a velo (circa 30 gr;
  • Panna montata: 200 ml di panna da pasticceria e 100 gr di zucchero bianco;
  • Cioccolatino

Se vuoi preparare a casa questo gustosissimo caffé, guarda il nostro video tutorial

Foto storica del Gambrinus, 1920

Lo Stile Liberty a Napoli

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus ha attraversato più di un secolo e mezzo, insieme ai napoletani, tra fondazione, evoluzioni, clienti di qualunque ceto sociale e grandi artisti, benevolenza della famiglia reale, caffè sospeso, Cafè Chantant, chiusura durante il fascismo, riapertura nel dopoguerra e tantissimo altro.

É stato l’imprenditore Vincenzo Apuzzo a dargli vita, nel 1860, quando in Europa imperava la corrente dell’Art Nouveau, che in Italia cominciò a prendere il nome di Stile Liberty, dal noto commerciante londinese Arthur Liberty che, nei suoi magazzini, esponeva pezzi d’arte e tessuti ispirati alla corrente di fine Ottocento e inizio Novecento.

Non ci volle molto perchè questa tendenza abbracciasse tantissimi campi, anche a livello sociale: architettura, arredi d’interni, decorazione urbana, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica e persino utensili, illuminazione e arte funeraria!

Le origini del movimento sono tutte da ritrovarsi nell’anglosassone Arts and Crafts, un’altra ondata artistica nata per reazione (colta, si trattava di artisti e intellettuali) all’industrializzazione del tardo Ottocento. L’artigiano era il nuovo “eroe”, l’unico in grado di poter creare pezzi unici, in contrasto con la produzione in serie e la meccanizzazione che aveva ucciso, in qualche maniera, l’arte.

Ecco da dove nacquero, quindi, anche le ispirazioni per il design e l’architettura moderna.

Ed ecco perchè il Gambrinus conserva ancora, gelosamente, le eredità estetiche di quel periodo, tra gli stucchi, le linee morbide, i quadri e le statue che lo animano, nonostante la manutenzione e le evoluzioni del suo lungo periodo di storia partenopea. Tra le tante, al suo interno, si trovano anche opere di Gabriele D’Annunzio.

 

Il puffo e il pianoforte all'interno del salone Michele Sergio

Anche il Vomero e Posillipo, che all’epoca erano quartieri in urbanizzazione, cominciarono a popolarsi di palazzi importanti adornati di elementi (lampade, balaustre, portoni, lampadari, corrimano) in ferro battuto, vetrate luminose, torri e pilastri, decori floreali, in un’atmosfera che, per Napoli, era nuova ma anche “tradizionale”, visto che per la città l’artigianato era sempre stato punto focale della sua esistenza.

D’altro canto, anche la stazione ferroviaria di Mergellina, del terminal della Cumana e della funicolare di Montesanto rispettano lo stesso stile, ricordando anche il Rione Amedeo, San Felice, via Palizzi, San Pasquale e Parco Margherita, che ospitano importanti palazzi realizzati in quello stesso momento storico e che ricordano ancora, insieme al Gambrinus, la Napoli di quel periodo.

Zeppole di San Giuseppe

Zeppole di San Giuseppe: origini e curiosità

di Simona Vitagliano

Prelibatezza per gli occhi e per il palato, le zeppole di San Giuseppe deliziano napoletani ed italiani nel giorno in cui ricorrono i festeggiamenti del santo e della Festa del papà.

Ma quali sono le origini di questo dolce così unico e particolare?

La storia

Quello che di certo si sa è che la zeppola di San Giuseppe è approdata per la prima volta su carta nello storico trattato “La Cucina Teorico Pratica”, del 1837, del  gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino.

Il resto delle storie che si raccontano sulle sue origini, invece, sono tutte un po’ nebulose e differenti tra loro, non solo per contenuti ma anche per i luoghi che coinvolgono.

Zeppola di San Giuseppe

Ipotesi legate alla religione

Dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe si ritrovò a vendere frittelle per poter provvedere al sostentamento della famiglia, una volta approdati in terra straniera. Si sarebbe originata da qui la tradizione che vedrebbe in questi dolci il simbolo tipico anche della Festa del papà, in onore proprio di San Giuseppe.

Un’altra versione implicherebbe il fatto che San Giuseppe è il patrono dei falegnami e degli artigiani, per cui, un tempo, in questa ricorrenza, si festeggiava la “Festa del falegname”, con copiose vendite di giocattoli di legno, di qualunque tipo e qualunque forma. I genitori erano soliti regalarne uno ai propri bambini, ma quando, nel 1968, il giorno di San Giuseppe diventò anche Festa del Papà, i ruoli si sono invertiti ed i figli hanno cominciato la lunga tradizione di regali al proprio padre.

Ipotesi legata all’antica Roma

Siamo, più o meno, nel 500 a.C.

Il 17 Marzo, nell’antica Roma, era una data molto importante: si festeggiavano le Liberalia, feste in onore delle divinità del vino e del grano, Bacco e Sileno. Era una giornata dedicata a vino e frittelle di frumento, che venivano fritte nello strutto bollente.

La giornata di San Giuseppe è successiva di soli due giorni, per cui sarebbe stato così che delle “discendenti” di quelle frittelle siano diventate simbolo anche di questa festività. Probabilmente si tratta semplicemente di una ricetta che si è evoluta nei secoli fino a diventare quella che conosciamo oggi.

Ipotesi partenopea

C’è poi una versione che vede i napoletani protagonisti al 100%.

La classica zeppola di San Giuseppe, come noi la conosciamo, è nata come dolce conventuale, ma anche qui ci sono ancora molti dubbi: c’è chi parla del convento di San Gregorio Armeno, chi di quello di Santa Patrizia, chi ne attribuisce la manifattura alle monache della Croce di Lucca e chi a quelle dello Splendore. Fatto sta, comunque, che la tradizione vuole che i friggitori napoletani solevano esibire la propria arte culinaria friggendo le zeppole in strada, davanti alle proprie botteghe.

Ipotesi pagana

C’è anche da dire che il 19 Marzo si è sempre festeggiata la fine dell’inverno con i famosi “riti di purificazione agraria”, nei quali, in molti paesi del meridione, vengono accesi grandi falò e preparate grosse quantità di frittelle.

Ingredienti e varianti

Sebbene la ricetta campana preveda ingredienti di base del tipo di farina, zucchero, uova, burro, olio d’oliva, crema pasticcera, zucchero a velo e amarene sciroppate per la decorazione, esistono, lungo tutto lo stivale, parecchie varianti che ne decretano preparazioni diverse nelle svariate regioni.

La tipica zeppola pugliese, ad esempio, è fritta nello strutto proprio come antica ricetta vorrebbe; quella itrana (provincia di Latina) prevede una copertura anche a base di miele al posto dello zucchero; la siciliana ha una forma cilindrica e vede tra gli ingredienti anche riso, miele d’arancio e cannella; la zeppola reggina (di Reggio Calabria), invece, è detta zippula ca’ ricotta, e somiglia più a un bignè preparato con farina, zucchero, uova, vanillina e strutto e farcito con ricotta, zucchero, cannella e limone grattugiato; le zeppole molisane e cosentine assomigliano molto a quelle napoletane, mentre quelle teramane (di Teramo), che si ritrovano anche dal Gran Sasso fino alla zona costiera, sono ancora una volta dei bignè, ma questa volta più grandi, farciti con crema pasticciera bianca con l’aggiunta di un’amarena.

Zeppola di San Giuseppe