Produzione della birra

Come si fa la birra?

Abbiamo visto che Gambrinus sta alla birra come Bacco sta al vino.

Ma, esattamente, cosa c’è dietro al processo di produzione della birra e perchè è così buona, naturale e tanto bevuta ed apprezzata in tutto il mondo?

Un prodotto tutto naturale

Essenzialmente, la birra è una bevanda che si ottiene da acqua e malto d’orzo, uniti a lievito e luppolo: tutti ingredienti al 100% naturali!

Ma vediamo più nello specifico come avviene questo processo.

FASE 1: Produzione del malto

In questa fase l’orzo o gli altri cereali scelti (come frumento, segale, mais) vengono sottoposti ad un processo di germinazione. Attraverso una immersione in acqua, per 2-4 giorni, si stimola una macerazione, per poi riporre i cereali su alcune griglie, sulle quali riposeranno per 5-6 giorni: in questo momento i semi cominceranno a germogliare.

A questo punto avviene l’essiccazione e la tostatura, che bloccano la germinazione e, a seconda delle temperature utilizzate, lasceranno ottenere un tipo di malto piuttosto che un altro.

FASE 2: Ammostatura

I cereali maltati vengono macinati e miscelati con acqua tiepida: la temperatura sarà fatta salire ancora facendo in modo che l’amido si trasformi in uno zucchero, esattamente il maltosio; si sarà così ottenuto quello che comunemente è definito “mosto“.

Solo in questo momento sarà possibile abbassare la temperatura, in modo che il mosto diventi più chiaro in colore, si sterilizzi e risulti più concentrato. Si aggiunge poi il luppolo, che conferisce il classico sapore e aroma amarognolo alla bevanda. Anche in questo caso, la durata dell’ebollizione varia a seconda del tipo di prodotto finale che si vuole ottenere, ma non si superano quasi mai le due ore.

FASE 3: Fermentazione

Poichè esistono sia birre ad alta che a bassa fermentazione, il mosto viene lasciato raffreddare alle temperature opzionate in base a questa suddivisione.

Da questa scelta dipenderà anche l’utilizzo di particolari lieviti piuttosto che altri.

I lieviti per la birra ad alta fermentazione, ad esempio, prediligono temperature elevate e salgono in superficie durante la fermentazione, trasformando lo zucchero in alcol e producendo anidride carbonica. Questo è il metodo più antico, molto utilizzato per le corpose e aromatiche birre inglesi.

I lieviti per la birra a bassa fermentazione, invece, prediligono le basse temperature e si depositano sul fondo, lasciando che l’anidride carbonica resti nella birra. I prodotti finali ottenuti in questo modo sono le Lager (che in tedesco significa “deposito”), leggere e fragranti, che dopo la fermentazione rimangono, appunto, “a deposito” a temperature inferiori agli 0 gradi, per divenire più stabili e gustose.

FASE 4: Imbottigliamento e pastorizzazione

Nell’ultima fase della sua produzione la birra viene filtrata, pastorizzata e, infine, imbottigliata.
In particolare, il processo di pastorizzazione, che si utilizza anche per moltissimi altri alimenti, come il latte, consiste nel portare la bevanda ad una temperatura di circa 60°, solo per pochi minuti, per liberarla da qualunque batterio che potrebbe risultare nocivo. Al termine di quest’ultimo step la birra risulterà limpida e pronta per essere bevuta.
Ci sono alcune tipologie, però, che non richiedono filtraggio e pastorizzazione: vengono comunemente chiamate Weizen e risultano più torbide, meno trasparenti e con un sapore più intenso, aromatizzato anche dal lievito.

Gelato

La storia del gelato è tutta italiana

Colorato, genuino, rinfrescante; alla frutta o in dolci creme gustose; "caldo" oppure fresco e corroborante; ricco di vitamine, sali minerali, proteine: parliamo del gelato, l'alimento preferito da grandi e piccini durante le stagioni più calde.

Ma sapevate che l’origine di questa leccornia tutta salute è italiana?

Le origini del gelato

Volendo ripercorrere la storia all’indietro, arrivando fino agli “avi” del gelato moderno, si può addirittura arrivare alla Bibbia, nel racconto di Isacco,che offre ad Abramo latte di capra misto a neve: sarebbe una sorta di gelato/granita dell’antichità!

I Romani, poi, parlavano di “nivatae potiones”, dei tipici dessert freddi, ottenuti conservano in alcune cave la neve raccolta durante gli inverni, per poi portarla in città durante le stagioni più calde, mescolandola ad altri ingredienti. Ne parla anche Seneca di queste gustose macedonie di frutta con miele e neve!

Ma per osservare un alimento più simile a quello che conosciamo noi oggi bisogna saltare direttamente al Cinquecento, con un occhio fermo, in particolare, su Firenze. Sarebbe qui, infatti, che colui che è tradizionalmente riconosciuto come il “papà” del gelato, l’architetto Bernardo Buontalenti, avrebbe ideato questa ricetta con latte, panna e uova. Ma questo non è l’unico nome che ruota intorno alle origini di questo fresco alimento estivo.

Ce n’è un altro, sempre italiano, da citare: Francesco Procopio dei Coltelli, gentiluomo palermitano trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole; qui l’uomo aprì il primo caffè-gelateria della storia, rimasto ancor oggi celebre e rinomato in tutto il mondo, il caffè Procope, dove ai clienti serviva proprio porzioni di gelato in vari gusti.

Ma come ha fatto, poi, il gelato italiano a diventare l’ice-cream americano?

Ancora una volta c’è lo zampino di un nostro connazionale!

Fu un certo Filippo Lenzi, alla fine del XVIII secolo, ad aprire la prima gelateria in America; da lì fu un successo clamoroso, così imponente da stimolare la fantasia dei buongustai per nuove proposte su gusti e invenzioni: nacque, infatti, la sorbettiera a manovella, nel XIX secolo, per mano di William Le Young.

Il passo alla produzione industriale in serie è stato brevissimo.

Gelato industriale

I nostri nonni e parenti più anziani sicuramente ricorderanno la rivoluzione portata in tutte le case degli italiani dal “Mottarello“, il primo gelato industriale su stecco, nato proprio qui, in terra nostrana, nel 1948.
Poco dopo, negli anni 50, arrivò (e trionfò) il primo cono con cialda industriale… parliamo dell’unico, mitico, inconfondibile Cornetto!
Ma è negli anni 70, con la diffusione del frezeer domestico, che fu possibile acquistare i primi “secchielli” formato famiglia: il nome “Barattolino” vi dice qualcosa?

Siamo in anni recenti, infine, ed arriva anche la prima versione di gelato-biscotto: il Ringo.

Da lì è stata una continua evoluzione, ispirazione, invenzione, ma gli standard su cui hanno poggiato i gelati di tutto il mondo hanno avuto come matrici proprio questi 3 “avi” così famosi e conosciuti ancora oggi dai nostri bambini.

Campari

Campari: le origini dell’aperitivo italiano

In fondo, non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?

Sono anni, ormai, che la frase di questo spot pubblicitario, ripresa dal filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, rimbomba nelle nostre teste, colorando le nostre giornate anche attraverso tutte le vignette scherzose ed i meme che sono stati creati sulla sua base.

Campari ha sempre fatto del buon advertising, su questo non ci sono dubbi.

Con la saga Red Passion, cominciata alla fine degli anni 90, sono state tantissime le personalità di spicco del mondo dello spettacolo d’oltreoceano a prestarsi per gli spot: da Salma Hayek a Eva Mendes, finendo a Benicio Del Toro.

Eppure il Campari è tutto italiano, con 150 anni all’attivo di una ricetta rimasta invariata nel tempo; com’è nato, quindi, questo mito?

La storia

Siamo nel 1860, in un piccolo bar di Novara, chiamato il “Caffè dell’Amicizia”, rilevato da un certo Gaspare Campari. Qui nasce e si perfeziona quello che sarebbe diventato il bitter che conosciamo oggi, all’epoca chiamato “Rosa Campari“, un alcolico ottenuto dall’infusione in alcol e acqua, di erbe aromatiche, piante e frutta.

Quando la famiglia di Gaspare si trasferisce a Milano, alla fine dello stesso anno, il Campari passerà attraverso la Galleria Vittorio Emanuele II, dove verrà fondato il bar Campari, appunto, e il famosissimo Camparino che, dal 1915, anno in cui viene inaugurato, rivoluziona tutto poichè, dal suo scantinato, parte un impianto idraulico che arriva direttamente al bancone, in grado di garantire flusso continuo di seltz ghiacciato. Lo stesso scantinato/retrobottega dove il proprietario, instancabilmente, lavora a “elisir” alcolici di piacere, tra cui i famosi Bitter all’uso d’Hollanda e il Cordiale. Una assoluta novità!

Il bar presto comincerà a popolarsi di artisti, intellettuali, politici, divenendo alla moda, importante, un punto di riferimento dell’aperitivo milanese.

Quarant’anni dopo viene inaugurato  il primo impianto produttivo a Sesto San Giovanni e l’azienda inizia a esportare all’estero.

E la bottiglietta a forma di calice capovolto, così particolare, da dove arriva?

Ancora una volta bisogna riferirsi alle strategie di marketing sapientemente scelte dai proprietari del marchio.

Nel 1926 viene ingaggiato Fortunato Depero, pittore e scultore all’avanguardia, per occuparsi della campagna pubblicitaria di Campari. In verità, il loro rapporto deve essere cominciato tempo prima poichè nel 1925 si ritrova già uno schizzo di quella che diverrà la famosa bottiglietta, che all’epoca era solo l’immagine per un manifesto pubblicitario.

Davide Campari, figlio e successore di Gaspare al comando dell’azienda, la adotterà come bottiglia dell’aperitivo, adattandola al marchio completamente e personalizzandola, imprimendo la scritta sulla sua superficie di vetro.

Da lì il successo di Campari è stato inarrestabile, globale e mondiale.

Il bitter è stato testimonial di eventi storici, presenza nei film di Federico Fellini, compagnia per milioni di italiani negli sketch di Carosello.

Una ricetta che è diventata simbolo del nostro Paese e ambasciatore di esso nel mondo!

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Un caffè per Totò

Articolo di Michele Sergio

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa del più grande attore partenopeo: il Principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio conosciuto semplicemente con lo pseudonimo “Totò”. Era il 15 aprile del 1967 e una folla numerosissima e commossa dava l’ultimo addio al grande attore nella Basilica del Carmine Maggiore.

Tutti dobbiamo qualcosa a Totò. Tutti noi napoletani siamo cresciuti guardando i suoi film, ripetendo le sue gang e le sue battute e ricordando i suoi sketch. A distanza di mezzo secolo i suoi film hanno ancora la capacità di farci ridere (per la sua comicità unica) e piangere (per i temi trattati ancora attualissimi).

In onore al grande attore napoletano i fratelli Sergio, patroni dello storico Gran Caffè Gambrinus, hanno deciso di dedicargli la sala principale dello storico Locale. L’evento è stato fissato per il 13 giungo (Sant’Antonio) e la madrina nonché ospite d’onore sarà Liliana De Curtis sua figlia che inaugurerà la targa del suo amato padre.

Per l’occasione si è pensato anche di realizzare una torta ed un caffè che prende spunto da quelli preparati nell’epoca di Totò. Negli anni ’50 e ’60 i napoletani erano soliti bere un caffè corretto con l’anice, il cd. “Scarffariello”. Il Caffè Totò riprende questo caffè, che come dice lo stesso nome deve essere rigorosamente scaldato con la lancetta a vapore, oltre ad essere per così dire “strapazzato” dal barista con lo zucchero ed il cacao. Il tutto decorato con il “Cappello di Totò” (un cioccolatino preparato con l’impasto della torta caprese ricoperto di cioccolato).

Sono sicuro che anche ad un “Principe” questo caffè può essere servito!

Grazie Totò

 

Fonte: VediNapoli

Piazza Trieste e Trento, ecco come si chiamava un tempo

La toponomastica napoletana è cambiata più volte, e per i più svariati motivi, nel tempo.

Abbiamo già visto le beghe che hanno riguardato via Toledo/via Roma, una delle strade che portano al nostro Gran Caffè; oggi, invece, ci occupiamo di un altro dei luoghi a noi cari e prossimi: Piazza Trieste e Trento.

La storia

Quella che noi oggi chiamiamo Piazza Trieste e Trento è sicuramente famosa per la Fontana del Carciofo che la riempie nel centro: si tratta di una delle fontane monumentali di Napoli, fatta costruire da Achille Lauro nel periodo della sua giunta comunale, tra il 1952 e il 1957.

Ma, oltre alla nostra presenza sul lato Ovest, al piano terreno del palazzo delle Prefettura, troviamo, ai suoi margini, il Teatro San Carlo, il Palazzo Reale, il Palazzo del Cardinale Zapata, con il suo Museo “Giuseppe Caravita Principe di Sirignano”, dedicato agli artisti napoletani dei due secoli scorsi, e la seicentesca chiesa di San Ferdinando, inglobata alla Galleria Umberto I, da cui questo luogo, inizialmente, prese il nome.

Questa piazza, tra l’altro, ha cambiato non solo denominazione ma anche posizione!

Piazza Trieste e Trento antica

Fino al 1843, infatti, Piazza San Ferdinando sorgeva dove oggi si trova un ampio spazio tra il teatro San Carlo e il palazzo reale, luogo designato a quello che era posto, obliquamente, tra le due strutture: il palazzo Vicereale, chiamato anche palazzo Vecchio, realizzato nel 1540 su progetto di Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, per volere del viceré don Pedro di Toledo, che fu abbattuto nel 1837, quando Ferdinando II delle Due Sicilie (Borbone) ideò un progetto di ampliamento del Palazzo Reale che prevedeva questa “perdita”.

Fu solo nel 1919 che questa piazza prese il nome che noi conosciamo oggi, per volere dei Savoia, in celebrazione della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale.

Ora come allora, Piazza Trieste e Trento è di forma irregolare, ma è stata trasformata più volte, fino alla fine dell’Ottocento, prima di prendere le sembianze e le connotazioni attuali.

Un altro dei pezzi di storia di Napoli, che ha vissuto insieme a Re, Regine, uomini facoltosi ma che ha anche assistito al passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, presenziando a tutte le fasi della vita partenopea, dall’Ottocento sino ad oggi.

Granita siciliana

La Granita siciliana

di Simona Vitagliano

Il caldo torrido, il ventilatore o il condizionatore acceso, una terrazza, un giardino o una casa vacanze in spiaggia pronta ad accogliere una tavolata di amici a cena: è così che immaginiamo e sogniamo l’estate ogni anno; e nessuno può dirsi immune al fascino di un dopocena o di un dessert fresco offerto da una dolce granita di frutta.

Quello che non tutti sanno, però, è che quella che normalmente, oggi, chiamiamo “granita” non è che una lontana “cugina” della più antica e tradizionale granita siciliana!

Granita siciliana: l’idea tradizionale di dolce ghiacciato

Se tanti supermercati e gelatai offrono granite a buon mercato, che altro non sono che ghiaccio “contaminato” da un gusto fruttato o aromatizzato a menta, vaniglia ed altri sapori, la Sicilia ha una tradizione tutta sua in fatto di granita, ed ha tanto da insegnare.

La vera granita siciliana, infatti, è un composto di acqua, zucchero e frutta, che viene ghiacciato lentamente ma mai completamente, mescolandolo continuamente in modo da ottenere un risultato cremoso e non semplicemente duri cristalli di ghiaccio aromatizzati.

Un’altra differenza importante tra la comune granita e questa crema siciliana è che quest’ultima non viene mai consumata a fine pasto, ma sempre a colazione oppure durante uno spuntino, accompagnata da pane o da una brioche, nel gusto che si preferisce.

Di solito le opzioni riguardano: limone, fragola, pistacchio, caffè, ma esistono alcune varianti che, di luogo in luogo, sono reputate “specialità”, inserite nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani, come la granita ai gelsi neri e quella alla mandorla.

Meno frequenti, ma altrettanto ricercati, sono i gusti al fico d’India, al gelsomino, al cioccolato, alla pesca, al mandarino o all’ananas.

Ma torniamo ancora indietro nel tempo: se le granite comuni provengono da quella siciliana, dov’è da ricercare la matrice comune nel passato?

Storia della granita siciliana

L’idea generale  è che dietro la ricetta della granita siciliana ci sia addirittura una bevanda araba, chiamata sherbet.

Si tratta di un succo di frutta ghiacciato, aromatizzato con acqua di rose, con cui i siciliani vennero a contatto durante l’epoca della colonizzazione.

La cosa curiosa è che, inizialmente, la granita siciliana veniva preparata raccogliendo grandi quantità di neve dall’Etna (e dai monti vicini), sfruttando delle niviere in pietra, create dentro grotte naturali, per evitare che si sciogliesse e, soprattutto, che perdesse quella temperatura fresca naturale. Con il passare del tempo quella stessa neve si ghiacciava e veniva asportata grattando sulle lastre che si formavano e trasportando il tutto aggiungendo del sale, che manteneva bassa la temperatura; questo anche perchè è facile immaginare che il consumo di questa pietanza avvenisse maggiormente nelle stagioni più calde.

La granita veniva successivamente preparata in un contenitore d’acciaio, che girava continuamente proprio come una sorta di miscelatore, a sua volta contenuto in un pozzetto con neve e sale.

Proprio questo tipo di preparazione deve aver ispirato un altro nome che identifica questo fresco dolce aromatico, sia in Sicilia che nella nostra Campania: la rattata, cioè, appunto, la “grattata”.

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La leggenda della bambina fantasma al Gran Caffè Gambrinus

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è al centro della storia partenopea, ormai, sin dalla sua fondazione, che è avvenuta in concomitanza dell’Unità d’Italia, nel 1860.

Nonostante sia stato inaugurato ufficialmente solo molto più tardi, nel Novembre 1890, e nonostante sia stato chiuso a lungo durante il periodo fascista, il Gambrinus ha sempre mantenuto il suo ruolo: portatore dello stile Liberty, punto d’incontro di letterati e intellettuali, salotto culturale e persino luogo ideale dove scrivere canzoni e poesie, seduti ai tavolini e sorseggiando un buon caffè.

Ma c’è una leggenda che riguarda questi storici locali partenopei, che parla di una bambina… e del suo fantasma.

La leggenda

Fortunatamente, non è una storia di violenze o di terrore e potrete raccontarla anche ai vostri piccoli: qui a Napoli anche i fantasmi hanno tutt’un altro sapore e altre “intenzioni”!

Si narra, infatti, che, esattamente ogni Novembre, nei laboratori del piano interrato del Gambrinus compaia il fantasma di una bambina, che sarebbe vissuta agli inizi del 1900; un’ipotesi che, probabilmente, è stata fatta in base agli abiti indossati.

I testimoni sono tantissimi, poichè si ritrovano anche tra i clienti che siedono ai tavolini, al piano superiore, e consumano le loro ordinazioni.

Pare che questa bimba sia particolarmente golosa di dolci ed, in particolare, di torrone, motivo per il quale apparirebbe in un periodo “calcolato”: le feste natalizie, nel mese di Novembre, infatti, sono prossime, per cui, al laboratorio del bar, si lavora ai torroni che verranno successivamente messi in vendita e serviti ai tavolini.

Sono in tanti ad aver visto questa bambina, felice e sorridente, girovagare tra i tavoli, in cerca delle barrette di torrone.

E non sarebbe, comunque, l’unico momento dell’anno in cui questa dolce “visita” si farebbe strada tra i locali del famoso Caffè partenopeo.

Proprio per questi racconti sono tante le tipologie di Tour esoterici, che coinvolgono la città di Napoli, a fare tappa al Gambrinus, in cerca della famosa bimba golosa di torrone.

Voi l’avete mai incontrata?

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Il caffè Einstein

 

Articolo scritto da Michele Sergio

Anche quest’anno ritorna in piazza del Plebiscito dal 25 al 28 maggio un evento fortemente atteso dagli amanti della scienza, Futuro Remoto, ideato e gestito da “Città della scienza” che per l’occasione ha allestito in piazza del Plebiscito, nove stands a forma di cupola semisferica, ciascuno dedicato ad un branca scientifica.

Centinaia e centinaia di studenti campani, tantissime famiglie, amanti delle scienze, semplici curiosi, tutti pazientemente in fila per accedere alle esposizioni della rassegna.

Anche quest’anno il Caffè Gambrinus ha voluto partecipare attivamente all’evento onorandosi d’essere ospite dei caffè scientifici, veri e propri caffè letterari d’argomento scientifico.

L’occasione valeva la creazione di un caffè “tematico”: è nato, così, il caffè Einstein (ovviamente dedicato al genio Albert Einstein), una delizia di espresso napoletano, crema di latte e mousse di nocciola!

Dedica opportuna al grande fisico, filosofo e pensatore: scritta di cioccolato della più famose delle formule E =mc².

 

Graffa napoletana

Che buona la graffa napoletana!

Nessuno può dire di essere immune al gusto e alla fragranza delle graffe napoletane.

Dorate, dolci, soffici al palato, grazie alla presenza delle patate nell’impasto, mangiate ancora calde sono un trionfo di sapore per i palati di tutti, napoletani e non.

Un dolce così tipico della Campania e, soprattutto, di Napoli, che mai ci si aspetterebbe che le sue origini appartengano ad un altro posto, fuori dai confini nazionali; esattamente, infatti, le graffe, così come le conosciamo oggi e le ritroviamo nelle botteghe di tutta la regione, provengono da un altro tipo di dolce, molto simile, originatosi nelle lontane terre dell’Austria e della Germania.

Le origini delle graffe

La graffa è uno di quei simboli napulegni per eccellenza, legata al Carnevale e alla Festa del Papà, ma presente sulle tavole e per le strade partenopee ogni giorno dell’anno.

Le sue origini, però, si perdono nel tempo e arrivano molto lontano.

Partendo dall’etimologia, cioè dall’origine della parola stessa, il termine “graffa” deriverebbe dalla parola austriaca “krapfen“ che, alla fine del XVII secolo, si usava per indicare piccoli impasti fritti ripieni di confettura; questo piccolo peccato di gola arrivò in Italia, e quindi, ovviamente, anche in Campania, nel XVIII secolo, durante la dominazione austriaca, in seguito al trattato di Utrecht (una serie di trattati di pace firmati tra il Marzo e l’Aprile del 1713, che aiutò a porre fine alla guerra di successione spagnola). La parola krapfen, a sua volta, sarebbe derivata dal longobardo krapfo (krappa in gotico) che sta per“uncino”: la frittella dolce, infatti, inizialmente, aveva proprio quel tipo di forma.

Ma c’è molto altro che si racconta circa la provenienza di questa leccornia tutta napoletana.

Tra le tante leggende, ce n’è una che riguarda una pasticciera viennese, una certa Cecilia Krapf, che avrebbe dato vita a questo dolce, donandogli anche il suo nome.

Insomma, il legame austro-tedesco-partenopeo appare confermato in ogni versione, tant’è che anche gli ingredienti della ricetta originale coincidono con l’evidenza storica.

È la forma che, come è accaduto per tanti altri dolci, si è modificata nel tempo, passando da una sagoma uncinata ad una più tonda, come quella che siamo abituati a trovare nelle vetrine del centro storico.

Napoli, poi, ha provveduto, nei secoli, a creare una versione tutta sua.

Nel 1830 circa, infatti, sono nate le zeppole di San Giuseppe, con quell’inconfondibile aroma creato anche dalla presenza delle patate, nell’impasto, che le rendeva anche eccezionalmente soffici.

Le varianti

Ma non è stata solo la nostra città a dare il suo contributo personalizzato a queste frittelle di pasta dolci.

Ci sono molti luoghi del Nord Italia dove la cultura austro-tedesca è predominante e la tradizione ha subito altri tipi di evoluzioni.

In Sudtirolo-Alto Adige, ad esempio, le graffe sono per lo più legate al Carnevale, chiamandosi “Faschingkrapfen“, cioè “Krapfen di Carnevale“.

Una tendenza che, inizialmente, era vissuta anche tra i partenopei che, però, successivamente, hanno eletto questo dolce a simbolo della città, lasciandolo reperibile ogni giorno dell’anno, per tutte le occasioni.

crema chantilly

Chi ha inventato la Crema Chantilly?

Graffe alla crema, bignè ripieni, torte saporite, macedonie condite con gusto e profiteroles insoliti: siamo abituati a ritrovarci la Crema Chantilly sotto i denti molto spesso; e con grande piacere.

Ma quali sono le origini di questa delizia del palato e di questo immancabile ingrediente di molti dolci tradizionali?

Le origini

Questa combinazione di panna montata e vaniglia prenderebbe il nome da un castello, il Castello di Chantilly, appunto, che abita la parte settentrionale della Francia e che ha dato, nel ‘700, il nome ad un borgo che sorse proprio ai suoi piedi.

Secolo XVII, 1671 per la precisione, e il cuoco François Vatel, che prestava servizio proprio nelle cucine di quel castello, si ritrovò in piena emergenza: aveva organizzato un banchetto, che sarebbe dovuto durare ben 3 giorni, per il proprietario della dimora, il Duca di Condè, e per suo cugino Luigi XIV, ma le scorte alimentari finirono prima del previsto, lasciando il cuoco in un bel problema.

Inoltre, era in arrivo una grande scorta di panna con una spedizione, che però fece un grosso ritardo.

Così, senza farsi troppo prendere dal panico, il cuoco miscelò la poca panna disponibile in quel momento con degli aromi, creando qualcosa di nuovo per puro caso e… suscitando l’entusiasmo dei commensali!

La ricetta tradizionale cominciò a particolareggiarsi e ad affinarsi, nel tempo, finchè ne venne stilata una ufficiale con vaniglia ed albumi d’uovo; cento anni dopo, fece la sua comparsa, tra gli ingredienti, anche lo zucchero.

Ma, a dire il vero, ci sono voci ed ipotesi che fanno risalire le origini di questa crema a tempi ancora più remoti: nel ‘500, infatti, Cristoforo di Messisbugo e Bartolomeo Scappi parlavano di “neve di latte” nelle loro ricette scritte, introducendo delle vere e proprie miscele di panna montata, zucchero ed aromi; nulla di diverso, quindi, da quella che poi è stata ufficializzata, poco dopo, come Crema Chantilly!

Crema Diplomatica o Crema Chantilly all’Italiana

Il nostro belpaese ha dato i natali anche ad una variante tutta nostrana per questa dolcissima e golosissima crema: si tratta della Crema Diplomatica, realizzata mescolando panna e crema pasticcera in un composto omogeneo ed uniforme, molto utilizzato come base per dessert e dolci al cucchiaio.