Fonte: Wikipedia

Quando via Toledo diventò via Roma

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è il punto di incontro, con i suoi locali, di perlomeno quattro importanti vie e Piazze napoletane: via Toledo, via Chiaia, Piazza Trieste e Trento e Piazza Plebiscito.

A proposito, via Toledo o via Roma?

La storia

Forse non tutti sanno che, per la nomenclatura di questa strada, i napoletani si sono addirittura divisi in fazioni, litigando e protestando per giorni.

Ma andiamo con ordine.

Anno 1536. Il vicerè di Napoli,  Pedro Álvarez de Toledo, commissiona agli architetti regi Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa la realizzazione della strada, che doveva estendersi lungo la vecchia cinta muraria occidentale di epoca aragonese che, per gli ampliamenti difensivi, era stata eliminata proprio da don Pedro, perchè ritenuta obsoleta. La strada divenne un importante connettivo di snodo per il popolo ed i commerci e si affermò come uno dei punti nevralgici della città.

Nel 1870, però, accadde qualcosa.

Il 10 Ottobre di quell’anno, infatti, l’allora Sindaco di Napoli, Paolo Emilio Imbriani, pensò bene di accantonare ogni ricordo borbonico, proponendo di cambiare il nome alla strada: l’antica via Toledo sarebbe diventata via Roma, in onore della neo-capitale del Regno d’Italia.
Le opinioni si suddivisero, da subito, in consiglio comunale, tra favorevoli e contrarie: cambiare nome ad un posto intero (lungo 1,2 Km!) dopo 334 anni, in fondo, sembrava quasi un azzardo, un cambio delle tradizioni; nessuno pensava nemmeno più ai Borbone o al viceregno spagnolo pronunciando quel nome, era diventato parte integrante del tessuto sociale partenopeo. Al contempo, naturalmente, c’era chi vedeva in quella nomenclatura un antico retaggio e riferimento ad un periodo di dominazione straniera della città. Ebbene sì, era come se cancellando quel nome dalla toponomastica, Napoli riprendesse, per loro, la “dignità” perduta nel momento in cui si era “ceduta” al dominio estero. Ma può un evento “dimenticato” davvero diventare invisibile e, quasi, “mai accaduto”? Certo che no.

Alla fine si optò per una soluzione che si confaceva al detto “in medio stat virtus“. La strada si sarebbe chiamata “via Roma già via Toledo“. Ma il contentino, sufficiente per acquietare gli animi in consiglio, non fu per niente soddisfacente per i partenopei, che formarono addirittura il famoso “Comitato Pro via Toledo“, che vide l’adesione anche di personaggi illustri.

Ad ogni modo, per moltissimo tempo (oltre 100 anni, fino al 1980) la decisione fu incontestabile e vennero sostituite anche le vecchie targhe stradali con quelle aggiornate. Ma come sempre accade con il focoso popolo napoletano, per un po’ fu necessario piantonarle durante la notte, per evitare vandalismi e scempi.

Fu in quell’occasione che nacque anche una curiosa filastrocca che ancora riecheggia tra gli anziani della città:

Nu’ ritto antico, e ‘o proverbio se noma, rice: tutte ‘e vie menano a Roma; Imbriani, ‘a toja è molto diversa, non mena a Roma ma mena a Aversa“.

Perchè Aversa? E’ semplice: lì era ubicata la prima struttura manicomiale d’Italia, la Real Casa dei matti, aperta nel 1813!

 

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La storia del babà, un polacco a Napoli!

Il babà è polacco e Stanislao Leszczinski, re di Polonia, ne sa qualcosa! Un sovrano stressato e un appetito troppo goloso hanno reso possibile l’invenzione di questo delizioso dolce dal gusto particolarissimo, che nel tempo è divenuto il simbolo della pasticceria nostrana.

Privato del suo regno e rilegato nel Ducato di Lorena, Stanislao non se la passava molto bene e i suoi cuochi cercavano di addolcirgli le giornate preparandogli un dolce locale, il kugelhupf, che però non gli era molto gradito. Questo dolce era preparato con una tipologia di farina finissima, burro, zucchero, uova, lievito di birra e uva sultanina, ma era carente di qualche ingrediente, perché gli mancava quel “non so che” tale da renderlo speciale, morbido e bagnato.

Leggi anche : Il babà nero

Stanislao era solito alzare un po’ il gomito a tavola perché amava bere, e ben presto accanto al vino, iniziò a nutrire una forte passione per il rum che lo portò senza saperlo verso la futura invenzione del babà. Un giorno, infatti, mentre stava bevendo i suoi soliti bicchierini, fu colto da un’improvvisa voglia di dolce e quando il cameriere gli propose per l’ennesima volta il suo odiato “kugelhupf”, l’irascibile sovrano gettò il piatto in aria e lo scagliò violentemente contro la bottiglia di rum, rovesciandone completamente il contenuto sul dolce.

Tuttavia quest’episodio fu proprio quello che lo fece addolcire perché, sotto lo sguardo sbigottito di tutti, Stanislao assaggiò la sua composizione di fortuna e la trovò squisita, facendo di quella bizzarra novità il suo dolce preferito. Pensò allora di darle un nome e scelse quello di Alì Babà, protagonista del celebre racconto delle “Mille e una notte” che, essendo uno dei suoi libri preferiti, poteva a pieno titolo ricevere quest’onore. In questo modo è nato il dolce che oggi consideriamo una colonna portante della pasticceria napoletana.

E’ superfluo aggiungere, perché i fatti l’hanno dimostrato da soli, che l’invenzione del sovrano ebbe un enorme successo in tutto il mondo, e a Napoli in particolare ebbe la sua definitiva sistemazione a forma di fungo che lo consacrò come dolce tipicamente partenopeo.

 

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Una colazione speciale per il giorno di San Valentino

Articolo scritto da Michele Sergio (alias il Boss del Caffè)

Il popolo napoletano, considerato uno dei più romantici in assoluto, si distingue perché da una particolare enfasi al giorno di San Valentino, la festa di tutti gli innamorati e riconosciuto da secoli come il giorno dedicato all’amore.

Omaggio e testimonianza in questo giorno dove i giovani di ogni età rinnovano il proprio amore con nuove promesse e scambiandosi dei doni.

È tradizione oramai consolidata, che in ricorrenze come questa, i ragazzi donano alla propria ragazza “la scatola a forma di cuore” per dare uno speciale buongiorno, così quasi per incanto l’innamorato rimane sorpreso poiché all’interno oltre ad una corposa colazione può trovare il regalo dei propri sogni, o magari la scoperta di avere un ammiratore sconosciuto che così trova il coraggio di dichiarare il proprio sentimento.

La scatola in generale contiene per lo più una colazione, contenente una bevanda (un cappuccino, un caffè, una spremuta d’arancia o un succo di frutta) accompagnata da un dolcetto (di solito una brioche o da un cornetto) magari anche un peluche. Immancabili però sono i Baci Perugina® che assurgono per antonomasia a icona della festa più romantica dell’anno.

Non è una semplice colazione ma una vera e propria esperienza sensoriale: oltre al gusto anche l’olfatto partecipa a questo tenero momento, una rosa rossa il più classico simbolo dell’amore e della passione. Il tatto e la vista sono presenti perché il primo si manifesta quando si abbraccia l’orsacchiotto simbolo di tenerezza e il secondo quando si legge la poesia d’amore.

E l’udito vi chiederete voi? Anche l’udito è coinvolto perché infatti alla colazione segue la dovuta telefonata al fidanzato per ringraziamenti.

Una nuova tradizione si è consolidata e oramai possiamo affermare che non può iniziare la festa di San Valentino senza il risveglio con un buon caffè o cappuccino.

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Giovanni Fummo e i suoi 12 milioni di caffè!

Il Gambrinus è un locale nato insieme al nostro Paese nel lontano 1860 e sin dalla sua fondazione si è distinto in città per bellezza e importanza culturale, divenendo un punto di ritrovo fondamentale per personaggi famosi di ogni sorta.

Che sia un monumento di Napoli è risaputo in tutto il mondo e che nei suoi locali si respiri ancora l’atmosfera della Belle Epoque napoletana è evidente a chiunque vi metta piede, ma ricordare il nome e il volto di chi ha contribuito a renderlo così grande non è sempre facile.

Uno di questi è sicuramente Giovanni Fummo, il maestro più anziano del caffè, che vanta un’esperienza ventennale dietro al bancone e rappresenta un punto di riferimento fondamentale, non solo per le giovani leve, che grazie a lui carpiscono i segreti del mestiere, ma anche per i clienti affezionati che trovano in lui un volto amico e sorridente.

Gli esordi di un grande successo:

L’avventura di Giovanni Fummo al Gambrinus inizia prestissimo, alla tenera età di 7 anni, e sin da allora il destino, che lo porterà a diventare uno dei suoi volti più amati e longevi, inizia a tessere le sue trame: il maestro cresce tra le sue splendide sale e affina, anno dopo anno, la sua arte, ricevendo complimenti e onori anche da parte di personaggi famosi. In particolare, sono quattro i presidenti che lui ricorda di aver salutato con una stretta di mano (Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano) e a questa onorevole lista si aggiunge anche l’espresso speciale preparato per Bill Clinton.

Con la sua sola presenza Fummo rappresenta una testimonianza vivente dell’immenso valore storico del locale e delle glorie cha ha ricevuto e riceve tuttora, perché ne custodisce il ricordo, più di una qualsiasi foto.

Il record dei 12 milioni di caffè!

Giovanni Fummo è ricordato da tutti anche per aver conquistato un primato importantissimo: quello di aver preparato e servito nell’arco della sua lunghissima carriera ben dodici milioni di caffè!

La miscela che utilizza è quella del caffè Moreno ma ciò che rende speciale il suo prodotto è soprattutto la grande esperienza e la passione intramontabile per un lavoro che ama.

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I personaggi famosi che hanno fatto la storia del Gambrinus

La dicitura di caffè letterario che da sempre si attribuisce al Gambrinus ha un significato ben più profondo di un semplice appellativo perché racchiude in sé uno degli aspetti più preziosi del locale, quello che lo rende un patrimonio inestimabile per la città di Napoli. Questo nome, infatti, ha a che fare con la storia, con quell’insieme di eventi che si succedono senza sosta e che pongono, poco alla volta, un tassello nuovo al suo corso.

Di questa storia il Gambrinus ha vissuto e vive ancora una grossa fetta, ospitando moltissimi personaggi famosi che l’hanno scelto e continuano a sceglierlo come tappa fissa del loro soggiorno a Napoli.

Elencarli tutti non è semplice, perché sono davvero tanti, e ancora oggi il locale attira personaggi di grande fama da tutto il mondo, ma per ricordare i suoi momenti di gloria più belli abbiamo scelto di presentarvene alcuni.

La storia passa attraverso le nostre sale

Partendo dalla politica i personaggi che si sono susseguiti con più assiduità al Gambrinus sono i Presidenti della Repubblica, i quali, durante il loro soggiorno a Villa Rosebery, non hanno mai rinunciato alla nostra prima colazione dell’anno. Tra questi ricordiamo in particolare Francesco Cossiga, Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, anche se i nomi della politica non si fermano qui e comprendono anche quelli dei presidenti del Consiglio Romano Prodi e Silvio Berlusconi, nonché quello della Cancelliera tedesca Angela Merkel (la lista sarebbe ancora più lunga se andassimo indietro nel tempo).

 

In ambito letterario, invece, il primo nome che viene in mente è quello di D’Annunzio, il massimo esponente del Decadentismo italiano, la cui presenza al Gambrinus si lega ad un interessante aneddoto sulla storia musicale di Napoli.

Nato a Pescara nel 1863, il poeta visse a Napoli per due anni, dal 1891 al 1893, e durante questo periodo frequentò molto il nostro locale. Nel corso di una delle sue soste al caffè fu sfidato dall’amico Ferdinando Russo a comporre una canzone in dialetto napoletano, e D’Annunzio, pronto a sfoderare le sue armi migliori per vincere la scommessa, scrisse di getto il testo di “A Vucchella” su uno dei tavoli del locale. Successivamente il brano fu musicato da Francesco Paolo Tosti e inciso da Enrico Caruso, fino a diventare un classico della canzone napoletana.

Accanto a D’Annunzio sono molti i personaggi famosi che hanno frequentato il nostro salotto letterario e ognuno di essi ha contribuito a scrivere un pezzo della nostra storia, accrescendone esponenzialmente la fama e il prestigio. Tra i più importanti ricordiamo Benedetto Croce, Matilde Serao, Oscar Wilde, Ernst Hamingway, Roberto Bracco, Edoardo Scarfoglio, Totò e i fratelli De Filippo.

Tuttavia, il Gambrinus ha ricevuto il suo più grande onore il 21 marzo del 2015, giorno in cui Papa Francesco gli ha fatto visita segnando una tappa fondamentale nella sua storia. Oggi, infatti, custodiamo gelosamente la tazzina con cui il pontefice ha bevuto il suo caffè e la conserviamo come uno dei nostri beni più preziosi.

 

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Gennaro Ponziani, uno dei volti più noti del Gambrinus!

Quando si parla di Gennaro Ponziani, prima ancora di fare riferimento alla sua carica di direttore del Gambrinus, è doveroso ricordare che si sta parlando di un grande uomo, una persona cordiale e gentile che ogni giorno lavora con passione e dedizione per l’interesse del locale e dei suoi clienti.

Come lui stesso afferma dirigere un luogo così  importante come il Gambrinus, crocevia di persone e culture diverse, significa svolgere più mestieri contemporaneamente, perché l’attenzione al cliente è un concetto che va ben oltre il bancone e investe la sfera personale, ponendosi come obiettivo primario il benessere delle persone.

Questo, almeno, è quello che fa da vent’anni Gennaro Ponziani con passione e professionalità e che lo ha reso, non solo il direttore del Gambrinus, ma anche una delle sue icone più importanti.

Da responsabile di banco a direttore!

L’appuntamento con il destino per Gennaro Ponziani inizia molto presto, alla tenera età di 8 anni, quando, ancora bambino, il futuro direttore inizia a lavorare nei bar dei Quartieri Spagnoli e nei vari caffè della città in qualità di Pr, costruendo inconsapevolmente la strada che gli aprirà le porte del Gambrinus. Per prima cosa lavora come garzone, poi come “abbattente” (termine che in passato veniva utilizzato per designare l’aiuto barista) e infine approda al locale storico più importante di Napoli, con il quale è amore a prima vista!

Dal giorno in cui vi mette piede, Ponziani percorre una lunga ed emozionante strada che lo porterà a diventare non solo direttore del locale, ma anche inventore di molti caffè, tra i quali ricordiamo il Gegè (così chiamato in omaggio al suo nome), il caffè nocciola e il caffè strapazzato, quest’ultimo nato dal desiderio di “coccolare” i clienti cospargendo con un po’ di caffè i bordi della tazzina per evitare spiacevoli scottature.

L’incontro con il Gambrinus rappresenta per Ponziani anche l’occasione di ritrovare un vecchio amico, il grande Giovanni Fummo, maestro dei 12 milioni di caffè, che il direttore già conosceva da ragazzino e che, insieme a lui e agli altri preziosi collaboratori, ha contribuito a fare del locale un vero e proprio monumento di Napoli.

Come lui stesso racconta, lavorare al Gambrinus ed esserne uno dei suoi volti più importanti significa aver vissuto esperienze incredibili e aver incontrato personaggi di straordinaria importanza, perché tutti le più grandi personalità in viaggio a Napoli si sono concessi e si concedono tuttora una pausa in questo luogo.

C’è un giorno in particolare, però, che Ponziani non dimenticherà mai e che ha segnato una tappa fondamentale nella sua vita e in quella dell’intero caffè: il giorno in cui il locale ha ricevuto il suo più grande onore ospitando Papa Francesco. In quest’occasione il direttore ha ricevuto in dono dal pontefice un rosario per rendere omaggio alla sua ospitalità e alla sua deliziosa “Papalina“, un dolce realizzato appositamente per lui a base di babà con panna e crema, che Ponziani porterà sempre nel cuore.

 

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La Tradizione del Cafè Chantant

Il Cafè Chantant

La storia del cafè chantant affonda le sua radici nella lontana Parigi del Settecento, in un’epoca in cui la città diviene il centro propulsore della Belle Epoque e una rinnovata atmosfera di benessere spinge le persone a ricercare svago e bellezza in ogni dove.

I primi spettacoli non si distinguono per una particolare attenzione alla scenografia, la cui importanza è sottovalutata a favore di altri aspetti, ma con il passare del tempo, quando la tradizione del Cafè chantat si diffonde a Parigi e nelle altre città d’Europa, la concorrenza aumenta e i locali vanno a “caccia” delle sciantose più belle e desiderate della città.

Così i caffè iniziano ad essere decorati da artisti di grande fama del calibro di Vincent Van Gogh, George Braques, Cezanne e Modigliani, e l’atmosfera diventa poco alla volta sempre più ricercata, perfetta per quell’élite che scopre la bellezza di intrattenersi in luoghi deliziosi.

 

La tradizione napoletana del Cafè Chantant

Il Cafè Chantant è uno spettacolo di spicco del teatro partenopeo che ha saputo tratte il meglio dalla tradizione d’origine parigina e ha elaborato caratteri propri e distintivi, tali da renderlo un’esperienza unica al mondo.

Nella versione napoletana la “chanteuse parigina” si trasforma nella “sciantosa napoletana” e i caffè partenopei aprono le porte alle artiste più affascinanti della città, offrendo alla clientela un intrattenimento musicale di alto livello. Ad essere rappresentati, infatti, non sono più semplici motivetti bensì arie tratte dalle più famose opere liriche del tempo, interpretate da cantanti che seducono l’intero pubblico con il loro charme.

Il termine sciantosa designa la cosiddetta femme fatale, la donna sensuale e dotata di arti ammaliatrici che fa impazzire il pubblico con le sue moine ed ha una voce fuori dal comune. La sciantosa per eccellenza è bella, aggraziata nel portamento e misteriosa nello sguardo, ha un accento straniero e un passato intrigante da raccontare, fatto di storie d’amore cariche di passione e malinconia. Le più ricche si esibiscono portandosi dietro una claquer personale, ossia un pubblico pronto ad applaudire alla fine dell’esibizione e a coinvolgere gli spettatori per rende l’atmosfera della sala più calda. In questo modo diventano famose e ricercate in tutti i locali della città e si trasformano in icone di charme e stile.cafè-chantant

Il Cafè Chantant al Gambrinus

La tradizione del Cafè chantant, seguendo la scia dell’enorme successo francese, arriva a Napoli nell’Ottocento e il Gambrinus è uno dei primi locali ad aprirle le porte, divenendo un luogo di ritrovo fondamentale per la raffinata nobiltà napoletana. Qui si susseguono intellettuali e artisti di grandissimo spessore, come Gabriele D’annunzio, Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Benedetto Croce ed Eduardo De Filippo, che contribuiscono a scrivere e ad arricchire la storia del locale.

Un momento di difficoltà si verifica nel corso della seconda guerra mondiale, quando il locale viene ridotto ad una piccola stanzetta perché ritenuto un covo di antifascisti. Tuttavia, con la famiglia Sergio, gli attuali gestori del Gambrinus, si recuperano i locali chiusi e Napoli ritrova definitivamente uno dei primi e più prestigiosi Cafè chantant d’Italia.

Ancora oggi questo spettacolo in musica è riproposto nelle sale dorate del Gambrinus, quelle in cui si respira la magia della Belle Epoque napoletana ed è proprio la sua dolce atmosfera anacronistica, che conserva la bellezza del passato ma non si chiude dinanzi alla modernità, a rendere il Gambrinus una realtà estremamente affascinante.

 

 

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Un caffè in onore a Maradona

Articolo di Michele Sergio (il boss del Caffè)

Solo chi è stato a Napoli negli anni ‘80 può ricordare cosa ha rappresentato Maradona per la città. Nessuno poteva in quegli anni pensare, o addirittura sperare, che un talento di quella portata potesse giocare in una modesta squadra come era il Calcio Napoli allora. Quando Antonio Juliano portò il campione argentino a Napoli in pochi avrebbero scommesso su di lui a causa del lento recupero dopo un grave infortunio subito da poco.

Il calcio per tutti gli italiani non rappresenta una rivalità semplicemente sportiva ma ha anche risvolti politico-sociali (come il dualismo Nord-Sud) e il popolo napoletano ha trovato in Maradona un insolito leader che per la prima volta gli ha dato coraggio e speranza. Il calciatore argentino è riuscito a far competere a testa alta il “povero” Sud nei confronti del “ricco” Nord! Maradona, insomma fu un campione insperato dal momento che il Napoli per la prima volta con lui si affacciava in maniera competitiva al campionato dominato dalle grandi squadre del nord.

Durante la sua incredibile carriera da calciatore che lo ha visto alzare innumerevoli coppe e trofei, Maradona è riuscito a stupire tutti, prima i napoletani, poi gli argentini e infine il mondo intero.

C’è un giorno che il popolo dei tifosi napoletani non dimenticherà mai: la prima volta Maradona al San Paolo nel 1984.  Lo stadio era pieno fino all’inverosimile e per tutti i presenti fu un’emozione unica assistere alla presentazione dell’uomo del destino.

Ogni domenica era una festa; bastava solo vedere il riscaldamento del campione argentino per far emozionare i tifosi partenopei. L’emozione diventava indescrivibile quando a suon di gol il Napoli vinceva tutte le partite anche quelle più difficili. E poi quando finalmente nella stagione 1986/1987 riuscì a conquistare per la prima volta l’ambito scudetto si scatenò una festa nella festa. Possiamo dire che non c’è matrimonio più riuscito di quello tra Napoli e Maradona.

Oggi a distanza di molti anni il grande campione argentino ritorna a Napoli. Sembra incredibile ma la città è di nuovo in tumulto. Nessuno lo ha dimenticato per il contributo straordinario che è riuscito a dare alla città. Napoli lo ama ancora come dimostrano le numerose scritte, i murales, i manifesti, le fotografie, le statuette che lo raffigurano e l’ormai celebre altarino con tanto di capello esposto a mò di reliquia, che si trova nel centro storico della città.

Nel nostro piccolo abbiamo voluto “festeggiare” il “Pibe de Oro” con una torta ed un caffè che saranno a lui dedicati. Il Caffè “El Pibe è così realizzato: cremina di zucchero con l’aggiunta di panna, caffè espresso napoletano, topping azzurro, latte montata a freddo e, per finire, come decorazione un biscottino di pasta frolla con il numero 10 che ci ricorda “i tiempe belle e na vota” di quando Maradona in campo faceva ridere i tifosi partenopei e piangere gli avversari.

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CAFFÈ ESPRESSO DA BAR VS CAFFÈ PREPARATO A CASA

articolo di Michele Sergio (il Boss del Caffè)

Alzi le mani chi preferisce il caffè espresso preparato al bar! Adesso alzi le mani chi è amante della moka!

Il mondo degli inguaribili bevitori del caffè è diviso su questo antico dilemma. Oggi proviamo a trovare un accordo ad uno dei più grandi dogmi della storia dell’umanità: è più buono l’espresso preparato al bar o il caffè preparato a casa?

Espresso, un caffè buono e veloce!

L’espresso è il caffè che si prepara nei bar e nelle caffetterie utilizzando la macchina espresso professionale e si presenta con la classica crema in superficie. La macchina da caffè professionale nasce verso fine ‘800 e si lega alla figura di Angelo Moriondo, l’uomo che per primo la ha ideata con l’intento di velocizzare e semplificare la sua preparazione. Successivamente Luigi Bezzerra, colpito positivamente dall’invenzione di Moriondo, ha proposto una nuova versione della macchina espresso proponendola a livello industriale, la famosa “Pavone”. Il contributo di quest’ultimo ha dato un grosso impulso alla diffusione di questo “caffè veloce”, il cui nome, “espresso”, si richiama appunto al concetto di rapidità.

La macchina professionale per la preparazione dell’espresso da bar è, senza dubbio, uno strumento pratico e funzionale che permette di preparare il caffè in meno di un minuto adattandosi perfettamente ai ritmi frenetici dei nostri tempi.

La tradizione della Cuccuma e della Moka

Per i puristi non v’è dubbio: il vero caffè è quello che esce dalle classiche macchinette del caffè casalinghe. Due sono le più celebri e più utilizzate dagli italiani: la “cuccuma” e la “moka”.  La caffettiera napoletana (la c.d. cuccuma) è stata utilizzata per molti anni fino ad essere poi soppiantata dalla più moderna e veloce Moka, la cui invenzione risale al 1933 e si associa al nome più che noto di Alfonso Bialetti, divenuto nel tempo sinonimo di tradizione e cultura.

Capsule e cialde: la sfida del futuro

Il mercato del caffè, però, è sempre stato ed ancora lo è oggi sempre pronto al cambiamento e alle innovazioni. Infatti negli ultimi anni le case degli italiani hanno aperto le porte ad un compromesso: le macchinette casalinghe (o da ufficio) a capsule o cialde monodose per ricreare il caffè del bar a domicilio.

A prescindere da quali siano le preferenze, il caffè per i napoletani (custodi dell’antico sapere del nero infuso) rimane un rito irrinunciabile conditio sine qua non si rispetti la tradizione della scuola partenopea.

 

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La storia di Piazza del Plebiscito

Il patrimonio artistico e culturale napoletano è immenso. Ogni angolo trasuda magia ed emozioni. Tra castelli, via storiche, palazzi e piazze i nostri occhi si riempiono di meraviglia ad ogni passo.

Ma il simbolo di Napoli è sicuramente Piazza del plebiscito. Situata nel cuore della città, circondata dalla Basilica di San Francesco di Paola, dal Palazzo Reale, dal Palazzo della Prefettura e dal Palazzo Salerno è una delle piazze più grandi d’Italia ed è proprio qui che alla fine dell’800 è stato fondato lo storico e rinomato bar “Gambrinus”.

Le origini della Piazza più importante di Napoli

Inizialmente Piazza del Plebiscito era, e fu per secoli, solo uno spiazzo irregolare, dove si svolgevano feste popolari, fino a quando nel Seicento, si cominciò la costruzione del Palazzo Reale ad opera dell’architetto reale Domenico Fontana. Questo palazzo fu detto “Nuovo” per distinguerlo dal Palazzo Vecchio costruito nel 1500 all’inizio dal vice regno spagnolo come residenza reale. In seguito alla costruzione del Palazzo, la piazza prese il nome di largo di Palazzo. Furono celebrate in questi anni numerose feste e giochi. Il più famoso era la Cuccagna che consisteva nella riproduzione in cartapesta e legno di una collina, una villa o un castello ripieno di cibo di ogni genere e in giornate prestabilite dopo le 22 a seguito di due colpi di cannone come segnale di via ogni partecipante cercava di prendere quanta più roba possibile.

Nel XVIII secolo l’architetto Luigi Vanvitelli effettuò dei lavori di restauro al Palazzo Reale. Fu proprio lui a costruire le otto nicchie dove nel 1888 vennero poi esposte le statue dei re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II, Carlo d’Angiò, Alfonso d’Aragona, Carlo V, Carlo III, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II.

Solo con l’arrivo di Carlo III, però, il Palazzo Reale divenne una vera reggia nobiliare, con arredamenti ed opere d’arte.

In seguito all’incendio del 1837, Ferdinando II fece abbattere il Palazzo Vecchio e rifare l’ala destra del Palazzo Reale.

Successivamente per volontà di Ferdinando IV fu costruita la chiesa di S. Francesco di Paola, come voto del re nei confronti di quel santo che aveva interceduto per lui affinché si restaurasse la corona borbonica. La realizzazione del progetto della Chiesa fu affidato a Piero Bianchi che decise di collocare due statue equestri, di Carlo e Ferdinando di Borbone e costruì un porticato a semicerchio per dare alla piazza un tono maggiormente monumentale.

Due palazzi completarono la piazza, ovvero Palazzo Salerno (chiamato così perché residenza privata del principe Salerno figlio di Ferdinando IV) e Palazzo dei Ministri, oggi Palazzo della Prefettura.

L’attuale nome della piazza fu scelto dopo che il plebiscito del 21 ottobre 1860 decretò l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna.

Questa meravigliosa piazza è oggi meta di passaggio di milioni di turisti che restano sempre incantati dalle numerose attrattive e bellezze architettoniche che offre la nostra città. E sicuramente, ammirarla mentre si sorseggia uno dei migliori caffè di Napoli, renderà il tutto ancora più piacevole.