Napoli, il Caffè e la musica: la canzone “‘A tazza ‘e café”

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 26.11.2017

Il caffè a Napoli è sempre stato assoluto protagonista anche in ambito culturale, in teatro e in letteratura, al cinema e in musica. Soprattutto le canzoni, le nostre grandi canzoni d’ogni epoca, hanno fatto varcare alla nostra amata bevanda i confini della Città verso il mondo intero.

Tra le innumerevoli (piace qui, però, almeno citare ‘O ccafé del 1958, scritta da Riccardo Pazzaglia e cantata dal grande Domenico Modugno e Na tazzulella ‘e café del 1977 del mai troppo compianto Pino Daniele), la più classica e forse la più celebre è ‘A tazza ‘e cafè” scritta da Giuseppe Capaldo  (autore, tra l’altro, anche dell’altra famosissima canzone Comme facette mammeta) nel 1918 e musicata dal cavaliere Vittorio Fassone. Cantata per la prima volta da Elvira Donnarumma, una delle sciantose più amate della Belle Epoque, al Teatro Bellini di Napoli, il pezzo è stato successivamente interpretato dai più grandi (senza volerne dimenticare qualcuno, Roberto Murolo, Claudio Villa, Milva, Gabriella Ferri, L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore).

Forse non tutti sanno che la canzone trova ispirazione in una vicenda reale. Ad inizi ‘900 lavora al Caffè Portoricco di via Guglielmo Sanfelice nel centro di Napoli, una bella e corteggiatissima cassiera, Brigida per l’appunto, la quale, in maniera decisa ed aspra, tiene a distanza i molti spasimanti fra i quali proprio il nostro Giuseppe Capaldo che, affranto ma non sconfitto, decide di dedicarle la famosa canzone. Spesso bevendo un caffè il primo sorso è più amaro; bisogna girarlo bene per amalgamarlo con lo zucchero che tende a depositarsi sul fondo della tazzina. Orbene Brigida, nel testo, è paragonata proprio ad una tazzina di caffè: amara in apparenza (come il primo sorso del caffè), dolce al fondo (come il caffè dopo che lo si è ripetutamente girato). Apparentemente ruvida e scostante, la bella Brigida, per l’Autore, se corteggiata con pazienza e sapienza, si mostrerà finalmente dolce e amabile.

Ma cu sti mode, oje Bríggeta,

tazza ‘e café parite:

sotto tenite ‘o zzuccaro

e ‘ncoppa amara site …

Ma i’ tanto ch’aggi”a vutá,

e tanto ch’aggi”a girá …

ca ‘o ddoce ‘e sott”a tazza,

fin’a ‘mmocca mm’ha da arrivá!

 

 

Conoscete la festa della ‘nzegna?

di Simona Vitagliano

Quello che distingue Napoli e i napoletani nel mondo, di certo, sono le tradizioni, da quelle più classiche a quelle più particolari, proprie di piccoli borghi o di paesini di provincia, talvolta persino estinte.

Tra queste, ritroviamo un’usanza che è stata molto amata dai cittadini partenopei, ma che non viene rinnovata, ormai, dagli anni 50: la Festa della ‘Nzegna, apparsa anche nel film “La Baia di Napoli“, datato 1960, con Clarke Gable, Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Nel video, una testimonianza originale proposta dall’archivio Luce, nel settembre 1931.

Una festa che nasce da un culto siciliano?

Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Ferdinando II) è stato re del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1859; proprio in questo periodo (ma si pensa anche in precedenza, poichè ci sono testimonianze relative anche a Ferdinando I, come vedremo in seguito) è nata la Festa della ‘Nzegna, celebrata in onore della Madonna della chiesa di Santa Maria della Catena, ubicata nel centro antico di Napoli, al Borgo Santa Lucia.

La struttura religiosa, a sua volta, era stata fondata dagli abitanti del quartiere nel 1576, in onore della Madonna Catena, appunto, protagonista di un miracolo raccontato tra le leggende siciliane: secondo il mito, tre condannati a morte senza giusta causa (poichè si dice, infatti, che fossero innocenti) furono incatenati nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo e si salvarono proprio grazie all’intervento della Vergine Maria che, letteralmente, spezzò le catene dei prigionieri e li rese liberi.

La nostra chiesa ospita anche la tomba dell’ammiraglio Francesco Caracciolo.

La festa venne dedicata ad una pala d’altare (appunto, quello del della miracolo della Vergine) che però, purtroppo, ad oggi è andata persa. Ma come si svolgeva? Proviamo a ricostruirne i passaggi fondamentali.

La matrice marinaresca

La Festa della ‘Nzegna era la più importante di Napoli, dopo quella di Piedigrotta.

Pare che il nome abbia preso spunto dalle insegne colorate (bandiere) che venivano usate per decorare le barche coinvolte nei festeggiamenti, rifacendosi, ovviamente, al termine pronunciato in napoletano; il luogo in cui si svolgevano i rituali tradizionali era, come detto, il Borgo Santa Lucia, nei pressi del Castel dell’Ovo, dove vivevano coloro che, per questo motivo, venivano chiamati i “luciani” o “lucianini”: si trattava, per lo più, di pescatori con le proprie famiglie.

I “lucianini” si può dire che fossero abbastanza conosciuti, perchè fornivano alla flotta borbonica un grande numero di eccellenti marinai, oltre a poderosi rematori per la lancia reale (erano tra i migliori sommozzatori del Mediterraneo).
Inizialmente, il giorno designato per i festeggiamenti era il 10 Agosto, proprio a San Lorenzo.

Per questa ricorrenza i “luciani” indossavano un abito nuovo (camicia di lana bianca ed un paio di brache di fustagno), con il classico berretto rosso (richiamando i colori borbonici) e girovagavano per la città insieme ad un gruppo di scugnizzi e un “pazzariello” che capitanava il tutto.
Il mattino prevedeva il raduno dinanzi alla chiesa per ringraziare la Madonna, mentre, in seguito, il corteo proseguiva nel Borgo Santa Lucia, verso Castel dell’Ovo ed oltre, arrivando a Piazza Plebiscito, ravvivato da musica, canti e balli.

La particolarità di questi festeggiamenti riguarda il fatto che, dietro al “pazzariello”, una finta corte si accalcava, insieme a due sosia veri e propri del re Ferdinando II e della regina Maria Carolina, pronti anche ad imitare il modus regale di salutare il popolo dalla carrozza. L’evento aveva una portata comica tale che, pare, i reali adorassero camuffarsi da popolani e scendere per le strade, partecipando alla festa, a loro modo, travestendosi ed invertendo i ruoli, per un giorno .
Il Molo Beverello era il punto in cui era prevista la fine del corteo: qui un gruppo di barche adornate con bandiere e insegne colorate, come detto in precedenza, prendevano il largo, una volta saliti a bordo i “luciani” e, ovviamente, il finto corteo reale.

Il rito purificatore e propiziatorio prevedeva che, una volta che la (finta) coppia reale si fosse spostata su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai “giochi”, pescatori e marinai venissero gettati in mare, per poi essere, naturalmente, ripescati. Durante il rituale si recitavano preghiere al mare e si chiedevano grazie alla Madonna della Catena.

Ai tempi del Re Lazzarone, Ferdinando I, che amava mescolarsi al popolo e frequentare gli scugnizzi, pare che i “luciani” fossero orgogliosi della presenza reale alla festa: addirittura, sembra che il re si divertisse moltissimo a prendere in giro i marinai gettati in mare.

Dopo l’Unità d’Italia, la festa cambiò data di destinazione e si arrivò a scegliere il 15 Luglio, giorno in cui veniva, più che altro, realizzata una mascherata in cui un anziano veniva vestito da Ferdinando I ed una popolana da Maria Carolina, andando in giro per la città, sempre in maniera vivace e colorita, su una carrozza di gala seguita da finti cortigiani e generali. Era un modo per continuare, in fondo, a dimostrare la fedeltà del popolo ai Borbone.

Il problema fondamentale è nato dal fatto che, in quello stesso giorno, veniva celebrata già un’altra ricorrenza molto importante per i napoletani, la Festa del Carmine, con l’incendio del campanile del Carmine, appunto, realizzato metaforicamente attraverso fiamme e fuochi d’artificio, a ricordo della rivolta di Masaniello; una festa che si svolge, ininterrottamente, dal 1647. Inoltre, durante l’ultima Festa della ‘Nzegna, nel 1952, pare sia avvenuto un grave incidente che abbia portato alla sua abrogazione. Nel 1953 ci fu un’unica, ultima sorta di festa in costume, raggiunta anche da nomi illustri e VIP dello spettacolo, ma si può dire che questa ricorrenza si sia estinta in quel preciso momento.

Una seconda teoria

Tuttavia, c’è una seconda teoria che riguarderebbe le origini di questa tradizione così nostalgica da ricordare.

Ripescando un servizio prodotto dall’Astra Cinematografica, nel settembre 1952, si può ascoltare uno speaker parlare e dire: “L’ultima domenica d’agosto è particolarmente cara al popolo napoletano. In tale data si rievoca il miracoloso ritrovamento, avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata e ogni anno due popolani diventano per l’occasione Re Nasone e Maria Carolina. Scortata da un festante corteo di popolo e da grotteschi soldati borbonici, la coppia reale si avvia a Santa Lucia per ripetere l’umile gesto di Re Ferdinando che per venerare la madre di Dio si gettò vestito in mare”.

Il cronista, in effetti, si riferiva al ritrovamento in mare di un quadro della Madonna, all’interno di una cassa incatenata.

In questo nuovo tipo di scenario, la parola “‘nzegna” deriverebbe dalla pronuncia napoletana di “insegna“, intendendo “insegnare a nuotare” e riferendosi ai poveri malcapitati lanciati, ovviamente per gioco, in mare. Ma ci sono tantissime teorie sull’etimologia di questa oscura parola.

 

‘A nzegna ne chiammava folla ‘e gente!

D’uommene e nenne friccecava ‘o mare.

Sott’ ‘o sole, cu amice e cu pariente, tu quanto te spassave, a summuzzare!

‘O furastiero, nun sapenno niente,

si se fermava a riva pe’ guardare,

se sentea piglia pèsole: e ched’è?

Mm’ ‘o cardavo a mmare appriezzo a me!

E che vedive, Uà! Striile e resate,

e chillo ca n’aveva calatune!

Doppo: «Signò, scusate e perdunate! E festa, e nun s’affènneno nisciune…».

Chiù de na vota nce se so’ truvate

‘aRiggina e’ ‘o Rre, sott’ ‘e Burbune…

E ‘o Rre, ca tuttuquante nce sapeva,

quanta belle resate se faceva!

Ferdinando Russo, poeta e compositore, 1910

La Reggia di Caserta ed il Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di Novembre 2017

Dove, quando e perché il caffè si diffuse nel Regno di Napoli

Il caffè ufficialmente si diffonde nel Regno di Napoli nel 1771 grazie alla Regina Maria Carolina che lo propose ai suoi ospiti durante una delle sue sfarzose feste nella Reggia di Caserta. Da quel momento il caffè ebbe una vera e propria esplosione nel Sud Italia ed in particolare a Napoli. Infatti con il passare degli anni il nero infuso acquisì delle peculiarità e caratteristiche che lo resero unico nel suo genere fino a diventare uno dei simboli della napoletanità nel mondo e apprezzato da tutti.

Oggi la Reggia di Caserta è uno dei siti museali più visitati d’Italia grazie anche allo straordinario lavoro che sta svolgendo da quasi due anni il nuovo direttore Mauro Felicori, bolognese, ex dirigente comunale, grande lavoratore, che è riuscito a far aumentare il numero di visitatori da 497.000 unità nel 2015 a 670.000 unità nel 2016.

L’abbiamo intervistato per l’Espresso Napoletano e gli abbiamo chiesto anche di Maria Carolina e del caffè, in un’interessante chiacchierata.

Buongiorno Direttore,

Lei crede che sia importante e utile ricreare, all’interno delle magnifiche sale della Reggia di Caserta, l’atmosfera che esisteva durante il regno della regina Maria Carolina e Ferdinando di Borbone?

Io credo che noi non dobbiamo limitarci solo a raccontare l’arte e l’architettura della Reggia ma dobbiamo anche raccontare la vita che si svolgeva ai tempi dei re Borbone e in particolare della Regina Maria Carolina. Infatti abbiamo fatto o stiamo programmando iniziative come quelle consistenti nello scambio culturale con altre corti europee come ad esempio quella degli Zar di Russia (l’Ermitage di San Pietroburgo).

Forse oggi è un po’ riduttivo concepire la Reggia solo come museo?

Si, perché considerarla oggi solo come una collezione di opere d’arte che sta dentro un palazzo storico è veramente riduttivo; il museo deve essere un luogo dove i visitatori dovrebbero essere intrattenuti da spettacoli teatrali o vivere il loro tour come una “esperienza” capace di spingerli ad andare a visitare altri siti come il Palazzo Reale di Napoli o la Reggia di Portici.

Quindi possiamo dire che per Lei è importante raccontare e mostrare ai visitatori, oltre all’arte ed all’architettura del complesso, anche altre cose come ad esempio, la vita di corte, la cucina e il cibo dell’epoca, la musica e le feste!

Si infatti abbiamo intenzione di mostrare ai visitatori anche le ricostruzioni storiche degli antichi balli di corte e delle antiche cene dei re Borbone, con tanto di suppellettili e cibo e bevande dell’epoca. Infatti le feste e le cene della Regina Maria Carolina erano eventi sempre alla moda. Non dimentichiamo che la Regina era una figura politica internazionale e questi eventi erano le occasioni giuste per fare politica per il Regno.

Quanto è importante oggi la Reggia per l’economia (anche agro-alimentare) della provincia di Caserta?

La Reggia sta in un territorio ricco di prodotti alimentari unici e con una lunga storia: basti pensare al vino, come il Pallagrello, che già era apprezzato ai tempi dei Re Borboni e alla mozzarella di Bufala. Stiamo lavorando per ricreare le vigne e gli allevamenti dell’epoca.

Visto che il caffè in qualche modo nasce nella Reggia di Caserta, perché non fare iniziative volte a tramandare questo antico avvenimento anche attraverso un percorso storico?

Credo sia importante approfondire il discorso della storia del caffè introdotto dalla regina Maria Carolina anche attraverso una ricerca storica nei nostri archivi e magari anche con una collaborazione con un Caffè storico e prestigioso come il Gambrinus di Napoli.

A Lei piace l’espresso napoletano?

Si, mi piace molto. Mi domando spesso come è che lo fate più buono che a Bologna!

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La nonna della sfogliatella si chiama Santa Rosa

di Simona Vitagliano

Qualche tempo fa abbiamo parlato delle origini della sfogliatella, dolcezza partenopea per eccellenza, nata, inizialmente, in una concezione leggermente diversa, dalle sapienti mani di alcune monache di clausura del convento di Santa Rosa, a Conca dei Marini, in Costiera Amalfitana, ben 4 secoli fa, e rivisitata successivamente da Pintauro nel 1800.

In effetti, si può dire che la Santa Rosa sia una specie di “nonna” della sfogliatella proprio per questo.

Santa Rosa: la sfogliatella originale

Esteticamente, c’è sicuramente un particolare che salta all’occhio, quando si guardano, a confronto, una sfogliatella ed una Santa Rosa: la sagoma.

Mentre la sfogliatella è più sottile nella sfoglia e allungata nella forma, la sua parente lontana, infatti, presenta un perimetro chiuso, quasi geometrico a forma di triangolo. Il motivo è semplice: proprio per le sue origini monastiche, la Santa Rosa era stata realizzata, dalle suore, con la forma di un cappello monacale!

Inoltre, anche i ripieni sono differenti: se le sfogliatelle possono essere, oggi, gustate con anime di cioccolato fuso, panna o crema chantilly, la Santa Rosa originale segue la ricetta tradizionale, dove il suo interno è ottenuto con  un amalgama di semola, latte, zucchero e frutta secca ammorbidita nel rosolio (o nel limoncello), un liquore molto leggero, caratteristico della zona partenopea, derivato proprio dai petali della rosa, come il nome suggerisce.

Anche lo “scopo” con cui le due varianti si sono originate è diverso: se la Santa Rosa è nata quasi per caso, dalle mani della madre superiora Clotilde, ben presto ci si rese conto del suo gusto e della sua prelibatezza, tant’è che divenne offerta per le famiglie e i benefattori del convento, che ringraziavano le sorelle con qualche moneta, portando a casa qualcuno di questi gustosi dolci; l’usanza ebbe un successo tale che si stabilì che la sfogliata dovesse prendere il nome del luogo dove era stata creata ed inoltre si pensò che il giorno più adatto per la sua distribuzione fosse quello in cui cade, appunto, Santa Rosa, cioè il 30 Agosto. In effetti, anzi, per arrivare sino al laboratorio del nostro Pintauro ci sono voluti ben 200 anni! Al momento opportuno, apportate le modifiche e cambiato il nome in sfogliatella, questo dolce divenne un’opera artigianale culinaria da rivendere sul suolo napoletano attraverso i locali della bottega: mura dalle quali la sfogliatella è “espatriata” velocemente, diventando un simbolo di Napoli a tutti gli effetti, preparata e rivenduta nei laboratori dolciari di tutta la città.

Dove trovare la Santa Rosa?

Sono passati secoli da quel giorno in cui la bottega di Pintauro ha cominciato a proporre la sfogliatella ai napoletani e ai turisti, ma il suo culto è, ormai, tradizionale e storico: ciò che è più difficile gustare, invece, è quello originario della Santa Rosa, che non è così facilmente acquistabile in città.

Di certo, per andare sul sicuro, si può partecipare alla sagra di Conca dei Marini, ancora attiva a tutt’oggi, dove è possibile gustare questo dolce in una ricetta moderna, lievemente modificata, che vuole il ripieno fatto di semolino, ricotta, canditi, uova e aroma di cannella e zucchero, e la sfoglia, ovviamente riccia, realizzata impastando farina, sale ed acqua; la guarnizione finale, che è sempre a vista sul “cocuzzolo” della sfogliata, è in crema pasticciera e amarene sciroppate.

Origine e storia del torrone dei morti

di Simona Vitagliano

Quella che si celebra in Italia nel cosiddetto “Giorno dei Morti” è, per certi versi, una ricorrenza molto simile ad Halloween, tant’è che cade anche in un giorno molto vicino al 31 Ottobre: siamo, infatti, in quella che, per gli italiani, è una vera e propria festività (anche se mai ufficialmente istituita come festività civile) da celebrare il 2 Novembre, esattamente un giorno dopo la ricorrenza (questa volta rossa sul calendario) di Ognissanti.

Ma quali sono queste similitudini così evidenti?

Innanzitutto l’input da dove ha preso origine questa commemorazione: come scritto sull’Encyclopædia Britannica,  “i contadini di molti paesi cattolici credono che quella notte i morti tornino nelle loro case precedenti e si cibino degli alimenti dei vivi“; si celebrano, insomma, le anime dei defunti come se, per una notte, fossero in grado di tornare in vita e addirittura cibarsi di quello che viene loro lasciato a disposizione.

Questa credenza ha fatto in modo, quindi, che le donne del popolo si ingegnassero in nuove ricette, realizzate con gli ingredienti del momento, per accontentare i vivi… e non solo. Ed ecco come sono nati quelli definiti come “i dolci dei morti“, che sono differenti, qui in Italia, di regione in regione.

In Sicilia, ad esempio, la tradizione vuole che la notte di Ognissanti i morti (della famiglia) lascino regali e dolciumi per i bambini, come la Frutta di Martorana (in Calabria i “morticeddi“) e le cosiddette “ossa dei morti“.

Nella zona del monte Argentario, in provincia di Grosseto, in Toscana, invece, tra le varie usanze c’era anche quella di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini, le cui anime si pensava tornassero tra i vivi, appunto, nella notte del 2 Novembre.

Curiosa la tradizione abruzzese che richiama in tutto e per tutto quella anglosassone per la celebrazione di Halloween: vengono fatte, infatti, scavare e intagliare delle grandi zucche per poi riporvi, all’interno, una candelina. In questo modo queste creazioni diventano laterne; vi dice qualcosa il nome Jack-o’-lantern?

Insomma, volendo fare un tour virtuale tra le regioni nostrane (e non solo) si ritroverebbe questa linea comune, volta a festeggiare una sorta di ritorno dei defunti tra i vivi: un modo per ricordare con più calore i propri cari scomparsi.

In questo panorama, il torrone che noi napoletani mangiamo proprio in questi giorni di celebrazione si inserisce a pennello. Ma quali sono le sue origini?

Il torrone dei morti: un’origine antica ed incerta

Quello che a Napoli è definito “torrone dei morti” è un dolciume morbido, lungo dai 50 ai 70 cm, venduto a pezzi, e a peso, in tantissime botteghe e piccoli store all’aperto, disseminati lungo le strade della città. La forma è, praticamente sempre, un parallepipedo, una sorta, se vogliamo, di cassa da morto in miniatura, dato anche il richiamo al colore del legno ottenuto attraverso la base di cioccolato. Naturalmente, l’esterno può essere decorato a piacimento, tant’è che non è infrequente trovarne di ricoperti da cioccolato bianco oppure ripieni di crema e cioccolata al latte, che decorano al taglio ogni fetta.

Questo tipo di torrone si differenza da quello classico per gli ingredienti: qui non c’è miele, ma cacao, come abbiamo visto, che viene “intarsiato” e reso più goloso da nocciole, frutta secca o candita, chicchi di caffè, mandorle, riso soffiato e tantissimi altri ingredienti, preferibilmente autunnali, ma anche più esotici ed estivi, come il cocco.

A Napoli  è impossibile non acquistarne anche solo un piccolo quantitativo, a simbolo della festività più particolare dell’intero calendario italiano; d’altro canto, tra storie di Dracula, vampiri e fantasmi (qualche tempo fa vi abbiamo proposto anche la leggenda della bambina fantasma che riguarda il Gran Caffè Gambrinus), o il mito di Raimondo Di Sangro e della sua Cappella Sansevero, la città partenopea è, sin dalle sue origini, una grande evocatrice di tradizioni storiche esoteriche.

Il Caffè Chantant

Articolo di Michele Sergio tratto dal IL ROMA del 06.11.2017

Fine ‘800. Siamo in piena Belle Èpoque, periodo di larga fiducia nei progressi scientifici e tecnologici, di diffusione di nuove forme d’arte espressive (cinema e fotografia), di grande speranza nei miglioramenti e nelle innovazioni che accompagneranno e segneranno l’inizio del nuovo secolo, di maggiore agiatezza del ceto borghese, in ascesa rapida e costante, che, accanto e più della vecchia nobiltà, comincia a dedicare il tempo libero allo sport, all’arte, al teatro e alla musica. Sull’esempio francese, si diffonde in Italia, rapidamente e con successo, una nuova forma di spettacolo, di cui Napoli diventerà capitale europea accanto a Parigi.

Nei Caffè più rinomati si propone un nuovo spettacolo d’intrattenimento, il Café Chantant (o Caffè Cantante secondo etimo italiano). Il termine Cafè è proprio indicativo del luogo di rappresentazione, i principali Caffè delle città più mondane, Parigi e Napoli in testa, per l’appunto, dove gli avventori, tra un caffè o un bicchiere di vino o liquore, possono godere di uno spettacolo di canzoni (ecco perché Chantant/Cantante), macchiette e ballo. I locali napoletani più famosi dove veniva rappresentato il Cafè Chantat erano la Birreria dello Strasburgo, il Salone Margherita ed il Caffè Gambrinus.

Uno spettacolo veramente trasgressivo per l’epoca, dove il numeroso più atteso, da un pubblico quasi sempre del tutto maschile, è quello delle ballerine, che sulle note del can-can, alzano la gonna mostrando le gambe! Accanto alle amatissime ballerine, nella versione napoletana, spicca la figura della prima donna, la chanteuse, la Sciantosa, cantante e ballerina anch’essa, che manda in visibilio il pubblico con la Mossa, una sorta di movimento d’anca molto sensuale e provocante per l’epoca ritenuta trasgressiva. Tante furono le Sciantose che si distinsero a Napoli ed in tutta Europa: Lina Cavalieri, Maria De Angelis, Elvira Donnarumma, Anna Fougez e Yvonne De Fleuriel. Dopo oltre cento anni è ancora possibile rievocare i tempi della Belle Èpoque al Caffè Gambrinus che ripropone lo spettacolo del Cafè Chantant nelle sue storiche sale dorate.

 

 

 

Cioccolata calda, dai Maya ai giorni nostri

di Simona Vitagliano

Che quello del cioccolato sia un piacere antico non vi è dubbio: lo ritroviamo in tantissime ricette tradizionali, che affondano le radici in tempi (e qualche volta anche territori) lontanissimi.

Ma, forse, parliamo di qualcosa di molto più remoto nei millenni di quello che si possa pensare. Anche perchè questo viaggio all’indietro nel tempo deve arrivare… sino ai Maya!

Quando il cioccolato era una valuta

Il primo italiano ad assaggiare una bevanda al gusto di cacao, arricchita con alcune spezie,  pare sia stato proprio Cristoforo Colombo, quando approdò nelle Americhe. Più precisamente, tutto accadde durante il suo quarto viaggio, quando il nostro compaesano sbarcò in Honduras, in America del Sud. Il sapore lo stregò al punto da portare i semi di questa pianta straordinaria a Fernando e Isabella di Spagna, i quali, però, pare, non mostrarono lo stesso interesse verso questo nuovo cibo arrivato da lontano. Addirittura, una leggenda vorrebbe che Colombo abbia scritto una missiva, al Re di Spagna, per anticipargli la scoperta di questa bevanda, chiamata dai locali del posto “acqua amara“, che rifocillava l’esercito, dandogli una resistenza maggiore alla fatica.

Ma, volendo inoltrarsi ancora più lontano nel tempo, quella bevanda dolce e particolare da dove spuntava fuori?

In effetti, il viaggio da fare è molto più lungo e avvincente: dobbiamo tornare all’epoca del 1000 a.C., alle civiltà precolombiane dei Maya e degli Atzechi che popolavano l’America centro-meridionale. Era tradizione di questi popoli, infatti, bere il Xocoatl, una bevanda, che prendeva il nome proprio da Xoco (cioccolato) e atl (acqua), condita da alcune spezie, come il peperoncino.

Addirittura, sembra che a quei tempi il cacao fosse una pianta così importante e pregiata da essere considerata di gran valore: i suoi chicchi erano usati come valuta, proprio come se si trattasse di denaro. L’economia atzeca si fondava proprio sulle fave di cacao, antiche precorritrici delle nostre monete!

Tornando a tempi più recenti, se la “missione” di Colombo per introdurre il cacao in Europa fallì, come ha fatto questa pianta a raggiungerci e a conquistare definitivamente i nostri palati?

Il nome da citare è quello di Hern‪á‬n Cortés, condottiero spagnolo contemporaneo di Colombo, che conquistò e sottomise al Regno di Spagna l’impero atzeco.

In effetti, la storia delle sue gesta e del suo successo è un po’ controversa: nonostante molti storici parlino di un genocidio avvenuto ai danni di questa antica civiltà, una leggenda vuole che il condottiero sia arrivato in Messico con un esercito ridotto e che la sua vittoria sia avvenuta grazie ad una serie di circostanze favorevoli. Un antico mito atzeco, infatti, narrava del ritorno sulla Terra di una delle divinità più importanti, Quetzacoatl, che sarebbe avvenuto con un “esercito scintillante”. L’esercito spagnolo di Cortés, così, arrivato dal mare con soldati protetti da elmi scintillanti decorati da una piuma, fu visto come una sorta di messaggero del Dio, che venne identificato proprio nella persona del condottiero. Ed ecco perchè tra gli storici c’è anche chi parla di una conquista dei territori atzechi piuttosto spontanea e pacifica.

Al termine di tutto questo, Cortés scoprì dell’utilizzo delle fave di cacao come moneta, cominciando ad interessarsi a questa pianta e importandola anche in Europa come prodotto alimentare.

Il Regno di Spagna, tuttavia, mantenne l’esclusiva a lungo: nel nostro Paese, infatti, si è dovuto aspettare il 1600 per gustare i semi di questa pianta.
Agli inizi dell’800, poi, in Inghilterra, venne realizzata la prima tavoletta da Pierre Paul Caffarel, che cominciò a giovare del progresso tecnologico potendo cominciare una produzione su larga scala. Alla fine dello stesso secolo, infine, Rudolph Lindt inventò il processo chiamato concaggio, che miscela il cioccolato per ottenere un prodotto migliore, omogeneo e privo di acidi alcalici.

Oggi

Oggi il cioccolato, ed in particolare la cioccolata calda, rappresenta il simbolo dell’arrivo dell’inverno: l’immagine di un camino acceso e di una tazza fumante tra le mani è praticamente onnipresente tra le bacheche social di tutto il mondo, in periodi particolarmente freddi dell’anno (e noi del Gambrinus lo sappiamo bene…!). In più, studi scientifici hanno dimostrato anche il suo intervento in positivo sull’umore e sulla gratificazione personale, senza contare che servire la cioccolata fusa speziata è un privilegio riservato da pochi… dimenticando che 3000 anni fa le civiltà precolombiane avevano già imparato a gustare questo tipo di prelibatezza.

Un caffè in onore a Bud Spencer

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Ad un anno dalla scomparsa di Bud Spencer al Gran Caffè Gambrinus è stato presentato il libro “Grazie Bud” opera del giovanissimo e talentuoso scrittore napoletano Alessandro Iovino. Presenti per l’occasione televisioni e giornali oltre a familiari, amici e fans del compianto protagonista del cinema italiano e internazionale.

Molti i nomi del mondo dello spettacolo e delle istituzioni (Catena Fiorello, Andrea Cannavale, Gaetano Sottile, Francesco Emilio Borrelli, Gianni Simioli, Giuseppe Pedersoli), tutti a lasciare un ricordo, ancor prima del campione dello sport e del cinema, dell’uomo, con la sua grande semplicità, la sua profonda umiltà e, soprattutto, la sua enorme umanità. Sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi, Bud si è ripetutamente scagliato contro i prepotenti, denunciando soprusi e sopraffazionia qualsiasi livello!

Il Gambrinus gli ha dedicato una torta e, soprattutto, il “Caffè Bud”, un caffè forte (zucchero di canna, panna montata, caffè e biscotto ricoperto di cioccolato), per uomini forti, in onore del più forte!

Francamente ci auguriamo che questo minimo esempio proveniente dal Gambrinus, costituisca solo la prima di altre e più significative manifestazioni di affetto della ns.città verso un suo grande figlio. E’ bello pensare ad una importante strada o piazza a lui intitolata ed ancor più bello immaginarla con una statua del ns. Gigante Buono.

Ciao Bud!

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La storia e l’origine della sfogliatella

di Simona Vitagliano

Tra Amalfi e Positano,mmiez’e sciure
nce steva nu convent’e clausura.
Madre Clotilde, suora cuciniera
pregava d’a matina fin’a sera;
ma quanno propio lle veneva‘a voglia
priparava doie strat’e pasta sfoglia.
Uno ‘o metteva ncoppa,e l’ato a sotta,
e po’ lle mbuttunava c’a ricotta,
cu ll’ove, c’a vaniglia e ch’e scurzette.
Eh, tutta chesta robba nce mettette!
Stu dolce era na’ cosa favolosa:
o mettetteno nomme santarosa,
e ‘o vennettene a tutte’e cuntadine
ca zappavan’a terra llà vicine.
A gente ne parlava, e chiane chiane
giungett’e’ recchie d’e napulitane.
Pintauro, ca faceva ‘o cantiniere,
p’ammore sujo fernette pasticciere.
A Toledo  nascette ‘a sfogliatella:
senz’amarena era chiù bona e bella!
‘E sfogliatelle frolle, o chelle ricce
da Attanasio, Pintauro o Caflisce,
addò t’e magne, fanno arrecrià.
So’  sempe na delizia, na bontà!

Se volessimo raccontare la storia della sfogliatella basterebbero questi celebri versi a renderla quasi musicale alle nostre orecchie.

Ma il napoletano è una lingua a tutti gli effetti (tra l’altro, patrimonio dell’UNESCO) e, come, tale, non è conosciuta da tutti; ci accingiamo, quindi, a fare questo piccolo viaggio virtuale nella maniera tradizionale.

Le origini

Siamo tra Furore e Conca dei Marini, in Costiera Amalfitana, circa 4 secoli fa (negli anni del 1600), precisamente nel convento di Santa Rosa, abitato da monache di clausura che, per definizione, dovevano tenersi impegnate per evitare, il più possibile, contatti con l’esterno. Per questo coltivavano la terra, cucinavano il pane, si ingegnavano in ricette anche se, per la verità, i menu erano solitamente sempre molto simili tra loro.

Un giorno, però, accadde qualcosa che sarebbe stata la scintilla per un cambiamento nella storia del convento, della costiera e di tutta Napoli; quella stessa scintilla che avrebbe creato il presupposto giusto per la nascita di un nuovo simbolo tutto napoletano.

Quel giorno una delle monache (qualcuno dice madre superiora), di nome Clotilde, si accorse di alcuni avanzi di semola bagnata nel latte. Naturalmente sarebbe stato un grave spreco buttarla, per cui si adoperò in una scelta istintiva culinaria: la miscelò con ricotta, frutta secca e liquore al limone (che oggi chiameremmo limoncello) e la infornò, dopo averla resa ripieno di un impasto, allungato con vino bianco e strutto, di due sfoglie chiuse a ricordare la forma di un cappuccio di monaco: era nata la Santarosa.

Il dolce, infatti, riscosse non solo successo tra le altre sorelle ma cominciò ad essere offerto al popolo, in cambio di qualche moneta, per cui fu necessario dargli un nome e si scelse proprio quello del monastero dove era stato creato.

Per arrivare a Napoli, però, questa leccornia, ci mise ben 200 anni.

Nel 1818, per vie ancora da chiarire, colui che all’epoca era ancora un oste, Pasquale Pintauro, entrò a contatto con questa delizia che lo folgorò, letteralmente.

Decise, così, di rivisitarne la ricetta, trasformando la sua osteria in via Toledo in un laboratorio dolciario e divenendo, egli stesso, pasticciere.

La versione rivisitata da Pintauro

Pintauro eliminò la crema e le amarene del ripieno e assottigliò la sfoglia, privandola di quel richiamo al cappello monacale: è così che è nata la sfogliatella!
Altre versioni meno “ufficiali” della storia riportano, però, che potrebbero essere state le stesse monache a rivisitare la grandezza delle sfoglie di pasta, creando, richiudendo tutto a copertura del ripieno, quella forma di conchiglia che ci è tanto familiare, nel caso della variante frolla.

La sfogliatella oggi

Oggi la bottega di Pintauro, con la vecchia insegna ma nuova gestione, è sempre lì, pronta a deliziare i passanti con le sue sfogliatelle fragranti ma, nel corso dei secoli, questo dolce è diventato così famoso da aver preso le sembianze di un vero e proprio simbolo per Napoli ed i suoi abitanti e non c’è bar, pasticceria, laboratorio che non lo rivenda al pubblico.

Disponibile nella variante riccia e in quella frolla (in alcuni luoghi, soprattutto in costiera, è possibile ancora assaporare l’antica Santarosa), ‘a sfugliatell’ è pronta a regalare emozioni intense ai napoletani e ai turisti, già attraverso il suo profumo, che riempie le strade ed i vicoli della città… e chi si ritrova a passeggiare nei pressi del Gambrinus ne sa qualcosa!

Quando il caffè fece tappa a Napoli

Articolo tratto da IL ROMA del 26 ottobre 2017 di Michele Sergio Gambrinus

Il caffè, bevanda originaria dell’Etiopia, è stata in un primo momento, e precisamente in epoca medioevale, una bevanda conosciuta e consumata esclusivamente nei paesi arabi. Per la diffusione nel vecchio continente, invece, bisognerà aspettare la fine del XVII secolo. Gli arabi facevano largo consumo del caffè, da loro chiamato “Vino d’Arabia”, anche per il divieto di bere bevande alcoliche.

Napoli e Salerno furono tra le prime città europee a venire a contatto con il nero infuso. Furono probabilmente i mercanti arabi che provarono a proporre al popolo napoletano questa nuova bevanda, ottenuta macinando i chicchi di caffè tostati fino a ridurli in polvere da versare, a mo’ di infuso, direttamente in un contenitore di acqua bollente. E’ ampiamente provata la conoscenza della bevanda nera in epoca medievale rinvenendosene documentate tracce nel trattato Flos Medicinae Scholae Salerni della Scuola Medica Salernitana, la più antica al mondo, in cui il caffè era rubricato come medicinale antidepressivo. In prosieguo di tempo, siamo nel 1614, il musicologo romano Pietro Della Valle, tornato dalla Terra Santa, dove aveva appreso le virtù della bevanda, lo propose al popolo di Napoli che, all’epoca, era una delle più importanti e popolose città del mondo.

Data ufficiale della diffusione del caffè in Europa è, però, il 1683, anno del famoso assedio di Vienna da parte dei Turchi Ottomani, nel cui accampamento i soldati degli eserciti europei, dopo la vittoria, rinvennero chicchi e polvere di caffè. E’ così che il caffè fa il suo ingresso alla corte di Vienna e di qui rapidamente si diffonde con il sorgere di “botteghe del caffè” non solo nella stessa Vienna (dove inizierà la tradizione dei KaffeeHaus), ma anche a Parigi (dove nasce nel 1686 il primo Caffè, inteso come locale, il Le Procope) e Venezia (il Caffè Florian apre nel 1720).

Nella nostra città, è con l’arrivo di Maria Carolina, andata in sposa a Ferdinando IV di Borbone, che si comincia a bere caffè diffusamente. La giovane regina che già lo gustava alla corte familiare di Vienna, nel 1771 lo propose ai suoi ospiti durante una fastosa festa nella reggia di Caserta. A Napoli c’era, però, qualcuno che non vedeva favorevolmente questa nuova bevanda, sostenendo, addirittura, che portasse male (forse per il suo colore scuro)! La superstizione fu superata con uno stratagemma posto in essere dal gastronomo Vincenzo Corrado che, abilmente, decise di dedicare il suo trattato “La Manovra della Cioccolata e del Caffè” del 1794 a don Nicola Valletta, massima autorità napoletana in fatto di jettatura.

A partire da tale momento il caffè divenne la bevanda per eccellenza dei napoletani e Napoli acquisì lo status di capitale del caffè, anche per effetto della diffusione della “Cuccumella”, la caffettiera napoletana, che il francese Morize nel 1819 inventò proprio a Napoli.