Aperitivo all'italiana

L’aperitivo… all’italiana

Oggi è tornato di moda quello che i giovani chiamano “ape”, l’aperitivo all’italiana, da consumare nella pausa tra la fine degli orari d’ufficio e la cena, contaminato, però, dall’influenza britannica dell’Happy Hour: cibo, spesso, non troppo raffinato, drink e bevande alla buona, buffet riempiti con ogni sorta di pietanze, senza la minima predilezione, ad esempio, per il finger food o, comunque, per un tocco chic e caratteristico che, invece, ha contraddistinto quest’usanza in passato. Una tradizione, tra l’altro, tutta Made in Italy.

Come nasce l’aperitivo all’italiana

Questo “rito” è nato a Torino, intorno alla fine del 1700.

In quel periodo, infatti, Antonio Benedetto Carpano inventò il vermouth, un vino liquoroso aromatizzato con erbe e spezie, che faceva da sottofondo in pause non solo pre-cena, ma anche pre-pranzo, insieme a stuzzichini dolci e salati, diffondendo questo, che divenne un vero e proprio culto, da sotto i portici di piazza Castello in tutti i caffè della città e, poi, oltre, verso Milano, Genova, Firenze, Venezia e la nostra Napoli, diventando tradizione abitudinaria di tutti i cittadini italiani della borghesia, anche più tardi, nell’Ottocento.

Ogni città diede vita anche a delle rivisitazioni tutte personali: a Venezia, ad esempio, sono nati i bacari, dove consumare i famosi cicchetti (spuntini), bere un tipico spritz o un’ombra (un calice di vino).

Non solo vino

In effetti, quella di bere cocktail non era un’abitudine consolidata fino a non troppo tempo fa: questi drink, infatti,prima degli anni 50,  erano pressoché sconosciuti nel nostro Paese.

Grazie alla presenza di turisti internazionali e, soprattutto, statunitensi nei nostri hotel, però, i barman hanno dovuto imparare a districarsi tra Bloody MaryMargarita Daiquiri, diffondendo il culto ed il gusto dell’alcolico che ha, per molti, sostituito quello del buon vino nostrano e dell’analcolico, fino ad arrivare a vere e proprie esagerazioni e manifestazioni di cattivo gusto.

L’aria chic e retrò dei tradizionali aperitivi all’italiana si è contaminata, così, non solo con le ispirazioni inglesi ma anche con quelle americane, divenendo una sorta di mix che di nostrano ha solo un vago ricordo ed un retrogusto lontano.

Noi del Gambrinus, insieme agli amici del Camparino di Milano, siamo fieri di aver conservato lo stile e la proposta tradizionale di un tempo, lasciando intatta la nostra identità non solo di napoletani ma anche di italiani!

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Caffè sospeso, da antica abitudine napoletana a fenomeno nazionale

articolo scritto da Michele Sergio

pubblicato sul “Il Roma” il 09 ottobre 2017

Il caffè sospeso è un’antica e generosa usanza napoletana consistente nel lasciare pagato al Bar un caffè per una persona sconosciuta che, così, pur non potendoselo permettere, potrà, comunque, berlo. Un grande conoscitore di cose napoletane come Luciano De Crescenzo ha felicemente colto lo spirito del caffè sospeso: “quando un napoletano è felice per qualche ragione decide di offrire un caffè ad uno sconosciuto perché è come se offrisse un caffè al resto del mondo”.

E’ nei difficili anni che seguono l’unità di Italia che comincia a diffondersi l’usanza del sospeso che diventerà, poi, vera e propria abitudine agli inizi del ‘900 con l’introduzione de La Pavone, la prima macchina da bar per la preparazione del caffè espresso, che consentiva di preparare l’amata tazzina di nera bevanda in meno di un minuto (di qui il termine espresso, veloce, come il più veloce dei treni, l’espresso per l’appunto).

La seconda guerra mondiale sarà decisiva a porre nell’oblio la generosa usanza del caffè sospeso, ma con il nuovo millennio essa viene riscoperta nel più generale ambito del percorso di recupero delle tradizioni napoletane avviato da circa un ventennio dai migliori ambiti culturali napoletani.

Oggi il caffè sospeso è nuovamente pratica invalsa dappertutto nel territorio cittadino e che vede generosi protagonisti anche i turisti i quali, oramai, lasciano di sovente un sospeso allo stesso modo in cui lanciano la monetina nella Fontana di Trevi a Roma, con tanto di selfies ad immortalare lo storico momento. L’antica abitudine dei più generosi signori napoletani è divenuta vero e proprio fenomeno nazionale, avendo già da alcuni anni varcato i nostri confini metropolitani e regionali, diffondendosi nelle altre città italiane, fino ad attirare la curiosità di giornali e televisioni straniere, interessate a conoscere un comportamento dai significativi risvolti sociologici.

Ispirate al ns. caffè sospeso, si stanno, infine, diffondendo simili pratiche in altri paesi del mondo come, ad esempio, la baguette sospesa in Francia. Chissà che a breve –  e non c’è che da augurarselo – non si possa bere una birra sospesa a Monaco di Baviera, piuttosto che sorbire un thè sospeso in un pub inglese o, perché no, un karkadè sospeso tra le strade de Il Cairo.

 

Salotto letterario

Come sono nati i salotti letterari?

di Simona Vitagliano

Il Gran Caffè Gambrinus è un posto che raccoglie storia, tradizione e epoche lontane, in un mix continuo di passato, presente e futuro.

Lo Stile Liberty che lo ha forgiato, l’usanza del caffè sospeso, la tradizione del Cafè Chantant, che ha dato i natali alla parola “sciantosa“, e i salotti letterari che hanno preso vita al suo interno rappresentano alcuni dei motivi per i quali il suo suolo è stato calpestato dalla nobiltà napoletana e dai personaggi più illustri di ogni epoca.

Ma come sono nati i salotti letterari?

L’origine

Secondo uno scritto del 1825 di  Fontenelle, un salotto letterario è “il luogo dove le persone amano trovarsi per conversare piacevolmente“.

Per cercare le origini di questa usanza, che è stata molto in voga, per lunghissimo tempo, in tutta Europa e non solo, bisogna andare indietro nel tempo, superando secoli e secoli di guerre, popoli e tradizioni: una quantità di anni così grande che ci riporta ai greci.

A quei tempi, infatti, esisteva il symposion, una tavola imbandita intorno alla quale si decantavano versi e si svolgevano discussioni di varia natura, includendo arte, letteratura, filosofia e politica.

Non ci volle molto per “contagiare” i romani, riuscendo a mantenere questa tradizione anche nel medioevo e nel rinascimento, dove tutto era divenuto un intrattenimento della nobiltà, in ambienti privilegiati come ville, magari di qualche mecenate, castelli e monasteri. Durante l’umanesimo si cominciò a parlare di sodalitates litterarum o di contubernales: null’altro che salotti letterari che riuscirono, in particolare, ad attivare l’espansione culturale fuori dalle università o dagli ambienti religiosi, cominciando a sdoganare, di fatto, la cultura. Iniziarono a diffondersi, infatti, salotti di editori o dedicati alla poesia, allargando il raggio di partecipazione verso tipologie di persone differenti e di altro rango. Nacquero così le accademie che, durante l’illuminismo, vennero finalizzate al sapere; un sapere che diventò, così, più “borghese”, tant’è che le riunioni cominciarono a svolgersi anche in case private. Fu proprio in quel periodo che si affermò la figura dell’organizzatore o dell’anfitrione, che spesso era una donna, assolutamente lontana dall’ambiente laico o ecclesiastico dell’alta società.

I salotti letterari francesi, parigini su tutti, primeggiarono per fama, poichè vi partecipavano, spesso, personalità di spicco attraverso le quali filtravano le discussioni e si forgiavano nuove correnti di pensiero; è nata così l’idea di salotto letterario moderno, che ci accompagna ancora oggi.

Volendo schematizzare le qualità che si danno per scontate in ogni riunione del genere si può dire che:

  • gli incontri sono liberi, spontanei e informali;
  • i partecipanti hanno contiguità socio-culturale;
  • le riunioni hanno soprattutto un interesse intellettuale;
  • è riconosciuta uguale capacità intellettuale ai partecipanti, anche in presenza di una personalità predominante.
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L’origine dei profitteroles

I profiteroles sono tra quei dolci “evergreen” che la tradizione mescola alla modernità e che non passano mai di moda. Questo sicuramente grazie al loro gusto particolare e alla loro golosità, che riesce a mettere d’accordo tutti e a solleticare il palato di grandi e piccini.

Sebbene la ricetta originale voglia il bignè riempito di panna e la copertura di cioccolato fuso, oggi è possibile trovarne di diverse tipologie, con ripieno in crema pasticcera, crema chantilly o, addirittura, gelato, e coperture di altri gusti, come, ad esempio, il caramello. Un modo per accontentare i gusti di tutti, senza esclusione, come ci è capitato di fare anche ai tavolini del nostro Gambrinus!

In effetti, i profiteroles sono molto popolari tra i napoletani, dominando i loro pranzi domenicali e la maggioranza delle cerimonie celebrative, ed è molto facile ritrovarli nelle classiche portate piramidali (croquembouche), oltre che in piccole monoporzioni da portar via, per soddisfare un piccolo ed improvviso peccato di gola.

Ma che storia ha questo dolce così particolare?

Le origini

Il nome ci riporta facilmente nelle terre francesi.

L’origine di questa golosità sarebbe da ritrovarsi alla corte di Caterina de’ Medici e si è ipotizzato anche il momento esatto dell’invenzione: il suo matrimonio con Enrico II di Francia.

Si dice, infatti, che Caterina avesse portato con sè tutte le sue ricette, incluso uno dei suoi chef, il celebre Popelini che, nel 1540, avrebbe dato vita a questo tipo di dolce creando la pasta per bignè.

La fama dei profiteroles, però, si è diffusa solo nel XVII secolo e, nella nostra stessa Italia, ne esistono altre varianti nominali, come quella fiorentina chiamata “bongo“, che fa pensare, quindi, ad un’origine diversa del dolce, per quanto similare, invece, come prodotto; a Messina e provincia, invece, esiste quello che viene  denominato il “bianco e nero“.

Oggi, questi dolcetti deliziosi sono utilizzati anche come guarnizione per l’altrettanto celebre torta Saint Honoré.

Millefoglie

Pasticceria classica: la millefoglie

di Simona Vitagliano

Quante volte abbiamo servito, ai tavolini del Gambrinus, delle gustose fette di Torta Millefoglie, ai clienti che festeggiavano qualcosa di importante!

Ma quali sono le origini di questo dolce, ormai internazionale?

Proviamo ad andare indietro nel tempo per capirlo.

“Napoleon” diventa “Millefoglie”

In Francia, patria natale di questa leccornia multistrato, la Millefoglie è nota anche col nome di Napoleon.

Secondo le fonti ufficiali, l’origine reale della Millefoglie, in realtà, è sconosciuta, anche se le prime tracce si ritrovano nel libro Cuisinier françois di François Pierre de La Varenne, datato 1651. L’ipotesi è quella secondo la quale questo dolce sarebbe stato creato, per la prima volta, per essere portato in tavola ai reali di Francia, ma non ci sono documentazioni su questo.

La versione che conosciamo oggi, comunque, cioè la classica a tre strati di pasta sfoglia con due strati di crema pasticcera, la si deve ad una modifica che venne introdotta nella ricetta tradizionale da  Marie-Antoine Carême, cuoco e scrittore francese della fine del diciottesimo secolo.

Varianti

Come spesso accade, nel corso del tempo, le ricette si evolvono e cambiano insieme a chi le gusta e le “rivisita”.

Ecco che sono nate così le Millefoglie alla marmellata o al cioccolato o, addirittura, salate, ripiene di formaggi e verdure.

Inoltre, anche la parte superiore può venire arricchita in modi diversi: si va dalla classica glassatura alla spolverata di zucchero a velo e/o cacao, fino a guarnizioni con granella, frutta secca, panna e/o frutta fresca.

Addirittura, è nata una competizione in Australia, a Ouyen, nella Victoria occidentale, la Great Australian Vanilla Slice Triumph, che è una vera e propria gara, che si svolge annualmente, per dichiarare quale sia la migliore Torta Millefoglie.

Come si serve

Di base, l’ideale, per la Millefoglie, è quella di servirla in porzioni-mattonelle, in cui gli strati si mantengano intatti e si sciolgano in bocca una volta toccato il palato.

Nel corso del tempo, però, anche il modo di servire questo dolce si è “modernizzato”, passando da piccole e simpaticissime monoporzioni, ideali anche nella piccola pasticceria, e finendo a versioni “da bicchiere“, dove la struttura si perde e si mescola su se stessa… dando vita a quella che, forse, è la versione più “odiata” dai puristi!

 

Semifreddo

Le differenze tra gelato e semifreddo

di Simona Vitagliano

L’estate sta finendo” cantava una famosissima canzone anni 80, che rispecchia esattamente anche la nostra condizione attuale. I lidi stanno chiudendo, le prime piogge stanno offuscando i nostri cieli e i primi freschi autunnali stanno facendo capolino, una volta arrivata sera.

Fortunatamente, però, c’è ancora spazio per qualche bella giornata di sole, calda quanto basta per gustare un buon gelato o un ottimo semifreddo ai tavolini del nostro Gambrinus!

Ma, a proposito, che differenza c’è?

Gelato e semifreddo: due “cugini”, simili ma differenti

Le caratteristiche da considerare per esaminare le differenze principali tra gelati e semifreddi sono, sicuramente, due: ingredienti e lavorazione.

Lasciando da parte, infatti, gli ingredienti opzionali, che possono dare un gusto più o meno specifico al sapore, i semifreddi hanno un elenco di ingredienti fondamentali da rispettare, alcuni molto diversi da quelli del gelato. Vediamoli nello specifico.

  • Panna semi-montata: fornisce quella morbidezza al dolce e quella temperatura fresca ma non gelida che, invece, contraddistingue il gelato (dove la panna è montata e, perciò, più fredda e porosa);
  • Uovo: nel gelato questo ingrediente non è obbligatorio, nè sempre presente, mentre, in albume e/o tuorlo, nel semifreddo è parte integrante della ricetta;
  • Zucchero: affinchè si abbia un prodotto morbido al taglio, anche a basse temperature, è importante che il contenuto totale di zuccheri, nel semifreddo, sia pari al 23%.

Per quanto riguarda la lavorazione, infine, si può facilmente capire quali siano le differenze sostanziali esaminandone le varie fasi.

Innanzitutto, è possibile optare per una lavorazione a freddo o a caldo.

La prima tipologia è indirizzata maggiormente per i gelati con gusti a base di acqua, zucchero e frutta, ottenendo una miscela di ingredienti da far riposare brevemente per poi farla raffreddare tramite mantecazione.

La seconda tipologia, invece, viene scelta, più spesso, per il gelato artigianale con gusti a base di latte o in previsione di grandi quantità di prodotto da preparare. Il processo è più lungo e complesso, prevedendo una miscelazione, una pastorizzazione, una maturazione ed una gelatura, tramite congelamento ed indurimento. Infine avviene l’abbattimento della temperatura, prima della conservazione.

La differenza sostanziale che intercorre tra la lavorazione del gelato e quella del semifreddo è che mentre il primo, come abbiamo visto, è sottoposto a mantecazione, il secondo viene raffreddato tramite la tecnica del freddo rapido: un brusco abbassamento della temperatura che non formi, così, indesiderati macrocristalli di ghiaccio. Solo in questo modo si può ottenere un composto più cremoso, che va, poi, conservato tra i 20 e i 18 gradi sotto lo zero, esattamente come il “cugino” gelato.

Palazzo Reale di Napoli

Il Palazzo Reale di Napoli

di Simona Vitagliano

Passare al Gambrinus per un caffè o per perdersi nella storia e nella bellezza vintage e senza tempo dello Stile Liberty e non entrare a contatto con il Palazzo Reale di Napoli è praticamente impossibile.

Si tratta di un luogo così pieno di storia che analizzarlo sotto tutti di vista sarebbe impossibile: sul suo pavimento hanno camminato le personalità più influenti ed importanti della storia partenopea, dall’epoca vicereale in poi, e non c’è un angolo, uno spigolo, un pezzo d’arte che non parli di Napoli.

La storia, in breve

La costruzione del Palazzo Reale di Napoli si rese necessaria quando, in epoca vicereale, come detto, Fernando Ruiz de Castro si rese conto che, per accogliere gli ospiti (in particolare si aspettava una visita del Re di Spagna, Filippo III d’Asburgo) mancava una sede davvero sfarzosa, elegante ed ampia. Esisteva già da una cinquantina d’anni, infatti, un Palazzo Vicereale, assolutamente non in linea con i desideri del vicerè, di cui parte dei giardini, quindi, furono utilizzati proprio per la costruzione dell’ampia Reggia che, in breve, lo sostituì; il Palazzo Vicereale Vecchio, successivamente, venne addirittura abbattuto (creando quella che oggi chiamiamo Piazza Trieste e Trento).

La collocazione urbanistica scelta continuava la tradizionale posizione della residenza reale al margine meridionale della città antica, avendo l’accortezza di restare nei pressi del porto, qualora al Re fosse necessaria una fuga, anche improvvisa.

La prima pietra del Palazzo venne posta nel 1600 ed il progetto fu affidato a Domenico Fontana, considerato, in quel periodo, il più prestigioso architetto d’occidente: proveniva dalla corte papale e ricopriva il ruolo di ingegnere maggiore del Regno.

L’ispirazione di Fontana fu legata ai canoni tardo-rinascimentali, ma ci sono stati interventi successivi, anche nel 1700 e 1800, ad opera di altre importanti personalità del panorama partenopeo, che hanno tratto spunto da altri tipi di concezioni. Nel 1734, infatti, Napoli divenne capitale di un regno autonomo con Carlo III di Borbone ed il Palazzo fu ampliato su più versanti, con la creazione di due nuovi cortili, con un gusto che si rifaceva del tutto al tardo barocco; al tempo di Ferdinando Il Borbone, poi, tra il 1838 e il 1858, furono previsti dei lavori per ripristinare il Palazzo dopo un incendio che lo devastò. In quel caso, l’architetto Gaetano Genovese fu incaricato di un restauro nel gusto neoclassico.

Dal 1600 al 1946 il Palazzo Reale è stato sede del potere monarchico a Napoli e, ovviamente, per tutta l’Italia meridionale: dai viceré spagnoli e austriaci ai Borbone e ai Savoia, hanno tutti dimorato lì.

Dopo l’Unità d’Italia, il Palazzo fu ceduto al Demanio dello Stato, nel 1919, divenendo sede della Biblioteca Nazionale che, dall’epoca, lo occupa in parte (ospitando una raccolta di un milione e mezzo di volumi, tra cui rari manoscritti medievali e i papiri di Ercolano); l’altra ala, quella più antica e ricca di storia, è stata adibita a Museo dell’Appartamento Storico.

Il Palazzo Reale oggi

Quando passiamo dinanzi a questo Palazzo, la facciata che balza ai nostri occhi è quella del Fontana: si notano anche gli stemmi reale e vicereale, insieme a quello dei Savoia. A parte l’evidentissima torretta dell’orologio, però, la sezione che più risalta all’attenzione è quella in cui compaiono una serie di archi e di nicchie all’interno delle quali, a fine 1800, i Savoia collocarono 8 statue, per omaggiare i più illustri sovrani delle varie dinastie ascese al trono di Napoli: Ruggiero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona, Carlo V, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Croissant

La storia del croissant

di Simona Vitagliano

Onnipresente nelle colazioni al bar (o negli spuntini notturni) di tutto il mondo, il croissant è un piacere per il palato, fatto di pasta sfoglia, che porta dentro di sè non solo una storia, ma anche una leggenda.

La leggenda

Secondo delle storie popolari, che vengono tramandate anche ai giorni nostri, origine e forma del croissant sarebbero legate alla celebrazione della sconfitta dell’Impero ottomano nell’assedio di Vienna del 1683 o in quello di Budapest del 1686.

Sembra infatti che i turchi (ottomani), per due lunghi mesi, abbiano assediato l’impero Asburgico, senza riuscire a sorpassare le difese. Decisero, così, di provare a raggiungere l’obiettivo scavando delle gallerie sotterranee da percorrere durante la notte, per creare un effetto sorpresa, stile cavallo di Troia, alle sentinelle, che sarebbero state più facili da abbattere.

Quello che gli ottomani non tennero in conto, si racconta, però, è che i fornai lavorano proprio nelle ore notturne, per poi mettere in vendita i propri prodotti al primo mattino.

Per questo, furono proprio questi instancabili artigiani culinari ad avvertire le sentinelle, salvando, di fatto, la città e, probabilmente, l’intero Occidente, dall’egemonia turca. In particolare, si parla di un pasticcere di nome Vendler, che ricevette, grazie a questo atto eroico, il diritto esclusivo di produrre qualcosa di speciale, a livello di pasticceria, per commemorare l’evento; sarebbero nati così i cornetti, con quella forma di mezzaluna che simboleggiava, appunto, il logo turco per eccellenza.

Come abbiamo detto, ad ogni modo, si tratta di una leggenda e non ci sono fonti originali che confermino nulla di tutto questo.

La storia

Per quanto riguarda la storia ufficiale ed accreditata, le origini del croissant vanno ritrovate nel kipferl austriaco, una specialità dolce o salata a forma di mezzaluna preparata con farina, burro, uova, acqua e zucchero e tuorlo d’uovo in superficie (suona familiare, no?). Questa pietanza è documentata ampiamente e, di certo, almeno fino al XIII secolo.

Facciamo un balzo in avanti, tra il 1838 ed il 1839. L’ufficiale di artiglieria austriaco August Zang, in congedo, fondò la Boulangerie Viennoise (“Pasticceria viennese“), la cui sede sorse in via de Richelieu 92 a Parigi. La data è estrapolata da un’immagine del 1909 della pasticceria (che vi mostriamo di seguito), ma sembra che la sua esistenza sia ancora più antica e documentata precedentemente.

Boulangerie Viennoise

L’intento del locale era vendere specialità viennesi incluso, appunto, il kipferl; fu così che nacque la viennoiserie, distinta dalla semplice pasticceria per il fatto che, in quest’ultima, si vendono sì dolci da forno, ma ripieni di creme (una distinzione che in Italia non esiste, poichè  i fornai sono tradizionalmente autorizzati alla produzione di pani e dolci secchi da forno).

Il successo fu pressochè immediato, tanto che la piccola impresa artigianale cominciò ad essere imitata dai francesi, dando vita anche a versioni “alternative” dei dolci, arrivando al nuovo nome del kipferl che fu battezzato, appunto, croissant per la sua forma a mezzaluna. Questa parola, infatti, letteralmente vuol dire “crescente“, alludendo alla luna crescente e alla forma del tipico dolce.

Tuttavia, sembra che, ufficialmente, il primo riferimento al termine “croissant” si ritrovi nel libro, datato 1853, Des substances alimentaires, ed è stato inserito per la prima volta nel Dictionnaire de la langue française nel 1863.

Per avere, invece, la prima ricetta si è dovuto aspettare il 1906, con la Nouvelle Encyclopédie culinaire.

 

E voi quale preferite, la versione leggendaria o quella storica?
Fatecelo sapere gustando al Gambrinus uno dei nostri fragranti cornetti… ops, croissant!

Boom di turisti a Napoli

Boom di turisti a Napoli per l’Estate 2017

di Simona Vitagliano

La città di Napoli non ha sempre vissuto di massimo splendore, in fatto di reputazione, a livello mondiale ed europeo, a causa di una serie infinita di fattori, partendo dall’emergenza rifiuti di qualche tempo fa e finendo al terreno fertile che ha trovato il razzismo di qualcuno che ha preferito tessere le lodi del nostro Settentrione e infangare il Meridione.

Fortunatamente, questo momento “no” è finito da un pezzo e Napoli è in ripresa sotto tantissimi punti di vista.

Lo abbiamo visto proprio questo Ferragosto, quando, in città, trovare un posto in albergo era un’impresa ardua, per le vie si notavano sciami di turisti armati di cartina stradale e Il Mattino ha dedicato un lungo servizio video, comparso sui social, in cui si sono mostrate interviste a turisti entusiasti e all’Assessore al Turismo, Nello Daniele.

Il boom è stato talmente evidente che non sono state solo le file interminabili fuori alle principali attrazioni culturali e divertenti ad esserne immagine, ma anche la letterale “inondazione” di turisti, italiani e stranieri, ritrovatisi a passeggiare in strade secondarie, a sorseggiare la nostra “tazzulella ‘e café” nei bar di tutta la città (episodi che abbiamo potuto testimoniare anche noi, direttamente, al Gambrinus), a mangiare le nostre pizze gourmet o tradizionali nei ristoranti e nelle pizzerie di tutta la city.

Un lieto seguito, quindi di questa Pasqua e Pasquetta che avevano fatto registrare il tutto esaurito, con numeri ufficiali che promettono di essere, di nuovo, da record.

Ad ogni modo, stando ai  dati del Rapporto sul Turismo 2017 fatto da UniCredit e Turing Club Italia, negli ultimi cinque anni il turismo in Campania è aumentato dell’1,6%: la nostra regione è al primo posto per numero di visite tra quelle del Meridione italiano e Napoli è la meta preferita dal 64% di chi la sceglie .

Praticamente si è capovolta quella situazione mordi e fuggi che c’era fino a qualche anno fa, adesso si parte da Napoli e poi si va a visitare la Costiera, Pompei, Capri e le altre bellezze regionali, non viceversa“, ha commentato l’assessore Daniele.

Insomma un’estate ricca, e non solo di eventi, questa che sta finendo per Napoli e per la Campania tutta, che segna un momento estremamente positivo per il nostro territorio, che tende a migliorarsi sempre di più, con il passare delle stagioni.

Sorbetto al limone

L’origine del sorbetto, l’antenato del gelato

di Simona Vitagliano

Freschissimo, refrigerante, ricco di vitamine e di sali minerali: il sorbetto è un compagno decisamente piacevole delle cene estive più calde.

Celebre in tutto il mondo nella sua variante al limone, è, in realtà, realizzabile in tutti i gusti agrumati possibili, conservando le proprietà di un succo di frutta e combinandole alla sensazione corroborante che dona la sua consistenza “granitosa” (anche se la granita, come abbiamo visto, costituisce ancora un’altra sfumatura di questi dessert freschi a base di frutta).

Qualche settimana fa abbiamo visto che la storia del gelato è tutta italiana, addentrandoci nel mondo di questo alimento ormai universale. In effetti, alcuni nomi comparsi nella sua “biografia” fanno parte anche della storia del sorbetto, che altro non è, infatti, che un suo antenato.

Le origini

Per quanto riguarda l’etimologia della parola, gli studiosi sono ancora incerti su quale sia la versione ufficiale da considerare, poichè esistono varie scuole di pensiero.

C’è chi pensa derivi dalla parola araba “sherbeth” (bevanda fresca), chi dalla turca “sharber” (sorbire) e chi dal verbo latino ”sorbeo-es-sorbui” (sorbire o succhiare).

Nonostante questa molteplicità di versioni, ad ogni modo, pare che il termine “sorbetto” sia stato adottato per la prima volta nel Medioevo, perchè la parola ricordava il suono di chi gusta, succhiando un po’ per volta, questo tipo di bevanda; si tratterebbe, quindi, di una parola onomatopeica.

Come abbiamo visto nell’articolo in cui abbiamo esplorato la storia del gelato, la procedura per ottenere questo tipo di dessert freschi era piuttosto laboriosa: dobbiamo pensare che, all’epoca, i nostri elettrodomestici non esistevano e le condizioni di vita erano molto diverse e precarie.

Veniva, così, raccolta la neve, in inverno, conservandola in caverne, al buio e al freddo, stipata tra strati di paglia.

Nelle stagioni più calde, poi, si tornava a prenderla per ottenere questo refrigerante naturale in grado di trasformare i cibi in vere e proprie leccornie estive. Il poeta Simonide, nel V sec. a.C., ci fornisce una dolcissima testimonianza di questa pratica, nota anche presso i greci: “la neve si seppellisce viva, perché viva si conservi e ingentilisca l’estate”.
Dal canto loro, i romani, tramite Seneca, nel I sec. d.C., ci hanno fatto conoscere, invece, la pratica nei particolari, per ottenere bevande refrigeranti: in sostanza, queste venivano fatte passare svariate volte in un colatoio d’argento o un panno di lino colmi di neve, ottenendo il risultato desiderato; quando la neve, invece, come sarebbe accaduto in seguito, veniva direttamente mescolata al succo di frutta, si ottenevano bevande più simili a sorbetti e granite.

In Occidente, però, questo metodo venne per parecchio tempo dimenticato, riacquistandolo verso il IX secolo, quando gli arabi,  come abbiamo visto quando abbiamo raccontato la storia della granita siciliana, transitando in Sicilia, le lasciarono in eredità le proprie conoscenze, tra cui anche quella relativa ai sorbetti. In effetti, rispetto alla pratica precedente, ci furono delle piccole evoluzioni perchè in Oriente si sfruttava il fenomeno per il quale i succhi di frutta si “solidificavano” se posti in un recipiente con la neve intorno, avendo fatto proprio anche il concetto per cui, con l’aggiunta di sale, si riusciva a rallentare lo scioglimento del ghiaccio.
Naturalmente, non tutti potevano permettersi una golosità così particolare, per cui, durante la seconda metà del XVI secolo, i sorbetti cominciarono, dalla Sicilia, a diventare fedeli compagni di tavola in tantissime corti italiane. Una nuova evoluzione arrivò grazie alla partecipazione dell’architetto e ingegnere Bernardo Buontalenti che, come afferma lo storico settecentesco Giuseppe Averani: “uomo di sagacissimo intendimento e nominatissimo per ingegno e per molti meravigliosi ritrovamenti, fabbricò per primo le conserve del ghiaccio“.
Con il passare del tempo la produzione divenne sempre più semplice e le materie prime meno costose, per cui dall’élite di corte si passò alla borghesia, anche grazie al siciliano Francesco Procopio Cutò che, nel suo “Café Procope”, aperto a Parigi nel 1686, cominciò a diffondere i suoi sorbetti speciali alla sua importante clientela europea. Il successo fu così grande che Luigi XIV assegnò a questo ormai famoso italiano l’esclusiva per la fornitura a corte di “acque gelate” (quelle che oggi chiamiamo “granite”), “fiori d’anice” e “fiori di cannella” (che erano una sorta di gelati alla frutta).

Dalla borghesia alle classi sociali meno ricche, ovviamente, il passo è stato ancora più veloce, con il progresso della tecnologia, ed oggi è possibile gustare ottimi sorbetti agli aperitivi, alle cene e a tutti gli appuntamenti estivi in genere.

Naturalmente, anche noi del Gambrinus vi aspettiamo con i nostri dessert freschi!