“Voce ‘e notte”, una canzone d’amore scritta ai tavolini di un Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma del 20 maggio 2018

Lo storico Caffè Gambrinus, soprattutto tra fine ‘800 ed inizi ‘900, era la location preferita da artisti e musicisti dove trascorrere le ore oziose e, sovente, comporre e scrivere melodie tra un gelato e un bicchiere di vino, un caffè ed un pasticcino. E’ proprio ai tavolini del celeberrimo ritrovo che furono scritte tante canzoni che oggi fanno parte del grande patrimonio della musica classica napoletana. Una di questi capolavori è la meravigliosa Voce ‘e notte appassionato grido di un innamorato sofferente. Si racconta che Eduardo Nicolardi, all’età di 25 anni, redattore del quotidiano “Don Marzio” e poeta per diletto, un giorno del 1903 ebbe un colpo di fulmine e si innamorò perdutamente della diciottenne Anna Rossi. La giovane dal balcone di casa sua ricambiò con sguardi amorosi la passione nascente. Quando Nicolardi trovò il coraggio di chiedere al di lei padre la mano della fanciulla, questi, il commendatore Gennaro Rossi, commerciante di cavalli da corsa, gli disse che avrebbe dato in sposa la figlia solo ad un uomo ricco. Siccome Nicolardi, ahilui, non lo era, grande fu la sua delusione per la posizione assunta dal padre dell’amata e ancora maggiore lo fu quando seppe che la sua Anna andò in sposa ad un ricco proprietario terriero di ben 75 anni! La fanciulla dovette accettare, suo malgrado, la decisione paterna ed insieme al suo sposo andò a vivere a via Santa Teresa.

Ma Nicolardi non si arrese: tutte le notti si recava sotto casa degli sposi nella speranza di potere ancora una volta incontrare, almeno, lo sguardo di Lei. Una notte Eduardo ebbe l’improvvisa sensazione che Anna lo stesse desiderando, pur non potendolo incontrare. Ispirato corse così al Caffè Gambrinus, aperto anche a tarda notte e scrisse i versi della celeberrima canzone.

Musicata da Ernesto De Curtis, Voce ‘e notte è stata resa celebre dai grandi della canzone napoletana e particolarmente, in versione d’atmosfera, da Peppino di Capri.

Il fato premiò la tenacia di Eduardo infatti, appena un anno dopo il matrimonio, l’attempato marito di Anna passò a migliore vita e Nicolardi riuscì finalmente convolare a nozze con la giovane vedova. Il loro matrimonio fu lungo (quasi 50 anni) e felice (i due ebbero otto figli!).

Si ‘sta voce te scéta ‘int”a nuttata,
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino…
Statte scetata, si vuó’ stá scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino…

Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,
pecché nun puó sbagliá ‘sta voce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.

Si ‘sta voce te canta dint”o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico…

Si te vène na smania ‘e vulé bene,
na smania ‘e vase córrere p”e vvéne,
nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,
vásate a chillo…che te ‘mporta ‘e me?

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int”a nuttata,
te sceta ‘o sposo, nun avé paura…
Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…
Canta isso sulo…Ma che canta a fá?!…”

 

Napoli: tra le prime città a conoscere il caffè!!!

Articolo di Michele Sergio pubblicato su “L’Espresso Napoletano” del mese di maggio 2018

Grazie a Pietro Della Valle Napoli fu tra le prime città a venire a contatto con una nuova bevanda: il caffè

Figura affascinante quella del grande musicologo, scrittore e avventuriero romano Pietro Della Valle che, nella prima metà del ‘600, intraprende una serie di viaggi in Medio Oriente nel corso dei quali scopre un mondo sconosciuto a noi europei, tante novità, tra le quali il caffè. Egli è tra i primi europei a berlo e cercherà di importarlo nella sua città d’adozione, la nostra, Napoli. Ma andiamo con ordine.

Pietro Della Valle nasce a Roma nel 1586 da un ricco ed antico casato che gli consente di approfondire gli studi classici, appartenere alla società che conta, viaggiare, intrecciare relazioni personali e professionali con persone d’ogni livello e nazionalità.

A vent’anni la sua vita cambia. S’innamora perdutamente di una fanciulla che però non potrà mai avere perché andrà in sposa ad un altro uomo.

Deluso, Pietro si sfoga dandosi a componimenti musicali: Il carro di fedeltà d’amore, Gli amori pescatorii, Lettere pescatorie amorose, Sogno Amoroso. Ciò non gli basta a colmare il suo vuoto e decide di partire per la guerra nel 1611 per assalire Tunisi. Dopo questa parentesi ritorna a Napoli, allora una delle città più vive e popolose del mondo, dove incontra tantissime persone tra cui il medico e poeta Marco Schipano che divenne suo stretto amico.

Nel 1614 riparte per la volta della Terra Santa dove si innamora (e stiamo a due!) di una bellissima donna di nome Maani, la sola capace di fargli dimenticare il suo (primo) amore romano.

E da lì inizia la scoperta degli usi e costumi dei popoli mediorientali, di cui fervidamente racconta attraverso 56 lettere, agli europei, dalla scrittura cuneiforme al caffè. Si al caffè. I napoletani, attraverso le sue lettere, diffuse dall’amico Schipano, vengono a conoscenza del nero infuso, fino a quando Della Valle non ne parla direttamente dopo che, tanti gli anni passati a viaggiare, decide di ritornare a Napoli. Qui scrive della bevanda chiamata “kahve” consumata dai musulmani al termine del pasto, ottima alternativa agli alcolici proibiti dalla loro religione. Qui racconta del liquido profumato dal colore nero, da bricchi posti sul fuoco versato in piccole scodelle di porcellana, continuamente svuotate e riempite dagli avventori. Qui scrive della capacità di questa nuova “magica” bevanda di tenere sveglie le persone di notte, di destare corpo e spirito dei bevitori.

E’ per merito di Pietro Della Valle che i napoletani conoscono, tra i primi in Europa, il caffè a seguito del suo ritorno nella terra natia. Dopo un secolo Napoli diventerà la capitale del caffè ed i napoletani i primi amanti e consumatori, oltre che sponsor, del nero infuso.

Il cappuccino: quando il caffè incontra il latte

Articolo scritto da Michele Sergio pubblicato su IL ROMA il 22 aprile 2018

La colazione preferita degli italiani è senza dubbio cornetto e cappuccino. Due sono i soli ingredienti per realizzare il cappuccino: caffè e latte montato caldo.

Il successo commerciale del cappuccino trova ragione nella semplicità degli ingredienti e nella bontà, due caratteristiche che sono state le carte vincenti e che lo hanno fatto diffondere in ogni angolo del mondo.

Ma perché si chiama così? E dove e quando è nato? Non c’è unanimità di pareri circa l’etimologia del termine ma l’ipotesi più probabile e che derivi dalla somiglianza del colore di questa bevanda con il colore del mantello mar­rone dei monaci cappuccini che erano soliti berlo quando iniziò a diffondersi in Europa. La versione più accreditata vuole che il cappuccino nasca a Vienna alla fine del XVII secolo, ma ci vorranno ben altri due secoli per arri­vare, infine, al Cappuccino così come oggi lo si co­nosce. Tre le tappe fondamentali: l’“invasione” del caffè in Europa a partire dalla fine del ’600; la dif­fusione del procedimento della pastorizzazione del latte alla fine dell’800, che ha reso più sicuro per la salute umana il consumo di latte; l’invenzione della macchina professionale per il caffè espresso, oramai nel ’900, che ha consentito la preparazione della crema e della schiuma di latte.

Non tutti sono d’accordo sulla ricetta o per meglio dire sulle proporzioni tra latte e caffè e sulla modalità di preparazione. Possiamo dire però che la ricetta più accreditata è quella per la quale il Cappuccino debba essere composto da un quinto di caffè e quattro quinti di latte caldo montato a crema (a 50/60 gradi centigradi) preferibilmente (nella versione napoletana) sormontati da un centimetro di schiuma di latte, con aggiunta di zucchero (secondo gusto) ed una spolverata di cacao.

Da servire rigidamente in tazza di ceramica/porcel­lana.

A noi italiani piace berlo a colazione, este­ri ed esterofili lo gustano anche nelle altre ore della giornata. A differenza che in passato il Cappuccino, con la sempre più larga diffusione delle macchine domestiche manuali ed elettroniche, si può anche preparare in casa e con ottimi risultati. Su internet e sui social network sempre più di frequente è possi­bile vedere tutorial dove “esperti baristi” realizzano cappuccini con la tecnica della “Latte Art” ovvero la tecnica della decorazione del cappuccino.

Esistono tantissime variazioni sul tema. Elencarle tutte è quasi impossibile. Citiamo tra le altre le più richieste nei bar della penisola.

Caffèlatte: veramente diafana la linea di confine tra caffè latte e cappuccino. I puristi sostengono che il caffè-latte sia formato da 125 cl di latte e 25 cl di caffè e vada servito in un bicchiere di vetro senza schiuma. I baristi napoletani, puristi per eccellenza, lo offrono, difatti, senza schiuma di latte, rispettando, in linea di massima, le dette proporzioni.

Latte macchiato: Le differenze con il cappuccino si fanno sempre più sottili… La tradizione napoletana propone, in tazza di ceramica/ porcellana larga, latte riscaldato con la lancetta a vapore e mezza tazzina di caffè versato sullo strato di crema di latte.

Cappuccino freddo (o Ice Cappuccino per gli americani) è oramai abitualmente diffuso anche dalla nostre parti. Ottimo come bevanda estiva.

Frappè di cappuccino, che ha avuto notevole successo in America, è un cappuccino freddo con l’aggiunta di latte montato (e panna montata) proposto dalle catene di ristorazione a stelle e strisce in gusti vari: vaniglia, cioccolato, caramello, solo per citarne alcune. In Italia non ha, per ora, rilevante diffusione, ma anche qui si comincia.

Infine per chi non tollera la caffeina o il lattosio ecco il Cappuccino di Orzo ed il Cappuccino di Soia: non ci sarà il caffè nel primo ed il latte vaccino nel secondo, ma de gustibus – e della salute (!) – non est disputandum.

I Caffè storici d’Italia

I Caffè. Luoghi d’arte e lettere, patrimonio da difendere

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di aprile 2018

Vi trascorrevano il tempo Stendhal, Wagner, Goethe, Casanova e perfino Buffalo Bill. Al L’Antico Caffè Greco di Roma, ubicato nella centralissima Via dei Condotti dal 1760, vi passavano tutti “i grandi” del momento.

Da oltre 250 anni salotto letterario e galleria d’arte (oltre 300 i dipinti allocati nelle sue sale) per eccellenza della Capitale, rischia ora, è notizia di cronaca, di chiudere i battenti causa insostenibili oneri locatizi. Sarebbe l’ultimo di un lungo elenco di Caffè storici che hanno dovuto cessare la loro attività.

Sarebbe auspicabile che non chiudesse le sue porte, necessario che proseguisse ad operare, a continuare ad accogliere nelle sua sale vecchi e nuovi avventori, perpetuando la fondamentale funzione sociale di ogni Caffè storico.

Forse non tutti sanno che molta della migliore storia del Belpaese è stata fatta proprio all’interno dei Caffè. Assiduamente frequentati, a partire dal ‘700, da letterati, filosofi, giuristi, poeti e artisti, divennero il luogo privilegiato del “fare cultura”. Bevande esclusive, altrove introvabili, come il caffè, il the e la cioccolata e i più innovativi spettacoli di musica e recitazione, erano esclusiva dei Caffè, ritrovi unici dove divertirsi e bere a la page, eccellenti e trasversali luoghi di aggregazione e formazione socio-culturale.

Senza i moderni media, web compreso, furono proprio i Caffè a costituire l’inesauribile fucina delle  avanguardie culturali, la cassa di risonanza delle nuove idee. Ascoltando una canzone, ammirando un balletto, sorbendo una bevanda, avventori tra gli avventori, artisti e letterati creavano, politici e giornalisti davano vita a partiti e giornali.

La tutela dei Caffè è, dunque, di vitale importanza, non solo per la custodia del nostro glorioso passato, ma anche perchè il solco culturale per la prima volta scavato proprio dai Caffè storici possa essere ancora tracciato.

L’Italia, fortunatamente, è ancora ricca di questi magici ed imperdibili ritrovi: Baratti & Milano, Caffè Fiorio e Caffè San Carlo a Torino; Caffè-Pasticceria Cova, Bar Jamaica, Caffè Savini a Milano; Caffè Florian, Caffè Quadri, Caffè Lavena a Venezia; Caffè San Marco e Caffè Tommaseo a Trieste; Caffè Pedrocchi a Padova; Caffè Mangini a Genova, Gamberini a Bologna; Caffè Gilli, Caffè Giubbe Rosse, Caffè Paszkowski, Caffè Rivoire a Firenze; Caffè dell’Ussero a Pisa; Gran Caffè Gambrinus  a Napoli; Caffè Stoppani a Bari; L’Antico Caffè Greco a Roma (si spera ancora per lungo tempo).

Caffè Florian – Venezia

La Serenissima è stata per molti secoli porto principale del mediterraneo. Qui arrivavano le stoffe più pregiate, le spezie introvabili, le pietanze esotiche. Quando aprono i battenti dei primi caffè in Piazza San Marco è immediato successo. La portata storica delle caffetterie è così epocale che Carlo Goldoni addirittura scrive una commedia, “La Bottega del Caffè”, dedicata proprio a questi nuovi luoghi di ritrovo. Ancora oggi è possibile visitare questi monumenti della storia di Venezia. Il più prestigioso Caffè italiano (e forse anche il primo) è il Florian. Inaugurato nel 1720 da Floriano Francesconi con il nome di “Alla Venezia Trionfante” è stato ribattezzato “Al Florian” per il modo di dire dei suoi avventori “andemo da Florian”. Frequentatori del Florian, tanto per citarne alcuni, Giuseppe Parini, Silvio Pellico, Ugo Foscolo, Charles Dickens, Johann Wolfgang Goethe, Jean-Jacques Rousseau, senza dimenticare Giacomo Casanova che qui corteggiava le dame.

Gran Caffè Gambrinus – Napoli

Il caffè a Napoli si diffonde “ufficialmente” con l’arrivo della principessa austriaca Maria Carolina, futura consorte del Re Ferdinando IV di Borbone. È lei che più di tutti propone la bevanda nelle sue sfarzose feste; è grazie a lei che, ben presto, cominciano ad aprire in città tante caffetterie, soprattutto lungo Via Toledo. Vi si fa cultura, in ogni campo. Oggi l’ultimo antico Caffè napoletano, l’unico sopravvissuto all’impietoso tempo, è il Gran Caffè Gambrinus. Fondato nel 1860 e ubicato in piazza Trieste e Trento, con affaccio su Piazza del Plebiscito, è, ancora oggi, il tempio del caffè, della pasticceria e della gelateria alla napoletana. Eccellenti frequentatori del Gambrinus Oscar Wilde, la Principessa Sissi, Gabriele D’Annunzio, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Jean Paul Sartre ed i Presidenti della nostra Repubblica.

Il Caffè Pedrocchi di Padova

Uno dei Caffè più belli, importanti e monumentali d’Italia. Fu ideato e realizzato nel 1831 dall’architetto veneziano Jappelli per volontà di Antonio Pedrocchi si presenta come un vero e proprio tempio nel cuore di Padova e ogni sua sala richiama uno stile artistico di una specifica epoca storica. Imponente la facciata con colonne neoclassiche e deliziose sono le sale interne. Siccome verso la metà del ‘800 gli studenti e i patrioti stabilirono proprio qui la sede per progettare l’unità d’Italia e questi ultimi fondarono addirittura un settimanale satirico-politico chiamato proprio “Caffè Pedrocchi”. Oggi il Caffè ospita al suo interno il Museo del Risorgimento. Tante le personalità che sono passate qui: dai Savoia a Carducci, da Giacosa alla Duse.

Scusate il ritardo: il caffè nel secondo grande film del grande Massimo Troisi

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su Il Roma del 08 aprile 2018

Timido, introverso e impacciato, fiero, orgoglioso e volitivo, dedito al suo (e nostro) dialetto, icona del giovane meridionale di fine ‘900, tra insicurezze e principi morali, cinismo e generosità, Troisi è la migliore rappresentazione del napoletano e di Napoli dei recenti anni passati, della contraddizione storica tra tradizione e cambiamento, tra eredità importanti e nuovi linguaggi, nuovi costumi. Resta per sempre nei nostri cuori a dispetto degli oramai 25 lunghi anni già trascorsi dalla sua prematura scomparsa. Il caffè, elemento di tradizione napoletana per eccellenza, è costantemente presente nell’opera troisiana, ne è, spesso, il silente caratterista, il perfetto accompagnamento di scena, il discreto sottofondo di dialoghi.

Nella pellicola del 1983, la seconda regalataci da Massimo, Scusate il ritardo – opera apprezzatissima da critica e botteghino dove la mano dell’attore-regista è decisa e decisiva, tra riprese fisse e prolungati, brillantissimi, dialoghi – Vincenzo (Troisi) e Tonino (Lello Arena) inscenano le difficoltà relazionali di due ragazzi “normali” con le donne, sempre più emancipate, sicure, padrone del loro presente e desiderose di un futuro da protagoniste, nella vita e nella relazione di coppia. La storia tra Vincenzo e Anna (una splendida Giuliana De Sio), in particolare, sconta proprio l’incapacità del maschio di adeguarsi e fronteggiare la più avanzata maturità personale, psicologica, relazionale ed affettiva della femmina, tra alti e bassi, complicità e incomprensione.

Tra un caffè e un altro! Come non ricordare un passaggio cult del film, dove Massimo-Vincenzo opera riflessioni socio-psicologiche sul modo di bere caffè, cartina di tornasole della condizione esistenziale dell’individuo. La scena: dopo avere fatto l’amore con Anna, Vincenzo desidera un buon caffè e si reca nella cucina del vicino (un attempato professore, single e spesso assente da casa, per la gioia di Vincenzo che, in possesso delle chiavi dell’appartamento, lo utilizza – con maniacale attenzione, cura e prudenza – per i suoi clandestini incontri amorosi con Anna) dove – tragedia – rinviene solo una moka da una tazza. Di qui l’osservazione del grande Massimo: la macchinetta più piccola, afferma, “è il massimo della solitudine”: non solo vivi da solo (riferendosi al maturo padrone di casa), ma ti precludi anche la possibilità di ricevere viste, di offrire un caffè ad un eventuale ospite. Bere caffè è estrinsecazione di socialità per il Napoletano, atto e piacere da condividersi necessariamente, azione minima e massima dell’animale sociale (che è il napoletano). Non è possibile, insomma, per Vincenzo, disporre in casa di una sola moka da una tazza, significa avere un problema relazionale, escludere, cioè, la possibilità di ospitare persone, di offrire loro il consueto, cordiale e obbligatorio caffè! Troisi fa sua l’antica lezione napoletana in fatto di caffè: berlo è momento sociale e socializzante, miglior modo d’attendere la visita, condivisione, dovere del bravo ospite. Ed allora recepiamo la lezione di Troisi: in casa almeno una tre tazze (anche se si vive da soli). Buon caffè a tutti.

Le cinque regole per un espresso napoletano perfetto.

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma del 25 marzo 2018

Il caffè a Napoli, si sa, è una cosa seria e quello napoletano è unanimemente riconosciuto, per bontà e tradizione, come il migliore. Di mattina, soprattutto, l’aroma di caffè invade le strade, lo si percepisce dappertutto. Non v’è casa napoletana, del resto, dove la prima attività post-risveglio non sia quella di preparare la “macchinetta”, così come non v’è bar a Napoli che, manco aperto, non cominci a servire i primi caffè agli avventori mattinieri. E’ ampiamente dimostrato scientificamente che la ns. bevanda per eccellenza non solo è imbattibile per gusto, ma è anche benefica: bere tre caffè al giorno giova al sistema cardiocircolatorio. L’esecuzione ad arte dell’espresso napoletano deve rispettare cinque regole, le famose “5M” codificate dai maestri caffettieri napoletani.

M-iscela.. Quella usata nei bar napoletani passa attraverso la tostatura lenta dei chicchi di caffè e ad alta temperatura; è composta, inoltre, di qualità arabica e robusta (in minore percentuale). Di qui  il tipico gusto forte e intenso dell’espresso napoletano e la caratteristica formazione superficiale di uno strato denso e cremoso.

M-acchina. A differenza che in altri luoghi d’Italia, dove è diffusa la macchina a erogazione continua (automatica o semi-automatica), i baristi napoletani prediligono la macchina a leva, più potente (ed il prodotto ne beneficia in qualità) oltre che rapida, consentendo di preparare contemporaneamente un maggior numero di caffè.

M-acina. Solo con una macina regolata in maniera corretta (i chicchi tostati non devono essere macinati né finemente né grossolanamente), solo col “giusto punto di macina”, il caffè sarà realizzato ad arte.

M-ano quella del barista. L’esperienza maturata con gli anni, la passione, la curiosità per la materia dei macchinisti napoletani hanno condotto al loro riconoscimento quali i più capaci e preparati.

M-anutenzione (e pulizia) della macchina e di ogni suo componente ed accessorio.

Perchè l’espresso napoletano si realizzato e gustato nel modo giusto, alle cinque regole devono aggiungersi due segreti: l’acqua di Napoli, dalle importanti qualità organolettiche e la tazzina rigorosamente bollente, affinché il caffè conservi la temperatura di estrazione e non si alteri nel gusto e nell’aroma. È sempre simpatico cogliere l’avventore napoletano al bar nell’atto di pronunziare la rituale affermazione dopo avere portato la tazzina alle labbra: comm’ caz.. coce! Senza le famose 3C, sarà un soltanto un espresso e non un vero espresso napoletano. Buon caffè a tutti.

Caffè, giornalismo e grandi donne: L’ultimo desiderio per una condannata a morte? Una tazza di caffè!

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di marzo 2018

A Napoli, lungo Salita di Sant’Anna di Palazzo, vi è una targa commemorativa di Eleonora Pimentel de Fonseca, posta, dove abitava, nel 1999 in occasione del duecentesimo anniversario dalla sua morte.

La de Fonseca fu tra gli artefici della Repubblica Napoletana del 1799, effimera (gennaio-giugno 1799) ma importante parentesi democratica durante il regime borbonico.

Di famiglia portoghese, nata a Roma, poco dopo la nascita i genitori la trassero con loro a Napoli dove si trasferirono. Forte di una cultura classica, letterata e autrice di poemi e componimenti, divenne bibliotecaria della regina Maria Carolina, con la quale frequentava i salotti degli illuministi napoletani, in un primo tempo sostenuti dalla stessa sovrana, poi, in seguito da ella invisi e contrastati. Forte fu il legame tra le due donne, ma si interruppe drasticamente con il sopraggiungere, dalla Francia, delle notizie che facevano conoscere i drammatici sviluppi della Rivoluzione ed in particolare della morte della sorella Maria Antonietta. Parallelamente la de Fonseca aveva abbracciato gli ideali libertari e democratici e fu tra i protagonisti dei moti che condussero all’istituzione della Repubblica, di cui divenne vera e propria anima dalle colonne del periodico settimanale il Monitore Napoletano, da lei diretto. Restaurata la monarchia, fu giustiziata a 47 anni insieme ad altri repubblicani.

A questa straordinaria donna lo scrittore Enzo Striano ha dedicato il premiatissimo romanzo, “Il resto di niente” del 1986 da cui è stato tratto l’omonimo film diretto nel 2004 dalla regista  Antonietta De Lillo.

La de Fonseca aveva la passione per il caffè. Si racconta che da bambina osservava con curiosità le caffettiere napoletane utilizzate dalla mamma e dalla zia, che seguiva affascinata nelle operazioni di preparazione della bevanda.

Crescendo il caffè divenne il pretesto (accanto ai biscotti, cioccolata e tabacco) per intrattenere i suoi ospiti in casa e stringere amicizie, quello stesso caffè intorno al quale si radunavano gli illuministi napoletani nei loro salotti.

Durante i mesi della rivoluzione napoletana il caffè accompagnava quotidianamente il febbrile lavoro nella redazione de Il monitore. Si narra che in fase di realizzazione del primo numero del giornale, la pausa caffè fosse l’unico momento in cui Donna Lionora riusciva a tranquillizzarsi, a stemperare i dubbi e i timori sull’impatto che, il giornale e le idee attraverso esso diffuse, avrebbero avuto sul popolo napoletano. Anche le riunioni con i compatrioti si svolgevano sempre davanti alle tazza bollenti di caffè, vero catalizzatore di socialità, idee, pensieri.

Il caffè accompagnerà la de Fonseca addirittura nel drammatico giorno della sua morte. Pima d’essere giustiziata incontrò il prete al quale espresse un solo ultimo desiderio: bere una tazza di caffè. Emblematico episodio che conferma come il napoletano accompagna ogni momento della vita con un caffè, finanche l’ultimo!

Caffè del bar vs caffè fatto in casa: chi vince?

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su “Il Roma” del 25 febbraio 2018

Il mondo degli amanti del caffè è da sempre spaccato in due: i sostenitori del caffè espresso, quello preparato nei bar, contendono il primato del caffè più buono agli inguaribili amanti del caffè fatto in casa. Lo vogliamo premettere: sono entrambi buoni, ciascuno dei due ha piccoli difetti ed i grandissimi pregi della nostra eccezionale bevanda. A voler risolvere la vexata quaestio, proviamo ad evidenziarne le differenze.

L’Espresso, una veloce bontà tra una chiacchiera e un pensiero!

Preparato nei bar e nelle caffetterie, utilizzando una macchina professionale, si presenta con la classica crema in superficie. La macchina nasce alla fine del 1800 e si lega alla figura di Angelo Moriondo, l’uomo che per primo la ideò con l’intento di velocizzare e semplificare la preparazione del caffè per renderlo immediatamente fruibile in un ritrovo pubblico. Successivamente Luigi Bezzerra, colpito dall’invenzione di Moriondo, propose una nuova versione della macchina espresso proponendola a livello industriale: è la “Pavone”, con l’utilizzo della quale il caffè veloce, l’espresso, per l’appunto, veloce come quello che, all’epoca, era il treno più veloce, prende definitivamente piede, uscendo sempre più dalle case.

Oggigiorno le macchine moderne da espresso consentono di preparare il caffè in meno di un minuto, con alto risultato in termini di gusto e qualità, in perfetta linea con i ritmi serrati di una giornata lavorativa. In particolare nella nostra città è presente in quasi tutte le caffetterie la macchina a leva (a differenza delle altre parti d’Italia dove si predilige l’uso della macchina da bar automatica – o a erogazione continua – che, ci sia consentito dirlo, permette di realizzare un signor caffè!

La Cuccuma e la Moka: la bontà viene servita in casa e tutto profuma di caffè!

La caffettiera napoletana (la c.d. cuccuma o cuccumella) inventata a Napoli nel 1819 dal francese Morize è stata utilizzata per molti anni fino ad essere poi gradualmente sostituita dalla più moderna e veloce Moka, creata nel 1933 da Alfonso Bialetti. Le due “macchinette” del caffè casalinghe hanno reso l’antico infuso una nuova e saporita bevanda da preparare in casa, calda, aromatica, associabile ad ogni tipo di dolcino, sufficientemente rapida da preparare, ma con un tempo, certamente più lungo di quello del bar, che consente di conversare nel mentre il caffè sale spandendo il suo aroma per tutta la casa.

Ci rendiamo conto di non essere riusciti a dare la palma di migliore ai due eterni contendenti e forse non è possibile: si obietterà che sono due cose diverse, ma sempre il Caffè è! Diversamente declinato ma, ciascuno, perfetto per momenti differenti; entrambi deliziosi ed irrinunciabili. A patto che si rispetti la tradizione della grande scuola napoletana, che sia quella dei maestri caffettieri o quella delle esperte mani casalinghe. De gustibus, del resto, non est disputandum. Buon caffè a tutti!

Il barista a Napoli

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese febbraio 2018

Quello del barista è tra i mestieri più diffusi nella nostra città; nulla di sorprendente considerato che Napoli è tra le città con la più alta densità di bar e caffetterie al mondo. Più in particolare la figura che maggiormente si distingue tra i baristi napoletani è quella del macchinista, dell’addetto alla macchina del caffè, vero e proprio deus ex machina (è il caso di dirlo!) d’ogni Bar!

Il macchinista napoletano si differenzia da ogni altro per varie ragioni.

Per il bagaglio d’esperienza che acquisisce in breve tempo innanzitutto, visto che, a differenza che altrove, il bar a Napoli è essenzialmente caffetteria per soddisfare la richiesta quotidiana, veramente alta, di caffè espresso da parte dei napoletani (la nostra città detiene il record di consumo di caffè pro capite in Italia, pari, in media, a 5 caffè al giorno).

In secondo luogo per la peculiarità del suo lavoro quando si tenga presente che l’espresso napoletano si differenzia notevolmente da quello d’altre parti d’Italia per tecnologie, procedure e metodi, usanze e miscele.

Solo a Napoli, per cominciare, la Macchina per la preparazione del caffè espresso è quella a leva  laddove, nel resto d’Europa, regna incontrastata la macchina automatica (o, per meglio dire, ad erogazione continua). La macchina a leva dà al barista maggiore libertà nella preparazione e gli consente di preparare più caffè contemporaneamente; sarà pur meno moderna rispetto alle automatiche, ma rende creativa la preparazione della bevanda, emancipa il macchinista dal ruolo di semplice programmatore/esecutore cui, invece, lo confina la macchina automatica.

Sotto il profilo dell’uso, poi, è tradizione tutta napoletana servire il caffè nella tazzina bollente, così che l’attenzione di chi lo beve è tenuta desta (per non scottarsi): il caffè a Napoli non si beve distrattamente, quelle poche dita di bevanda devono essere sorbite attentamente, assaporate con intensità partecipativa.

Arriviamo, infine, alla celeberrima miscela napoletana (mix equilibrato e sapiente di ottime differenti qualità di caffè) ed ai metodi di ottenimento della stessa, attraverso la lenta tostatura ad alta temperatura.

Il caffè espresso napoletano: unico ed inconfondibile, come unici e specialisti sono i macchinisti partenopei.

Tale e tanto patrimonio storico e culturale ha giustamente ispirato nelle scorse settimane l’avvio, al  Gran Caffè Gambrinus, della raccolta delle firme per la candidatura UNESCO del caffè espresso napoletano. Dopo il riconoscimento ottenuto dalla pizza napoletana è, ora, la volta del Nostro caffè, di un bene immateriale che merita altrettanta attenzione e protezione internazionale.

L’espresso della nostra città è copiato in tutto il mondo, ma non con analoghi esiti, perché non è  preparato con la stessa arte, non con lo stesso spirito, non con lo stesso cuore che solo i nostri baristi, i macchinisti napoletani, riescono a infondervi. Anche quando con macchinari e miscele simili, l’espresso preparato in ogni altra parte che non sia Napoli è cosa differente rispetto al nostro, rispetto a quello che ogni turista in visita nella nostra città vuole provare almeno un volta – ma  mai si limita ad una sola degustazione – convinto, senza sbagliarsi, di vivere un’esperienza di gusto e culturale unica.

Vera e propria istituzione della società partenopea, l’espresso napoletano merita senz’altro il riconoscimento UNESCO, al pari dei Caffè Viennesi e del Caffè Turco che (forse non tutti lo sanno) hanno ricevuto il “titolo”, rispettivamente, nel 2011 e nel 2013. Siamo convinti che ogni napoletano e tutti gli amanti sparsi per il mondo intero pensino che il riconoscimento di patrimonio dell’umanità del nostro caffè espresso sia (almeno) altrettanto meritato.

C’è solo da augurarsi che i Caffè ed i Bar tutti di Napoli, le migliori forze culturali, sociali e amministrative, sostengano in maniera compatta la candidatura, sì da aggiungere un nuovo, ulteriore e prezioso elemento di lustro, riconoscibilità ed eccellenza della nostra città e dei suoi storici e unici sapori.

Quali sono i caffè storici di Napoli

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il giorno 11 febbraio 2018

Siamo nella Napoli di fine ’700, città cosmopolita, vivissima ed in continuo fermento, permeabile ad ogni novità in fatto di gusto, di moda e di costume, d’oltralpe ed esotica provenienza che sia, quando aprono i primi battenti delle “botteghe del caffè”. Qui i napoletani scoprono e bevono il caffè, bevanda d’assoluta novità, ma possono anche degustare altre prelibatezze: pasticcini, cioccolata, gelati ed anche piatti tipici della cucina tradizionale partenopea. In breve tempo le caffetterie si moltiplicano e diventano luoghi di aggregazione non solo per persone comuni, ma anche per politici e artisti, imprenditori e studiosi, che consolidano l’abitudine di incontrarsi in “posti fissi”, per discutere, confrontarsi, creare, ispirarsi, decidere e cospirare! Le caffetterie napoletane diventano il salotto privilegiato dove fare cultura, tendenza e informazio-ne. È nelle caffetterie che a Napoli, fino ai primi decenni del ’900, ci si confronta sui temi quotidiani, si discute delle questioni politiche, si dibatte di temi filosofici, vedono la luce testate giornalistiche, si creano opere in musica e prosa, si compongono poesie, si trova l’ispirazione per un nuovo dipinto, nasce un partito politico, si fomenta e si progetta un sovvertimento del potere. I principali Caffè sono concentrati lungo l’asse di Via Toledo, la passeggiata napoletana per eccellenza: Caffè Trinacria, Caflisch, Caffè d’Europa, Birreria dello Strasburgo e Caffè Gambrinus. Nota triste: solo l’ultima tra le storiche caffetterie napoletane è sopravvissuta alla dura prova del tempo. Bastano i ricordi, le poche foto d’epoca e qualche gouaches però, a rendere ancora viva l’immagine di questi luoghi magnifici in una Napoli antica che (purtroppo) non c’è più.

Caflisch – Primo esempio di franchising voluto dallo svizzero Luigi Caflisch che scelse il Regno delle Due Sicilie come luogo dove impiantare, fuori dal suo paese, altre sedi della sua attività moderna e all’avanguardia. Il più importante dei vari punti vendita sorse nel 1827, in via Toledo, nel vanvitelliano Palazzo Berio.

Caffè Trinacria – Fondato nel 1810, sempre in Via Toledo. Classico caffè ottocentesco con specchi e divani rossi. Tra i frequentatori illustri ricordiamo Alexandre Dumas e Giacomo Leopardi che qui soleva consumare i suoi amati sorbetti.

Caffè d’Europa – Per molti anni il caffè più bello e raffinato nel cuore della città di Napoli. Dal 1845 in piazza San Ferdinando per volontà dei coniugi Thevenin, in particolare di Madame Thevenin, parigina trasferitasi a Napoli, la quale riuscì a veicolare presso la propria caffetteria la migliore clientela.

Birreria dello Strasburgo – A dispetto del nome era un caffè-concerto ubicato in Piazza Castello (Piazza Municipio). Fu uno dei ritrovi più amati dai napoletani che, tra piante ornamentali e fiori profumati, gustavano il caffè ascoltando musica. Meta abituale di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.

Caffè Gambrinus – In Piazza del Plebiscito, dal 1860 fu ritrovo di artisti, politici, giornalisti, scrittori e poeti. Galleria d’arte liberty, con dipinti e statue dei migliori esponenti della Scuola di Posillipo, ospitava spettacoli di café chantant. Visitarono il Gambrinus la Principessa Sissi – che nel 1890 gustò il gelato alla violetta (lo si può consumare ancora oggi) – Gabriele D’Annunzio – abituale frequentatore, che, per scommessa, vi scrisse la celebre poesia-canzone “A Vucchella” – Matilde Serao – che fondò “Il Mattino” tra un caffè e un piatto di pasta – Oscar Wilde, Jean Paul Sartre.