Il caffè al cocco

Articolo scritto da Michele Sergio pubblicato su IL ROMA in data 08 luglio 2018

L’estate a Napoli è calda, a volte torrida e afosa. Diventa difficile e faticoso attendere ad ogni tipo di attività, che sia lavoro o studio od, anche, l’ordinario lavoro casalingo. In molti limitano, addirittura, i pasti: si fa fatica anche a mangiare col caldo forte. Nessun napoletano, però, può privarsi del piacere del caffè, veramente irrinunciabile!

In molti, però, preferiscono darsi alle varianti della classica tazzulella ‘e cafè, dal caffè freddo al caffè shakerato, dalla crema caffè alla granita di caffè, fino ad arrivare a tutte le varianti del gelato al caffè napoletano.

Ed allora, soprattutto nel periodo estivo, i maestri caffettieri napoletani sono sempre alla ricerca di soluzioni e varianti per assecondare esigenze di gusto e richieste, di napoletani e turisti. Nel panorama dei tanti caffè speciali (o più esattamente caffè gourmet partenopei, come piace oggi chiamarli dagli esperti del food), oggi spicca l’estivo caffè al cocco.

Entrato per ultimo nel panorama della caffetteria napoletana questo caffè sta riscuotendo notevole successo soprattutto tra i più giovani (che amano per così dire “addolcire” il sapore del nostro caffè con un altro ingrediente dal gusto certamente più dolce) ma anche a coloro che amano sperimentare nuove soluzioni del palato. Il successo è dovuto non soltanto al connubio senz’altro riuscito tra caffè e cocco, ma anche dalla sua semplicità nella realizzazione sia nella versione bar che nella versione casalinga e può essere un simpatico dopocena che una perfetta padrona di casa può offrire ai propri ospiti.

Gli ingredienti sono ovviamente il caffè e la panna montata al gusto di cocco. Il caffè si può realizzare tranquillamente con la moka (o, in alternativa, con la macchinetta delle capsule o cialdine) mentre per realizzare la panna al cocco il procedimento è molto semplice: versare in una ampolla 180 ml di panna liquida, 30 gr di zucchero a velo e a 90 ml di latte di cocco (si, proprio il nettare contenuto all’interno del frutto). Frullare tutto con una frusta elettrica per circa 3-4 minuti fino a che il preparato non si presenterà soffice e cremoso; infine mettere la panna montata al cocco in un sacco a poche.

A questo punto siamo pronti per assemblare il nostro caffè: versare in un coppa di vetro da cocktail 30 cl di caffè zuccherato (cioè la quantità corrispondente ad una tazzina) e dopo, utilizzando il sacco a poche, versare la panna. Decorare il nostro caffè con scaglie di cocco (che si possono realizzare semplicemente grattando una fetta di cocco su una grattugia tipo quella per formaggi). Un caffè da gustare in compagnia, una sorta di dessert per chiudere una cena estiva.

Un caffè certamente utile e saporito per combattere la calura estiva mediterranea.

I bar di periferia

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di giugno 2018

Erra chi individua Napoli solo con Piazza del Plebiscito, Toledo, Spaccanapoli, Via Caracciolo ed i “nuovi” quartieri residenziali di Posillipo, Vomero e Fuorigrotta. C’è anche la Periferia, troppo spesso dimenticata, quando, invece, costituisce parte integrante di un tessuto urbano tra i più densamente popolati e vasti d’Europa.

L’hinterland partenopeo è vivo e colorato, ricco di fermenti giovanili ed imprenditoriali. Sono proprio le nuove generazioni che si stanno definitivamente spogliando di quella ingiusta marginalità cui i luoghi dove vivono sono stati per troppo tempo colpevolmente confinati da superficiali e miopi scelte amministrative e politiche che hanno sempre privilegiato il centro della Città.

In queste realtà, dove la conformazione urbanistica e paesaggistica è decisamente differente – grandi spazi, palazzoni in cemento, ampie piazze – e non consente la naturale ed immediata aggregazione sociale dei vicoli e dei più contenuti percorsi del centro cittadino, i bar costituiscono il luogo di incontro ideale e privilegiato. Frequentati prevalentemente da autoctoni e persone di passaggio, rarissimi i turisti, le caffetterie di Agnano, Bagnoli, Scampia, Secondigliano, Pianura, Barra, Ponticelli, San Giovanni, sono generalmente concepite come multifunzionali e con una filosofia commerciale diversa da quella di un classico caffè del centro. Le strutture sono più grandi, dotate di parcheggi per le auto, spesso di pompe per il carburante, oltre che di tabacchi e tavola calda.

I baristi, dal canto loro, godono certamente di un discreto riconoscimento sociale svolgendo un fondamentale lavoro nel principale centro di aggregazione. Talvolta con turni e orari più faticosi, proprio a causa della multifunzionalità dei locali in cui operano, mai mancano, secondo la migliore tradizione partenopea, di professionalità, dedizione e passione.

Non v’ è dubbio che se Napoli detiene lo status di capitale del caffè il merito va non solo ai caffè del centro storico ma, anche, ai tantissimi bar delle periferie all’ombra del Vesuvio.

 

Tris di caffè per l’estate 2018

Articolo di Michele Sergio pubblicato su IL ROMA il giorno 24 giugno 2018

Quando arriva il caldo nel Bel Paese tutti si ingegnano a combatterlo: chi può fugge dalle città verso luoghi più freschi, chi è costretto a rimanervi si attrezza con ventilatori e condizionatori; tutti vestono abiti leggeri, mangiano cibi meno pesanti, consumano in quantità bibite fresche.
Col calore estivo si rinuncia ad una giacca, ad un pranzo più saporito, ad un bicchiere di vino, financo ad una passeggiata ma, si sa, mai ad un buon caffè, figurarsi, poi, se un napoletano possa mai abdicare al suo caffè! Eppure è estate e la voglia di rinfrescarsi con una bevanda rinfrescante si unisce al desiderio dell’amato caffè. E’ così che nel corso degli ultimi anni sono state create numerose varianti alla classica tazzulella ‘e café che hanno, dapprima, cercato e, poi, saputo assecondare gusto ed esigenza, passione e necessità, sapore e calore!
Sono così nate le versioni estive dell’espresso napoletano, replicabili anche tra le mura domestiche.

Ed allora il caffè freddo! Servito ai clienti soprattutto nella versione cremolata, è stato evoluto in varianti che, con il tempo, si sono imposte nei locali italiani, divenendo veri e propri must. Non tutti sanno che questi caffè possono tranquillamente essere realizzati anche nelle nostre case in pochi minuti. Vediamo allora quali sono e come si preparano.

Caffè Shakerato – Il termine shakerato deriva dallo shaker, strumento utilizzato dai barman per miscelare gli ingredienti per preparare i cocktails. Dopo la seconda guerra mondiale molti baristi iniziano a proporre ai lori clienti un caffè preparato shakerando insieme caffè, ghiaccio e zucchero. Utilizzando questo procedimento si ottiene una bevanda cremosa e fredda che mantiene il gusto del caffè tradizionale. E’ possibile realizzarlo in casa così: versando nella vaschetta di un robot frullatore/tritatutto da cucina due tazzine di caffè, 4 cucchiaini di zucchero e 4 cubetti di ghiaccio. Bastano meno di due minuti per montare il tutto. E’ preferibile servirlo in una coppa da cocktail.

Crema Caffè (o Caffè del Nonno) – Proposto nei primi anni 2000, il caffè del nonno ha avuto fin da subito un grande successo commerciale. È oggi un classico immancabile della caffetteria napoletana. Il segreto della sua affermazione è nei suoi ingredienti semplici e genuini: la panna, il caffè e lo zucchero. Il risultato è una crema di caffè fredda che contrasta l’afa estiva. Chi se lo vuole gustare in casa lo prepari versando in una ampolla/brocchetta ml. 170 ml di panna liquida da pasticceria, 30 grammi di zucchero a velo e 2-3 tazzine di caffè (mi raccomando: miscela napoletana!) e frullando il tutto con l’ausilio di un frustino elettrico per qualche minuto. Quando si sarà ottenuta una crema, la si raffredderà in frigo per circa un’ora, prima di versarla in un bicchiere di vetro e magari decorare con un biscottino.

Caffè Mandorla – Di origine leccese, il caffè mandorla si sta diffondendo anche nella Nostra Città. Ovviamente i nostri eccellenti baristi non potevano non apportare migliorie alla ricetta pugliese. Se la versione originaria prevede di versare un cucchiaino di latte di mandorla nel caffè preparato con la moka, la ricetta napoletana è diversa e prevede vadano aggiunti al caffè in bicchiere cubetti di ghiaccio di latte di mandorla. E dunque: preparare il caffè con la moka, lasciarlo raffreddare e quando sarà tiepido versarlo in un normale bicchiere di vetro (da acqua); versare 4-5 cubetti di ghiaccio di latte di mandorla nel bicchiere stesso.

Il caffè napoletano ed il cinema: Carosello napoletano con Sophia Loren

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di giugno 2018

Napoli, Belle Epoque: lungo le strade principali di Napoli vi sono ammiccanti ed eleganti Caffè frequentati principalmente dagli esponenti dell’aristocrazia e del ceto borghese cittadini. Erano i luoghi dove bere caffè considerato che l’espresso non esisteva ancora né, conseguentemente, la possibilità di berlo al banco.

La clientela, dunque, si accomodava ai tavolini dei Caffè sistemati non solo all’interno degli stessi – finemente arredati di divani rossi, specchi, marmi, dipinti – ma anche all’esterno. Il clima dolce di Partenope favoriva, a differenza che nelle altre città europee, l’allestimento di sale poste al di fuori dei locali, graziosi cortili delimitati, normalmente, da esili ringhiere in ferro battuto, terrazze scoperte d’antan, collocate, talvolta, oltre che sui marciapiedi e gli spazi antistanti, anche nelle strade adiacenti gli esercizi.

Sempre più invitanti e comode, tra tavolini in marmo, paglie viennesi, fioriere e gazebi, le terrazze attraevano gli avventori, ancor più che le sale interne. E’ qui che i frequentatori dei Caffè napoletani più amavano trascorrere le oziose ore a fine ‘800, nei cortili accoglienti delle locations più esclusive dell’epoca, dove si facevano politica, cultura, arte gustando le prelibatezze più alla moda – la cioccolata, il caffè, i gelati – e ammirando spettacoli di recitazione, canto e ballo.

Più di una pellicola ha raccontato della moda di trascorrere lunghi momenti della giornata ai tavolini dei Caffè. Menzione particolare merita tra queste il primo musical italiano a colori, Carosello Napoletano, opera cinematografica di grandissimo successo, con, peraltro, lusinghiere recensioni critiche.

Il film, del 1954, è la rivisitazione dell’omonima opera teatrale rappresentata qualche anno prima nei teatri di Firenze e Roma. Firmata dal regista Ettore Giannini annovera una moltitudine di grandi attori e cantanti, tra cui una giovanissima Sophia Loren, Giacomo Rondinella e Paolo Stoppa.

E’ la musica il filo conduttore che unisce decenni e secoli di vita napoletana, dominazioni straniere evoluzioni sociali-politiche e di costume: Napoli raccontata nei secoli, attraverso la sua grande canzone, comun denominatore della nostra tradizione. Tra le scene più belle e toccanti del film vi è quella che si svolge davanti alla terrazza del Caffè storico per antonomasia della nostra città, il Gambrinus. Seduta comodamente al tavolo appare una numerosa famiglia altolocata, intenta a gustare, in ciascuno dei componenti, un invitante e gustoso gelato, con i figli in particolare, tutti rigidamente in tenuta da marinaretto (secondo il costume dell’epoca), a leccarlo voluttuosamente. Tutti in fila, dietro, i componenti della povera famiglia di Paolo Stoppa, dedita alla diffusione della musica per strada con un pianino, che si accontentano (non potendo, ahi loro, diversamente fare) di guardare la vita che scorre davanti i loro occhi: i menzionati fortunati mentre mangiano avidamente i loro gelati, i cantanti ed i ballerini che divertono e appassionano con la loro arte avventori e passanti, gli ancor più sfortunati sciuscià che si impegnano a lustrare le scarpe di distaccati e pretenziosi signori, mentre carretti sgangherati e lussuose automobili sfilano lungo la via.

Innanzi ai Caffè, alle loro terrazze, si svolge, insomma, la vita dei napoletani, con i suoi contrasti di censo e condizione, le sue miserie ed i suoi agi. Tutto il mondo in perenne movimento dinanzi ai cortili dei luoghi più in della Napoli che fu, enormi contenitori di un variegato mondo che, con le dovute differenze, ancora lì si rappresenta, tra differenze e contraddizioni.

Il Caffè napoletano e la salute

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma il 03 giugno 2018

Sono lontani i tempi in cui Francesco Redi, medico e naturalista del XVII secolo, scriveva “berrei prima il veleno, che un bicchier che fosse pieno, dell’amaro e reo caffè”.

Può sembrare incredibile ma per molto tempo il caffè è stato considerato come una bevanda pericolosa per la salute umana e molti dotti sconsigliavano di berla. Il “divieto” di bere caffè durò fino a quando non si pronunciò il più grande esperto di jettatura di Napoli, Nicola Valetta, che addirittura ne decantò le qualità nella sua canzonetta apologetica sul caffè, nella quale superava le tesi del Redi, sostenendo che, lungi dall’essere dannoso (infatti il Valletta suggerisce di berlo anche tre volte al giorno senza perciò rischiare la cecità, la perdita del sonno e, addirittura, dei denti (!) come il Redi aveva sostenuto), era la più buona delle bevande, che arrecava solo beneficio al suo bevitore.

A distanza di secoli però non è stato ancora chiarito fino in fondo quali possano essere i benefici che il nero infuso possa apportare alla salute umana. Possiamo dire, però, senza tema di smentita, che in primo luogo l’alcaloide ivi contenuto apporti all’organismo sicuramente effetti benefici. Vi starete domandando cosa sia questo misterioso alcaloide che, in realtà tutti conosciamo con il nome di caffeina, sostanza organica di origine vegetale

E’ proprio la caffeina la base del successo del caffè per l’effetto eccitante che induce nell’uomo. Il caffè napoletano ne contiene una percentuale più elevata perché viene realizzato con una aliquota di specie robusta che mediamente presenta una quantità doppia di caffeina rispetto alla specie arabica. Di qui il tipico ed apprezzato gusto più forte e intenso del Nostro caffè.

Ma è vero che il caffè “fa andare alla toilette” o è un luogo comune?. In realtà il caffè è un potente stimolante delle funzioni fisiologiche, per così dire, primarie. L’acidità naturale della bevanda stimola il meccanismo digestivo e la funzione di spinta verso l’intestino, nonché la produzione di  due ormoni, la gastrina e la colecistochinina, che favoriscono i movimenti e la regolarità dell’intestino.

Non certamente ultimo è il significativo beneficio del caffè sulla nostra psiche. Lo si beve, in molti momenti della giornata, durante le pause, anzi è il caffè stesso che costituisce la pausa, in compagnia, di familiari, colleghi e amici, in una condizione mentale, dunque, disposta al rilassamento. La sua assunzione, come detto, è, poi, eccitante e stimolante e, quindi, incentiva le relazioni sociali, lo scambio di idee e opinioni, fornisce la giusta carica per affrontare il prosieguo della giornata. Vero e proprio catalizzatore dell’istinto sociale dell’essere umano, è anche la necessaria compagnia di primo mattino, il completamento immancabile di un pasto: insomma, il caffè fa bene al corpo e alla mente.

“Voce ‘e notte”, una canzone d’amore scritta ai tavolini di un Caffè

Articolo di Michele Sergio pubblicato su Il Roma del 20 maggio 2018

Lo storico Caffè Gambrinus, soprattutto tra fine ‘800 ed inizi ‘900, era la location preferita da artisti e musicisti dove trascorrere le ore oziose e, sovente, comporre e scrivere melodie tra un gelato e un bicchiere di vino, un caffè ed un pasticcino. E’ proprio ai tavolini del celeberrimo ritrovo che furono scritte tante canzoni che oggi fanno parte del grande patrimonio della musica classica napoletana. Una di questi capolavori è la meravigliosa Voce ‘e notte appassionato grido di un innamorato sofferente. Si racconta che Eduardo Nicolardi, all’età di 25 anni, redattore del quotidiano “Don Marzio” e poeta per diletto, un giorno del 1903 ebbe un colpo di fulmine e si innamorò perdutamente della diciottenne Anna Rossi. La giovane dal balcone di casa sua ricambiò con sguardi amorosi la passione nascente. Quando Nicolardi trovò il coraggio di chiedere al di lei padre la mano della fanciulla, questi, il commendatore Gennaro Rossi, commerciante di cavalli da corsa, gli disse che avrebbe dato in sposa la figlia solo ad un uomo ricco. Siccome Nicolardi, ahilui, non lo era, grande fu la sua delusione per la posizione assunta dal padre dell’amata e ancora maggiore lo fu quando seppe che la sua Anna andò in sposa ad un ricco proprietario terriero di ben 75 anni! La fanciulla dovette accettare, suo malgrado, la decisione paterna ed insieme al suo sposo andò a vivere a via Santa Teresa.

Ma Nicolardi non si arrese: tutte le notti si recava sotto casa degli sposi nella speranza di potere ancora una volta incontrare, almeno, lo sguardo di Lei. Una notte Eduardo ebbe l’improvvisa sensazione che Anna lo stesse desiderando, pur non potendolo incontrare. Ispirato corse così al Caffè Gambrinus, aperto anche a tarda notte e scrisse i versi della celeberrima canzone.

Musicata da Ernesto De Curtis, Voce ‘e notte è stata resa celebre dai grandi della canzone napoletana e particolarmente, in versione d’atmosfera, da Peppino di Capri.

Il fato premiò la tenacia di Eduardo infatti, appena un anno dopo il matrimonio, l’attempato marito di Anna passò a migliore vita e Nicolardi riuscì finalmente convolare a nozze con la giovane vedova. Il loro matrimonio fu lungo (quasi 50 anni) e felice (i due ebbero otto figli!).

Si ‘sta voce te scéta ‘int”a nuttata,
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino…
Statte scetata, si vuó’ stá scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino…

Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,
pecché nun puó sbagliá ‘sta voce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.

Si ‘sta voce te canta dint”o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico…

Si te vène na smania ‘e vulé bene,
na smania ‘e vase córrere p”e vvéne,
nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,
vásate a chillo…che te ‘mporta ‘e me?

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int”a nuttata,
te sceta ‘o sposo, nun avé paura…
Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…
Canta isso sulo…Ma che canta a fá?!…”

 

Napoli: tra le prime città a conoscere il caffè!!!

Articolo di Michele Sergio pubblicato su “L’Espresso Napoletano” del mese di maggio 2018

Grazie a Pietro Della Valle Napoli fu tra le prime città a venire a contatto con una nuova bevanda: il caffè

Figura affascinante quella del grande musicologo, scrittore e avventuriero romano Pietro Della Valle che, nella prima metà del ‘600, intraprende una serie di viaggi in Medio Oriente nel corso dei quali scopre un mondo sconosciuto a noi europei, tante novità, tra le quali il caffè. Egli è tra i primi europei a berlo e cercherà di importarlo nella sua città d’adozione, la nostra, Napoli. Ma andiamo con ordine.

Pietro Della Valle nasce a Roma nel 1586 da un ricco ed antico casato che gli consente di approfondire gli studi classici, appartenere alla società che conta, viaggiare, intrecciare relazioni personali e professionali con persone d’ogni livello e nazionalità.

A vent’anni la sua vita cambia. S’innamora perdutamente di una fanciulla che però non potrà mai avere perché andrà in sposa ad un altro uomo.

Deluso, Pietro si sfoga dandosi a componimenti musicali: Il carro di fedeltà d’amore, Gli amori pescatorii, Lettere pescatorie amorose, Sogno Amoroso. Ciò non gli basta a colmare il suo vuoto e decide di partire per la guerra nel 1611 per assalire Tunisi. Dopo questa parentesi ritorna a Napoli, allora una delle città più vive e popolose del mondo, dove incontra tantissime persone tra cui il medico e poeta Marco Schipano che divenne suo stretto amico.

Nel 1614 riparte per la volta della Terra Santa dove si innamora (e stiamo a due!) di una bellissima donna di nome Maani, la sola capace di fargli dimenticare il suo (primo) amore romano.

E da lì inizia la scoperta degli usi e costumi dei popoli mediorientali, di cui fervidamente racconta attraverso 56 lettere, agli europei, dalla scrittura cuneiforme al caffè. Si al caffè. I napoletani, attraverso le sue lettere, diffuse dall’amico Schipano, vengono a conoscenza del nero infuso, fino a quando Della Valle non ne parla direttamente dopo che, tanti gli anni passati a viaggiare, decide di ritornare a Napoli. Qui scrive della bevanda chiamata “kahve” consumata dai musulmani al termine del pasto, ottima alternativa agli alcolici proibiti dalla loro religione. Qui racconta del liquido profumato dal colore nero, da bricchi posti sul fuoco versato in piccole scodelle di porcellana, continuamente svuotate e riempite dagli avventori. Qui scrive della capacità di questa nuova “magica” bevanda di tenere sveglie le persone di notte, di destare corpo e spirito dei bevitori.

E’ per merito di Pietro Della Valle che i napoletani conoscono, tra i primi in Europa, il caffè a seguito del suo ritorno nella terra natia. Dopo un secolo Napoli diventerà la capitale del caffè ed i napoletani i primi amanti e consumatori, oltre che sponsor, del nero infuso.

Il cappuccino: quando il caffè incontra il latte

Articolo scritto da Michele Sergio pubblicato su IL ROMA il 22 aprile 2018

La colazione preferita degli italiani è senza dubbio cornetto e cappuccino. Due sono i soli ingredienti per realizzare il cappuccino: caffè e latte montato caldo.

Il successo commerciale del cappuccino trova ragione nella semplicità degli ingredienti e nella bontà, due caratteristiche che sono state le carte vincenti e che lo hanno fatto diffondere in ogni angolo del mondo.

Ma perché si chiama così? E dove e quando è nato? Non c’è unanimità di pareri circa l’etimologia del termine ma l’ipotesi più probabile e che derivi dalla somiglianza del colore di questa bevanda con il colore del mantello mar­rone dei monaci cappuccini che erano soliti berlo quando iniziò a diffondersi in Europa. La versione più accreditata vuole che il cappuccino nasca a Vienna alla fine del XVII secolo, ma ci vorranno ben altri due secoli per arri­vare, infine, al Cappuccino così come oggi lo si co­nosce. Tre le tappe fondamentali: l’“invasione” del caffè in Europa a partire dalla fine del ’600; la dif­fusione del procedimento della pastorizzazione del latte alla fine dell’800, che ha reso più sicuro per la salute umana il consumo di latte; l’invenzione della macchina professionale per il caffè espresso, oramai nel ’900, che ha consentito la preparazione della crema e della schiuma di latte.

Non tutti sono d’accordo sulla ricetta o per meglio dire sulle proporzioni tra latte e caffè e sulla modalità di preparazione. Possiamo dire però che la ricetta più accreditata è quella per la quale il Cappuccino debba essere composto da un quinto di caffè e quattro quinti di latte caldo montato a crema (a 50/60 gradi centigradi) preferibilmente (nella versione napoletana) sormontati da un centimetro di schiuma di latte, con aggiunta di zucchero (secondo gusto) ed una spolverata di cacao.

Da servire rigidamente in tazza di ceramica/porcel­lana.

A noi italiani piace berlo a colazione, este­ri ed esterofili lo gustano anche nelle altre ore della giornata. A differenza che in passato il Cappuccino, con la sempre più larga diffusione delle macchine domestiche manuali ed elettroniche, si può anche preparare in casa e con ottimi risultati. Su internet e sui social network sempre più di frequente è possi­bile vedere tutorial dove “esperti baristi” realizzano cappuccini con la tecnica della “Latte Art” ovvero la tecnica della decorazione del cappuccino.

Esistono tantissime variazioni sul tema. Elencarle tutte è quasi impossibile. Citiamo tra le altre le più richieste nei bar della penisola.

Caffèlatte: veramente diafana la linea di confine tra caffè latte e cappuccino. I puristi sostengono che il caffè-latte sia formato da 125 cl di latte e 25 cl di caffè e vada servito in un bicchiere di vetro senza schiuma. I baristi napoletani, puristi per eccellenza, lo offrono, difatti, senza schiuma di latte, rispettando, in linea di massima, le dette proporzioni.

Latte macchiato: Le differenze con il cappuccino si fanno sempre più sottili… La tradizione napoletana propone, in tazza di ceramica/ porcellana larga, latte riscaldato con la lancetta a vapore e mezza tazzina di caffè versato sullo strato di crema di latte.

Cappuccino freddo (o Ice Cappuccino per gli americani) è oramai abitualmente diffuso anche dalla nostre parti. Ottimo come bevanda estiva.

Frappè di cappuccino, che ha avuto notevole successo in America, è un cappuccino freddo con l’aggiunta di latte montato (e panna montata) proposto dalle catene di ristorazione a stelle e strisce in gusti vari: vaniglia, cioccolato, caramello, solo per citarne alcune. In Italia non ha, per ora, rilevante diffusione, ma anche qui si comincia.

Infine per chi non tollera la caffeina o il lattosio ecco il Cappuccino di Orzo ed il Cappuccino di Soia: non ci sarà il caffè nel primo ed il latte vaccino nel secondo, ma de gustibus – e della salute (!) – non est disputandum.

I Caffè storici d’Italia

I Caffè. Luoghi d’arte e lettere, patrimonio da difendere

Articolo di Michele Sergio pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese di aprile 2018

Vi trascorrevano il tempo Stendhal, Wagner, Goethe, Casanova e perfino Buffalo Bill. Al L’Antico Caffè Greco di Roma, ubicato nella centralissima Via dei Condotti dal 1760, vi passavano tutti “i grandi” del momento.

Da oltre 250 anni salotto letterario e galleria d’arte (oltre 300 i dipinti allocati nelle sue sale) per eccellenza della Capitale, rischia ora, è notizia di cronaca, di chiudere i battenti causa insostenibili oneri locatizi. Sarebbe l’ultimo di un lungo elenco di Caffè storici che hanno dovuto cessare la loro attività.

Sarebbe auspicabile che non chiudesse le sue porte, necessario che proseguisse ad operare, a continuare ad accogliere nelle sua sale vecchi e nuovi avventori, perpetuando la fondamentale funzione sociale di ogni Caffè storico.

Forse non tutti sanno che molta della migliore storia del Belpaese è stata fatta proprio all’interno dei Caffè. Assiduamente frequentati, a partire dal ‘700, da letterati, filosofi, giuristi, poeti e artisti, divennero il luogo privilegiato del “fare cultura”. Bevande esclusive, altrove introvabili, come il caffè, il the e la cioccolata e i più innovativi spettacoli di musica e recitazione, erano esclusiva dei Caffè, ritrovi unici dove divertirsi e bere a la page, eccellenti e trasversali luoghi di aggregazione e formazione socio-culturale.

Senza i moderni media, web compreso, furono proprio i Caffè a costituire l’inesauribile fucina delle  avanguardie culturali, la cassa di risonanza delle nuove idee. Ascoltando una canzone, ammirando un balletto, sorbendo una bevanda, avventori tra gli avventori, artisti e letterati creavano, politici e giornalisti davano vita a partiti e giornali.

La tutela dei Caffè è, dunque, di vitale importanza, non solo per la custodia del nostro glorioso passato, ma anche perchè il solco culturale per la prima volta scavato proprio dai Caffè storici possa essere ancora tracciato.

L’Italia, fortunatamente, è ancora ricca di questi magici ed imperdibili ritrovi: Baratti & Milano, Caffè Fiorio e Caffè San Carlo a Torino; Caffè-Pasticceria Cova, Bar Jamaica, Caffè Savini a Milano; Caffè Florian, Caffè Quadri, Caffè Lavena a Venezia; Caffè San Marco e Caffè Tommaseo a Trieste; Caffè Pedrocchi a Padova; Caffè Mangini a Genova, Gamberini a Bologna; Caffè Gilli, Caffè Giubbe Rosse, Caffè Paszkowski, Caffè Rivoire a Firenze; Caffè dell’Ussero a Pisa; Gran Caffè Gambrinus  a Napoli; Caffè Stoppani a Bari; L’Antico Caffè Greco a Roma (si spera ancora per lungo tempo).

Caffè Florian – Venezia

La Serenissima è stata per molti secoli porto principale del mediterraneo. Qui arrivavano le stoffe più pregiate, le spezie introvabili, le pietanze esotiche. Quando aprono i battenti dei primi caffè in Piazza San Marco è immediato successo. La portata storica delle caffetterie è così epocale che Carlo Goldoni addirittura scrive una commedia, “La Bottega del Caffè”, dedicata proprio a questi nuovi luoghi di ritrovo. Ancora oggi è possibile visitare questi monumenti della storia di Venezia. Il più prestigioso Caffè italiano (e forse anche il primo) è il Florian. Inaugurato nel 1720 da Floriano Francesconi con il nome di “Alla Venezia Trionfante” è stato ribattezzato “Al Florian” per il modo di dire dei suoi avventori “andemo da Florian”. Frequentatori del Florian, tanto per citarne alcuni, Giuseppe Parini, Silvio Pellico, Ugo Foscolo, Charles Dickens, Johann Wolfgang Goethe, Jean-Jacques Rousseau, senza dimenticare Giacomo Casanova che qui corteggiava le dame.

Gran Caffè Gambrinus – Napoli

Il caffè a Napoli si diffonde “ufficialmente” con l’arrivo della principessa austriaca Maria Carolina, futura consorte del Re Ferdinando IV di Borbone. È lei che più di tutti propone la bevanda nelle sue sfarzose feste; è grazie a lei che, ben presto, cominciano ad aprire in città tante caffetterie, soprattutto lungo Via Toledo. Vi si fa cultura, in ogni campo. Oggi l’ultimo antico Caffè napoletano, l’unico sopravvissuto all’impietoso tempo, è il Gran Caffè Gambrinus. Fondato nel 1860 e ubicato in piazza Trieste e Trento, con affaccio su Piazza del Plebiscito, è, ancora oggi, il tempio del caffè, della pasticceria e della gelateria alla napoletana. Eccellenti frequentatori del Gambrinus Oscar Wilde, la Principessa Sissi, Gabriele D’Annunzio, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Jean Paul Sartre ed i Presidenti della nostra Repubblica.

Il Caffè Pedrocchi di Padova

Uno dei Caffè più belli, importanti e monumentali d’Italia. Fu ideato e realizzato nel 1831 dall’architetto veneziano Jappelli per volontà di Antonio Pedrocchi si presenta come un vero e proprio tempio nel cuore di Padova e ogni sua sala richiama uno stile artistico di una specifica epoca storica. Imponente la facciata con colonne neoclassiche e deliziose sono le sale interne. Siccome verso la metà del ‘800 gli studenti e i patrioti stabilirono proprio qui la sede per progettare l’unità d’Italia e questi ultimi fondarono addirittura un settimanale satirico-politico chiamato proprio “Caffè Pedrocchi”. Oggi il Caffè ospita al suo interno il Museo del Risorgimento. Tante le personalità che sono passate qui: dai Savoia a Carducci, da Giacosa alla Duse.

Scusate il ritardo: il caffè nel secondo grande film del grande Massimo Troisi

Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su Il Roma del 08 aprile 2018

Timido, introverso e impacciato, fiero, orgoglioso e volitivo, dedito al suo (e nostro) dialetto, icona del giovane meridionale di fine ‘900, tra insicurezze e principi morali, cinismo e generosità, Troisi è la migliore rappresentazione del napoletano e di Napoli dei recenti anni passati, della contraddizione storica tra tradizione e cambiamento, tra eredità importanti e nuovi linguaggi, nuovi costumi. Resta per sempre nei nostri cuori a dispetto degli oramai 25 lunghi anni già trascorsi dalla sua prematura scomparsa. Il caffè, elemento di tradizione napoletana per eccellenza, è costantemente presente nell’opera troisiana, ne è, spesso, il silente caratterista, il perfetto accompagnamento di scena, il discreto sottofondo di dialoghi.

Nella pellicola del 1983, la seconda regalataci da Massimo, Scusate il ritardo – opera apprezzatissima da critica e botteghino dove la mano dell’attore-regista è decisa e decisiva, tra riprese fisse e prolungati, brillantissimi, dialoghi – Vincenzo (Troisi) e Tonino (Lello Arena) inscenano le difficoltà relazionali di due ragazzi “normali” con le donne, sempre più emancipate, sicure, padrone del loro presente e desiderose di un futuro da protagoniste, nella vita e nella relazione di coppia. La storia tra Vincenzo e Anna (una splendida Giuliana De Sio), in particolare, sconta proprio l’incapacità del maschio di adeguarsi e fronteggiare la più avanzata maturità personale, psicologica, relazionale ed affettiva della femmina, tra alti e bassi, complicità e incomprensione.

Tra un caffè e un altro! Come non ricordare un passaggio cult del film, dove Massimo-Vincenzo opera riflessioni socio-psicologiche sul modo di bere caffè, cartina di tornasole della condizione esistenziale dell’individuo. La scena: dopo avere fatto l’amore con Anna, Vincenzo desidera un buon caffè e si reca nella cucina del vicino (un attempato professore, single e spesso assente da casa, per la gioia di Vincenzo che, in possesso delle chiavi dell’appartamento, lo utilizza – con maniacale attenzione, cura e prudenza – per i suoi clandestini incontri amorosi con Anna) dove – tragedia – rinviene solo una moka da una tazza. Di qui l’osservazione del grande Massimo: la macchinetta più piccola, afferma, “è il massimo della solitudine”: non solo vivi da solo (riferendosi al maturo padrone di casa), ma ti precludi anche la possibilità di ricevere viste, di offrire un caffè ad un eventuale ospite. Bere caffè è estrinsecazione di socialità per il Napoletano, atto e piacere da condividersi necessariamente, azione minima e massima dell’animale sociale (che è il napoletano). Non è possibile, insomma, per Vincenzo, disporre in casa di una sola moka da una tazza, significa avere un problema relazionale, escludere, cioè, la possibilità di ospitare persone, di offrire loro il consueto, cordiale e obbligatorio caffè! Troisi fa sua l’antica lezione napoletana in fatto di caffè: berlo è momento sociale e socializzante, miglior modo d’attendere la visita, condivisione, dovere del bravo ospite. Ed allora recepiamo la lezione di Troisi: in casa almeno una tre tazze (anche se si vive da soli). Buon caffè a tutti.