Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su L’Espresso Napoletano del mese novembre 2018

La nostra terra, la Campania, è ricca di chiese, monasteri, chiostri, conventi, basiliche. Edifici di culto che hanno molto da raccontare. Uno dei più interessanti è certamente il Convento di Pozzuoli fondato nel XV secolo dai Frati minori. Ristrutturato dal viceré Don Pedro de Toledo dopo il terremoto del 1538, l’edificio fu adibito a residenza estiva del seminario diocesano. Qui visse gli ultimi anni della sua vita il grande musicista Giambattista Pergolesi fino alla sua morte avvenuta nel 1736. Situato in un punto strategico della collina, in prossimità del mare, gode di una veduta spettacolare sul porto, su Baia e su Miseno. Concepito originariamente come edificio religioso e successivamente adibito a Manicomio Giudiziario, oggi è stato destinato ad ospitare la casa circondariale femminile.

In questa realtà sono nate attività lavorative veramente notevoli come la sartoria Marinella e la piccola torrefazione Lazzarella. Incuriosito da tale notizia ho avuto modo di parlare con la dottoressa Imma Carpiniello che è stata l’ideatrice di questa progetto.

 

D) Buongiorno Dottoressa come e quando è iniziato questo progetto?

R) La cooperativa Lazzarella è nata circa 7 anni fa e subito ha avuto un riscontro positivo. Dal momento che il caffè a Napoli ha un consumo quotidiano, mi è venuta l’idea di portare un “po’ di carcere” ai consumatori di questa bevanda. Ho scelto proprio il caffè perché è un prodotto che può essere facilmente lavorato, conservato e, soprattutto, può uscire dalle mura del carcere. È un modo per raccontare una giornata tipo di un detenuto a chi non vive questa realtà. Un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica.

 

D) Quante lavoratrici ci hanno lavorato e come sono selezionate?

R) In questi anni hanno dato il loro contributo più di 50 detenute. La selezione avviene in questo modo: le detenute ci sono indicate da una lista che ci fornisce la struttura stessa. Dopo un colloquio, se sono veramente intenzionate a lavorare, vengono assunte con regolare contratto e percepiscono un regolare stipendio.

 

D) E’ importante lavorare in carcere?

R) Il lavoro fa parte del processo di riqualificazione. Tutti i detenuti hanno il dovere di svolgere un lavoro durante la detenzione. Il problema è che a volte non c’è offerta lavorativa per le persone che scontano la pena né all’interno né all’esterno del carcere. Molte detenute fanno lavori di pulizia nelle cucine o lavorano per ditte esterne. Spiace dirlo ma anche a queste persone servono i soldi e, a volte, non riescono nemmeno ad acquistare beni di prima necessità.

 

D) Dove si trova esattamente questa torrefazione?

R) La torrefazione Lazzarella si trova all’interno della cinta muraria della struttura ma non nell’area detentiva. La legge prevede la possibilità di svolgere attività lavorativa all’esterno della casa circondariale grazie all’applicazione dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario (L. 354/75).

 

D) Chi vi ha aiutato a realizzare questa torrefazione? Come è strutturata l’azienda? Come si svolge il processo di lavorazione del caffè?

R) Prima di questa cooperativa io non avevo mai lavorato nel mondo del caffè. Ci ha aiutato un vecchio torrefattore che ci ha spiegato come organizzare la produzione del caffè. Oggi abbiamo 2 tostatrici, 1 silos per conservare i chicchi di caffè, 1 macina e 1 macchina per il sottovuoto. I chicchi di caffè crudi, che arrivano dal centro America (specie Arabica) e dall’Africa (specie Robusta), vengono sottoposti ad una tostatura lenta ed ad alte temperature (circa 200 gradi). La nostra miscela rispetta la tradizione napoletana.

 

D) Chi sono i vostri clienti?

R) Noi vendiamo il caffè a piccole botteghe del commercio equo o a gruppi di acquisto solidali. Al momento non siamo interessati alla grande distribuzione

 

D) Una volta scontata la pena e riacquistata la libertà le detenute che hanno lavorato nella cooperativa Lazzarella continuano a fare questo lavoro? Hanno difficoltà a reinserirsi nella società?

R) Si la maggior parte di loro lavorerà per industrie del caffè anche se, ovviamente, c’è chi intraprende nuovi mestieri. La cosa più importante è dare a queste donne una nuova consapevolezza di loro stesse e delle loro potenzialità. Sicuramente ognuna di loro ha il libero arbitrio e può scegliere se continuare a fare la vecchia vita o cambiare strada. Con questo percorso, però, le donne acquisiscono degli strumenti (che prima della condanna non avevano) che gli consentono di potersi proporre nel mercato del lavoro. Una ex detenuta ha sempre difficoltà nel trovare un lavoro, però, con una corretta riqualificazione lavorativa (avvenuta appunto nel carcere) unita al nostro sostegno (la cooperativa garantisce per loro assumendosi i rischi nei confronti dei nuovi datori di lavoro) la donna riesce a reinserirsi nella società e a rifarsi una nuova vita.

 

D) Le faccio i miei complimenti per questo bellissimo progetto, attivo e importante per molte donne. Un ultima domanda: a Lei piace il caffè?

R) Si, lo bevo molte volte al giorno. Posso dire che sono una vera dipendente dal caffè.