di Simona Vitagliano

Su Piazza Plebiscito e sulle statue equestri che la dominano è stato detto davvero di tutto.

Passando per la storia delle statue del palazzo Reale e finendo alla leggenda che vorrebbe una spietata Regina Margherita godere dinanzi allo spettacolo dell’insuperabile prova, da parte dei suoi prigionieri, di attraversare bendati proprio le due opere d’arte sopracitate, di racconti, maledizioni e miti che si intrecciano ad eventi storici se ne potrebbero elencare moltissimi. D’altro canto, ancora oggi, tantissimi giovani si divertono a sfidare la sorte, cercando di sfatare il mito della “traversata cieca” della piazza… spesso, persino dopo tutti questi secoli, senza riuscirci.

Ma qual è la storia di queste due meraviglie della scultura?

La storia

Chi si ritrova a passare per l’immensità di Piazza Plebiscito, magari dopo essersi ristorato con una bella sosta caffè – sfogliatella nei locali del Gambrinus, si rende immediatamente conto che il grande spazio viene, in realtà, delineato dalle strutture della Chiesa di San Francesco di Paola, del Palazzo Reale e dei due identici e simmetrici Palazzi Salerno e della Prefettura (rispettivamente, disposti verso il mare e verso l’entroterra), il secondo dei quali ospita proprio l’ingresso del nostro Gran Caffè all’interno della facciata su piazza Trieste e Trento.

All’interno di questo schema perfetto si ergono le due statue che abbiamo precedentemente introdotto che raffigurano Carlo III di Borbone e suo figlio Ferdinando I delle Due Sicilie, in due figure rivolte con lo sguardo al Palazzo Reale e disposte su basamenti in marmo.

Gli appassionati d’arte possono facilmente rendersi conto, al primo sguardo, che la prima opera appartiene interamente alle sapienti mani dello scultore Antonio Canova: il Re viene mostrato su un destriero di razza, con la bocca aperta e in una posa che simula un respiro ansimante e persino occhi dilatati, come fosse il fermo immagine perfetto di una sosta dopo una lunga ed estenuante corsa, mentre con una mano mantiene lo scettro e con l’altra frena il cavallo; è la raffigurazione della maestosità che passa anche attraverso alcuni particolari che ricordano più un imperatore romano che un sovrano del Settecento, come gigli e drappeggi.

Proprio a proposito dell’identità di questo primo elemento scultoreo c’è una curiosità: l’opera, infatti, doveva inizialmente rappresentare Napoleone Bonaparte, come testimonia una commissione ricevuta dallo stesso Canova nel 1806 dal Re di Napoli e fratello dell’imperatore dei francesi, Giuseppe Bonaparte. Quando sul trono arrivò Murat (l’anno seguente), il modello in creta del cavallo era già pronto e, fortunatamente, l’opera gli venne riconfermata (pur con le sue resistenze: Canova non amava molto lavorare sulle figure equestri) e il modello finale venne concluso nel 1810. Nel 1813 avverrà la fusione in bronzo ma seguì una pausa a causa degli accadimenti socio-politici del tempo. La fusione totale arriverà solo nel 1816 e, tornato sul trono Ferdinando IV (come Ferdinando I delle Due Sicilie), si optò per cambiare completamente il soggetto della statua, programmando anche la realizzazione di una seconda in coppia per completare l’immagine padre-figlio.

Il grande ostacolo, però, venne rappresentato, in quel caso, dalla morte del Canova che non poté, quindi, completare anche la seconda commissione (suo è solo il cavallo), cosìcché il soggetto fu affidato al suo allievo Antonio Calì che, per quell’imponente lavoro, ricevette anche un premio.

La leggenda

C’è un’altra leggenda, però, che aleggia proprio intorno a queste due statue e che vale la pena raccontare.

Sembra, infatti, che nel 1860 corsero il serio rischio di venire distrutte: dopo la caduta dei Borbone e l’arrivo delle truppe garibaldine, il popolo era davvero intenzionato ad abbatterle; si racconta, però, che una delle due fu “scalata” da un prete che, sulla sua sommità, parlò ai presenti convincendoli a desistere promettendo loro che, in breve tempo, le teste sarebbero state sostituite con quelle di Garibaldi e del nuovo Re d’Italia.

Ovviamente, non sapremo mai se tutto questo sia realtà, ma fatto sta che le due opere bronzee-marmoree sono arrivate illese fino a noi!