Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di dicembre 2018

Ci manca Pino Daniele. Ci mancano la grandezza del musicista, il virtuosismo del chitarrista, le parole del poeta, la sensibilità dell’artista, l’ironia, la mitezza e la riservatezza del personaggio, l’impegno sociale dell’uomo. A noi napoletani manca, più di tutto, il suo affetto verso Napoli ed popolo napoletano. Pino è il padre, il fratello, l’amico che, scomparendo d’improvviso, ha lasciato dentro e fuori ognuno di noi un vuoto profondo e difficilmente colmabile.

Nel corso della sua precoce e brillante carriera artistica Pino Daniele ha saputo incarnare la napoletanità (quella vera, ben lontana da quella stucchevole e oleografica pur spesso propalata a fini eminentemente commerciali) meglio di qualunque altro musicante (come amava definire se stesso), proponendoci sentimenti, riflessioni e denunzie attraverso un sound originale ed inimitabile, genuino sincretismo di sonorità partenopee, mediterranee, latine, blues, jazz e funky. Contaminazioni e fusioni di generi e strumenti musicali per parlare d’amore e amicizia, tematiche sociali e politiche, napoletane, nazionali e mondiali.

Poco più che ventenne, nel 1977, pubblica il suo primo Album, Terra mia, nel quale, tra tante perle –  Napul’è, Terra mia, Suonno d’ajere, Cammina cammina – spicca la sua prima hit: Na tazzulella ‘e cafè. Il brano (promozionato da quel grande talent-scout e amico del popolo napoletano che è Renzo Arbore), ammiccante con le sue semplici sonorità dal sapore partenopeo, costituisce una palese denunzia del sistema di potere che, colpevolmente dimentico delle esigenze dei governati, prova a celare soprusi e ingiustizie dietro contentini elargiti alla popolazione.

Na tazzulella ‘e cafè e maje niente ce fanno sapé”, esordisce Pino che, senza mezzi termini, censura il mal costume dei potenti di mantenere nell’ignoranza la popolazione, concedendo alla stessa solo quel poco (la metaforica tazzina di caffè) già, però, sufficiente a tenerla, per così dire, a bada, in una condizione sì di malessere diffuso ma, fatalisticamente, accettato: E nuje tirammo ‘nnanze, cu ‘e dulure ‘e panza e invece ‘e ce ajutà, ce abbòffano ‘e cafè”.

Il lazzaro felice, già da giovanissimo, denuncia, dunque, la mala-politica, quella indolente e profittatrice, pronta solo ad azzuffarsi per la spartizione del potere e dedita all’interesse proprio e di pochi sodali piuttosto che a quello della maggioranza del popolo, fortemente bisognosa d’aiuto nella risoluzione dei grandi e piccoli problemi quotidiani: “E chiste, invece ‘e dà na mano, s’allisciano, se vàttono, se màgnano ‘a città”.

Pino condanna lo scellerato patto sociale imposto sin dai tempi della Roma imperiale (con la politica del panem et circenses: il Cesare di turno elargiva al popolo il minimo alimentare ed il divertimento – il pane ed i giochi circensi per l’appunto – al fine di tenere bassa la tensione sociale ed aumentare il consenso popolare) e fino a quelli moderni, ai tormentati anni ’70 del secolo scorso. Cambiano i mezzi (la tazzina di caffè in luogo del pane, la partita di calcio in luogo dei giochi gladiatori) ma non la finalità del sistema di potere: attraverso piccole concessioni si può controllare la maggioranza della popolazione, carpendone il consenso, solo aggirando i problemi giammai risolvendoli.

Il ventenne uomo in blues non accetta, dunque, tale stato di cose. Con schiettezza e freschezza tipicamente giovanili, nel testo e nella musica, sprona a rifiutare la politica clientelare, quella dell’interesse privato. Prova a destare dal torpore i più che non s’avvedono dei soprusi del potere, finendo con l’accondiscendere inconsapevolmente allo stesso, accontentandosi di quel poco, una tazzina di caffè, sempre prontamente elargita, senza pretendere la risoluzione dei problemi, né opporsi alle ingiustizie sociali: “S’aìzano ‘e palazze, fanno cose ‘e pazze, ce girano, ce avòtano, ce jéngono ‘e tasse.

Quarant’anni fa un giovane artista napoletano così esordiva, cantando scomode denunzie, tentando di scuotere le coscienze dei suoi conterranei (e non), esortandoli ad oltrepassare le ingannevoli apparenze, a guardare, invece, la realtà, per quanto spiacevole, ad indurre i governanti ad affrontare i problemi e a risolverli. Invitava a dire basta al panem romano e alla tazzulella ‘e cafè napoletana, a liberarsi dai fumi d’oppio sociale distribuito dalla mala-politica alla popolazione.

Una vera e propria lezione di civiltà e coscienza, ancora, purtroppo, attuale.

Ciao Pino e grazie.