Pastiera napoletana

Pastiera: origini di una golosità

di Simona Vitagliano

A Napule regnava Ferdinando
ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa,
o’ musso luongo, nun redeva maje,
comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera,
le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’ creature:
uova, ricotta, grano e acqua re ciure,
‘mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
a può purtà nnanz o’ Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
e le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
stà Pastiera la faccia un po’ più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!

Le origini della Pastiera pare siano indissolubilmente legate a questi versi, di autore ignoto.

La storia è quella di Ferdinando II di Borbone, legato in matrimonio a Maria Teresa d’Austria, che viene presa in giro in quanto molto restìa al sorriso… tranne quando si ritrova, per caso, ad assaporare un pezzetto di pastiera. In quella occasione la sua aria austera e fredda viene improvvisamente abbandonata. Ferdinando, quindi, entusiasta e alquanto meravigliato, si augura che il cuoco gli prepari questa leccornia un po’ più spesso, per evitare che la moglie rida solo una volta all’anno, cioè in concomitanza della Pasqua.

Un’altra delle tante testimonianze, tra l’altro, del fatto che a Napoli, da sempre, ridere è quasi obbligatorio!

Esistono anche altri racconti, che rientrano più nel mito e nella leggenda, però, che coinvolgono questo dolce così particolare.

Racconti, leggende ed interpretazioni

La pastiera è da accreditarsi, sicuramente, al popolo partenopeo, anche se, con il crescere della sua fama e degli apprezzamenti anche al di fuori della Campania, la sua ricetta originale si è via via modificata di luogo in luogo, acquisendo nuove specificità e caratteristiche.

Napoli, da sempre terra di pescatori e di naviganti, sarebbe il palcoscenico di un episodio così particolare, legato a questo dolce tipico, da essere annoverato tra le leggende del luogo.

Tutto sarebbe avvenuto in un’antica notte napoletana in cui, come spesso accadeva, le mogli dei pescatori avevano lasciato in pegno al mare, come offerta sacrificale, delle ceste con ricotta, frutta candita, grano, uova e fiori d’arancio. Può sembrare “cos’ e nient’“, come avrebbe detto Eduardo De Filippo, ma in uno scenario di povertà e difficoltà economiche molto importanti, privarsi anche di pochi beni come questi era un vero e proprio sacrificio. L’intento era di fare in modo che il mare, ringraziando per l’offerta ricevuta, riportasse a terra i loro mariti sani e salvi. Ma, pare, accadde qualcosa di molto più sbalorditivo. Un vero segno del destino, del mare, della Provvidenza? I flutti, infatti, durante le ore notturne avrebbero mescolato gli ingredienti presenti nelle ceste, dando vita ad un dolce nuovo, ricco di nutrienti genuini e di gusto, quello che oggi, appunto, chiamiamo pastiera. Un regalo del mare che apparve agli occhi increduli delle donne, il mattino seguente.

Questa leggenda è stata analizzata e sviscerata per capirne di più e ne sono state tratte conclusioni interessanti.

In primo luogo, bisogna portare indietro di parecchi secoli le lancette dell’orologio e ricordare che in passato, anche nelle prime cerimonie cristiane, era consueta abitudine offrire offerte votive con determinati significati, come latte e miele con il grano come augurio di ricchezza e fecondità o le uova come simbolo di natività. Le analogie, quindi, si vede che sono davvero tante. Inoltre, anche per i fiori d’arancio c’è un significato metaforico ben preciso, anche piuttosto prevedibile: sono il simbolo della Primavera! Una stagione che si ritrova a contenere, praticamente sempre, le festività pasquali, per cui, anche in questo caso, i conti tornano.

Infine c’è un’altra teoria, che vedrebbe un antico monastero napoletano coinvolto nella diffusione della ricetta tradizionale, anche se non si hanno notizie precise nè sul periodo in questione nè sull’entità precisa del luogo protagonista.

Una teoria che risulta molto plausibile, ma che, purtroppo, ad oggi, non ha riscontri concreti, se si pensa a quanti dolci tipici partenopei siano nati proprio in conventi e monasteri, come offerte per chi li supportava economicamente e li visitava.

Insomma, si può dire che quella della pastiera è la storia, forse, più nebulosa e misteriosa tra i dolci della cucina tradizionale partenopea!