Sua maestà la pizza fritta napoletana

Nata dal genio culinario dei napoletani e dalla loro famosa arte di arrangiarsi, la pizza fritta è sicuramente il piatto tipico dello street food partenopeo, dove ingredienti semplici si mixano tra loro, realizzando una prelibatezza dal gusto irresistibile.

La pizza fritta ha una storia davvero avvincente e ricca di curiosità legata soprattutto ai difficili periodi storici che i suoi abitanti hanno dovuto affrontare.

Una pizza per contrastare la povertà

La diffusione della pizza fritta è da collocare principalmente nel periodo della fine II Guerra Mondiale. La povertà, la scarsità di materie prime e la distruzione dei forni utilizzati per la realizzazione delle tradizionali pizze, spinsero alcuni ingegnosi pizzaioli ad arrangiarsi, preparando nelle loro case con pochi e semplicissimi ingredienti un impasto che potesse cuocere nell’olio caldo.

Questa nuova pizza, fritta nell’olio bollente, tendeva a gonfiarsi dando a chi la mangiava un senso di sazietà. Fin da subito ebbe un grande successo, tanto da divenire in breve tempo uno dei prodotti indispensabili nell’alimentazione dei napoletani dell’epoca che si nutrivano periodicamente di questo alimento.

“Pizza a otto”

Oltre al senso di sazietà, ovviamente incideva anche il fattore economico. La pizza fritta era accessibile a tutti. Essa viene ricordata infatti, anche come la “pizza a otto giorni”. All’epoca infatti si usava mangiare una pizza fritta al momento e pagarla dopo otto giorni, un vero toccasana per chi viveva in difficoltà economiche.

Manodopera tutta al femminile

Se inizialmente la loro realizzazione avveniva grazie alle mani esperte di pizzaioli, col passare del tempo, a prepararle furono le mogli di questi ultimi.

Le massaie napoletane impastavano e friggevano sotto gli occhi di tutti al di fuori dei loro bassi le pizze fritte, donne intraprendenti che con il loro lavoro riuscivano ad aiutare la famiglia e ad avere una piccola indipendenza economica.

Pizza fritta oggi

La pizza fritta oggi, non è poi tanto diversa da quella di allora. Certo ciò che è cambiato è sicuramente il ripieno che racchiude il suo interno. Oggi la farcitura è abbondante fino all’inverosimile, ma ciò che è rimasto uguale è che si mangia ancora in strada.

Avvolta nella carta nel modo semplice come un tempo, le conferisce nel tempo un fascino ancora immutabile.

 

La delizia al limone: la raffinatezza fatta dolce

Soffice pan di spagna dal gusto delicato e dall’aroma inconfondibile dei limoni della penisola sorrentina, forma a cupoletta, sono queste alcune delle caratteristiche che compongono un dolce davvero speciale, che fa parte della tradizione napoletana, stiamo parlando della delizia a limone.

Un dolce giovane e vincente

La delizia a limone è un dolce relativamente giovane, esso infatti è stato realizzato per la prima volta dal maestro pasticcere Carmine Marzuillo nel 1978 che lo presentò ad un concorso culinario a Formia. La ricetta che vede come protagonista l’utilizzo dei limoni di Sorrento, ebbe così tanto successo che a questo dolce fu conferita una medaglia d’onore.

La bontà della delizia al limone non tardò a fare il giro del mondo, pasticceri oltre oceano infatti iniziarono a raggiungere la penisola sorrentina e a divenire allievi di Marzuillo, per imparare tutti i segreti di questa meravigliosa ricetta che ormai tutto il mondo conosce.

La delizia al limone oggi

Da quel momento in poi, la delizia al limone è diventata il vero simbolo della penisola sorrentina. Molti pasticceri pur mantenendo la medesima ricetta hanno col tempo personalizzato alcuni ingredienti per donare a questo dolce un tocco in più. Proprio come ha fatto il genio culinario Salvatore de Riso che ha scelto per la sua realizzazione precisamente i limoni di Amalfi che a differenza di molti altri della zona hanno un sapore più dolce e meno acre.

La delizia al limone oggi è un vero must della pasticceria napoletana e una curiosità su tutte: è anche il dolce più scelto per la realizzazione di torte nuziali per la sua raffinatezza nel gusto e nella forma. La delizia al limone è in fatti una delizia per gli occhi e il palato.

 

 

 

Il dolce senza tempo: le coviglie napoletane

La coviglia napoletana: tra storia, tradizione e innovazione

La pasticceria napoletana è ricca di prodotti che nel tempo hanno mantenuto la loro bontà grazie alla riproduzione fedele di ricette  di questi dolci, nonostante il trascorrere del tempo.

All’interno della scuderia della pasticceria partenopea, c’è un dolce molto antico, forse non molto conosciuto alle nuove generazioni, la cui ricetta e presentazione negli ultimi tempi è stata rivisitata e portata  come agli antichi splendori, stiamo parlando della coviglia napoletana.

Un dolce che sfida i secoli

Questo dolce, possiamo dire che ha sfidato i secoli. Una delle sue prime apparizioni sulla tavola dei napoletani, è stata sicuramente nel periodo della fine del 1600, in cui veniva servito questa sorta di semi-freddo al gusto di caffè,  all’interno di piccole coppette di metallo per mantenere questa mousse più cremosa possibile. La coviglia, il cui nome pare derivi dal termine spagnolo, cubillo, era un dolce esclusivamente napoletano, che ha cavalcato l’onda della popolarità per circa tre secoli. Dopo essere apparso nel 1600, tra il 1700- 1800 iniziò ad essere servito alla corte dei nobili napoletani, alla fine dell’800  divenne come spesso accade, anche un dolce rivolto al popolo. A partire dalla metà del 1900, veniva preparato dalle pasticcerie della zona di Mergellina ed era destinato ad arricchire i banchetti di nozze insieme al compianto Spunone, altro dolce tipico napoletano divenuto oggi una rarità.

Nonostante possa essere definita una degli Highlander della pasticceria, la coviglia nell’era moderna è passata un pò in sordina, e solo poche pasticcerie continuano a realizzarla.

La coviglia oggi

La coviglia oggi, si presenta come una mousse delicata a metà tra un gelato e un pasticcino che viene conservata in frigo. Non appartiene più solo esclusivamente alla tradizione napoletana, perchè è un dolce che in realtà si trova in tutto lo stivale, anzi è molto più in voga oggi al Nord che al Sud Italia e di conseguenza anche la sua ricetta originale è stata rivisitata da regione in regione. Viene servita all’interno di piccoli bicchierini questa volta di plastica, non più di acciaio, che ricordano le mono porzioni tipiche del finger food, ma è possibile gustarla anche in barattolini di vetro o bicchierini in terracotta, inoltre se in passato la presentazione era molto spartana, le attuali coviglie vengono presentate nel modo più chic in cui si può concepire un dolce. La coviglia diventa  non solo un grazioso ma anche gustoso dessert perfetto per un dopo cena ovunque vi troviate.

uno storico borgo napoletano

Storia del “pallonetto”

In origine era un piccolo borgo di marinai, situato alle spalle dello storico quartiere napoletano di Santa Lucia, sorto nell’ottocento, è il famoso Pallonetto, una delle zone più caratteristiche della nostra città che ha una storia da raccontare davvero affascinante a partire dal suo nome. Il pallonetto di Santa Lucia è caratterizzato da una lunga scalinata che porta a vicoli e stradine strette che collegano ai bassi napoletani, dove il folklore qui è di casa.

Le origini del nome

Prima di parlare del borgo iniziamo col raccontarvi che esso si chiama così grazie ad un gioco, inventato alla corte dei Medici, molto in voga già alla fine del 1600, che prevedeva l’utilizzo di piccole palline fatte a mano contenenti una pallina di piombo avvolta in gomma e lana con una copertura di cuoio, che doveva essere colpita dai giocatori con una mano nuda. Il gioco del pallonetto dalle corti, ben presto iniziò ad arrivare anche nei quartieri più popolari delle città di Italia e anche a Napoli dove i bambini, gli “scugnizzi” giocavano con queste sfere tra i vicoli della città all’aria aperta.

Un borgo controverso

Il pallonetto di Santa Lucia, nonostante sia un posto che trasuda la vera storia popolare della città, racchiude in se, se lo si guarda con occhi critici tante “barbarie architettoniche”. Esso infatti è caratterizzato da tanti vicoli, dove l’assenza di aria e luce è davvero predominante, per le case non c’è simmetria ne stile, i gradini di questo borgo sono per lo più malandati, eppure nonostante tutto, risulta tutt’ora un borgo molto popolato e chi vive in queste zone ha una forte appartenenza al posto, una sorta d’ identità urbanistica. Insomma un borgo molto caratteristico visto dal di fuori  ma che racchiude in se tante criticità.

Eppure chi vive in questa zona, non può far a meno di apprezzarne i vantaggi, il borgo si trova infatti a ridosso del mare e a due passi dal cuore pulsante della città e della movida napoletana,  ma soprattutto è molto vivo lo spirito comunitario dove tutti si conoscono e dove pare il tempo non sia mai passato.    

 

 

 

S.O.S Gambrinus: pronto intervento per dolci e caffè!

Quando si è in pericolo, il segnale SOS è la sigla universale che indica una richiesta di aiuto. Una richiesta di aiuto può essere necessaria in tante occasioni in cui ci si trova in difficoltà. Ma non pensiamo alle difficoltà legate solo a questioni di reale pericolo, ci sono infatti richieste di aiuto che possono appartenere alla sfera quotidiana come per esempio semplicemente il non saper adempiere ad alcune mansioni casalinghe.

Quella di cui vogliamo parlarvi questa settimana, riguarda una delle difficoltà più comuni soprattutto nelle giovani generazioni ovvero quella del non sapere cucinare e in particolar modo quella di non saper preparare dolci, e non solo anche quella di preparare il caffè.

Se l’arte della pasticceria è qualcosa di veramente complesso e a cui non tutti sono avvezzi, anche preparare un buon caffè non è cosa da meno, c’è infatti chi lo prepara in modo “troppo largo”, quasi da sembrare una strana tisana, ben lontano dal caffè napoletano ristretto e ricco di un aroma intenso che pervade la casa, c’è chi lo fa bruciato, insomma, i disastri in cucina possono essere dietro l’angolo.

Un’idea geniale!

Per ovviare a questa situazione Michele Sergio, il “Boss del Caffè” dello storico Gran Caffè Gambrinus, e  per rispondere alle richieste di aiuto dei suoi numerosi e golosi follower, ha ideato un progetto non solo innovativo ma molto simpatico e utile che si propone di aiutare chi ha grandi difficoltà in cucina.

Il progetto si chiama SOS Gambrinus, pronto intervento per dolci e caffè e sta già riscuotendo un gran successo.

Ma come funziona questo servizio? Scopriamolo insieme.

Tutto inizia con una richiesta di aiuto da parte del cliente in difficoltà, che deve arrivare attraverso la realizzazione di un video-messaggio inviato al numero 339.853.03.44 in cui bisogna raccontare quali sono le difficoltà nella realizzazione di dolci tipici della tradizione  campana e le proprie criticità nella preparazione del perfetto caffè napoletano.

A questo punto una volta ricevuto il messaggio, l’Unità Operativa Gambrinus è pronta a rispondere e a organizzare un appuntamento a domicilio, dove il maestro pasticciere Stefano Avellano arriva in soccorso dell’aspirante e volenteroso chef. Oltre a Stefano Avellano che si occuperà della pasticceria, ci sarà Michele Sergio in persona che vi aiuterà nella preparazione del caffè e di tutti i segreti che la sua realizzazione richiede.

Un servizio questo davvero utile e allo stesso tempo creativo in cui ognuno può cimentarsi nell’arte della pasticceria e creare dei veri capolavori culinari ma soprattutto diventare abili preparatori di caffè da far invidia alle vostre nonne.

Quindi, cari principianti napoletani, niente più scuse è il momento di superare i vostri limiti con SOS Gambrinus. 

 

 

 

 

Storia della caffettiera

Il segreto per preparare un buon caffè? In realtà non ce n’è uno solo, ma c’è la combinazione di almeno tre elementi fondamentali come l’acqua, la qualità del caffè e soprattutto la scelta della giusta macchinetta con il quale prepararlo, per non parlare poi che una volta assemblato il tutto, il caffè deve cuocere su fiamma lenta. Insomma come potete ben intuire, fare un buon caffè, non è poi così semplice, anzi può essere concepita come una vera e propria arte culinaria con le sue complessità.

Come dicevamo uno degli elementi  fondamentali per preparare il caffè è la caffettiera.

Le caffettiere non sono tutte uguali e nel tempo sono cambiate sotto molti punti di vista e questo per soddisfare maggiormente le esigenze dei bevitori di questa bevanda. Ma qual è la loro storia? Scopriamolo insieme all’interno di questo articolo dove troverete alcune curiosità veramente interessanti.

Cenni storici……

La prima caffettiera in assoluto è originaria dell’Africa precisamente dell’Etiopia e si chiamava la jabena, che prevedeva un bricco di terracotta formata da un collo stretto a camino e un piccolo beccuccio in cui si versava il caffè.

Se in Africa veniva usata la jabena, in Europa invece nel periodo tra il XIV e il XVIII veniva utilizzata come tecnica per preparare il caffè, la bollitura dei fondi. Ovviamente la difficoltà di separare i fondi dalla bevanda fece si che in molti si adoperassero per costruire macchinari appositi per preparare questa bevanda con meno difficoltà.

Solo però nel 1800 venne inventata quella che potremmo definire una delle antenate della Moka ovvero la vacuum, una macchinetta formata da due contenitori, di cui uno inferiore che aveva il compito di contenere l’acqua e una parte superiore che invece conteneva la polvere di caffè.

Sono succedute a questo modello poi la caffettiera a filtro, quella rovesciabile, conosciutissima soprattutto perché spesso presente nelle opere teatrali di Eduardo De Filippo, fino ad arrivare alla Moka moderna, la Bialetti.

Quella che noi tutti conosciamo e che tutti abbiamo in casa è frutto del genio dell’italiano Alfonso Bialetti, da qui il suo nome, che nel 1933, progettò e realizzò la caffettiera per eccellenza che ha cambiato il modo di preparare questa bevanda in casa.

Curiosità

Una curiosità su tutte sulla Bialetti? È stata prodotta in più di 105 milioni di esemplari, ed è presente nella collezione permanente del MOMA di New York, perché si sa da sempre che il caffè è un’opera d’arte.

 

 

 

 

 

 

 

Il pinuccio, il dolce in onore di Pino Daniele

“Appucucundria me scoppie ogn minut mpiett”

Sono proprio questi i sentimenti che ogni napoletano, ma in realtà ogni amante della buona musica, che ripensando a Pino Daniele e alla sua prematura scomparsa, sente nel proprio stato d’animo. L’appucundria per dirlo alla Pino Daniele è  l’espressione che indica proprio quella forte malinconia, dettata dall’assenza di chi si ama. E a noi Pino Daniele manca veramente tanto.

Per celebrare questo grande artista molte sono le iniziative che vengono realizzate in città come i  flash mob, i concerti in cui vengono cantate le sue canzoni,  vengono realizzati dipinti, mostre fotografiche e tanto altro, ma anche la cucina non resta a guardare e fa la sua parte.

Un esempio concreto viene dalla grande arte della pasticceria napoletana firmata Gran Caffè Gambrinus, che ha pensato di omaggiare questo grande artista, orgoglio e simbolo della nostra città, realizzando il dolce Pinuccio.

A partire dal 2016 infatti i laboratori del caffè di piazza Trieste e Trento hanno deciso di realizzare un impasto dal sapore deciso che ricordasse questo grande artista. L’impasto è composto da una base di sfogliatella riccia, con cioccolato bianco, panna, ricotta, pan di spagna e una copertura di cioccolato scuro, un dolce definito “Nero a metà”, proprio come il genere musicale di Pino Daniele, che ricordava un pò il blues.Un trionfo di gusto tutto da provare.

Un dolce per tutti

Prodotto per l’occasione del 4 Gennaio ( giorno della terribile scomparsa dell’artista), quest’anno è stato distribuito gratuitamente, in occasione di un evento realizzato proprio per ricordare la scomparsa di questo grande cantautore partenopeo. Donato a tutti proprio come la musica di Pino Daniele che riusciva a mettere d’accordo un vasto pubblico, il pinuccio ha sortito un grande clamore ma soprattutto grandi consensi culinari.

I dolci si sa, hanno la capacità di tirare su il morale, in quanto essi riescono ad aumentare la produzione si serotonina nell’uomo che ha un effetto calmante e antistress. Per questo ci piace pensare, che il dolce pinuccio, a modo suo, riesca a placare anche se per pochi minuti quella sorta di appucundria che ormai ci pervade da tre anni dettata dalla mancanza del nostro grande amico Pino Daniele.

 

 

 

La notte della befana a Napoli

L’Epifania è un giorno veramente speciale, è l’ultima ricorrenza di queste lunghe feste natalizie che ci accompagna dolcemente al ritorno della vita quotidiana fatta di lavoro e studio e di impegni vari.Anche la nostra città si prepara a celebrarla con diversi eventi e soprattutto tradizioni che ormai sono diventate parte integrante del tessuto societario partenopeo e che si tramandano da diverso tempo.

L’aria dell’Epifania si inizia a  respirare a Napoli  nei diversi giorni, giorni che precedono la fatidica notte del 5 gennaio in cui la befana arriverà nelle case per portare dolciumi e regali per tutti.Le maggiori piazze da quella di via Toledo a via Scarlatti, Piazza Cavour, ospitano banchetti con calze e dolciumi,  i commercianti  si sfidano in una battaglia a suon di dolci e caramelle. Ma l’apoteosi di questa festa arriva proprio la sera del 5 gennaio quando a piazza Mercato si realizza l’evento più caratteristico dell’intera città, suoni, balli, stand di dolci a prezzi bassissimi,  giocattoli di ogni genere, la notte della befana diventa il momento cardine per vivere una notte magica, magica come la nostra città.

Ma qual è l’origine di questa festa? Scopriamolo insieme con alcune curiosità sulla festa più dolce che ci sia.

Epifania: tra miti e leggende

Forse non tutti sanno che l’Epifania ha origine antichissime e soprattutto in pochi sanno che  prima di diventare una festa della religione Cristiana, questo tipo di celebrazione era tipica del popolo romano e di matrice pagana.Secondo un’antica leggenda, dodici giorni dopo il solstizio di dicembre, la dea Diana, sorvolava sui campi per promettere fertilità e i romani si scambiavano un dono di buon augurio per l’anno nuovo.A partire dal IV secolo d.C. la chiesa Cattolica, fece sua questa festa adattandola però alla venuta dei Re Magi alla grotta di Gesù bambino, con in mano i doni destinati al figlio di Dio.
Ma perchè la simbologia di una vecchina?Beh secondo una narrazione   popolare  i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni a una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna preferì non uscire di casa per accompagnarli. Alla fine, però pentita di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza però  riuscire nel suo intento. Così bussò  ad ogni casa che incontrava  lungo il  suo cammino, donando dolci ai bambini in cui si imbatteva, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.

 

 
 

 

caffè bounty - gran caffè gambrinus

Un caffè per l’estate: il caffè al Bounty

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

L’estate a Napoli è calda, a volte torrida e afosa. Diventa difficile e faticoso attendere ad ogni tipo di attività, che sia lavoro o studio od, anche, l’ordinario lavoro casalingo. In molti limitano, addirittura, i pasti: si fa fatica anche a mangiare col caldo forte. Nessun napoletano, però, rinuncia al piacere del caffè, veramente irrinunciabile!

In molti, però, preferiscono darsi alle varianti della classica tazzulella ‘e cafè, dal caffè freddo al caffè shakerato, dalla crema caffè alla granita di caffè, fino ad arrivare a tutte le varianti del gelato al caffè napoletano.

Ed allora, soprattutto nel periodo estivo, i maestri caffettieri napoletani sono sempre alla ricerca di soluzioni e varianti per assecondare esigenze di gusto e richieste, di napoletani e turisti. Nel panorama dei tanti caffè speciali che propongono le caffetterie napoletane spicca l’estivo caffè al Bounty.

Per la realizzazione di questo caffè si procede nel seguente modo: si spalma sui bordi interni del bicchiere la cioccolata; successivamente vi si versa la crema di caffè e si aggiunge la panna montata; si decora il tutto con scaglie di cioccolata fondente e di cocco.

Un caffè certamente utile e saporito per combattere la calura estiva mediterranea.

Tre Regine per Napoli

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Quante storie racconta la città di Napoli! Purtroppo, la maggior parte di queste non resta viva alla memoria, ma viene cancellata dal tempo. C’è chi, tuttavia, ancor oggi, si dedica con pazienza, amore e dedizione alla consultazione di libri antichissimi (conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli sita nel Palazzo Reale) per riportare alla luce dei ricordi storie, leggende e tradizioni.

Nel mio piccolo, nell’ultimo mese, ho appreso con grande piacere che tre regine, molto diverse tra loro per nazionalità ed epoca, ma accomunate da uno spirito libero e ribelle, hanno contribuito allo sviluppo della tradizione culinaria della città di Partenope (guarda caso un’altra donna). Ed è per questo – soprattutto in tempi difficili come quelli odierni che vedono molte donne maltrattate (e purtroppo a volte uccise) – che mi è sembrato doveroso dedicare loro un contributo.

La Regina Maria Carolina e la storia del Caffè napoletano

La regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena (Vienna 1752 -1814), divenuta sposa del re di Napoli Ferdinando I di Borbone, si impose a corte con il suo carattere deciso ed autoritario. Non fu un matrimonio felice: il re, poco dedito ai doveri di sovrano, preferiva trascorrere intere giornate a caccia e tra i vicoli di Napoli mescolandosi (in anonimato) tra i sudditi, mentre la regina amava gestire il regno (spesso punendo con estrema severità i ribelli) ed organizzare feste fastose.

A lei dobbiamo l’introduzione di alcuni piatti e bevande tra le quali spicca il caffè importato dalla corte di Vienna (proposto in una delle sue feste nel 1771). Possiamo dire, quindi, senza tema di smentita, che il merito va alla regina Maria Carolina se oggi Napoli è la capitale del caffè.

La Regina Margherita e la storia della Pizza napoletana

Ancora oggi, tra i vicoli della città di Napoli, si racconta che la regina Margherita ispirò la creazione della pizza a lei dedicata e che porta il suo nome (la più amata e conosciuta tra le pizze napoletane).

Nessuno può provare con certezza quale sia il locale nel quale la pizza Margherita fu preparata per la prima volta. È idea comune, tuttavia, che la Regina Margherita di Savoia (Torino 1851 – Bordighera 1926), sposa del Re Umberto I, si trovava realmente nel 1889 in visita a Napoli ed in quell’occasione ebbe modo di assaggiare questa pizza che riporta i colori della bandiera italiana (il verde del basilico, il bianco della mozzarella ed il rosso del pomodoro).

La Principessa Sissi e la storia del Gelato napoletano

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach (Monaco di Baviera 1837 – Ginevra 1898), meglio nota con il nome di “Sissi”, è stata una delle regine più amate di tutti i tempi, come testimoniato dai numerosi film e romanzi a lei dedicati. Nel 1890 Sissi si recò a Napoli per visitare le bellezze della città partenopea. Il Gran Caffè Gambrinus ebbe l’onore di ospitare la regina che in quell’occasione assaggiò il gelato al gusto violetta. Dopo lungo tempo, ancora oggi, il Gambrinus resta fedele all’antica ricetta della tradizione napoletana nella preparazione del gustoso gelato. Provare per credere!