La regina Maria Carolina e il caffè

La Regina e il primo caffè di corte

Che la città di Napoli deve tantissimo alla famiglia dei Borbone è cosa risaputa. Il patrimonio artistico- culturale, l’architettura, le innovazioni tecnologiche e molto altro ancora, sono solo alcuni degli aspetti voluti e lasciatoci dai membri della famiglia reale dei Borbone durante la loro reggenza napoletana.

Curiosità dal passato

Forse non tutti sanno che proprio ai Borbone in particolare alla Regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena, si deve il merito di aver portato nella nostra città e sulle nostre tavole il caffè.

Maria Carolina, figlia di Maria Teresa D’Austria e sorella della Regina di Francia Maria Antonietta, sposò giovanissima Ferdinando IV re di Napoli.

Mai coppia fu così mal assortita: lei giovane istruita e ambiziosa, lui rozzo, per niente erudito e soprattutto poco avvezzo agli impegni di palazzo. Secondo fonti storiche, re Ferdinando IV era infatti attratto più dalla caccia e dalle donne, che dal potere a dispetto della moglie che invece preferiva governare. Nonostante questo improbabile sodalizio la coppia vantò circa 18 figli e un regno piuttosto longevo.

Il primo caffè a corte

La sovrana amava frequentare salotti intellettuali e organizzare feste sontuose e proprio durante uno di questi ricevimenti, avvenuto nel 1771, fece servire il primo caffè importato dalla corte di Vienna.

A Napoli in realtà questa bevanda era già arrivata da diverso tempo grazie al lavoro dei mercanti Veneziani, ma spesso essa veniva utilizzata come rimedio per i convalescenti. Il suo colore scuro inoltre le recava non pochi pregiudizi, tanto da essere definita dalla chiesa cattolica come la bevanda del diavolo.

Grazie invece alla regina Maria Carolina, che iniziò a portare diversi usi e costumi viennesi alla corte di Napoli, anche il caffè fu visto sotto una luce diversa e divenne una bevanda da consumare negli ambienti aristocratici.

Iniziò ad essere servito durante i balli che si svolgevano alla Reggia di Caserta, dai camerieri vestiti di tutto punto, subito dopo la cena, diventando, un appuntamento serale a cui era impossibile mancare.

 

 

 

 

Il Bloody Mary: il cocktail rosso sangue!

Succo di pomodoro e vodka, furono questi i due ingredienti utilizzati per la prima volta insieme, con lo stesso dosaggio dall’americano George Jessel nel 1939, per realizzare uno dei drink  più famosi al mondo che passerà alla storia con il nome “Bloody Mary”. 

In realtà questa prima ricetta, potremmo definirla come un’ antenata di questo drink, perchè ad aggiungere il tocco delle spezie che contraddistingue questa bevanda sarà Fernand Petiot.

Un tocco in più….

La scelta di usare le spezie da parte di Fernand Petiot donò infatti a questa bevanda un sapore decisamente diverso rispetto a quello originario e lo arricchì di carattere aggiungendo alla ricetta iniziale alcuni ingredienti particolari come il sale, pepe nero, pepe di Caienna, succo di limone, salsa Worcestershire, tabasco e ghiaccio tritato. Insomma come lui stesso asserì tutta un’altra storia, e aveva perfettamente ragione.

Oltre alla diatriba che aleggia ancora sulla paternità di questa bevanda, anche le notizie in merito alla scelta del suo nome destano ancora tante controversie.

Bloody Mary? Ecco perchè!

Secondo alcuni infatti il nome Bloody Mary, fu scelto per omaggiare il colore intenso di questa bevanda dettata dall’utilizzo del succo di pomodoro che ricorda il colore rosso intenso del sangue. Perciò si ispirerebbe alla regina Maria I Tudor, passata alla storia come Maria la sanguinaria, per le sue violente e sanguinarie persecuzioni ai protestanti. 

Un’altra versione invece vuole che il nome sia dedicata ad una leggenda metropolitana che vede come protagonista una strega appunto Bloody Mary, pronta a terrorizzare e uccidere chiunque la evochi.

Un drink hollywoodiano

Questo drink oltre ad avere un gusto deciso ed essere molto buono, nel tempo è riuscito anche ad essere un drink accattivante anche nella presentazione. Ogni barman infatti personalizza questo drink a modo proprio anche se le decorazioni più distintive legate a questo drink sono sicuramente l’aggiunta del gambo di sedano (che non deve mai mancare), la presenza di un croccante di pancetta e negli ultimi tempi è famosa  anche la versione con aggiunta di gamberetti decorativi.

Grazie alla sua consistenza e alle sue presentazioni molto suggestive, il Bloody Mary non solo ha conquistato i banconi dei bar di tutto il mondo, ma si è fatto spazio anche nel mondo del cinema in cui questo drink soprattutto in pellicole molto importanti è spesso presente. Insomma il Bloody Mary si aggiudica in pieno, il titolo di drink hollywoodiano per eccellenza.

 

Storie e leggende napoletane

Ogni città racconta molto di se attraverso miti e leggende che si tramandano nel tempo. Anche la città di Napoli non è immune al fascino delle leggende e ogni luogo presente in città custodisce delle storie davvero curiose e talvolta ricche di mistero.

Per farvi conoscere a fondo la nostra città, abbiamo così deciso di scrivere questo piccolo articolo all’interno del nostro blog dove troverete i racconti più emblematici sui luoghi storici partenopei.

Piazza San Domenico Maggiore

Partiamo dal cuore pulsante del centro storico, ovvero dalla piazza di San Domenico Maggiore, dove la leggenda vuole che il fantasma della nobildonna Maria D’Avalos, uccisa dal marito perchè scoperta col suo amante, pare vaghi ancora in prossimità di Palazzo San Severo, alla ricerca del suo Fabrizio e che soprattutto la notte è possibile ancora  sentire i suoi lamenti disperati.

Chiesa di Santa Chiara

Ci spostiamo di poco, per arrivare fino alla Chiesa di Santa Chiara per ascoltare un’altra storia, che vede protagonista sempre il fantasma di una donna, questa volta di Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli, uccisa da Carlo III di Durazzo e alla quale non  fu concessa nemmeno la sepoltura. La sfortunata regina, secondo la leggenda vagherebbe all’interno del chiostro di Santa Chiara senza pace e chiunque incontri il suo sguardo è destinato a morire in breve tempo.

Ponte della sanità

Ci rechiamo invece adesso in una delle zone più antiche e suggestive della città  dove si trova il ponte della Sanità, un punto molto importante che divide in due la città. Proprio su questo ponte pare sia possibile, nelle sere di quiete, udire il lamento di tutte le ragazze che si sono suicidate in passato a causa delle pene d’amore.

Basilica dell’incoronata

E sempre in tema di pene d’amore non poteva mancare la storia del fantasma della giovane morta il giorno del suo matrimonio a causa della tisi e che vaga all’interno della Basilica dell’incoronata. Secondo la leggenda il fantasma della povera disgraziata in abito da sposa pare appaia solo però a ragazze nubili.

Mitologia

Di storie sull’esoterismo e di fantasmi che abitano i luoghi storici della città, potremmo raccontarvene tante, abbiamo scelto di raccontarvi ovviamente quelle più conosciute e più importanti. Ma non c’è solo esoterismo, Napoli è legata anche storie legate alla mitologia e per darvene un esempio abbiamo scelto forse quella più importante che riguarda uno dei monumenti- simbolo della nostra città, ovvero quella  legata al Castel Dell’Ovo.

Come narrano molte cronache medioevali napoletane, il poeta Virgilio, entrò nel castello di Megaride e pose un uovo chiuso in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta, avvisando che alla rottura dell’uovo tutta la città sarebbe crollata, da qui il nome Castel Dell’Ovo, a cui le sorti della città stessa è affidato.

 

 

 

Giornata mondiale del libro: gli scrittori del Gambrinus

Oggi 23 Aprile si celebra in tutto il mondo la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, una giornata interamente dedicata alla cultura, appuntamento ormai fisso nelle manifestazioni culturali nazionali e internazionali.

Patrocinata dall’UNESCO, questa giornata è  dunque una sorta di tributo ai libri, un modo per incoraggiare i giovani a conoscere e a scoprire il piacere della lettura.

Per questo motivo anche noi del Gambrinus abbiamo deciso a modo nostro, di dare un personale contributo a questa giornata, raccontandovi all’interno del nostro blog alcuni degli scrittori delle opere più celebri che hanno fatto di Napoli ma soprattutto del Gran Caffè Gambrinus lo scenario perfetto in cui sono state realizzate quelle opere letterarie che li hanno resi praticamente immortali.

Gambrinus: tra caffè e cultura

Come in molti di voi già sapranno, il Gran Caffè Gambrinus è stato da sempre a partire dal 1860, uno dei punti focali della nostra città, il cuore pulsante della vita mondana, culturale e letteraria della città di Napoli.

Regnanti, politici, giornalisti, letterati e artisti di fama internazionale nel corso degli anni ne hanno fatto il luogo dove incontrarsi, discutere e scrivere versi, come nella migliore tradizione europea del caffè letterario.

Questo storico locale partenopeo, acquisisce il suo massimo splendore nel periodo che gli storici hanno contrassegnato come la Belle Epoqué”.Durante proprio questi anni del primo novecento, infatti il Gambrinus, diventa il salotto della cultura e dell’arte, in cui personalità di tutto il mondo trascorrevano ore a conversare e progettare grandi idee e la realizzazione di capolavori.

Scrittori illustri

I letterati italiani e soprattutto stranieri erano dunque soliti fermarsi proprio qui. Ricordiamo tra gli ospiti più illustri lo scrittore Gabriele D’Annunzio che compose proprio al Gambrinus i versi della celebre canzone “A’vucchella”, la scrittrice Matilde Serao che fondò il quotidiano “Il Mattino” seduta proprio ai tavolini del caffè, Benedetto Croce che fece di Napoli la sua seconda città, lo scrittore irlandese Oscar Wilde che si recò nella città partenopea con Lord Alfred Douglas dopo i tristi giorni di prigionia, Ernest Hemingway, il filosofo francese Jean-Paul Sartre che scrisse pensieri su Napoli ai tavolini del Gambrinus.

Insomma non c’è forse un modo migliore per celebrare la giornata mondiale del libro, magari seduti proprio ai tavolini del Gambrinus, sorseggiando dell’ottimo caffè napoletano, sfogliando le pagine di un libro e godersi tutta la cultura e la storia che solo qui è possibile respirare.

 

 

 

Tre Regine per Napoli

Articolo di Michele Sergio Gambrinus

Quante storie racconta la città di Napoli! Purtroppo, la maggior parte di queste non resta viva alla memoria, ma viene cancellata dal tempo. C’è chi, tuttavia, ancor oggi, si dedica con pazienza, amore e dedizione alla consultazione di libri antichissimi (conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli sita nel Palazzo Reale) per riportare alla luce dei ricordi storie, leggende e tradizioni.

Nel mio piccolo, nell’ultimo mese, ho appreso con grande piacere che tre regine, molto diverse tra loro per nazionalità ed epoca, ma accomunate da uno spirito libero e ribelle, hanno contribuito allo sviluppo della tradizione culinaria della città di Partenope (guarda caso un’altra donna). Ed è per questo – soprattutto in tempi difficili come quelli odierni che vedono molte donne maltrattate (e purtroppo a volte uccise) – che mi è sembrato doveroso dedicare loro un contributo.

La Regina Maria Carolina e la storia del Caffè napoletano

La regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena (Vienna 1752 -1814), divenuta sposa del re di Napoli Ferdinando I di Borbone, si impose a corte con il suo carattere deciso ed autoritario. Non fu un matrimonio felice: il re, poco dedito ai doveri di sovrano, preferiva trascorrere intere giornate a caccia e tra i vicoli di Napoli mescolandosi (in anonimato) tra i sudditi, mentre la regina amava gestire il regno (spesso punendo con estrema severità i ribelli) ed organizzare feste fastose.

A lei dobbiamo l’introduzione di alcuni piatti e bevande tra le quali spicca il caffè importato dalla corte di Vienna (proposto in una delle sue feste nel 1771). Possiamo dire, quindi, senza tema di smentita, che il merito va alla regina Maria Carolina se oggi Napoli è la capitale del caffè.

La Regina Margherita e la storia della Pizza napoletana

Ancora oggi, tra i vicoli della città di Napoli, si racconta che la regina Margherita ispirò la creazione della pizza a lei dedicata e che porta il suo nome (la più amata e conosciuta tra le pizze napoletane).

Nessuno può provare con certezza quale sia il locale nel quale la pizza Margherita fu preparata per la prima volta. È idea comune, tuttavia, che la Regina Margherita di Savoia (Torino 1851 – Bordighera 1926), sposa del Re Umberto I, si trovava realmente nel 1889 in visita a Napoli ed in quell’occasione ebbe modo di assaggiare questa pizza che riporta i colori della bandiera italiana (il verde del basilico, il bianco della mozzarella ed il rosso del pomodoro).

La Principessa Sissi e la storia del Gelato napoletano

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach (Monaco di Baviera 1837 – Ginevra 1898), meglio nota con il nome di “Sissi”, è stata una delle regine più amate di tutti i tempi, come testimoniato dai numerosi film e romanzi a lei dedicati. Nel 1890 Sissi si recò a Napoli per visitare le bellezze della città partenopea. Il Gran Caffè Gambrinus ebbe l’onore di ospitare la regina che in quell’occasione assaggiò il gelato al gusto violetta. Dopo lungo tempo, ancora oggi, il Gambrinus resta fedele all’antica ricetta della tradizione napoletana nella preparazione del gustoso gelato. Provare per credere!

Gambrinus, chi era?

L'unica cosa certa che si sa di Gambrinus è che è il "Bacco della Birra".

Patrono, Re e inventore di questa bevanda così amata in tutto il mondo, ha dato il nome anche ai nostri locali, ma sono tantissime le leggende, le storie e gli aneddoti che si raccontano sul suo conto.

Ipotesi etimologiche

Si ipotizza che il nome Gambrinus derivi dal latino cambarus (celleraio, addetto alle cantine) o da ganeae birrinus (colui che beve in una taverna) ma anche dal celtico camba, un termine che indicava la pentola dove veniva preparata la birra. Ancora, però, potrebbe derivare da un errore di trascrizione del nome “Gambrivius”, che appare in una incisione di cui parleremo più avanti.

Le ipotesi più accreditate: Jan Primus, Re delle Fiandre e Giovanni il senza paura

L’idea generalmente accreditata è quella che lega il nome Gambrinus alla figura di Giovanni I di Brabante (1254-1298), Re delle Fiandre (nell’attuale Belgio). Il suo nome, in fiammingo, sarebbe proprio Jan Primus.

Altri collegano a questo nome, invece, Giovanni di Borgogna (1371–1419), noto come Giovanni il senza paura, conte di Borgogna, appunto, Artois e Fiandre, da alcuni ritenuto inventore della birra con malto e luppolo. In particolare, Giovanni di Borgogna, che fu personaggio di spicco nella Guerra dei 100 anni, morì assassinato dalla scorta del Delfino di Francia, in un incontro che, invece, avrebbe dovuto sancire la pace. Per molti questa morte sarebbe un’eco a quella del leggendario Gambrinus, avvenuta in un duello, per mano di un cavaliere francese. Anche in questo caso, infatti, ci sarebbe stato un inganno. Il cavaliere si sarebbe rivolto al suo rivale dicendo: “Che succede? Combattete in due contro di me?”, in modo che lui si distraesse e si guardasse indietro per capire chi ci fosse alle sue spalle; in quel momento gli sarebbe stato inferto il colpo mortale, a tradimento, seguito da queste parole: “So che il vostro secondo io era la birra cheforza, bevuta da voi prima di affrontare il cimento. Avutane paura, ho dovuto colpirvi alle spalle per avere qualche speranza di sopravvivere”.

Tutto questo, sebbene la scarsità delle prove storiche, sarebbe provato anche da una incisione colorata che si trova su un Libro tedesco del 1543: “Le origini dei primi dodici antichi re e principesse della nazione tedesca”. Questa incisione mostra un certo “Gambrivius, re del Brabante” dalla folta barba rossa e in armatura, vicino ad un covone di grano, con una corona floreale fatta, pare, proprio di infiorescenze di luppolo.

Altre ipotesi

L’umanista Johann Georg Turmair, vissuto in Baviera tra 1400 e 1500, parla di Gambrinus nei suoi “Annales Bajorum” (Annali Bavaresi): in questa versione si tratterebbe del figlio di Marsus, un (ipotetico?) re germanico dell’era precristiana, famoso per la quantità di birra che beveva. Gambrinus sarebbe un re illuminato, fondatore anche del porto fluviale di Amburgo, appassionato consumatore di birra.

Il poeta tedesco Burkart Waldis, invece, nel 1543, introdusse addirittura nel mito la dea egizia della maternità e della fertilità, Iside, che avrebbe insegnato a Gambrinus l’arte della birra.

Ancora, altre fonti daterebbero questo personaggio ai tempi di Carlo Magno, essendo addirittura il birraio alla corte del fondatore del Sacro Romano Impero.

C’è persino una leggenda che vorrebbe il nostro “eroe” capace di bere 117 pinte di birra al giorno!

Un’altra storia parlerebbe di un amore non corrisposto e di una lacerante disperazione del nostro protagonista che, alle soglie del suicidio, avrebbe fatto un patto col diavolo per dimenticare l’oggetto del suo desiderio, in cambio della sua anima… come offerta, il Re del Male gli avrebbe dato la ricetta della birra che avrebbe avuto il successo che ben possiamo immaginare, inclusa… la passione della giovane ragazza che, però, il Gambrinus aveva, finalmente, dimenticato, fino al punto di non riconoscerla quando accorse alla sua locanda a bere la birra!

C’è infine un mito che riguarda una sfida. Gambrinus, più o meno nel 1100, sarebbe divenuto capo della corporazione dei birrai di Bruxelles che, per testare la sua forza e la sua determinazione, organizzarono una gara di forza: un barile di birra doveva essere trasportato a braccia per una certa distanza. Gambrinus, furbo e assetato, avrebbe aperto il barile, bevuto tutto il contenuto e trasportato una giara vuota, vincendo la gara e diventando, a tutti gli effetti, il Re della Birra.

 

Insomma, ci sono tante linee comuni tra tutti i racconti popolari e le leggende, ma quello di Gambrinus è un personaggio, ancora oggi, avvolto nel mistero.