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Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su L’Espresso napoletano del mese di marzo 2019

A venti anni dalla scomparsa del grande compositore genovese L’Espresso napoletano lo ricorda raccontando una delle sue canzoni legate a Napoli ed al suo caffè

Il Poeta. Questo è l’appellativo più frequentemente utilizzato dalla critica e dal pubblico per indicare il grande cantautore genovese. A vent’anni dalla sua scomparsa lo si ricorda per il suo innato talento che viene prepotentemente fuori dai suoi testi e dalle sue musiche, gli uni e le altre sempre attuali, addirittura immortali.

Faber (così affettuosamente lo chiamavano i suoi seguaci) era uomo semplice, genuino e generoso oltre ad essere il grande artista che i più conoscono.

Entrate e mai più uscite nel panorama della musica leggera italiana, le canzoni di De André, hanno ispirato tanti altri musicisti e cantautori soprattutto per gli ambiti più disparati in cui possono essere collocati i suoi poemi in musica: dai ritmi malinconici e dolci di La canzone di Marinella a quelli vivaci e frizzanti di Bocca di Rosa, dalla “marcia” de La guerra di Piero alla vivacità del Il Pescatore. Minimo comune denominatore: testi “importanti”, scomodi e ricchi di poesia. Nella piena maturità artistica De André si cimenta in una nuovo Lp (i vecchi long playing 33 giri in vinile) Le nuvole del 1990. In questo album spicca tra le altre la canzone Don Raffaé. Non è la prima volta che De André compone e canta in un dialetto diverso dal proprio, ma forse tra assonanze fonetiche e culturali, quello napoletano è quanto di più vicino possa esservi con il genovese: il risultato dimostra che il Poeta sentiva come proprio il napoletano.

La canzone è un’aperta denuncia della situazione carceraria italiana, dei legami tra malavita organizzata e corruzione politica, della mentalità clientelare che, purtroppo, è invalsa nella società italiana. Non anticipa tangentopoli, semplicemente censura quello che i suoi colleghi non hanno il coraggio di fare o, peggio ancora, non ritengono temi degni d’essere affrontati attraverso il linguaggio universale della musica.

Pasquale Cafiero, brigadiere del carcere napoletano di Poggioreale (da sempre uno dei più affollati e problematici istituti penitenziari italiani), ha un rapporto umano con il detenuto per eccellenza, Don Raffaé (è evidente la fonte ispiratrice: Raffaele Cutulo, fondatore della NCO, nuova camorra organizzata).

Il Cafiero sembra nutrire una vera e propria adorazione per Don Raffaé; in realtà trattasi di adulazione del tutto interessata! Lodi sperticate – lo “investe” del ruolo, indiscusso, del più capace immaginabile uomo politico, ben al di sopra dei mediocri professionisti della politica – piaceri servili – dal consegnare personalmente il quotidiano, ad improvvisarsi barbiere, fino a preparargli la proverbiale tazzina di caffè – costituiscono i mezzi attraverso i quali il brigadiere tenta d’accaparrarsi la benevolenza del potente detenuto, al fine d’ottenere favori personali e familiari piuttosto significativi. Richieste di danaro per arrotondare incongruo stipendio, per trovare un’occupazione al fratello, per ottenere in prestito il cappotto “buono” di cammello per il matrimonio della figlia, soprabito famoso, oltre che prezioso, perché indossato da Don Raffaé al maxi-processo. Da napoletano a napoletano il Cafiero sa qual è il momento più propizio per formulare le sue preghiere: davanti al suadente profumo di una tazza di caffè appena preparato, come anche in carcere sanno fare! Già lo cantava Domenico Modugno su testo di Riccardo Pazzaglia ‘O caffè del 1958 che ispira De André il quale ne rimodula spirito e significato: da “Ah, che bell’ ‘o ccafè, sulo a Napule ‘o ssanno fa’ e nisciuno se spiega pecché è ‘na vera specialità!”, si passa aAh che bell’ ‘o café, pure in carcere ‘o sanno fa, co’ a ricetta ch’a Ciccirinella, compagno di cella, ci ha dato mammà”.

Nessuna meraviglia per noi napoletani perché l’artista ligure conosce benissimo il rito del caffè napoletano – in realtà è un profondo conoscitore di usanza e tradizioni popolari di tutta Italia – il suo costituire momento di socializzazione a qualsiasi livello, dalla famiglia ai più importanti rendez-vous politici, d’affari e d’amore. Bere un caffè è per i napoletani momento in cui e grazie al quale rompere il ghiaccio e accompagnare ogni esperienza di vita.

Cafiero sa che avrà più possibilità d’ammaliare il suo interlocutore offrendogli un caffè fumante e così trovare soluzione ai suoi problemi quotidiani, a dispetto dei suoi colleghi e, più in generale, dei cittadini onesti.

Box

Il potente boss citato nella canzone Don Raffaé altri non è che Raffaele Cutolo, fondatore negli anni ’70 della Nuova Camorra Organizzata, in netta opposizione al cartello delle consorterie camorristiche coalizzate contro di lui. Poco tempo dopo la pubblicazione del disco, Cutolo scrisse una lettera a De André nella quale, si complimentava e gli chiedeva conferma d’essere stato lui il soggetto ispiratore del testo. Il Poeta che mai si sottraeva al confronto e al dialogo con nessuno, si limitò a ricevere i complimenti senza, ovviamente, sciogliere il dubbio del Camorrista. La corrispondenza tra i due non ebbe più seguito alcuno …