di Simona Vitagliano

Il Gambrinus è sempre stato salotto culturale e promotore per moltissimi artisti, durante tutte le epoche che ha attraversato sin dalla sua fondazione.

Testimoni ne sono i fiumi di versi di poesie e canzoni che sono stati scritti ai suoi tavolini e le tante opere pittoriche che sostano nei suoi locali a tutt’oggi.

Tra i personaggi illustri e influenti che hanno avuto modo di emergere proprio grazie al Gran Caffè, sicuramente da citare è Pietro Scoppetta, pittore ma – e questo non è risaputo da molti – anche poeta, che si occupò di affrescare le volte del locale proprio durante la brulicante fase della Belle Époque napoletana.

Un amalfitano a Napoli

Pietro Scoppetta era nato ad Amalfi nel 1863 e, come accade a tanti artisti ancora oggi, non ha subito “sentito” la sua reale vocazione, dedicandosi inizialmente a studi di architettura. Successivamente, però, li abbandonò e cominciò un percorso formativo ai sensi dell’arte sotto la guida di Giacomo Di Chirico, uno dei più importanti pittori della scuola napoletana ottocentesca.

Nonostante le sue origini, l’uomo risiedeva a Napoli e, a partire dal 1891, si ritrovò coinvolto in una serie di movimenti culturali che avevano a che fare con i cambiamenti che la capitale campana stava attraversando durante il periodo del Risanamento voluto dai Savoia: fu una fase importantissima per la sua formazione poiché, mentre da un lato assisteva alla creazione ex novo di quartieri, palazzi e mastodontiche opere pubbliche, come la Galleria Umberto I e il Palazzo della Borsa, dall’altro era costretto ad accettare tutta una serie di revisioni urbane e di abbattimenti che erano considerati necessari per compiere questo passo. Fu proprio in questo periodo, tra l’altro, che Scoppetta si fece notare con delle meravigliose rappresentazioni dei luoghi emblematici della sua terra d’origine, la costa di Amalfi e la Valle dei Mulini di Sorrento, opere con le quali partecipò a diverse esposizioni.

Da lì al Gambrinus il passo fu brevissimo. I punti di aggregazione culturale della città, in fondo, erano davvero pochi: il café chantant Salone Margherita e, appunto, il Gran Caffè Gambrinus, che lo inserì in maniera pratica all’interno di questo ambiente dandogli un vero e proprio lavoro; quale? Affrescare le sue bellissime volte insieme ad altri pittori! Scoppetta si ritrovò, così, a lavorare insieme a tantissimi artisti del periodo, come Luca Postiglione, Vincenzo Volpe, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Migliaro e molti altri.

Nel frattempo, però, l’uomo non aveva lasciato la sua ulteriore attività di illustratore per alcune riviste del momento, lavoro alternativo che portava avanti anche per questioni economiche, come capitava – e capita tutt’oggi – a molti artisti. Insomma, Scoppetta era apprezzato su tutti i fronti, sia a livello commerciale che culturale ed artistico: persino re Umberto I era suo estimatore. Tuttavia, questo non gli impedì di ricercare nuove esperienze ed emozioni all’estero, trasferendosi per qualche tempo a Londra e Parigi, dove si unì ad un folto gruppo di artisti partenopei richiamati dal fascino francese e stabilitisi lì per scoprirne le bellezze ed i segreti. Si inserì, così, in un filone italiano filoimpressionista e la sua tecnica pittorica ne venne immediatamente contagiata; col tempo, però, i paesaggi lasciarono spazio a fluide rappresentazioni di vita borghese.

Soltanto nel 1910 ritornò in Italia, trasferendosi a Roma e frequentando altre personalità influenti dell’epoca.

Morì a Napoli 10 anni dopo e, in quell’occasione, la Biennale di Venezia gli dedicò un’intera sala personale dove vennero esposti ben 35 dipinti in sua memoria.

L’attività di poeta… sotto copertura

Sono in pochi a conoscere l’alter ego letterato dello Scoppetta: nel 1919, infatti, a solo un anno dalla sua morte, l’artista pubblicò una raccolta di poesie intitolata “Ritmi del cuore“, ma sotto lo pseudonimo di Pictor Petrus. Musa ispiratrice ne fu una giovane allieva per cui l’uomo, già in età avanzata, aveva patito un forte ma dolcissimo e delicatissimo struggimento d’amore.