Il grande Carnevale borbonico del Regno di Napoli | Gran Caffè Gambrinus
di Simona Vitagliano

Il Carnevale, si sa, a Napoli è una ricorrenza molto sentita, amata da grandi e piccini per la sua connotazione allegra e vivace ma anche simbolo della cristianità  e dell’attesa dell’imminente Pasqua.

Il giorno che identifica questa festa, nella nostra città , è il Martedì Grasso, cioè quello che chiude, di fatto, il periodo carnevalesco: ma pochi sanno che, un tempo, il Regno di Napoli riservava una celebrazione molto speciale a questo momento dell’anno; erano i tempi del grande Carnevale alla corte dei Borbone.

 

I lunghi festeggiamenti di Carlo di Borbone

Quando Carlo di Borbone (capostipite della dinastia borbonica partenopea) arrivò sul trono del Regno di Napoli era ancora scapolo: la promessa di nozze sarebbe stata ratificata soltanto nell’Ottobre del 1737; per questo motivo, il Carnevale di quell’anno si intersecò ai festeggiamenti di addio al celibato, tanto che si prolungò di moltissimi giorni, arrivando al 22 Febbraio.

In verità , il Carnevale alla corte napoletana di Carlo di Borbone era sempre stato tra le feste più attese dell’anno dalla popolazione: in quell’occasione, però, l’intera società  partenopea si accordò per mettere in piazza un evento che si rendesse indimenticabile e rimanesse impresso nella storia. Addirittura, tanto dello sfarzo e del divertimento, pare che il re di Salerno arrivò a Via Toledo con la sua carrozza e undici cavalieri travestiti da popolani che, dai finestrini, lanciavano confetti colorati ai cittadini, in una scena che è rimasta scolpita nella memoria della città .

A Carnevale ogni scherzo vale, si dice, ma all’epoca l’irriverenza era anche molto superiore a quella moderna: era usanza votare i travestimenti al “rovesciamento“, per cui le donne si travestivano da uomini (e viceversa), i nobili si riversavano per strada in abiti da popolani e i meno abbienti, invece, si divertivano a scimmiottare a suon di ironia i più ricchi e le classi agiate. Insomma, il tema dominante era l’ambiguità , al punto che l’atmosfera era condita di spettacoli di odalische molto particolari: si trattava, infatti, di uomini travestiti da donne, che mettevano in risalto la loro virilità  attraverso imbottiture speciali in una maniera che, in fondo, ricorda molto le Drag Queen moderne.

Tutto intorno, nel frattempo, dame, cavalieri, musicanti ed artisti allestivano i palcoscenici per altre esibizioni e le strade si riempivano di banchetti e prelibatezze che trasformavano Napoli, per qualche giorno, in un vero e proprio paese della cuccagna.

 

Il Giovedì Grasso del 1737

Nel Giovedì Grasso di quel Carnevale “infinito” si tenne il gran ballo, alla cui corte partecipò l’intera popolazione vestita di abiti preziosi confezionati dai sarti reali: il re, in particolare, si mostrò in uno sfarzoso vestito indiano, prima, e in un costume allegorico di Nettuno (dio del mare), poi. Era un giovane promesso sposo colui che all’epoca sedeva su quel trono e furono tante le ragazze che si divertì ad invitare a ballare; il tempo trascorse in un battibaleno e i festeggiamenti si dilungarono fino a notte fonda, ogni giorno di questo strano Carnevale, mentre negli alloggi reali pare che ne succedessero di tutti i colori, complice l’aria spensierata e l’ubriachezza.

Insomma, fu un’occasione da vivere unica, quella del 1737, anche perché, con l’arrivo della regina (nonostante fosse soltanto un’adolescente al momento delle nozze), i festeggiamenti diventarono decisamente più sobri.

 

Una curiosità 

Quello borbonico non era soltanto un Carnevale all’insegna dell’irriverenza e della dissolutezza: i bambini, infatti, attendevano l’arrivo della vecchia ‘e carneval’, impersonata da un pupazzo molto particolare, dove una donna anziana, con un corpo da giovane dotato persino di seno prosperoso, portava sulla gobba un Pulcinella avvolto nella sua tipica camicia bianca e nascosto dalla classica mezza mascherina nera. Questa strana sagoma sfilava per tutte le strade di Napoli seguita da un corteo di giovani che, a suon di zufolo (uno strumento a fiato in legno simile ad un flauto), intonavano canti popolari mentre, dai balconi, i cittadini lanciavano piccole offerte e doni.

Erano festeggiamenti incredibili, in cui tutti i ceti popolari convivevano allegramente: d’altro canto, dopo la liberazione dai “taccagni” Vicerè, Napoli risorgeva a nuova vita anche grazie alla generosità  dei primi Borbone. E fu proprio così che nacquero le famose “cuccagne“: quattro grandi feste, date dalla corte al popolo, in cui la plebe potesse sfamarsi a volontà  al cospetto di riproduzioni di templi di divinità  e rappresentazioni di vario genere, tra cui persino l’assedio di Troia.

Questa magnificenza carnevalesca durò fino alla fine del XVIII secolo, raggiungendo in quel periodo la più alta espressione dell’eleganza e della convivialità .