di Simona Vitagliano

Quando si parla di tradizioni, noi napoletani siamo davvero molto abitudinari: ci sono usanze, luoghi ed interi enti che continuano a vivere nella nostra memoria anche quando si scontrano – perdendo – contro la modernità.

Esempio ne è il Banco di Napoli, proprio recentemente assorbito dal Gruppo Intesa Sanpaolo e scomparso come ente a sé: si tratta della più antica banca al mondo in continua attività (fino al 2018) e di una vera e propria icona ispiratrice per tutto ciò che sarebbe avvenuto nel mondo bancario dopo la sua fondazione, avvenuta, secondo molti studiosi, nel 1463. Una conseguenza naturale dei cosiddetti banchi pubblici dei luoghi pii sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo, legata a doppio filo al Banco della Pietà che, però, venne fondato solo nel 1539.

Insomma, una vera e propria istituzione che ha percorso insieme alla città partenopea la sua storia e le sue evoluzioni e che è davvero difficile “lasciare andare”, per i napoletani, che la considerano un’ulteriore testimonianza della grandezza e dell’avanguardia che ha sempre contraddistinto la loro città.

Allo stesso modo, anche il legame con i locali del Gran Caffè Gambrinus è a doppio filo: nessuno penserebbe – e, forse, qualcuno preferisce dimenticare – che per un breve periodo, durante l’epoca fascista, siano stati chiusi e in stato di totale abbandono. E in pochi sanno che, in realtà, quegli stessi ambienti hanno ospitato proprio una sede del Banco di Napoli!

Ma andiamo con ordine.

La storia

Era il 1860 quando, al piano terra del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio del 1816 che oggi ospita la sede della Prefettura, venne aperto il “Gran Caffè”; tutto è nato, quindi, insieme all’Unità d’Italia. La posizione centrale e l’esclusività della sua proposta resero velocemente il luogo un salotto della Napoli bene, guadagnandosi un’ottima fama grazie alla presenza dei migliori pasticceri, gelatai e baristi provenienti da tutta Europa; in un battibaleno, anche la famiglia reale si innamorò di quella realtà, dichiarando ufficialmente il Gran Caffè “Fornitore della Real Casa“.

La prima minaccia di chiusura arrivò molto presto, nel 1885, ma in quell’occasione la sfortuna si fece da parte, dando spazio ad un’epoca fatta di turismo d’élite e magnificenza: fu proprio in quegli anni che, grazie ad un lavoro cominciato per volontà di Mariano Vacca, noto frequentatore di artisti e attori, i locali della Foresteria furono interessati da una ristrutturazione che, con il lavoro di quaranta tra artigiani e artisti, li rese scrigni preziosi di opere d’arte, marmi, stucchi, tappezzerie, bassorilievi e decorazioni. Il Gran Caffè era diventato, insomma, una vera e propria galleria d’arte e venne ribattezzato come “Gambrinus”, in nome del leggendario re delle Fiandre, l’inventore della birra.

Un appellativo che avvolgeva e mischiava più culture, facendole convogliare in quell’unico luogo dove artisti ed intellettuali di tutto il mondo si fermavano almeno una volta nella vita per lasciarsi ispirare e sorseggiare un buon caffè: si univano, così, la birra – fredda e chiara -, tipica del Nord Europa, al caffè – scuro e bollente – del Sud, facendo dei contrasti un punto di forza in un modo che solo a Napoli avviene.

Tra incontri di viaggiatori, politici, nobili e artisti, si arrivò alla Belle Epoqué e a nomi di illustri frequentatori come Sissi, l’indimenticata imperatrice d’Austria, Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao, Oscar Wilde, Ernest Hemingway e Jean-Paul Sartre; e, a proposito di Francia, l’Ottocento fu il momento del Cafè Chantant, ispirato proprio dai trend di oltreconfine, e della nascita della figura della “sciantosa” (dalla parola francese chanteuse, “cantante”), arrivando a quel fatidico 1938, quando il prefetto Marziale ordinò la chiusura in quanto il Gambrinus era considerato luogo antifascista; fu proprio in quell’occasione che i locali furono ceduti (ma solo in parte) al Banco di Napoli e degli anni di feste, salotti e appuntamenti importanti non rimase altro che il ricordo.

Si andò avanti così per anni finché, agli inizi degli anni ’70, Michele Sergio cominciò quella battaglia che lo avrebbe portato a riconquistare quei locali e a ridarli alla collettività, riaprendo l’esercizio: il Gran Caffè Gambrinus venne recuperato grazie ad un minuzioso lavoro di restauro e riportato, in brevissimo tempo, ai suoi antichi fasti. La gestione, successivamente, venne portata avanti dai figli dell’imprenditore napoletano che, dopo una controversia con il Banco di Napoli, riuscirono a recuperare anche gli ambienti occupati dalla banca (quelli che affacciano su piazza Trieste e Trento e su piazza del Plebiscito).

Oggi lo storico caffè è, per tutti noi, ancora cuore pulsante e salotto elegante della città.