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di Simona Vitagliano

Napoli è la città delle 500 cupole, come viene definita già dal Settecento, poiché nell’arco di circa 17 secoli ha tempestato il suo territorio di una quantità incredibile di edifici di culto, tra chiese, conventi e monasteri: dal Duomo al Complesso di Santa Chiara, dalla Chiesa del Gesù Nuovo alla Certosa di San Martino, sono davvero infiniti i tetti sacri che costellano il suo skyline e che la rendono la città più ricca al mondo sotto questo punto di vista.

Ognuno di questi luoghi ha una storia, un valore, una serie di ricordi incastonati tra le sue mura e le sue bellezze artistiche; un patrimonio che va ben oltre il contesto religioso: tra questi, impossibile non citare la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi.

La chiesa delle meraviglie

Sita nei pressi di via Toledo, in piazza Monteoliveto n°4, la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi è una vera e propria testimonianza del rinascimento toscano a Napoli grazie al contributo di alcuni artisti che ne hanno reso i locali preziosi ed indimenticabili: tra loro, Giorgio Vasari, di cui un gruppo di opere è custodito proprio all’interno dell’edificio.

Chiamata anche chiesa di Santa Maria di Monteoliveto, risale addirittura al 1411 e fu fondata da Gurello Origlia, protonotario del re Ladislao di Durazzo, che ne patrocinò la costruzione inizialmente proprio con l’altra nomenclatura.

L’impresa fu affidata ai padri olivetani ma, successivamente, Alfonso II di Napoli fu incaricato di lavori di ampliamento che la resero così bella da farla rientrare nelle preferenze della corte aragonese. Ma da dove è arrivato, allora, questo “nuovo” nome? In effetti, nel 1799 la chiesa fu ceduta all’arciconfraternita dei Lombardi, rimasta orfana della sua cappella (dedicata proprio a Sant’Anna).

L’influsso toscano, invece, è dovuto ai mercanti, artigiani e banchieri che popolavano la città in quegli anni, tant’è che alcuni artisti ingaggiati per le decorazioni e le sculture vennero pagati proprio da una famiglia di banchieri, gli Strozzi, che aveva aperto a Napoli una filiale. Questa ispirazione si nota anche dalle grandi cappelle a pianta centrale che dominano la struttura, mentre tutto il resto si rifà parecchio allo stile del XVII secolo, in una accezione tardogotica all’interno della quale flebili “spruzzate” di gotico fanno capolino in qualche elemento.

Nel complesso, partendo dal vestibolo dove è ubicato il sepolcro dell’architetto Domenico Fontana, si passa all’interno della navata centrale con il suo soffitto cassettonato ligneo e l’abside di pianta rettangolare con volta a botte. Ogni lato incastona 5 cappelle e, da destra, si accede agli ambienti interni, come l’Oratorio del Santo Sepolcro che conserva il gruppo scultoreo in terracotta del Compianto sul Cristo Morto di Guido Mazzoni (datato 1492) e la splendida Sagrestia Vecchia che ospita gli affreschi del Vasari.

Ma moltissime altre sono le opere di pregio e firmate da grandi artisti del passato che trovano qui dimora; così tante che sarebbe impossibile citarle tutte.

Oggi

La chiesa è aperta al pubblico tutti i giorni (la domenica è chiuso solo il percorso museale) ed è anche facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici tramite la Linea 1 della Metropolitana (fermata “Toledo”). Trovandosi in linea d’aria proprio sulla passeggiata che i visitatori compiono per andare a visionarla, il Gran Caffè Gambrinus ha ospitato tantissimi turisti fermatisi per gustare il vero caffè napoletano, ancora estasiati dalle meraviglie in cui si erano ritrovati immersi solo pochi minuti prima; tanti, tra l’altro, vengono attirati anche dal fatto che questa chiesa è stata protagonista di una piccola scena nella fiction “Sirene”, andata in onda su RAI 1.