Sta tornando il Medaglione di D'Annunzio! | Gran Caffè Gambrinus
di Simona Vitagliano

Non è necessario introdurre la figura di Gabriele D’Annunzio ai napoletani: soprannominato “il Vate” per la sua influenza sulle masse e simbolo del Decadentismo italiano, rappresenta una delle personalità più imponenti vissute a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, completamente immerso nella cultura e nella società del suo tempo.

D’Annunzio, infatti, è stato non solo scrittore, poeta, drammaturgo e giornalista, ma anche militare e politico, oltre che patriota italiano. Amato ed odiato con la stessa veemenza, l’intellettuale è stato precursore dei tempi che gli sarebbero succeduti (fu anche mentore di Mussolini) e la sua arte è stata così determinante che ha influenzato gli usi ed i costumi italiani quando era in vita così come anche dopo.

Il periodo napoletano

Abruzzese di nascita (Pescara, 1863), D’Annunzio ha avuto un lungo periodo romano durato 10 anni (dal 1881 al 1891) ed uno fiorentino altrettanto ampio (1894-1904); nel mezzo, anche alcuni anni a Napoli (1891-1893/94) che furono produttivi, ricchi di lavoro e di ispirazioni.

Fu proprio nella capitale partenopea, infatti, che compose alcuni dei suoi romanzi più famosi, come “Giovanni Episcopo” e “L’innocente” (facente parte dei Romanzi della Rosa), e che cominciò ad approcciare agli scritti di Friedrich Nietzsche (che aveva visitato la città proprio tra il 1876 e il 1877, restandone incantato e dedicandole scritti che riecheggiano ancora oggi fra i panorami più belli della metropoli moderna); proprio da quest’ispirazione nacquero diverse poesie di una sensibilità molto spiccata.

Il secondo anno di permanenza a Napoli fu emblematico: nel 1892, infatti, per una scommessa nata con il collega Ferdinando Russo (erano entrambi giornalisti presso la redazione de “Il Mattino“), che lo sfidò sulla sua capacità di comporre liriche in napoletano, stuzzicando la sua creatività, nacque‘A vucchella, un insieme di versi che, musicati successivamente dal suo conterraneo Francesco Paolo Tosti, sarebbe diventato uno degli intramontabili classici della canzone napoletana, cantato da tutti i più grandi artisti di ogni tempo, da Pavarotti a Enrico Caruso.

La leggenda vuole che D’Annunzio abbia composto in pochi minuti questo che, inizialmente, era solo un sonetto, seduto ai tavolini del Gambrinus per ispirarsi, seguendo il filone di tanti poeti ed intellettuali che avevano scelto i suoi locali come luogo di scambi culturali e di produzione artistica al sapor di caffè.

La canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano e fu un successo, il che rende il tutto ancora più incredibile se si pensa al fatto che sia stata composta da personalità di rilievo, certo, ma che non avevano assolutamente radici partenopee.

Un dolce dedicato

Proprio sulla scia di quest’influenza così forte e così pregnante che il poeta ha esercitato su Napoli, in Italia e nel mondo, un tempo al Gambrinus veniva proposto un dolce chiamato “Il Medaglione di D’Annunzio“.

A distanza di una generazione, oggi è in fase di reinvenzione e revisione, pronto a tornare nelle vetrine del Gran Caffè per essere riproposto ai suoi ospiti più golosi!