Storia e curiosità della Falanghina | Gran Caffè Gambrinus
di Simona Vitagliano

Tra i vini bianchi più venduti in Italia e regina assoluta dell’estate, la Falanghina piace proprio a tutti ed è perfetta per accompagnare anche i pasti quotidiani – soprattutto a base di pesce – grazie alla sua versatilità e al suo ottimo rapporto qualità/prezzo.

Le sue caratteristiche organolettiche sono ben note a tutti: si tratta di un vino dal colore giallo paglierino intenso, con un odore moderatamente fruttato ed un sapore secco ma fresco e lievemente acido; persistente e facile da apprezzare anche al primo sorso, equilibra alla perfezione sapidità e morbidezza e, sebbene risulti limpido all’occhio, è molto corposo, anche perché spesso vinificato “in purezza”, cioè con uva Falanghina al 100%.

Ma qual è la storia di questo vitigno e di questa bottiglia ormai famosa non solo sulle nostre tavole, ma anche a livello internazionale?

Una storia molto antica

Come accade per tante cose buone, anche le origini della Falanghina sono, per certi versi, misteriose.

Gli esperti, però, sono concordi nell’affermare che si tratti di una varietà di uva coltivata già ai tempi dei Romani e, quindi, davvero molto antica ed entrata a far parte, di conseguenza, del nostro tessuto popolare e tradizionale più intimo.

Oggi viene coltivata a Napoli Nord, nei Campi Flegrei, e nel Sannio ma non tutti sanno che questa particolare varietà è rimasta a lungo nell’oblio, dimenticata e successivamente riscoperta solo negli ultimi vent’anni, diventando un vanto per tutta la Campania. L’etimologia pare fare riferimento al greco falangos, diventato in latino phalange, con un curioso riferimento proprio ai pali usati per sostenere le viti. C’è, comunque, anche chi ritiene si tratti di un vitigno del tutto contemporaneo.

Elogiata da Plinio il Vecchio e decantata persino dai poeti del passato, la Falanghina era il vino degli imperatori e non mancava mai, si dice, alla corte reale di Napoli, tanto da essere addirittura inserita nella prestigiosa carta dei vini papale.

Il primo riferimento storico recente lo troviamo nel 1804 grazie ad un frate francescano, Columella Onorati (al secolo Nicola Onorati, che fu anche docente all’Università di Napoli per la facoltà di agricoltura) che si dedicò a studiarne le caratteristiche, dando, come tanti altri fratelli, un grande contributo all’ampelografia (la disciplina che studia, identifica e classifica le varietà dei vitigni) in un momento storico in cui la botanica era semplice tradizione da tramandare oralmente tra contadini di generazione in generazione.

Testimonianza successiva fu quella di Giuseppe Acerbi, scrittore, viaggiatore, archeologo e musicista proveniente da una famiglia aristocratica di origine austriaca che, nel 1825, descrisse questa varietà di vino in maniera estremamente dettagliata, dando lo spunto allo studioso Federico Corrado Denhart che fornì risultanti ancora più completi e accurati qualche anno dopo.

Arriviamo, così, in punta di piedi all’Unità d’Italia e la superiamo: nel 1879, il Cavaliere Giuseppe Frojo descrisse nei minimi particolari il ciclo vegetativo e la vinificazione di quest’uva; un passo decisivo nell’esplosione del successo della Falanghina che arrivò nella seconda metà del secolo successivo. Nel 1989, infatti, la legge sulla concessione della DOC al “Falerno del Massico Bianco” stabilì che il bollino arrivasse soltanto a fronte di un certificato impiego esclusivo di uva prodotta dal vitigno Falanghina; i produttori vennero, così, automaticamente stimolati a riferirsi a questo prodotto e a concentrarsi su vitigni sempre più specifici.

In particolare, in tempi più recenti, i piccoli coltivatori della zona a Nord di Napoli hanno cambiato il loro sistema di allevamento – inizialmente puteolano, molto produttivo per ottenere viti destinate alla distillazione -, ammodernandolo secondo regolamentazioni molto più ferree e restrittive per migliorare sempre di più la qualità finale.

Oggi la Falanghina mette d’accordo davvero tutti e gode di una ritrovata popolarità sui buffet da aperitivo ma anche servita accanto a portate di cucina mediterranea, come antipasti, riso/pasta ai frutti di mare, minestre di legumi, zuppe con funghi e secondi di pesce grigliato o fritto o di crostacei e carni bianche. Abbinamenti perfetti anche quelli con i formaggi a pasta molle o stagionati e con la buonissima mozzarella di bufala campana. Infine, anche con la pasticceria secca fa la sua bella figura!

 

E voi, con cosa preferite accompagnare la vostra Falanghina preferita?