Il caffè del Gambrinus
19 Gen 2026

Il caffè del Gambrinus: perchè è il più buono?

Il caffè del Gambrinus: perchè è il più buono?

 

Il caffè del Gambrinus è forse l’emblema dell’espresso napoletano più classico, con un profilo ben distinto rispetto al “fratello” espresso italiano. L’espresso made in Naples nasce da una tostatura più scura, un corpo pieno, una dolcezza che richiama nocciola e cacao, sentori di pane tostato, un’amarezza netta ma pulita e una crema stabile e persistente in tazza.

 

Una miscela speciale

Entrando nel dettaglio, il primo segreto della sua bontà è la miscela cosiddetta “napoletana”, ottenuta da un blend di chicchi selezionatissimi di Arabica e Robusta. La specie Arabica apporta dolcezza, una lieve acidità e note fruttate; la specie Robusta contribuisce invece alla crema, a una maggiore dose di caffeina e al gusto amaro. Anche la tostatura, volutamente spinta, gioca un ruolo fondamentale: rende l’espresso perfetto nella classica tazzulella e insuperabile l’abbinamento al latte nel  cappuccino, evitando quell’acidità e quelle note agrumate tipiche di alcune miscele o mono-origini più “moderne”. Non a caso le grandi industrie del caffè e le catene di caffetterie hanno ribilanciato i gusti delle loro miscele verso uno stile più napoletano.

 

Il caffè va sempre girato

In tazza, l’espresso napoletano si presenta con una crema alta, compatta, di colore nocciola scuro, il celebre “manto di monaco” citato anche da Sophia Loren in Questi Fantasmi. In superficie c’è la crema, mentre sotto si trova la parte più liquida: per questo il caffè napoletano andrebbe sempre girato, anche quando lo si beve senza zucchero, così da amalgamare perfettamente i due strati. Le sfumature aromatiche possono variare a seconda della mano di chi lo prepara, ma cacao, cioccolato, pan tostato e nocciola non dovrebbero mai mancare. Provare per credere: avvicinate il naso alla tazzina e cercate queste note nel bouquet del nero infuso.

 

L’acqua, ingrediente sottovalutato

Non va poi dimenticata l’acqua, elemento imprescindibile per la riuscita dell’espresso, dato che costituisce circa il 90% della bevanda. E l’acqua di Napoli, per caratteristiche e composizione e per vicinanza alle zone vulcaniche, è diversa da molte altre (pur ottime) acque della penisola: secondo molti, è proprio una delle ragioni che rendono il risultato finale così speciale.

 

Il rito del caffè napoletano

A Napoli, però, il caffè non è solo gusto: è un culto, un rito. È fatto di piccoli gesti quotidiani ripetuti quasi senza pensarci: l’attenzione a “chi offre il caffè”, il bicchiere d’acqua da bere rigorosamente prima per pulire la bocca e prepararsi alla degustazione, la convivialità dei baristi della scuola napoletana, la tradizione della macchina a leva, la tazzina caldissima che accoglie l’espresso come una culla. E, soprattutto, il caffè sospeso: pagato in anticipo per chi non può permetterselo. Tutto questo ha contribuito a rendere leggendario il caffè nella città all’ombra del Vesuvio.

 

I napoletani amano l’espresso classico, servito in tazzina calssima. Alcuni lo addolciscono con zucchero o lo macchiano, perché ne trovano il gusto troppo intenso. Molti apprezzano anche i caffè “gourmet”, come le varianti nocciola o pistacchio; pochissimi, invece, lo bevono corretto con liquore.

 

Come prendono il caffè i turisti

I turisti, dal canto loro, spesso amano sperimentare più specialità: in linea generale, i giapponesi scelgono volentieri il caffè strapazzato (espresso con cacao e zucchero, “strapazzato” energicamente dal barista), i francesi un café long, gli spagnoli il café cortado, mentre molti americani chiedono un doppio espresso. Negli ultimi tempi sono molto richiesti anche il caffè alla mandorla e il caffè affogato.

 

L’e-commerce: il mercato del futuro

Infine, il caffè si può acquistare anche online: classico o decaffeinato, in grani, macinato o in capsule. Il Gambrinus è stata tra le prime caffetterie a credere nel commercio digitale, tanto che oggi clienti da tutto il mondo acquistano non solo i suoi caffè, ma anche i prodotti di pasticceria.

 

Michele Sergio