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Articolo scritto da Michele Sergio e pubblicato su L’Espresso napoletano nel mese di febbraio 2019

Cari lettori vogliamo oggi proporvi tre belle e intriganti storie di amori partenopei per le quali “galeotto” fu il caffè, protagonista tra i protagonisti delle vicende sentimentali in questione, fino a costituire metafora delle persone e strumento consapevole e non per la manifestazione della passione.

Giuseppe Capaldo e la cassiera Brigida nella canzone “A tazza ‘e cafè”

‘A tazza ‘e cafè” fu scritta da Giuseppe Capaldo (autore, tra l’altro, anche della famosissima Comme facette mammeta) nel 1918 e musicata dal Cavaliere Vittorio Fassone. Cantata per la prima volta da Elvira Donnarumma, una delle sciantose più amate della Belle Epoque, al Teatro Bellini di Napoli, il pezzo è stato successivamente interpretato dai più grandi (senza volerne dimenticare qualcuno, Roberto Murolo, Claudio Villa, Milva, Gabriella Ferri, L’Orchestra Italiana di Renzo Arbore). Forse non tutti sanno che la canzone trova ispirazione in una vicenda reale. Ad inizi ‘900 lavora al Caffè Portoricco di via Guglielmo Sanfelice, centro di Napoli, la bella e corteggiatissima cassiera Brigida,  la quale, in maniera decisa, aspra addirittura, tiene a distanza i molti spasimanti. Tra questi il nostro Giuseppe Capaldo che, affranto ma non sconfitto, decide di dedicarle la famosa canzone. Spesso bevendo un caffè il primo sorso è più amaro; bisogna girarlo bene per amalgamarlo con lo zucchero che tende a depositarsi sul fondo della tazzina. Orbene Brigida, nel testo, è paragonata proprio ad una tazzina di caffè: amara in apparenza (come il primo sorso del caffè), dolce al fondo (come il caffè dopo che lo si è ripetutamente girato). Apparentemente ruvida e scostante, la bella Brigida, per l’Autore, se corteggiata con pazienza e sapienza, si mostrerà finalmente dolce e amabile. Ma cu sti mode, oje Bríggeta, tazza ‘e café parite: sotto tenite ‘o zzuccaro e ‘ncoppa amara site … Ma i’ tanto ch’aggi”a vutá, e tanto ch’aggi”a girá … ca ‘o ddoce ‘e sott”a tazza, fin’a ‘mmocca mm’ha da arrivá!

Sofia Loren e Vittorio Gassman nel film “Questi Fantasmi”

Colei che incarna il prototipo della bellezza mediterranea e della donna napoletana non può non amare il caffè napoletano, al punto che nel film “Questi Fantasmi” (tratto dall’omonima commedia di Eduardo) del 1967, con la sua verve, la sua procace femminilità, intavola un dialogo sul caffè al vicino Pasquale (interpretato da Vittorio Gassman) dispensando saggi consigli di eduardiana memoria su come prepararlo: il punto giusto di cottura, il colore del caffè “a manto di monaco”, il cuppetiello che funge da tappo sul beccuccio della “napoletana” (la tradizionale cuccumella,  dominatrice fino all’avvento della moka). Del resto la perpetuazione della nostra storica cultura del caffè, passa, inevitabilmente dal “dovere” che la donna napoletana ha di realizzare il migliore dei caffè per l’ospite di turno. A tanto il Pasquale risponde con una vera e propria dichiarazione d’amore d’altri tempi: dopo avere decantato le sue qualità, scapolo e posizionato, tenore al San Carlo con salario fisso, d’ottima salute e sentimenti sinceri, le chiede di sposarlo. Maria (interpretata appunto dalla Loren) accetta la proposta. La giovane coppia andrà a vivere in un palazzo che viene creduto “infestato dai fantasmi”. In realtà il fantasma è uno spasimante di Maria, il ricco Alfredo, interpretato da Mario Adorf che metterà a dura prova il loro amore.

Massimo Troisi e Giuliana de Sio nel film “Scusate il ritardo”

Nella pellicola del 1983, la seconda regalataci da Massimo, Scusate il ritardo – opera apprezzatissima da critica e botteghino dove la mano dell’attore-regista è decisa e decisiva, tra riprese fisse e prolungati, brillantissimi, dialoghi – Vincenzo (Troisi) e Tonino (Lello Arena) inscenano le difficoltà relazionali di due ragazzi “normali” con le donne, sempre più emancipate, sicure, padrone del loro presente e desiderose di un futuro da protagoniste, nella vita e nella relazione di coppia. La storia tra Vincenzo e Anna (una splendida Giuliana De Sio), in particolare, sconta proprio l’incapacità del maschio di adeguarsi e fronteggiare la più avanzata maturità personale, psicologica, relazionale ed affettiva della femmina, tra alti e bassi, complicità e incomprensione. Tra un caffè e un altro! Come non ricordare un passaggio cult del film, dove Massimo-Vincenzo opera riflessioni socio-psicologiche sul modo di bere caffè, cartina di tornasole della condizione esistenziale dell’individuo. La scena: dopo avere fatto l’amore con Anna, Vincenzo desidera un buon caffè e si reca nella cucina del vicino (un attempato professore, single e spesso assente da casa, per la gioia di Vincenzo che, in possesso delle chiavi dell’appartamento, lo utilizza clandestinamente, ma con maniacale attenzione, cura e prudenza, per i suoi incontri amorosi con Anna) dove – tragedia! – rinviene solo una piccola moka, da una sola tazzina. Di qui l’osservazione del tutto troisiana: la macchinetta più piccola, afferma, “è il massimo della solitudine”: non solo vivi da solo (riferendosi al maturo padrone di casa), ma ti precludi anche la possibilità di ricevere viste, di offrire un caffè ad un eventuale ospite. Bere caffè è estrinsecazione di socialità per il Napoletano, atto e piacere da condividersi necessariamente, azione minima e massima dell’animale sociale (che è il napoletano). Non è possibile, insomma, per Vincenzo, disporre in casa di una sola moka da una tazzina, significa avere un problema relazionale, escludere, cioè, la possibilità di ospitare persone, di offrire loro il consueto, cordiale e obbligatorio caffè! Troisi fa sua l’antica lezione napoletana in fatto di caffè: berlo è momento sociale e socializzante, miglior modo d’attendere la visita, condivisione, dovere del bravo ospite. Ed allora recepiamo la lezione di Troisi: in casa almeno una tre tazze (anche se si vive da soli)!

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