C'era una volta il Gambrinus
22 Feb 2026

C’era una volta il Gambrinus

C’era una volta il Gambrinus

 

Com’era il locale a inizio Novecento

 

Oggi lo si vive in mille modi: c’è chi entra al banco per un espresso veloce e chi si concede il tempo lento del tavolino, tra una cioccolata calda, una sfogliatella, un dolce al cucchiaio o un gelato. Il Gambrinus, nel cuore di Napoli, è diventato un punto d’incontro naturale: napoletani, viaggiatori, professionisti di passaggio. Un salotto contemporaneo, affacciato sulla città.

Ma com’era, invece, il Gambrinus di inizio Novecento? Che atmosfera si respirava tra quei tavoli? Che tipo di pubblico lo frequentava? Per rispondere bisogna fare un salto indietro, affidandosi anche a chi questo luogo lo conosce davvero da dentro: Arturo Sergio, amministratore del Gambrinus e, come spesso viene definito, autentica “memoria storica” del locale e della Napoli che lo circonda. A guidarci, insieme alle sue parole, ci sono anche le fotografie in bianco e nero di fine Ottocento e primo Novecento: immagini che raccontano una città più piccola, più raccolta, eppure già intensamente internazionale. In fondo Napoli è sempre stata la capitale culturale d’Italia. Partiamo allora in questo racconto: c’era una volta il Gambrinus.

 

Un salotto per nobiltà e borghesia

 

All’epoca il Gambrinus non era un locale “per tutti”. Era frequentato quasi esclusivamente da nobiltà e borghesia: un pubblico abituato ai rituali della conversazione, al gusto dell’incontro, alla vita sociale che passava—inevitabilmente—per i caffè del centro.

Bisogna immaginare una Napoli diversa: meno estesa, con distanze percepite come più grandi e un mondo complessivamente più lento. In un tempo senza televisione, senza radio, senza computer, le caffetterie erano molto più che luoghi di consumo: erano spazi di relazione. Salotti pubblici dove si passavano ore a socializzare, a ascoltare musica, a leggere, a commentare la vita cittadina. E, naturalmente, a concedersi un dessert o un caffè servito con tutti i crismi.

 

Il turismo del Grand Tour

 

In questo articolo c’era una volta il Gambrinus parleremo anche di come era diverso il turismo in passato. Prima dell’idea moderna di viaggio di massa, Napoli accoglieva soprattutto i “grandi viaggiatori” del Grand Tour. Persone provenienti dal Regno Unito, dalla Francia e dai paesi di area tedesca, attratte dall’Italia come tappa culturale imprescindibile. Un turismo colto, spesso d’élite, che cercava bellezza, arte, costume, e che trovava nei caffè storici luoghi perfetti per osservare la città e, al tempo stesso, sentirsi parte della sua scena.

Il popolo, invece, non frequentava locali prestigiosi come il Gambrinus. Erano anni con gerarchie sociali molto più marcate. La “globalizzazione” e il “consumismo” non solo non dominavano la quotidianità, ma forse non erano neppure parole pronte per essere pronunciate.

 

Un interno già iconico (senza banconi e macchine)

 

La cosa sorprendente è che, a partire dal 1890, il Gambrinus si presentava già molto simile a come lo conosciamo oggi. Stesse linee, stesso impatto scenografico, stessa idea di eleganza come accoglienza.

C’era però una differenza decisiva: non esistevano ancora banconi, macchine da caffè e frigoriferi, semplicemente perché non erano stati inventati o non erano entrati nell’uso comune. Il servizio si svolgeva interamente ai tavoli, spesso, lunghi e di legno. Era usanza sedersi anche accanto a persone sconosciute. Il concetto di privacy, così come lo intendiamo oggi, è moderno; allora contava di più l’esperienza collettiva, la dimensione sociale del “ritrovo”.

In questi locali si poteva fumare, fare scommesse (come quella celebre di D’Annunzio) e, addirittura, fare duelli, avvolte finiti con il morto!

L’ambiente era pensato per stupire e avvolgere: molti specchi, per moltiplicare luce e profondità; divani rossi; grandi piante ornamentali a scandire gli spazi. L’illuminazione, inizialmente affidata alle lampade a olio, si aggiornò poi con la luce elettrica, segnando il passaggio verso una modernità che stava cambiando il volto della città.

 

La Napoli che si rifà il look: Parigi come modello

 

Per capire davvero il Gambrinus di quel tempo bisogna allargare lo sguardo alla Napoli che lo circondava. Siamo negli anni del Risanamento: un enorme intervento urbanistico che ridisegnò il tessuto cittadino seguendo un modello chiaramente parigino. L’influenza francese, in quel momento storico, non “dialogava” con gli altri paesi: dettava legge.

Così Napoli vide trasformazioni radicali: le vie strette lasciarono spazio a grandi corsi, gli slarghi divennero piazze monumentali; persino il lungomare venne ripensato, con la nascita di via Caracciolo (in sostituzione della riviera di Chiaia) e con importanti interventi nel borgo di Santa Lucia (ampliamento della superficie e costruzioni di nuovi palazzi  grazie a una colta di cemento. È dentro questo fermento—urbano, artistico, sociale—che l’architetto Antonio Curri realizza la Galleria Umberto I e, nel 1890, firma anche il restyling in stile liberty del Caffè Gambrinus: un intervento che ne consolida l’identità estetica e lo proietta definitivamente nella leggenda.

 

Caffè e ristorante, allora come oggi … c’era una volta il Gambrinus

 

All’inizio del Novecento il Gambrinus era caffè e ristorante: un luogo completo, pensato per accogliere tempi lunghi e occasioni diverse. E da allora, nella sua essenza, è rimasto incredibilmente fedele a sè stesso. Ha attraversato tre secoli fino al nuovo millennio senza snaturarsi, protetto anche dal vincolo storico che ne ha custodito la destinazione e il valore.

Oggi, mentre Napoli vive una nuova stagione di energia e attenzione internazionale, il Gambrinus continua a essere ciò che è sempre stato nel profondo: un salotto cittadino, una scena dove la storia si siede accanto al presente.

 

Michele Sergio